LA PENSIONE

Piove oramai da diversi giorni. L’aria è intrisa di umidità fredda, di quella che penetra fin nelle ossa.

La pioggia, a tratti scrosciante e violenta, si abbatte sulla città ancora immersa nel dormiveglia mattutino.

Giovanni uscendo dal portone del vecchio edificio dove abita da circa trenta anni, impreca contro quella pioggia incessante. Apre il grande ombrello, che sua moglie gli ha imposto di portare, e anche se lo considera troppo ingombrante, ora deve ammettere che gli è utilissimo per ripararsi dal temporale che si è scatenato.

Saltella tra una pozzanghera e l’altra, mentre un fiume d’acqua defluisce rapidamente lungo i marciapiedi. I tombini saturi di fogliame secco e immondizie non riescono più ad accogliere quel flusso che sta invadendo oramai tutta la carreggiata. L’uomo cerca invano un varco asciutto per poter traversare.

Giovanni finalmente approda sul lato opposto della strada dove campeggia l’Alberone, come affettuosamente lo chiamano gli abitanti del quartiere. Si ferma per alcuni istanti sotto le chiome fluenti dell’albero che lo riparano momentaneamente dalla tempesta. Accanto c’è l’edicola, Giovanni ne approfitta per comprare il giornale e, riponendolo all’interno dell’impermeabile, torna a immergersi nel muro d’acqua che lo aspetta.

Raggiunge la fermata della metropolitana.

Oggi è l’ultimo giorno pensa sorridendo l’uomo.

Giovanni è sempre stato un impiegato modello.

Come tutte le mattine alle otto in punto, da quarant’anni si presenta in ufficio. Percorre l’ampio corridoio dell’antico palazzo e raggiunge la postazione di lavoro.

La sua è una scrivania molto grande, di legno lavorato, unico pezzo superstite di uno studio antico e ora collocata nell’anticamera del dirigente di turno. Non si può sostituire, si tratta di un pezzo d’antiquariato.

Lui è basso e gracilino, quando è seduto dietro quell’enorme tavolone quasi scompare anche per via del suo abito marrone scuro, in sintonia con i colori dell’ambiente.

Possiede tre abiti soltanto, tutti molto simili nel modello e nella tonalità, l’ufficio del personale ha disposto che per le sue mansioni è d’obbligo indossare un certo tipo di abbigliamento. Chi riceve il pubblico deve essere presentabile, dare l’idea dell’ordine e della sobrietà. Vietati i jeans, vietati abiti dai colori troppo appariscenti.

Giovanni è uno degli ultimi rimasti, la sua qualifica di “commesso” è stata rimossa dai moderni profili professionali, riformulati con definizioni complicate, ma vuote di significato.

Il suo compito è semplice: prima di tutto riordinare le scrivanie e svuotare i cestini della carta prima che arrivino gli impiegati di livello superiore, quelli che occupano i posti nelle stanze, le “alte qualifiche”, come lui ironicamente le definisce.

Poi passa all’ufficio corrispondenza dove si ritira la posta e si firma un registro per ricevuta, per evitare ogni tipo di responsabilità nel caso qualche cosa andasse persa.

Le giornate scorrono monotone e sempre uguali, niente imprevisti, niente rogne. Il suo è proprio un lavoro tranquillo. Dopo aver adempiuto alle sue mansioni, si siede e rimane in attesa di qualche chiamata oppure si occupa dei visitatori, dispensando informazioni varie.

Legge il giornale, iniziando dalla cronaca cittadina, la cosa che più lo interessa, saltando a piè pari le pagine della politica.

Il solerte commesso ha visto il suo mondo trasformarsi, anno dopo anno.

Una volta, tanto tempo prima, non esistevano il tornello e il badge, si entrava senza dover oltrepassare barriere elettroniche, senza timbrare cartellini, si andava direttamente nella stanza del direttore per firmare il foglio di presenza.

Già, quelli erano altri tempi, non esisteva quell’aggeggio infernale, su cui tutti ora stanno incollati diverse ore al giorno per “navigare”.

Lui è un uomo semplice, già è stata un’impresa ardua conseguire la licenza della quinta elementare, ma non si sente inferiore nei confronti dei suoi colleghi, tutti lo rispettano e lo stimano.

Domani però sarà un giorno speciale: l’ultimo giorno di lavoro. E’ finalmente arrivato il fatidico momento della tanto attesa e meritata pensione.

Già da un mese ha organizzato tutto, il rinfresco in ufficio e il viaggio che ha promesso di fare a sua moglie.

Povera donna è una vita che aspetta questo momento, ora però, con la liquidazione può permettersi questa pazzia e portarla in crociera, una desiderio che non ha mai potuto realizzare.

Col suo magro stipendio ha cresciuto tre figli, tutti laureati e sistemati. Ha dovuto rinunciare a tante, troppe cose ed è ora venuto il momento di prendersi qualche soddisfazione. Pensa ai suoi colleghi andati in pensione prima di lui. Sicuramente riceverà un bel regalo, i complimenti del suo dirigente e del direttore generale in persona.

Pregusta nella mente quei momenti futuri e prova ad immaginarsi un piccolo discorso, d’obbligo in tale occasione, come hanno fatto i suoi predecessori. Ma lui è un uomo timido, introverso, già si sente un groppo alla gola e cerca di frenare l’emozione, quel momento difficile deve ancora arrivare.

Guarda l’orologio è ora di tornare a casa.

Percorre lentamente la strada a ritroso, al tornello c’è una fila di persone in attesa.

Qualcuno gli posa una mano sulla spalla, qualcun altro gli sorride alludendo al fatto che per lui tutto questo da domani sarà solo un ricordo.

E’ fuori finalmente.

Non gli par vero che la vita stia per cambiare, con la mente fantastica e pensa a tutto il tempo libero che avrà a disposizione. Porterà i suoi due nipotini al parco, aiuterà sua moglie nelle faccende domestiche, uscirà con comodo la mattina per andare a comprare il giornale.

Fuori ancora piove, ma questo non scalfisce minimamente il suo buon umore. Velocemente raggiunge la fermata della metropolitana che da poco ha ripreso a funzionare, alcuni suoi colleghi lo avevano avvertito che forse l’avrebbe trovata chiusa per il solito allagamento.

All’uscita della metro la pioggia fa ancora da sottofondo alle sue fantasie. Oggi davvero non gli importa di questo tempo grigio, con la mente è già proiettato verso lidi assolati. Si immagina in compagnia di sua moglie, sulla prua della nave, ad ammirare la distesa infinita del mare.

Ancora immerso nei suoi pensieri si ritrova di nuovo sotto l’Alberone. Le sue fantasie lo rendono completamente insensibile alle percezioni esterne e non avverte il rumore sordo del grande ramo che d’improvviso si spezza sotto il carico della pioggia insistente.

