Bentornato Little John

 

 

Little_JohnɈohn Tailor, meglio noto come Little John, per la sua bassa statura, tornò improvvisamente.

Fece il suo ingresso nel saloon di Dodge City, in un afoso pomeriggio di giugno.

Il suo lunghissimo trench color sabbia quasi toccava il suolo, l’ampia falda del cappello nero gli copriva metà volto e ai piedi calzava degli strani stivali con il tacco più alto del normale.

Nessuno lo riconobbe, non ancora.

All’interno del locale pochi avventori, trascinavano chiacchiere biascicate sotto l’effetto del bourbon di pessima qualità. Il pianista strimpellava sul piano scordato, mentre la maitresse sedeva in braccio a un cliente, anche lui completamente ubriaco. Nessuno fece caso al suo arrivo, si accomodò al bancone e ordinò un whisky doppio, che tracannò tutto d’un fiato.

«Questo whisky fa schifo!» disse l’uomo, tirandosi dietro la falda del cappello. Il barista sgranò gli occhi e iniziò a sentire un sudore freddo lungo la schiena.

«Mi.. mi… dispiace» disse mentre cercava inutilmente di reprimere il tremolio alle mani «ora prendo quello buono…» aggiunse allontanandosi alla svelta. Gli uomini presenti in sala aveva smesso di parlare e un silenzio irreale regnava nel saloon, perfino il pianista se ne stava impalato con la bocca aperta per lo stupore.

«Tu! Perché hai smesso di suonare?» chiese Little John al pianista imbambolato. L’uomo abbozzò un sorriso sdentato e si girò, iniziando a strimpellare di nuovo il piano.

«E così sei tornato…» disse una voce proveniente da un angolo del locale. Little John guardò in quella direzione, ma la luce fioca gli lasciava intravedere soltanto la sagoma imponente di un uomo seduto al tavolo, tuttavia la voce gli era familiare, non aveva dubbi sulla sua identità.

«Già… sono un temerario, sono tornato per scontare la giusta pena!» rispose rimanendo appoggiato al bancone mentre dallo specchio osservava con attenzione la sagoma in fondo al locale.

«Allora mi seguirai senza fare storie… suppongo» disse l’uomo alzandosi lentamente, poggiando la mano destra sul calcio della pistola.

«Certo capo…»

«Bene, allora io adesso esco e ti aspetto fuori». La sagoma scura emerse dalla penombra e Little John ebbe conferma dell’identità del suo interlocutore. Il vice sceriffo Clint lo guardò per un lungo istante, dritto negli occhi, poi si girò dirigendosi verso l’uscita, sempre con la mano ferma sul calcio della pistola. Little John si avviò a sua volta verso l’esterno e uscendo scorse affisso alla parete del saloon il manifesto con la sua foto e la taglia per la ricompensa della cattura: 1.000 dollari, niente male!

I due uomini si diressero verso l’ufficio dello sceriffo senza scambiarsi una sola parola.

«Bene bene… guarda un po’ chi abbiamo oggi!» esclamò, lo sceriffo Roosvelt, un ometto molto avanti con gli anni, prossimo ad appendere la stella al chiodo.

«Ora sì che posso lasciare questo dannato posto! Clint, ti nomino sceriffo, te lo sei meritato!»

«No, no… Little John si è consegnato di sua spontanea volontà!»

«Questa sì che è bella! Per tutti i diavoli dell’inferno!» esclamò lo sceriffo «Ti ha dato di volta il cervello? Lo sai che sulla tua testa pende ancora quella taglia…»

«Certo, ho appena visto il manifesto nel saloon… Sono venuto per espirare le mie colpe e pagare il mio debito con la giustizia» così dicendo l’uomo aprì il trench mostrando le fondine delle pistole vuote.

«Clint, accompagna mister Tailor nei suoi appartamenti!»

Il vice sceriffo scortò Little John nella cella in fondo al corridoio, tra il mormorio degli altri detenuti, poi tornò nell’ufficio dove Roosvelt se ne stava sbragato sulla sedia con i piedi poggiati sulla scrivania.

«Dimmi un po’ Clint… questa storia mi puzza parecchio… perché Little John avrebbe dovuto consegnarsi? Sono passati cinque mesi dalla rapina in banca giù a Coffeyville, credo che non lo avrebbero più ripreso oramai…» disse lo sceriffo, lisciandosi i baffoni color argento.