Giovanni si ritrova inchiodato al suolo, con la parte inferiore del corpo incastrata sotto la pesantissima fronda. Le grida di concitazione e il dolore acuto lo riportano alla realtà. Disteso e inebetito osserva i volti della gente che si affanna intorno; qualcuno sta cercando di rimuovere il ramo. L’edicolante gli è accanto, gli sorregge la testa per proteggerlo dal flusso d’acqua che continua a scorrere intorno al suo corpo. Gli pone domande, ma la confusione ha preso il sopravvento, la sofferenza lo trascina nell’incoscienza, mentre tutti i suoi progetti si dissolvono al ritmo cadenzato della pioggia battente.

 

~ ~ ~

 

Giovanni è seduto sulla sedia a rotelle, sulla quale è immobilizzato da almeno due mesi. Guarda fuori dalla finestra, ripensando con tristezza e malinconia a tutto ciò che è successo da quel maledetto giorno. Finalmente la pensione è arrivata, ma non certo come se l’era immaginata.

Il rimpianto maggiore è di non aver potuto offrire a sua moglie quel meraviglioso viaggio che avevano con tanto entusiasmo programmato.

I suoi colleghi gli hanno consegnato il regalo che avevano preparato per il suo ultimo giorno di lavoro. Un elegante orologio di marca da indossare nelle occasioni speciali.

Lo osserva Giovanni, sul suo polso, scandisce ogni momento della sua grigia esistenza e gli rammenta questo tempo maledetto, sempre uguale, senza sfumature.

Un tempo senza tempo, che sembra non passare mai.

Harry Potter e l’Amico Speciale. (Fanfiction)

Harry_Potter

Harry se ne stava seduto sul suo letto, mentre nella penombra della stanza guardava la foto dei suoi genitori. James Potter e Lily Evans lo salutavano e sorridevano, agitando le mani in segno di saluto.

Quell’immagine evocava in lui un sentimento di gioia misto a malinconia.

Non ricordava i loro volti, era troppo piccolo quando Voldemort aveva deciso di stravolgere la sua vita, privandolo dell’amore della sua famiglia. Dopo aver vissuto con gli zii, relegato in un angusto sottoscala e sottoposto alle infinite angherie di suo cugino Dursley era giunto a Hogwarts, la scuola di magia e stregoneria per i futuri maghi.

L’unico ricordo che aveva dei suoi genitori era proprio quella piccola foto animata e soltanto il loro grande amore era stato in grado di proteggerlo dalla furia del Signore Oscuro, salvandolo da una morte orribile. L’emozione era ogni volta intensa e lo trascinava in uno stato di profonda tristezza. Una piccola lacrima si impigliò rapida tra le ciglia, Harry si asciugò con il dorso della mano, cercando di reprimere il pianto.

«Harry, ma che fine hai fatto!» la voce di Hermione lo sorprese, con gli ancora occhi lucidi.

«Eccomi… arrivo!» Harry nascose la foto sotto il cuscino, cercando di assumere un aspetto normale.

«E’ più di mezz’ora che ti stiamo aspettando! Lo sai che Piton si arrabbierà moltissimo, non tollera assolutamente che si faccia tardi e … con noi in particolare… lo sai!»

«Già… lo so» disse Harry «e ancora non ho capito il motivo…» aggiunse mentre recuperava i grandi tomi per la lezione di Pozioni e Difesa contro le arti oscure. Ron li stava attendendo lungo il corridoio. Insieme scesero di corsa le grandi scale, la cui direzione cambiava continuamente.

Piton aveva già iniziato la spiegazione quando Harry e i suoi due amici entrarono di soppiatto nell’aula, cercando di non farsi notare.

«SIGNOR POTTER!» lo apostrofò subito il professore «anche oggi siete in ritardo… il nostro famoso, caro signor Potter…bene… dieci punti di penalizzazione per Griofondoro»

«Ma professor Pitono noi…» cercò di giustificarsi Harry

«BASTA! ora sedetevi e fate silenzio».

I tre ragazzi presero posto nei banchi senza aggiungere altro, mentre Draco Malfoy e i suoi amici di Serpeverde se la ridevano.

«Hermione la mezzo-sangue e Ron il povero straccione… degni compari di Harry Potter!» disse Draco al suo compagno di banco, indicando con disprezzo il trio ammutolito.

La lezione andò avanti per altre due ore, ma Harry era distratto, da un po’ di tempo aveva dei tremendi mal di testa, che gli impedivano di concentrarsi a dovere.

Quella notte, come tutte le precedenti, Harry si svegliò di soprassalto. I Dissennatori erano tornati a popolare i suoi incubi e gli erano parsi così reali che aveva creduto sul serio che gli avrebbero risucchiato via l’anima. Spalancò gli occhi nel buio più completo e avvertì il volto madido di sudore freddo e la cicatrice, regalo mortale di Tu-sai-chi, che iniziava a pulsare di nuovo, infliggendogli delle fitte lancinanti.

Il ragazzo richiuse gli occhi, nell’attesa che il dolore lo abbandonasse, poi quando li riaprì di nuovo, notò un bagliore provenire dalla poltrona accanto al caminetto spento. Con cautela si alzò dal letto e inforcando gli occhialini tondi si diresse verso la grande poltrona, di cui vedeva solo la parte posteriore. Il cuore pareva correre come un puledro impazzito, ma trovò ugualmente il coraggio di avvicinarsi. Avvertì un senso di calore intorpidirgli la testa e poi con grande sollievo si rese conto che l’emicrania era sparita. Girò intorno alla poltrona e si ritrovò di fronte a un ragazzino, più o meno della sua stessa età, vestito completamente di bianco.

«Ciao Harry, stai meglio?» disse lo sconosciuto seduto sulla poltrona. Harry si ritrasse, colpito dal bagliore che emanava quella figura.

«Non aver paura Harry, sono tuo amico» disse il ragazzino con voce suadente.

«Mio amico? Ma io non ti conosco… chi ti ha mandato? Il professor Silente?» chiese Harry diffidente.

«No, il Preside sa che sono venuto a trovarti, ma non mi ha mandato lui»

«Cosa vuoi da me?»

«Sono qui per aiutarti a superare le tue paure Harry… hai di nuovo sognato i Dissennatori vero?» gli domandò lo sconosciuto.

«Tu come fai a saperlo?» chiese sempre più incredulo Harry.

«Io sono tuo amico, conosco la tua storia e so molte cose di te… anche quelle che tu stesso non sai. Mi chiamo Jack.»

«Allora forse sei uno dei fantasmi che abitano qui nella scuola?»

«No Harry, sono solo un amico speciale… ti verrò a trovare spesso e faremo delle lunghe chiacchierate che ti aiuteranno a superare le tue paure». Harry rimase sconcertato da quelle parole e si convinse che quel ragazzino era stato mandato da Silente, il Preside della scuola di magia, per indurlo a parlare.

Da qualche mese infatti il ragazzo era in preda a un profondo sconforto e quelle fitte lancinanti alla testa lo facevano stare male, ma si trattava soprattutto di un malessere interiore, che lo stava allontanando dalle persone che aveva intorno e dai suoi amici di sempre.