«Hai ragione capo… c’è qualcosa di strano… non credo che quel bandito sia tornato per consegnarsi alla giustizia… teniamo gli occhi aperti!»

Nella grande prigione di stato di Dodge City si trovavano i detenuti che avevano subito già il processo e quelli in attesa di giudizio. Little John fu temporaneamente messo in isolamento e gli fu concessa solamente un’ora d’aria la mattina.

Sam Bass se ne stava rintanato nella sua cella, rifiutandosi di uscire. Qualcuno gli aveva riferito che Little John era tornato e non aveva nessuna intenzione di trovarselo davanti, l’ultima volta che era successo ci aveva rimesso tre dita della mano.

«Sam! Il capo ti vuole a rapporto» la voce del sorvegliante lo fece sobbalzare.

«Io? Ma sei sicuro? »

«Avanti alza quel culo e andiamo!» l’uomo aprì la porta della cella per farlo uscire. Ad attenderlo c’erano altri due sorveglianti con le carabine spianate. Sam Bass fu condotto nell’ufficio dello sceriffo.

«Ciao Sam» Roosvelt lo attendeva alla scrivania, fumando uno dei suoi puzzolenti sigari. L’ambiente era saturo dell’odore acre del fumo e Sam iniziò a tossire violentemente.

«Hei ragazzo, hai la salute cagionevole?»

«No capo… non sopporto il fumo» si giustificò l’uomo.

«Anch’io non sopporto il puzzo degli avanzi di galera…» rispose sorridendo lo sceriffo, lisciandosi i baffoni color argento.

«Ma parliamo di cose serie… hai saputo che Little John è tornato?»

«Sì capo, ho sentito» rispose cauto Sam.

«Non è per caso che la sua comparsa inaspettata riguarda la rapina che avete fatto insieme?»

«No, non credo… capo»

«Facciamo così… se per caso Little John ti fa qualche confidenza corri subito a raccontarcela ok? Affare fatto?» Roosvelt studiava attentamente la reazione dell’uomo.

«Io… certo sì, capo»

«Bene… ah, ti volevo anche avvertire che da oggi cambierai alloggio…» disse lo sceriffo sorridendo.

«Come?» chiese impaurito Sam «ma io mi trovo benissimo dove sto ora!»

«Sì, ma non preoccuparti… è una cosa temporanea, abbiamo bisogno di dare una ripulita a quella cella puzzolente». L’uomo abbassò lo sguardo e non trovando altro da dire seguì la guardia verso l’uscita, il colloquio era finito.

«Vediamo se ne ricaviamo un ragno dal buco» disse lo sceriffo rivolgendosi al suo vice «quei due non me la raccontano giusta, il bottino della rapina non è mai stato trovato e ho il sospetto che questo c’entra con il ritorno di Little John»

«Sì capo, credo anch’io che li dobbiamo tenere d’occhio e metterli insieme è stata un’ottima idea».

Sam Bass fu scortato davanti alla sua nuova cella, qualcuno aveva già provveduto a spostare i suoi effetti personali. L’uomo rimase impietrito appena vide il suo nuovo compagno.

«Ciao Sam, come te la passi?» Little John se ne stava seduto sul bordo della branda e nonostante l’ostentato sorriso, nel suo sguardo balenava qualcosa di sinistro.

«Che tu sia dannato Clint! Non lo riprenderemo mai quel bastardo!» disse lo sceriffo Roosvelt rivolgendosi al suo vice, mentre camminava nervosamente avanti e indietro nell’angusto ufficio.

«Barton dice che Little John si è messo a urlare… dicendo che il suo compagno di cella stava soffocando… allora la guardia è entrata e quel maledetto lo ha colpito sulla testa mentre era curvo a controllare Sam Bass…il poveraccio respirava appena…» rispose il vice sceriffo, ancora sconvolto da quanto successo poco prima dell’alba.

«Già…quando ho accompagnato il dottore, Sam Bass ha biascicato qualcosa di incomprensibile…e poi è spirato! Quel gran figlio di puttana invece ha preso il fucile e si è dileguato nel nulla… COME E’ POSSIBILE!» il volto dello sceriffo era paonazzo dalla rabbia, tutti i presenti si erano ammutoliti e nessuno aveva il coraggio di parlare.