La percezione di essere “diverso” si faceva man mano più nitida e il sentirsi un emarginato lo faceva a volte diventare anche aggressivo, per questo preferiva starsene per conto suo e non parlare con nessuno dei suoi incubi e del suo disagio.

«Io non… parlo dei miei problemi, neanche con i miei più cari amici…»

«Lo so Harry, ma con me puoi farlo, vedrai ti sentirai molto meglio!» lo esortò Jack.

«Dopo tutto quelli mi è successo… i pericoli che ho affrontato…certo ho avuto paura, ma stavolta si tratta di qualcosa di diverso… che non sono in grado di comprendere» disse Harry, cercando di focalizzare la sua attenzione su quanto voleva comunicare «…gli incubi, la cicatrice che mi provoca un dolore insopportabile… ho come la sensazione che qualcuno stia cercando di prendere il controllo della mia vita… e non so come reagire! » concluse, rendendosi consapevole che ora aveva ben chiaro quale fosse il vero dilemma. Così dicendo si sedette sul gradino del caminetto, guardando dritto in faccia il suo interlocutore. Il bagliore che circondava al figura di Jack gli infondeva un lieve torpore e lo faceva sentire tranquillo, rilassato. Poggiò la testa contro il muro di pietra e si lasciò andare verso un sonno ristoratore.

«Harry! Harry! Svegliati!» Harry sentì una voce gridare il suo nome e aprendo gli occhi si ritrovò davanti il faccione lentigginoso di Ron Weasley

«Ron… che succede… dove è andato Jack?» chiese il ragazzo con la voce impastata dal sonno.

«Jack? E chi sarebbe?… senti, lascia stare, avrai fatto qualche sogno strano» sentenziò Ron cercando di sollevandolo per un braccio.

«Dobbiamo assolutamente andare! Ti sei dimenticato della tua partita di Quiddich?»

«Accidenti la partita!» esclamò Harry e in preda al panico prese a vestirsi il più in fretta possibile.

«Che ore sono?» chiese all’amico.

«E’ tardi!»

Draco e suoi due tonti scagnozzi, si erano introdotti di nascosto nella stanza dove erano custoditi gli oggetti utilizzati durante la gara, per sostituire il boccino d’oro con una copia alla quale era stato fatto un potente incantesimo.

«Draco, ma sei sicuro che questo funzionerà?» chiese timoroso il più grasso dei due.

«Non dimenticare che mio padre è un potentissimo Mangiamorte, lui ha fatto l’incantesimo e il nostro piano non fallirà!»

Gli spettatori assiepati sugli spalti, urlavano in coro in nomi dei propri beniamini agitando le sciarpe con i colori delle case. Nel settore Ovest dominavano l’oro e il rosso fuoco, i colori di Grifondoro, mentre nel settore Est dominava l’argento e il verde dei Serpeverde.

La squadra, con in testa Harry, entrò a cavallo delle scope volanti. Un urlo gigantesco accolse i ragazzi avvolti nei loro mantelli rosso-oro, che volteggiarono in circolo diverse volte prima di prendere le rispettive posizioni.

La partita ebbe inizio, mentre l’incitamento del pubblico si faceva sempre più frenetico.

Improvvisamente Harry riuscì, dopo aver smarcato alcuni avversari, a raggiungere il boccino afferrandolo al volo. Non appena le sue dita si strinsero intorno alla piccola sfera dorata dalle ali iniziò a fluire un fluido rossastro che accecò il ragazzo facendogli perdere il controllo della sua scopa. Harry dopo aver tentato invano di atterrare si schiantò contro una delle torrette dello stadio. L’impatto lo lasciò esamine al suolo, mentre la folla ammutolì per lo stupore.

Harry si risvegliò dopo molte ore. Aveva i muscoli intorpiditi e un paio di costole fratturate.

«Ciao Harry, bentornato… come ti senti?» la voce di Silente lo raggiunse, mentre riusciva a vedere solo ombre sofocate.

«Che mi succede? Non ci vedo bene!» chiese impaurito il ragazzo.

«E’ l’effetto del fluido rosso che qualcuno ha introdotto nel boccino… ma non preoccuparti l’effetto svanirà presto e poi sei senza occhiali!» lo rassicurò il preside di Howg..

«Professore… mi dica la verità, è stato lei a mandare Jack?»

«Jack? Non mi pare di conoscere nessuno con questo nome…»

«Ma sì, quel ragazzino vestito di bianco che…  no anzi, dimentichi quello che ho appena detto» Harry si rese conto che quella storia non aveva senso, chi ci avrebbe mai creduto?

«Avanti Harry, dimmi di che si tratta». Lo sguardo di Silente era colmo di benevolenza e compassione per quel ragazzo così forte e fragile al tempo stesso, il Preside aveva perfettamente compreso il suo stato d’animo e cercava di farlo parlare.

«Professor Silente… io mi sono fatto molti nemici vero? A iniziare da Voldemort… ma anche nella scuola ci sono persone che mi vorrebbero vedere morto, perché sono “diverso” e molti mi temono e pensano che diventerò come il Signore Oscuro!»

«Non devi pensare questo Harry, tu sei diverso, tu sei sopravvissuto al male e il tuo destino è certamente un altro. Vedi, a volte noi abbiamo bisogno di ritrovare noi stessi e di cercare la forza di andare avanti dentro di noi… nessuno può aiutarci, darci una mano a superare i problemi… e questa forza tu l’hai trovata… il tuo amico Jack non è nient’altro che la proiezione della tua forza interiore, quella ti aiuta a capire te stesso, che facendoti prendere coscienza delle tue emozioni, ti indica la strada da percorrere per risolvere le questioni»

«Mi sta dicendo che Jack non esiste? Che è una parte di me? La parte migliore?»

«Esatto Harry, diciamo che hai trovato un amico, un alleato dentro te stesso e stai sicuro che non ti tradirà mai e se cercherai di essere sempre sincero con te stesso, saprai esserlo anche con gli altri… e gli altri ti accetteranno per quello che sei» così dicendo Silente gli mise nel palmo della mano una gelatina Tuttitigusti.

«Ora mangia una di queste Harry… sperando che sia al gusto di vomito!»

Il ragazzo la masticò avidamente.

«Gusto menta… stavolta mi è andata bene!»

#ItalyIsBack

ItlayIsBack

«Rafè, tu che sei un uomo di cultura…hai studiato e c’hai una laurea, mi puoi spiegare stu ascetag italisbac che sfaccime significa?»

«Caro Vincenzo, non sei informato… ti devi aggiornare! E’ il nuovo video con cui il Ministro dell’Economia rilancia l’immagine dell’Italia nel mondo. Non hai letto il comunicato stampa?»

«Gnornò… io non leggo sul computer…fa male alla vista»

«Allora ascolta, te lo leggo io:

Comunicato Stampa N° 55

L’Italia sta dimostrando la sua forza, le imprese reagiscono e i lavoratori escono vincitori dalla dura battaglia. La fiducia rinasce tra le famiglie e le imprese, con conseguenti effetti positivi sui consumi e gli indicatori prospettano una ripresa dell’economia nazionale. Da segnalare anche la progressiva ripresa della reputazione dell’Italia, in passato incrinata dalle manovre economiche errate, infondendo fiducia negli osservatori internazionali. Il nostro Presidente del Consiglio, in concerto con il Ministro dell’Economia e le altri componenti del Governo afferma che il peggio è passato e finalmente si vedono nuove opportunità per il nostro Paese. Insomma Italy is back e quindi: #ItalyIsback.»

 

«Overamente? Dici davvero? Io lavoro da 27 anni, tre mesi e 4 giorni… e il mio stipendio è rimasto quasi lo stesso, non ci rinnovano il contratto da cinque anni! E sti governanti ci vengono a raccontare che la crisi è finita… che finalmente siamo fuori… for a port

«No Vincenzo, vedi tu fai parte della schiera dei corvi!»

«E che song n’auciell? Mica sono un volatile!»

«Ma il senso è metaforico! Intendevo dire che tu, come tutti gli altri corvi, sei un pessimista, uno che rema contro!»

«Ah, ho capito, una specie di jettatore

«Esatto! Vedi che se ti applichi sei perspicace! Senti, senti quest’altro comunicato stampa»

«Perspi… che? È ‘na mala parola?»

«Uff… Zitto e ascolta:

Comunicato Stampa N° 37

L’esecutivo europeo riconosce che anche grazie alle politiche del Governo, basate su riforme strutturali e politiche di bilancio orientate alla crescita e all’occupazione, la ripresa che si è manifestata nel 2015 accelera nel prossimo anno, contribuendo così al calo del debito.

Il bilancio 2016 è stato costruito in modo coerente con il Patto di Stabilità e Crescita, rispettando i requisiti fissati dalla Commissione per la richiesta dei margini di flessibilità consentiti. Tali margini consentono di incentivare gli investimenti e le riforme strutturali volte a incentivare e a migliorare la capacità produttiva del Paese.»

 

«Non ci ho capito nulla! Tutti sti paroloni… io so soltanto che mio figlio è disoccupato già da tre anni. Ha fatto qualche lavoretto, e pure in nero. Ma stu giobs actnun è servit a gnente? Io tengo la terza media perché non ho potuto studiare… e sarò pure ignorante! prendo 1200 euro, con la qualifica di “commesso capo”… c’ho il muto da pagare e tutte le altre spese… alla fine del mese certe volte manco ci arrivo… e capit? Dopo una vita di sacrifici non mi posso togliere neanche lo sfizio di andarmi a mangiare una pizza!»

«No, no… non ci siamo. Tu devi vedere il bicchiere mezzo pieno! E se fossi disoccupato? E se domani ti licenziassero? Tu almeno un lavoro lo tieni e un domani anche una pensione!»

«Ma io devo campare ora! Non so manco se ci arrivo alla pensione… pensione poi… non tocchiamo sto discorso…»

«Lo vedi? Sei pessimista! Perché non ci dovresti arrivare alla pensione, hai mica qualche malattia…»

«Uh! Ma nun me pozz fa ‘na tac, un esame del sangue… ‘na radiografia! Il dottore dice che non sono malato grave non ho diritto di fare le analisi… la sanità risparmia… e certo, fra ‘na decina d’anni jamm tutt sott a terra

«Su con la vita! Non vedere sempre il lato negativo delle cose… Ascolta, un altro comunicato:

 

Comunicato Stampa N° 42

L’economia Italiana, nella prima metà del 2015, registra un incremento dello 0,7 percento del prodotto interno lordo (PIL), che pone le basi per ulteriori miglioramenti nel prosieguo dell’anno e nel prossimo quadriennio, pur in un contesto internazionale meno favorevole di quanto apparisse a inizio anno. Le evidenze disponibili suggeriscono che la strategia finora adottata sta producendo risultati tangibili: i consumi interni hanno ripreso ad aumentare, la crescita del prodotto si sta progressivamente rafforzando, l’occupazione si è sensibilmente accresciuta.»

 

«Raffaele … io continuo a non capire. Ma se mio figlio campa sulle spalle mie, mia moglie va a servizio quattro volte a settimana, ma senza contributi e quando andrò in pensione, se ci arrivo, prenderò, forse, la metà dello stipendio… dimmi tu come faccio a essere ottimista! »

«Vincenzo le cose stanno cambiando! La nostra classe dirigente è giovane, dinamica… abbiamo spazzato via tutto il vecchiume che ha governato in Italia per più di quaranta anni! La rottamazione del nostro Presidente del consiglio ha dato nuova vitalità alla politica!»

«Rottamazione? A me pare che rint a televisione vedo sempre le stesse facce!»

«Ma non hai visto la nostra bellissima e giovanissima Ministra della Funzione Pubblica? L’intelligente e dinamica Ministra della Sanità … per non parlare della nostra Ministra della Difesa, che parla pure inglese!»

«E song tutt femmene! Questo governo me ne ricorda un altro… secondo me, non è cambiato niente…»

«Ah… inutile, voi italiani siete gente ottusa! Sempre opposti ai cambiamenti… ma non la senti quest’aria di rinnovamento? Di ripresa? La gente gira, hai visto l’Expò di Milano quanti visitatori?»

«Agg vist ‘na fila lunga chilometri! Mio cugino e sua moglie ci sono andati e mi hanno fatto vedere le foto. Ho visto solo file! Loro sono stati ad aspettare davanti a uno stand almeno quattro ore!»

«Appunto! Vuol dire che la gente si muove, spende, viaggia va al ristorante!»

«Pure sta frase l’ho già sentita nata vota… mi pare che l’ha detta quel Presidente milanese… com’è che si chiama? Basettoni… Berettoni… Quello ca tenev a villa chiene e vajasse…»

«Vincenzo, i tempi sono cambiati! Il nostro Governo è riuscito anche a fare delle riforme costituzionali! Cosa che non è mai stata portata a termine in passato»

«Ma chi a vutat stu Governo!»

«Questi sono particolari senza importanza… ecco, ti leggo pure questo comunicato, così capisci meglio:

 

Comunicato Stampa N° 50

Dall’assetto istituzionale all’istruzione, dal mercato del lavoro al fisco, dalla pubblica amministrazione al business environment, dalla giustizia al settore del credito, gli interventi strutturali stanno modificando alla radice la capacità competitiva del Paese, imprimendo un’accelerazione a un processo di modernizzazione non più rinviabile. La fiducia delle imprese e dei consumatori ha raggiunto nel mese di ottobre i valori più elevati dall’inizio della crisi. Secondo i dati recentemente pubblicati dalla Commissione Europea, l’indicatore sintetico del clima economico dell’Italia è ora tra i più alti in Europa, supportato dal rafforzamento delle riforme strutturali e dal miglioramento delle condizioni monetarie e finanziarie.

«Booooh…. Rafè, ma fammi capire bene… che significa italisbac tradotto dall’inglese, perché è inglese giusto?»