«Capo… io penso che fosse già tutto organizzato, probabilmente Little John aveva dei complici ad attenderlo fuori… ecco perché si è allontanato così velocemente»

«Tu!» disse Roosvelt rivolgendosi a uno degli uomini presenti nell’ufficio, «raduna almeno dieci dei migliori tiratori e RIPORTAMI QUEL FOTTUTO BASTARDO!»

 

⃰   ⃰   ⃰

 

Il sole alto nel cielo irradiava un calore intenso sul terreno arido scosso dallo scalpitio dei cavalli. Dopo ore e ore di marcia nel deserto, uomini e bestie erano stremati dalla stanchezza e il caldo amplificava la fatica.

«Capo… sei sicuro che stiamo andando nel posto giusto?» chiese uno degli uomini rivolgendosi a Little John, ritto sulla sella, con la fronte imperlata di sudore, ma imperterrito nel proseguire il cammino.

«Certo che sono sicuro, gli ho fatto tirare fuori il rospo a quel figlio di puttana di Sam!»

«Sì, ma anche dopo la rapina, quel giorno che gli mozzasti le dita… ti aveva rivelato il nascondiglio… e invece non abbiamo trovato nessun malloppo!»

«Stai sicuro… gli ho detto che sarei andato a cercare sua moglie… e non vorrei essere nei panni di quella bagascia se scopro che mi ha mentito di nuovo!»

L’uomo appollaiato dietro la rupe osservava il gruppo di uomini avvicinarsi e decise che avrebbe atteso ancora qualche istante. Poggiò la pesante carabina sulla spalla e prese la mira. Poco dopo ad uno a uno gli uomini a cavallo iniziarono a cadere giù come le sagome di un tiro a bersaglio. Little John lanciò il suo stallone al galoppo e riuscì a raggiungere uno sperone di roccia, dietro al quale si gettò per schivare i proiettili che lo inseguivano. Si scaraventò giù dal cavallo, rannicchiandosi contro le pietre, poi con prudenza sollevò la testa al disopra del masso, cercando di capire la direzione da cui provenivano gli spari, ma un colpo di fucile gli portò via il cappello. D’improvviso la pioggia di proiettili cessò, sulla landa desolata cadde un silenzio mortale. Little John si rese conto di aver perso tutti i suoi uomini e di essere rimasto in balia di quel misterioso pistolero.

Non aveva altra scelta che attendere la notte per allontanarsi.

Il buoi totale gli consentì di fuggire indisturbato, sapeva che doveva dirigersi verso nord e con il fresco riuscì a percorrere un lungo tratto di strada su un sentiero fra le rocce. L’uomo lo seguì da lontano, conosceva bene la destinazione che il bandito tentava di raggiungere.

L’alba colse Little John ancora in cammino, la meta era oramai vicina, lo sperone roccioso finiva in un’ampia vallata battuta dal sole, da percorrere completamente allo scoperto. L’uomo si fermò sulla cresta rocciosa più alta, dove con lo sguardo dominava la valle.

Vide il bandito arrancare lentamente nello spazio aperto. Pareva non reggersi più in piedi, poi cadde in avanti, si rialzò e cadde di nuovo perdendo il cappello, tentò allora di spostarsi a carponi sulle zolle rossastre del terreno arido, mentre il sole a picco gli prosciugava quelle poche energie residue.

Un bersaglio facile, fin troppo.

L’uomo canuto si sdraiò poggiando il Winchester su di un sasso, sorrise pensando a tutti quei soldi sepolti sotto la sabbia e a come li avrebbe spesi, fino all’ultimo cent.