«Beh… letteralmente significa: L’Italia è tornata indietro»

«Aaaah, mo agg capit! Ora è tutto chiaro!»

L’EREDITA’

Senza titolo-1Le immagini correvano veloci, davanti al mio sguardo distratto, incorniciate dal finestrino del treno, ed era come osservarle su di uno schermo. Attraverso il velo opaco delle minuscole gocce di umidità potevo intravedere la campagna grigia, ancora umida di pioggia: i filari degli alberi, le balle di fieno sui campi di grano e le colline in lontananza. Tutto di quel paesaggio risvegliava in me ricordi lontani, che credevo di aver dimenticato… emozioni, sensazioni sopite dal tempo, adagiate sul fondo dell’anima, rimosse dalla memoria recente.

Ritornare.

Quel pensiero mi aveva ossessionato per giorni e per notti, ma dovevo affrontare le mie questioni in sospeso, riesumare i fantasmi del passato, fronteggiare le mie paure. Due mesi prima avevo ricevuto quella lettera e il baratro del passato mi aveva di nuovo risucchiato nel suo antro oscuro. Mia nonna aveva lasciato un testamento, che per sua volontà si sarebbe dovuto dieci anni dopo la sua morte, e io, unico erede, avrei dovuto presenziare all’apertura e alla lettura. Immaginavo che forse mi avrebbe lasciato qualcosa in eredità.

Ma io non volevo nulla da lei.

Pur rinunciando avrei dovuto comunque recarmi presso il notaio dove era stato depositato l’atto, e purtroppo la sede si trovava nella mia città natale. Mi ero messo in viaggio, con mille angosce e paure, con la consapevolezza che ciò che avevo cercato di allontanare il più possibile, fosse ancora là, ad aspettare me.

Finalmente dopo una giornata intera di viaggio giunsi a destinazione. Alloggiai in una modesta pensione in periferia e il giorno seguente presi contatto con il notaio. Poi mi addentrai per le strade di quella città, che ora sentivo completamente estranea e vagabondai senza una meta, in compagnia dei miei tristi ricordi. Nel primo pomeriggio assistetti all’apertura del testamento, ero stato designato unico erede universale.

«Ma signor Landi è sicuro della sua decisione?» mi chiese stupito il notaio.

«Lo, so, forse devo sembrarle un pazzo… ma ho tagliato i ponti con il mio passato e con la signora Corsi…» chiamarla per nome mi permetteva di tenere le distanze.

«Non riesco nemmeno a immaginare le sue motivazioni» continuò l’uomo «ma le assicuro che sta facendo una sciocchezza. Segua il mio consiglio…»

«Se posso, mi dica» risposi infastidito, la conversazione stava per prendere una brutta piega.

«Guardi, si dia del tempo, prima di decidere definitivamente, diciamo… un paio di giorni. Domani mattina l’accompagno nella villa di sua nonna. Lei forse saprà che è rimasta chiusa per quasi vent’anni… vorrei mostrarle cosa ne è rimasto. Quell’immobile ha un valore enorme, all’interno ci sono anche dei quadri e del mobilio di un certo rilievo… è un vero peccato che sia stato tutto abbandonato. Da quando sua nonna si trasferì nella casa di cura nessuno dei suoi parenti più prossimi si è mai interessato a quella proprietà!»

«Lo so… conosco bene quel posto, purtroppo. Ma vede, io non ho nessuna intenzione di tornarci. Ho già il biglietto di ritorno, il treno parte domani alle undici e per quell’ora intendo chiudere questa faccenda» risposi, sempre più inquieto. Avrei voluto alzarmi all’istante e correre via, fuggire da quel posto, dai quei brutti ricordi che ora stavano riaffiorando nel momento in cui il notaio aveva accennato alla villa.

D’un tratto la voce dell’uomo si fece sempre più indistinta, non riuscivo più a decifrare le sue parole, ero come risucchiato in un vortice di flash back. Non erano immagini nitide, piuttosto sensazioni, odori, colori e urla… le SUE urla.

«Signor Landi… mi sta ascoltando?» Un salto con la mente e d’improvviso la voce dell’uomo mi riportò al tempo presente. Il suo sguardo era fisso su di me, con aria interrogativa continuava a chiedermi se tutto andasse bene.

«Sì, certo, non si preoccupi… ho solo un gran mal di testa» risposi cercando di mascherare il mio malessere interiore.

«Inoltre, la signora Corsi mi ha incaricato di darle questa…» disse l’uomo porgendomi una busta.

«Di che si tratta?»

«Credo che sia una lettera… che doveva essere consegnata in occasione dell’apertura del testamento». Allungai la mano tremante, quasi avessi paura di toccare qualcosa di nocivo, di pericoloso. Riconobbi all’istante il profumo che emanava la carta, lo avevo respirato per anni.

Carissimo Lorenzo,

quando leggerai questa lettera saranno passati dieci anni esatti dalla mia dipartita. Avrai di sicuro superato le tue difficoltà e risolto i tuoi problemi, ti abbiamo fornito tutti i mezzi necessari affinché tu affrontassi la tua malattia, senza badare a spese e sono certa che tutto è andato a buon fine. Per questo motivo ritengo che tu debba rientrare in possesso di quell’oggetto a cui tenevi tanto, per ricordarti di come eri e di come invece ora sei cambiato. Ti auguro un’esistenza felice, come quella che abbiamo avuto tuo nonno ed io.

Un grande abbraccio. Tua nonna Alice.

Se in quel preciso momento mi avessero inferto una coltellata non sarebbe stata tanto dolorosa quanto l’immagine che comparve nella mia mente. Come un lampo che ti acceca improvvisamente lo sguardo, rividi l’oggetto che tanto gelosamente avevo custodito, durante i primi anni della mia triste infanzia. Quell’oggetto che avevo tenuto nascosto e tenuto stretto al petto, con il terrore che LEI prima o poi me lo avrebbe portato via strappandomelo dalle mani con violenza, come sempre, come ogni volta che voleva punirmi, per quel mi modo di essere “diverso” dagli altri.

«Va bene, allora andiamo…» Le parole fluirono dalla mia bocca quasi inconsapevolmente, rimasi io stesso sorpreso, eppure il mio cuore mi aveva battuto sul tempo, il mio cuore mi stava guidando verso quel passato da cui avrei voluto fuggire.

Il giorno seguente ci ritrovammo direttamente davanti al portone dell’antica villa. Quella scritta campeggiava in cima, ancora così incredibilmente nitida:

LE CRITICHE SONO FACILI, L’ARTE E’ DIFFICILE.

L’aveva fatta incidere mio nonno, il quale era sempre stato polemico e dispotico nei confronti di tutti, compresi i suoi familiari. Un uomo tutto di un pezzo, che lavorava sodo, dalla mattina alla sera e non accettava critiche sul suo operato e su come la pensava su certi argomenti e proprio per sottolineare il suo atteggiamento intransigente aveva pensato bene di ricordarlo a tutti quelli che varcavano la soglia di casa sua.