Prese la mira e prima di tirare il grilletto si lisciò i suoi grandi baffoni color argento…

L’incontro

L’incontro

Silenziosa e delicata come una piccola bambola, la ragazzina sedeva sulla panchina di legno.  Mordicchiandosi l’unghia e facendo ballare le ginocchia per l’agitazione non contenuta, la giovane aspettava, persa nei propri sogni.
Dalla sua casa accanto al parco comunale, la vecchia signora guardava quel bocciolo compito che attendeva qualcosa o qualcuno, forse il suo stesso futuro.
Il voluminoso televisore rallegrava l’aria con ricette e chiacchiere ma l’anziana donna non riusciva a togliere gli occhi dalla solitaria figura vestita di azzurro.
I minuti si protraevano infiniti e quell’attesa, mostrata dall’ansia negli sguardi della ragazzetta, all’improvviso mise in apprensione la signora Eugenia.
Fu come se il tempo non potesse bastare.
Eludendo la sorveglianza della badante occupata in cucina, la donna si spinse nel vestibolo, desiderosa di alleviare quella pena sul quel viso minuto e triste.
Camminando con lentezza, appoggiandosi al bastone, suo fido compagno, Eugenia non stette ad ascoltare le fitte del suo povero cuore, non si curò delle proteste delle ginocchia deboli, né il brivido sulla sua pelle quasi centenaria, e con fatica uscì fuori.
Aggrappata alla ringhiera, ci volle molto tempo prima che riuscisse a riprendere l’equilibrio e ancora di più per raggiungere l’angolo di giardino che confinava con il parco e si affacciava sulla panchina che aveva visto tanta vita susseguirsi. Attenta a sollevare i piedi nelle pantofole accollate, curva con la schiena, cercando appiglio nel solido cespuglio di ginepro, l’anziana signora si fece avanti, simile a una lenta chiocciola che percorreva la via di un orto rigoglioso.
Quando giunse infine alla rete, si accorse con tristezza che la giovinetta aveva lasciato la sua postazione solitaria e stava percorrendo il sentiero di sassi bianchi. Con la borsa penzoloni, la gonna spiegazzata, la testa china e i capelli che brillavano nel sole, era il ritratto della desolazione.
Incapace di chiamarla a causa dello sconforto, l’anziana la guardò allontanarsi mentre gli occhi acquosi e velati si perdevano tra le lacrime.
Volgendo lo sguardo verso il suo giardino risvegliato da quella primavera che sembrava evocata dal passato, la signora Eugenia si rassegnò all’ineluttabilità della vita, che toglieva ciò che si voleva, per poi prolungare l’esistenza nell’assenza con crudeltà infinita.
Ripensò ai suoi famigliari morti da tanti anni, le parve di vedere sua madre china sul gomitolo, il padre nell’uniforme di guerra, il figlio maggiore seduto all’ombra assieme a suo marito nel completo di lino, ma le bastò scacciare le lacrime con l’indice ossuto per accorgersi che erano tutte fantasie da vecchia.
Raddrizzò un poco la schiena lasciandosi baciare dal sole, e si rese conto con certezza che sarebbe stata la sua ultima primavera e toccò le rose appena sbocciate lasciandosi avviluppare dal loro caldo profumo antico. Con cautela si appoggiò alla vecchia fontana di pietra che non zampillava acqua da innumerevoli anni, nella sua vasca erano cresciute erbacce che, anch’esse in fiore, le mostravano come la vita proseguisse imperterrita, anche quando non c’era più una mano gentile a curarsi di lei.
Le ortensie erano cresciute vicino al capanno, mostravano qualche bocciolo e le larghe foglie le ricordavano i pomeriggi lunghi d’estate, passati a leggere sulle sedie a sdraio di legno e tela, quando il mondo girava lento, sempre uguale e affidabile, non come quei tempi moderni dove la fretta era padrona.
Con rassegnazione nonna Eugenia fece scorrere lo sguardo sul giardino e fu certa che non avrebbe mai visto i girasoli aprirsi al sole, né avrebbe raccolto le more che crescevano lungo il muro. Se c’era spazio per un rimpianto, ci sarebbe stato quello di non vedere maturare il pero, o l’autunno colorare il castagno. La cascata di foglie non avrebbe rallegrato l’ottobre, così com’era stato per i petali degli alberi da frutto a maggio. Non sarebbero ripartiti gli uccelli migratori sotto il suo sguardo vigile, né il passerotto avrebbe beccato le briciole sul davanzale, trovando rifugio sotto la tettoia.
Ne era certa: la calura d’agosto non l’avrebbe trovata, al suo arrivo.
Esattamente come quel giovanotto che ora si passava le mani tra i capelli, volgendo il capo in tutte le direzioni, che non aveva trovato la ragazza bella ad attenderlo.
Il sorriso dolce di Eugenia si accentuò quando incrociò lo sguardo dell’innamorato infelice, uno dei giovani d’oggi con i baffi a manubrio come il suo povero papà. Rispose alla muta domanda del ragazzo alzando la mano secca e diafana, e con lo stesso indice che aveva scacciato le lacrime di nostalgia, gli aveva indicato la via bianca e assolata. Per di là, aveva articolato con voce gracchia.
Lanciandole un bacio in punta di dita, il ragazzo aveva imboccato la strada, correndo veloce.
Eugenia lo seguì finché fu in vista e poi si volse verso la casa, sorridendo a Helena e a tutti i suoi cari che la attendevano sotto il porticato.
“Adesso arrivo.”, disse.
E se ne andò.

l'incontro Blanca Mackenzie

La fanciulla sognante

Il sole era cocente nei pochi attimi in cui il vento si placava, ma Rosina era troppo eccitata dalla novità, per lamentarsi del caldo sulle spalle e sul capo. Un’occasione come quella non si poteva certo rifiutare, anche se ora la curiosità la rendeva inquieta, così si muoveva e cambiava posizione in continuazione, fletteva le gambe, si passava la mano sulla fronte, scostando i riccioli biondi sfuggiti alla crocchia o strofinando il nasetto impertinente, per non parlare delle mille domande che le sfuggivano anche se l’era stato detto di stare zitta e buona.
Non era la prima volta che stava lì a crogiolarsi, ma solitamente portava una cuffietta e restava poco tempo.
Esasperato dalle sue continue interruzioni il signor Palizzi le aveva lanciato uno sguardo di fuoco, lui che era sempre tanto serio e tranquillo e, preoccupata che cambiasse idea, Rosina si era irrigidita guardando la distesa blu del mare appena increspato, che si estendeva come un’immensa tovaglia davanti a lei.

Era stato appena due giorni prima, dopo aver finito di curare le verdure che, ritirandosi per la pennichella, Rosina si era incamminata a piedi nudi sul fresco pavimento a scacchi rossi e neri dell’atrio della grande casa dove prestava servizio. Come suo solito non aveva resistito e si era sdraiata sulla scacchiera di piastrelle, come se fosse ancora una piccola mocciosa, e fingendo di nuotare si era persa nell’affresco delle sirene che decorava il grande e alto soffitto della villa. Da che aveva cominciato a fare la sguattera nella ricca dimora, quel gioco era l’unico che la ragazzetta potesse permettersi e solitamente a quell’ora nessuno passava, poiché i padroni dormivano al piano di sopra e i domestici erano tutti in veranda a riposare. Inaspettatamente quella volta era entrato il pittore, ovvero il professor Palizzi del Reale istituto di Belle Arti di Napoli, che era ospite della signora ed evidentemente aveva voglia di fare una passeggiata pomeridiana.
Rosina era ancora persa nei suoi sogni ad occhi aperti quando lui aveva tossito e, nel rendersi conto della presenza dell’uomo, si era raggomitolata con spavento, inconsapevole di somigliare tanto a uno scoiattolo impaurito: «Scusate signò.», aveva squittito mettendosi in piedi, pronta a scappare.
Lui le aveva sbarrato la via di fuga, scrutandola attentamente: «Non sei tu, che oggi prima dell’ora di pranzo, oziava sullo scoglio oltre il prato?»
Ci era andata dopo aver steso le lenzuola, era stata un’avventatezza di pochi minuti e Rosina, temendo che quella libertà le causasse guai, si era giustificata in fretta: «‘O giuro nun o’ faccio cchiu!», ma lui si era messo a ridere, la prima risata che gli avesse sentito fare, e l’aveva rassicurata, che avrebbe mantenuto il segreto.
«Piuttosto, che facevi qui, stesa sul pavimento?», le aveva chiesto appoggiando a terra la valigia che conteneva i suoi strumenti di lavoro: erano vasetti, pitture e pennelli, Rosina li aveva visti spolverando la sua camera da letto.
Arrossendo, la giovinetta gli aveva confessato la sua passione verso le donne pesce dipinte sul soffitto.
Il professore aveva alzato gli occhi al cielo, levandosi il cappello, come accorgendosi per la prima volta degli stucchi e degli affreschi che decoravano la grande stanza e lo vide aprire la bocca, sorpreso da quei disegni, ma la penombra non rendeva loro giustizia così Rosina, con lo stesso orgoglio di una padrona di casa, aveva aperto gli scuri della finestra, illuminando anche con il suo sorriso il grande atrio.
L’uomo e la fanciulla erano rimasti in silenzio parecchi minuti, in contemplazione delle movenze guizzanti delle figure mitologiche e delle onde verdeazzurre che qualcuno aveva affrescato sulla grande volta, tra le volute arricciolate degli stucchi anneriti da qualche nuova ragnatela.
Sedendo sulla panca di pietra accanto alle piante verdi, il signor Palizzi le aveva chiesto da dove venisse.
«Da Surriento!», aveva esclamato Rosina e gli aveva detto di sé, della famiglia, e del fratello soldato nella grande città di Napoli.
Dopo aver ascoltato, lui aveva proposto: «Se ti racconto una storia curiosa, poi tornerai sulla roccia perché io t’immortali sulla tela, come le donne pesce che ammiri tanto?» e aveva indicato verso l’alto con l’indice macchiato di colore.
Rosina che era ancora ingenua, adorava le favole, così non si chiese nemmeno se la padrona le avrebbe permesso di oziare, e si era fatta avanti, tutta orecchie, in posa quasi infantile.
«Conosci il motivo per cui Sorrento ha questo nome?», aveva chiesto con voce calma il professore mentre lei scuoteva il capo: «Dice la saggezza popolare che proprio in questo golfo fossero di casa le mitiche Sirene, bellissime e misteriose donne che, con il loro canto meraviglioso incantavano i marinai… Tanto tempo fa, forse proprio sullo scoglio che ami tanto, veniva a sedersi Sirentum, una ragazza bionda come te, che ebbe l’onore di conoscere una sirena vera, la bella Partenope che le predisse un futuro da regina…», e per un’ora almeno il signor Filippo e  Rosina rimasero a parlare nella frescura dell’atrio.