Il notaio armeggiò con la chiave e dopo un paio di spintoni il portoncino della villa si aprì leggermente, cercammo allora di spingere entrambi per poter entrare. Dietro le ante un accumulo enorme di foglie secche formava una sorta di barriera e quando riuscimmo ad entrare constatammo che l’intero cortile era in uno stato di pietoso abbandono. Il mio cuore si fermò per una frazione di secondo, o almeno ebbi questa impressione, mentre osservavo il degrado circostante, ripensando a tutto il tempo che avevo trascorso in quello che una volta era un bellissimo giardino, curato personalmente da mia nonna. Mi ricordo ancora del roseto, di quelle fragranze e di quei colori che inondavano l’ambiente e che stridevano con il suo piglio severo, con quel suo sguardo perennemente duro, che sembrava ammonirmi qualsiasi cosa facessi.

La villa, nel suo aspetto così sinistro e decadente, si intravedeva tra i rami dei pioppi, cresciuti a dismisura, e man mano che mi avvicinavo la riscoprivo in tutta la sua maestosità. Le pareti scrostate erano ricoperte per la maggior parte da una vegetazione fitta e selvaggia, che la teneva imbrigliata come in un bozzolo verdeggiante, e quella visione alimentò ancor di più il mio disagio interiore.

A fatica ci avvicinammo all’enorme portone di mogano scuro, camminando su un tappeto di foglie morte e il notaio fu costretto a strappare l’edera che si era avvinghiata intorno ai battenti, nascondendo alla vista anche la serratura.

Un tanfo nauseabondo ci investì appena varcata la soglia, sentivo lo stomaco in subbuglio e la necessità impellente di vomitare, e lo avrei fatto, se non mi fossi imposto di eludere quello stimolo inopportuno.

Tutti i mobili erano ricoperti da enormi teli bianchi e alle pareti i quadri s’intravedevano sotto la coltre trasparente di cellophane, mentre dal soffitto pendeva un enorme lampadario di cristallo completamente imbrigliato da centinaia di ragnatele. Uno spettacolo orribile.

Mi ricordavo la solarità di quel luogo, vent’anni prima, quando tutto era così perfetto, e quel pavimento di marmo rosa, ora di un colore indecifrabile, sul quale risplendeva il riflesso di mille gocce di cristallo. I mobili lucidati a specchio e la stanza sempre piena di fiori freschi, che mia nonna coglieva ogni mattina. Ora tutto appariva così tetro, la patina di polvere scura ricopriva ogni cosa, annullando i colori, rendendo tutto uniformemente grigio. Ci apprestammo a salire nel piano superiore, percorrendo l’ampio scalone di marmo, ingombro di detriti caduti dal soffitto. La prima stanza, lo studio del nonno, aveva la porta spalancata. Mi ricordo che mi era severamente proibito entrare e soprattutto non mi era consentito di toccare la collezione di macchine fotografiche che mio nonno teneva sulla sua grande scrivania di mogano. Quegli oggetti, venerati come reliquie, erano ancora nel medesimo posto e nella stessa posizione, nessuno aveva osato spostarli, neanche dopo la sua morte. Erano ricoperti da uno spesso telo di cellopahne, che con molta cura tirai via.

Proseguimmo il giro nelle altre stanze, alla ricerca di quell’oggetto che volevo ritrovare, a ogni costo. Passammo davanti alla camera dove mia nonna aveva l’abitudine di rinchiudermi quando mi comportavo male, o almeno questa era la sua convizione. Davanti a quella scena provai sofferenza e per un istante fui riportato indietro negli anni. La stanza era semidistrutta, come se fosse passato un ciclone, spazzando via ogni cosa, e in quella desolazione erano rimasti solo una sedia e il letto, sul trascorrevo ore e ore con gli occhi fissi al soffitto. Mi avvicinai e provai la stessa identica sensazione di quando me ne stavo in silenzio, rinchiuso in quell’angusto antro, costretto a meditare sul mio comportamento, che mia nonna definiva “deviato”. Alla fine ci avevo davvero creduto, ero giunto alla conclusione che lei avesse veramente ragione e che la mia malattia fosse grave e inguaribile. Che pazzo ero stato!

Mi allontanai in fretta, sempre con il silenzioso notatio al seguito, alla ricerca frenetica di quell’oggetto. Forse sapevo dove trovarlo. Nello stanzino adibito a ripostiglio vidi infine quello che cercavo. Mi ricordavo di averla nascosta in una cesta vicino alla finestra. Avevo sentito mia nonna arrivare, i suoi passi e il suo bastone battere ritmicamente sul pavimento del corridoio e l’avevo infilata nel primo posto possibile. Era il mio ultimo giorno in quella casa, prima di essere mandato in collegio.

Sapevo che non avrei potuto portare la bambola nel posto dove andavo e lasciarla mi avrebbe aiutato a “guarire” dalla mia malattia. I miei nonni si erano prodigati molto, facendomi visitare da importanti luminari della medicina e tutti avevano concordato che ero ancora in tempo per correggere le mie devianze, ma avrei dovuto farlo in un ambiente adatto, attrezzato per quel genere di problematiche.

Presi la bambola con mani tremanti, quante volte mia nonna me l’aveva strappata via, gettandola contro il muro o sul pavimento con disprezzo e urlandomi che non dovevo tenerla, non potevo giocarci come una “femminuccia”.

Il notaio mi osservava, ostentando indifferenza, ma avvertivo lo stesso disprezzo nel suo sguardo. Non sapevo che farne, di quell’oggetto. Avrei potuto tenerlo, ma in quel caso mi avrebbe procurato una sofferenza infinita, ogni qualvolta lo avessi soltanto guardato, oppure gettarlo via, cercando di rimuovere dalla memoria quel periodo buio e triste della mia vita. Sapevo che in entrambi i casi tutto sarebbe stato inutile, non si può cancellare ciò che si è vissuto. La lasciai in quel posto, insieme ai miei ricordi.

In silenzio tornammo nel salone e poi di nuovo in giardino. Il mio unico pensiero era quello di fuggire via, il più presto possibile. Al diavolo la villa, i mobili e i quadri di valore… al diavolo i suoi soldi, quei maledetti soldi con cui LEI mi aveva tenuto rinchiuso dieci anni della mia vita, in quella sorta di manicomio di lusso, dove intendevano “curare” la mia malattia.

«Signor Landi…»

«No la prego, ne ho abbastanza… forse faccio in tempo a prendere il treno delle diciotto… ora andiamo, firmo quello che c’è da firmare e me ne vado» con quella frase volevo inibire qualsiasi tentativo da parte del notaio di convincermi a ritornare sulla mia decisione. Ci avviammo verso l’uscita, poi mi ricordai di una porta secondaria sul retro della villa che dava su un piccolo bosco.