Così la fanciulla si era ritrovata su quello sperone di roccia, in posa, anche se non riusciva a stare calma e immobile, troppo inebriata dall’importanza del suo compito di modella, traboccante di genuina felicità.
Persa nelle fantasticherie non si era accorta che l’artista aveva lasciato il cavalletto per raggiungerla, alzando la voce severa per sovrastare il rumore del vento e del mare: «Suvvia Rosina, stai ferma! Come posso ritrarti, se ti agiti tanto? Cerca le sirene, per favore!»
E mentre il meticoloso pittore si rimetteva a lavoro, la bella fanciulla rimase assorta per ore, ripensando alle misteriose donne dal corpo coperto di squame che ingannavano i marinai, ricordando la bellissima Sirentum rapita dai Saraceni che dava nome a quel territorio spettacolare, cercando la sua presenza in ogni gioco di luce, immaginando scaglie d’oro in ogni riflesso sulle onde, e sullo scoglio di Sorrento. Rosina immortalata per sempre nella tela, persa nei suoi sogni innocenti, in quell’età sulla soglia della giovinezza, quando non si è più bimbe né donne ancora, ma sirene.

La fanciulla sognante

Filippo Polizzi,   “La Fanciulla sulla roccia a Sorrento” – 1871

Io ho inventato questo racconto basandomi sul fatto che il pittore ha inserito, nascosta tra le rocce, questa epigrafe in nero:

 Egli mi pose a giacere su questa roccia, mi dice di guardarti da mattina a sera e dirti sempre: sii felice. Felice.

Per la leggenda sorrentina, questo sito  la riporta per intero.

Settembre

Ti vedo all’angolo dell’incrocio la tua figura si staglia contro il muro bianco ,non mi hai ancora visto e sul tuo viso c’è una espressione altera e seriosa…….. mi vedi e ti illumini ..i tuoi occhi brillano, la pieghetta vicino alle labbra guizza mentre mi racconti le ultime novità .Ci avviamo verso il promontorio e la risacca del mare si fa più intensa .Affrontiamo la salita tenendoci per mano e con piglio deciso ,il mare appare improvvisamente sotto di noi che si infrange violento sugli scogli, lontano nel cielo appare una massa nera che si avvicina ,è settembre sarà una burrasca.