«Un attimo soltanto, vorrei vedere una cosa, Lei mi aspetti pure qui, torno subito». Mi era tornato in mente che prima di andarmene defintivamente avevo compiuto un gesto per far dispetto a mia nonna. Avevo rubato di nascosto un paio di scarpe, a cui lei teneva in particolare, perché le ricordavano la sua giovinezza. Le custodiva nel suo armadio, in una scatola fucsia, come il colore delle scarpe. Ricordo che le presi e corsi via nel boschetto, portando con me un martello per inchiodarle all’albero più grosso. Quel gesto era una sorta di vendetta nei suoi confronti, per ripagarla con la stessa moneta. Lei mi aveva portato via la mia bambola e io le sottraevo degli oggetti a cui le teneva molto.

Raggiunsi il notaio e tornammo allo studio. All’improvviso ebbi un’idea folgorante. Comunicai al notaio che avrei accettato l’eredità, ma per devolverla interamente a un’associazione a che li avrebbe utilizzati per aiutare persone che avevano avuto i miei stesi problemi. Il notatio non osò formulare domande o fare considerazioni, prese le carte firmate e ripose la cartellina nello schedario. Mi salutò, augurandomi buon viaggio.

Alle diciotto in punto il treno partì dalla stazione. Ero esausto. Chiusi gli occhi nella speranza di potermi riposare e scaricare tutto lo stress accumulato in quelle poche ma intense ore.

Feci un sogno. Mi trovavo nel boschetto dietro la villa e luce aveva un aspetto strano, non sapevo se fosse giorno o notte. Improvvisamente dagli alberi iniziarono a staccarsi migliaia di fogli bianchi, che vorticandomi intorno, rimanevano sospesi nell’aria. Avevo la sensazione di essere immerso in una tempesta e cercavo di allungare una mano verso quei fogli per prenderne uno, ma mi sfuggivano continuamente. Più tendevo le braccia verso l’alto, più i fogli si allontanavano, riuscivo soltanto a vedere l’intestazione, scritta a caratteri cubitali: CARISSIMO LORENZO

Il fischio del treno mi svegliò di colpo. Dopo qualche secondo di smarrimento mi ripresi da quella sorta di incubo, che mi ottundeva la mente. Mi ero illuso, per un attimo, che tutta quella storia fosse stato solo un lunghissimo sogno, ma il treno mi riportò subito alla realtà dei fatti.

Fuori dal finestrino il paesaggio continuava a scorrere indolente, mentre all’orizzonte il sole si apprestava a declinare dietro le sagome scure degli alberi. La campagna andava assumendo un aspetto ancor più malinconico. I ricordi scorrevano veloci nella mia mente, e come in un rewind impazzito ripercorrevo la mia infanzia. Non sono mai guarito dal mio “male” e vivo la mia vita nella consapevolezza che sono le scelte coerenti a forgiare la personalità di ciascuno di noi. Sono ancora convinto che mia nonna intendesse farmi un regalo per la mia futura “redenzione” e attendere oltre dieci anni dopo la sua morte, le avrebbe garantito la sicurezza della mia guarigione… Pura illusione, la natura interiore non si può domare, la puoi nascondere forse, perché essere coerenti, soprattutto con se stessi è davvero la cosa più complicata in questo stupido mondo. Sorrisi immaginando che faccia avrebbe fatto se avesse potuto vedere a quale scopo era stata devoluta la sua cara e preziosa eredità.

Caro Papà

Caro_Papà

Caro Papà,

oggi è una giornata calda e il cielo azzurro irradia una luminosità che cancella ogni ombra di tristezza e riconduce la mia mente ai ricordi spensierati, di quando mi stringevi teneramente la mano per passeggiare fino al parco, dove davamo da mangiare ai piccioni. Conservo ancora quella foto in bianco e nero, quella in cui tenevo stretto il palloncino mentre tu sorridevi al mio fianco. Purtroppo è solo un’immagine della mia infanzia, che diventa ogni giorno più opaca, sbiadita dai problemi del presente e dai tragici ricordi di un recente passato ancora così tristemente vivido: sono passati poco più di tre anni, eppure sembra un’eternità, da quel giorno in cui il fato ha teso la sua trappola crudele, gettandoti in quel baratro di sofferenza infinita. Tre lunghi anni sono trascorsi e mai ho trovato il coraggio di pensare lucidamente a tutto quello che è accaduto, nel mio pensiero sei ancora a casa, con la mamma, sul divano a leggere il tuo giornale preferito, a guardare la televisione oppure a passeggiare per le vie del quartiere.

Ed è proprio in una di queste vie che la speranza di un futuro tranquillo e spensierato si è infranto, lasciando il posto a un vortice di orrore e sofferenza. Nella mia mente si sovrappongo confusamente i ricordi di quei momenti tragici, che ho ricacciato nei meandri più reconditi per cercare invano di dimenticare: la corsa in ospedale… l’immagine di te disteso sulle lettiga… il tuo pianto mentre mi chiedi della mamma… No! Non voglio rievocare quegli istanti, che fanno male, che scavano nell’anima e penetrano in ogni fibra del mio essere.

Voglio solo ricordarti come era gentile il tuo animo. Tu non parlavi mai, ma il tuo sguardo limpido sapeva comunicare. Nei tuoi occhi, color del mare, potevo scorgere i tuoi sentimenti, le tue emozioni… comprendevo quando eri arrabbiato oppure quando la gioia riempiva il tuo animo sensibile.

Ora so apprezzare il tuo coraggio, la scelta di partire lasciando tutto ciò a cui eri legato, per andare incontro a un destino incerto, insicuro, con l’intento di offrire alla famiglia una vita decorosa e un futuro migliore. La tua caparbietà nel cercare di imparare un lavoro di cui non sapevi nulla, tu che a stento avevi conseguito quando eri già adulto, la licenza elementare. Andavi fiera delle tue figlie, che avevano potuto studiare e ricordo ancora la grande soddisfazione di quando orgogliosamente ti vantavi che tua figlia si era laureata.

Anch’io in fondo, sono come te, non sono brava con le parole e forse mai ti ho detto quanto ti voglio bene, quanto ho apprezzato quella tua riservatezza, la tua grande timidezza e la tua forza interiore. Non eri una persona istruita, ma con la tua caparbietà e la tua onestà hai costruito il mio futuro, mi hai dato ciò di cui eri capace, hai fatto l’impossibile e per questo io te ne sarò sempre grata.

Desidero ora, regalarti una poesia, pochi versi, raccolti sull’onda dell’emozione suscitata dal tuo ricordo:

 

Aria dolce, tiepido sole di primavera,
le grida festose dei bimbi,
e la tua mano grande e sicura,
che stringe la mia.

Silenzio profondo, nero come la pece,
penombra gelida penetra le ossa,
volto di marmo
sguardo serrato
labbra senza più parole.

Immagini che si sovrappongono nella mente

e confondono il dolce passato con il tragico presente.

Il tempo sopisce, ma non cancella
e il ricordo soltanto consola, lenisce il dolore perpetuo.