Ci fermiamo e dopo questo spettacolo mi aspetta il profondo dei tuoi occhi ,ti avvicini ed il tuo seno segue il ritmo dei tuoi ansimi ,dalla scollatura intravedo il tuo reggiseno nero….. aderisci il tuo corpo al mio …socchiudi le labbra………

Scendiamo verso la spiaggia per un sentiero tortuoso che porta i segni dei passaggi nell’estate agli sgoccioli, la spiaggia è poco popolata ed è facile trovare un posto appartato.

Stendiamo i nostri teli e mi guardo in giro per darmi il tempo di guardarti mentre ti spogli, cosa che tu fai con lentezza quasi per farmi assaporare il momento. Ci tuffiamo nel mare incrociando l’onda che ci sommerge , sbuchiamo dall’altra parte e ci facciamo cullare dai cavalloni.

L’acqua non è proprio calda e presto il freddo ci fa venire le labbra blu….usciamo e cerchiamo di scaldarci al tiepido sole. La burrasca ha cambiato direzione e si allontana sul mare, uno stormo di gabbiani ci cala in picchiata virando sul pelo del mare con in bocca la preda, tra le onde si vede una macchia in movimento e gli uccelli si tuffano a ripetizione nel banco fino ad essere satolli.

Coloro che hanno cercato di indagare sull’indole delle onde sostengono che ce ne sono di quelle che si sono mosse da più di un secolo, e continuano a provenire da Dio sa dove. Per chi guarda la superficie del mare , fintanto che non è troppo mosso, è difficile credere che abbiano una direzione stabilita o che la possano conservare. Quando spuntano infine , i bambini e gli adulti osservano la loro successione mettendosi a contarle e domandandosi quale sarà la più forte e la più alta, la prima o la terza , o la terza e la settima, come andrà a frangersi la nona o quale dovrà essere l’ultima. Finite sul fondo del mare, già informi, stanche e forse invecchiate, esse non si possono più riconoscere né seguire né cavalcare scivolando sulla cresta , anticipandole nella depressione……si ……non si può neanche più cavalcare quelle fresche generate dal vento ……….questo è un fatto.

Un soffio di vento mi lancia della sabbia addosso ,mi riprendo dal mio torpore …..apro gli occhi…tu sei sdraiata vicino a me, il tuo due pezzi ridotto ai minimi termini in maniera da mettere al sole il più possibile di centimetri quadri di pelle …….a settembre il mare non è il massimo ….ti lascia sempre quell’espressione insoddisfatta . La temperatura non è sempre tale da permetterti di stare in costume sulla spiaggia e il maestrale che batte sulla costa raffredda i bollenti spiriti. Ci siamo posizionati dietro a una duna di sabbia per proteggerci dal vento e dagli sguardi degli ultimi bagnanti che si attardano a prendere gli ultimi raggi di un sole che si nasconde dietro ai monti e apre il suo sacco di rosso sul mare increspato. Le ombre lunghe di cespugli di erica che il secco dell’estate ha ridotto a ragnatele sfilacciate dal vento ci stanno per ghermire. I nostri vicini raccolgono le loro cianfrusaglie e si avviano verso la strada ,la spiaggia è praticamente deserta…….un brivido ti percorre e la pelle si increspa, ti avvicini a me ed io ti butto sopra un telo ma i brividi mi percorrono la schiena come cavalli nella spuma ,mi stringo a te e tu  mi stringi tra le tue gambe e mi accogli sotto il telo. Lentamente ci trasmettiamo calore e ci ripariamo, la pelle si rilassa e il respiro si regolarizza, stiamo bene così vicini , stretti , fusi uno con l’altra. Cerco la tua bocca tra i capelli che ti oscurano il viso, il sapore del sale è piacevole e finalmente trovo le tue labbra….un bacio dolce e un sussurro……il tempo è finito …

dobbiamo andare…….

Forse avrei dovuto capirlo

“Piacere, mi chiamo Anna, un nome palindromo …lo sai?”

Certo anche “SS” (esse esse) è un acronimo palindromo ho pensato ma non ho detto niente, forse la battuta era stata detta per stupirmi o per misurare il mio grado di ignoranza.

La cosa era finita li o meglio avrebbe dovuto finire li invece sono andato avanti.

A pensarci bene la presentazione era stata illuminante ma avevo gli occhiali da sole, il corpo era snello e il profumo buono , forse un po’ troppo dolce.

Forse avrei dovuto capirlo quella volta che siamo andati ad un sagra di paese :

“Pansoti al sugo di noci e panissetta “ con tanto di orchestra.

Ti sei presentata con tanto di top color oro ,con tanti strass che swarosky sarebbe stato geloso, una gonna a ¾ con tanto di volan e scarpe da ballo con mezzo tacco legate sopra la caviglia. Hai smosso con la punta della forchetta i pansoti , hai sostenuto che la panissetta era troppo unta. Ti sei presentata sulla pista da ballo come una soubrette provando il fondo come in una fase di riscaldamento per i mondiali di ballo. Hai sostenuto che era scivoloso , hai preteso che un volontario locale cospargesse la pista di sale, hai passato le seguenti due ore a lamentarti che la pista era impraticabile e che non potevi ballare con uno che aveva le scarpe con la suola di gomma. Hai chiuso la serata dicendo che avevi la pelle d’oca per il freddo. Ti sei incazzata perché non ti ho chiesto di salire da te.

Forse avrei dovuto capire qualcosa dalla tua pratica di cambiare sempre la firma sui tuoi assegni e di lamentarti con me e con i cassieri della banca perché nessuno faceva caso alla diversità della firma per poi incazzarti come una iena perché hanno bloccato il pagamento di un assegno. Ti sei lamentata con il direttore perché ti aveva fatto fare una figura di cacca con la tua estetista.

Come la sera che ti ho invitato a cena a mangiare pesci, ho scomodato un amico ispettore di polizia per raccomandarmi ad un ristorante esclusivo. Lui mi ha presentato come un suo superiore e siamo stati ricevuti in pompa magna. Ti sei presentata vestita come la dea del mare, un vestito vaporoso, attillato nei posti giusti, una scollatura da svenimento, tacchi da vertigini permanenti. Abbiamo attraversato l’assembramento di aspiranti commensali in un mormorio misto di invidia e ammirazione . Hai attraversato la sala da pranzo, rifiutando sdegnosamente un tavolo centrale per avvicinarti alla finestra che dava sulla scogliera, il cameriere ti ha accostato la seggiola mentre ti accomodavi dimenticandosi di chiudere la bocca e distogliere lo sguardo dal tuo balcone in mostra. Hai discusso con il cameriere riguardo al menu, hai preteso che il proprietario venisse al nostro tavolo, hai rifiutato in maniera imbarazzante ogni proposta culinaria contenente prodotti ittici, hai richiesto insistentemente della carne nonostante il proprietario ti confermasse che nel suo ristorante si cucinavano solo piatti a base di pesce ma nei suoi occhi leggevo che un po’ di carne lui sicuramente te l’avrebbe servita.

Siamo usciti mentre insultavi il ristoratore e la sua progenie e io conversavo amabilmente con il mio imbarazzo che non mi ha lasciato finché non ci siamo fermati ad un Take-way dove hai preso una pizza che hai sbranato appena fuori , sul marciapiedi mentre gli altri avventori mi guardavano come se fossi un pezzente che era uscito con la principessa.

Un sospetto mi è venuto nella notte mentre rivedevo ala moviola tutta la serata passata.

A mezzogiorno hai voluto incontrarmi, io volevo evitare accuratamente di entrare in argomento. Tu eri piccata , avevi un tono duro, mi hai comunicato con tono preciso:

“ I miei ex quando mi invitavano a mangiare pesci era solo un modo di dire , un eufemismo ! “

Ti ho guardata , non potevo esprimere tutto quello che mi passava per la mente, l’insulto più tenero era da codice penale. Tu aspettavi una risposta imperterrita .

La luce si accesa improvvisamente nella mia mente:

“ i topi non avevano nipoti “

forse è una frase senza senso ma è palindroma.

Tu mi hai guardato perplessa , stupita , ti sei resa conto di avere a che fare con un pazzo.

Mentre stavi per aprire bocca il mio cellulare si è messo suonare.

Era solo una che aveva sbagliato numero e mentre mi avviavo verso la libertà ne ho approfittato per chiederle “ mi scusi ma se un uomo la invita a mangiare pesci ,lei pensa sia un eufemismo ?”