 

Il ricordo conduce oltre,

colma l’abisso tra la vita e la morte…

C’è il sole,

vieni Papà, stringi un po’ di più la mia mano,
regalami ancora il tuo dolce sorriso e saremo, per sempre,

Ancora insieme…

Racconto primo classificato al concorso nazionale del COMIRAP: Ancora insieme…Una lettera a chi non è più con noi

TERRE DESOLATE

Terre_DesolateShamira teneva stretto al petto il piccolo fagotto avvolto nel suo scialle consunto. Nella galleria umida e semibuia uno strato di putridume maleodorante ricopriva il suolo lungo tutto il tragitto, costringendola a tenere un’andatura prudente per evitare di scivolare in quella melma verdastra. Il soffitto mostrava innumerevoli falle da dove l’acqua continuava a filtrare, goccia dopo goccia, da un tempo immemorabile.

La donna, oramai priva di forze, avanzava per inerzia, ma era soprattutto la paura che la costringeva ad andare avanti senza sosta. Tre giorni prima il suo bambino era venuto al mondo, in quel mondo che, qualcuno disse, “era andato avanti”. Si guardava alle spalle, continuamente, per il timore di essere pedinata, per una come lei l’accesso al territorio proibito era precluso oramai da diverse generazioni.

La Casta dei Puri aveva esteso il suo dominio sulla sola parte del territorio terrestre rimasto incolume dalla catastrofe naturale che aveva coinvolto il mondo. Una carestia senza precedenti aveva ridotto alla fame le popolazioni più deboli costringendo i superstiti a cercare rifugio nei territori più ricchi. L’incontenibile migrazione umana si era sospinta per mare e per terra verso le terre fertili del Nord dando il via a una sorta di invasione silenziosa.

In principio la solidarietà aveva dato spazio ai derelitti e ai disperati, ma le risorse sempre più scarse avevano messo le due parti una contro l’altra. Ne era scaturito un conflitto mondiale, gli Immigrati avevano cercato di rivendicare i propri diritti, ritenendo che ciò che la natura era ancora in grado di elargire andava spartito tra i superstiti. Aveva avuto la meglio chi possedeva il potere economico e i vincitori si erano proclamati “Casta dei Puri” lasciando il resto del mondo al proprio ineluttabile destino.

Il bambino iniziò a frignare.

Non ora, piccolo mio, non ora. Shamira allungò il passo. La sua era stata una visita breve, giusto il tempo di far conoscere il bambino al padre naturale. Mai nella sua vita avrebbe immaginato di poter avere un figlio “Puro”, come erano designati i figli della Casta, la sua era stata una scelta difficile, tormentata ma alla fine di tutto aveva deciso di tenere ugualmente il bambino.

Aveva conosciuto Ramez nelle “Terre Desolate” un territorio inospitale al confine tra i due mondi, dove la Casta riversava i propri rifiuti e dove gli Immigrati si recavano alla ricerca di cibo e materiale da riciclare.

Quel giorno Shamira era intenta nella raccolta del ferro, da fondere per ottenere utensili e recipienti. Il territorio era costantemente immerso in un flutto di fumi, vapori e di olezzi che facevano rivoltare lo stomaco, ma la disperazione le faceva sopportare quel tanfo nauseabondo.

Improvvisamente comparve accanto a lei un’ombra e quando alzò lo sguardo rimase folgorata da quell’immagine irreale. Un uomo alto, con la carnagione chiarissima e i fluenti capelli biondi la stava osservando in silenzio. La donna si alzò di scatto, con l’intento di fuggire.

«Aspetta! Non andartene, non voglio farti del male!» L’immagine diafana dell’uomo si mosse come per inseguirla. Shamira si arrestò, il suo istinto le suggerì che poteva fidarsi e la possibilità di poter vedere un “Puro” con i propri occhi la fece desistere dal suo intento. Rimase ferma, senza dire una parola, con una espressione particolare nello sguardo, tra lo stupore e la paura.

Quello che avvenne in seguito non lo rivelò mai ad alcuno. Fu una storia folle, costellata di peripezie e sotterfugi per poter incontrare il suo uomo. Una storia d’amore, nonostante tutto, a dispetto del divario incolmabile delle loro appartenenze e contro la legge della Casta che puniva con la morte la promiscuità tra le due razze. Vigeva il divieto assoluto di frequentare gli Immigrati e a questi era vietato l’accesso al paradiso terrestre dei Puri, ma l’Amore a volte travalica qualsiasi confine, qualsiasi distanza, qualsiasi differenza, l’abbandono al sentimento del dare e dall’avere senza fine alcuno se non quello del piacere di stare insieme livella il genere umano, abolisce le caste, le gerarchie, rende tutti ugualmente fragili e indifesi di fronte al grande mistero dell’Amore Vero.

Questi pensieri fluivano nella mente di Shamira, mentre con dolcezza allattava la sua creatura. Con fatica aveva raggiunto la fine della galleria e ora riposava con la schiena appoggiata sul tronco di un albero da quel punto poteva osservare la città proibita, stagliata sulla cima del ripido pendio, nelle cui viscere si snodava il passaggio segreto.

Quale sarebbe stato il destino di quel bimbo, si domandò osservandolo e un’ombra pesante le avvolse l’animo. La carnagione era chiarissima, levigata come porcellana, sul piccolo capo una folta peluria bionda le lasciava presagire di quale colore sarebbero stati i suoi capelli.

Le sue mani scure creavano un contrasto netto su quella pelle così candida. Tutti i suoi simili avevano la pelle olivastra se non addirittura nera come la pece, frutto di incroci fra razze appartenenti al Sud del vecchio mondo. Da innumerevole tempo nessuno si era più mescolato con la razza dei Puri, che invece era divenuti sempre più diafani.

Che vita avrebbe avuto quel bambino dalla pelle chiara e i capelli biondi? Questo pensiero iniziò a ramificarsi nella sua mente, dando vita ad altri mille dubbi e incertezze.

Ma la risposta era chiara e ineluttabile, davanti ai suoi occhi.

Non poteva ignorarla.

Shamira era consapevole che mai avrebbe avuto un futuro in comune con il suo Ramez, entrambi avevano accettato il rischio di trovarsi in quella situazione e ora che il bimbo era nato bisognava a tutti i costi trovare una soluzione.

La proposta del suo uomo, dopo aver visto il neonato era stata quella di farlo crescere con lui, nel territorio della Casta. Il suo aspetto avrebbe ingannato tutti, nessuno avrebbe mai scoperto la sua vera origine, mentre se fosse rimasto con Shamira subito sarebbe stato evidente che quel bambino era nato da un’unione proibita.

Calde lacrime scivolarono lentamente a rigarle il volto, si asciugò con il dorso della mano per evitare che colpissero il capo del suo bambino addormentato. L’ansia gli attanagliò le viscere, al pensiero di abbandonarlo, ma al tempo stesso immaginò gli sguardi ostili della sua gente, immaginò la loro sete di vendetta… non l’avrebbero lasciato vivere a lungo.

Si alzò, con la morte nel cuore. Ramez le aveva consigliato di pensare a quella soluzione, con calma. Tra due giorni si sarebbero rivisti alla fine del tunnel e lei gli avrebbe comunicato la decisione presa.

In quell’istante divenne cosciente di quale sarebbe stata…