Disegna la tua storia – la partenza

Niente immagine accattivante, sono una ricavata da Focus.it del tragitto che new Horizon ha compiuto in tredici anni.

Credit immage Focus.it

Ed ecco il racconto

Buona lettura.

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

 

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Quella notte, nel bosco…

Quella notte, nel bosco Sofia emerse dai vapori che la terra faceva salire verso il cielo. Percorreva un sentiero nel buio della notte illuminando i passi con la torcia del telefono. Una luce spettrale che si muoveva oscillante con l’incedere della ragazza. Il rumore del suo respiro rompeva il silenzio che l’avvolgeva. Anche gli animali trattenevano il fiato come se temessero per la sua vita.

Lei andava nel bosco sopra la montagna di Venusia ogni volta che ritornava dall’università di Ludi, dove frequentava il corso di agraria. Era sua intenzione diventare agronoma, occuparsi del bosco e aiutare i contadini nel loro lavoro.

Però quel giorno si era attardata oltre il consueto e il buio l’aveva colta di sorpresa. Con Tobia, l’infaticabile amico a quattro zampe si era spinta in un punto del bosco che non aveva mai esplorato.

Una radura circondata da castagni secolari, contorti per contrastare il vento e mostrare il loro dolore, si era aperta in modo inaspettato alla sua vista, sbucando dall’intrico del sottobosco fatto di rovi fitti e pungenti col loro carico di frutti acerbi. Le felci nascondevano insidie e trabocchetti. Il profumo delle fragole selvatiche si mescolava con quello umido dei funghi.

Quel giorno Sofia era decisa a seguire un sentiero mai percorso, spinta dalla curiosità di esplorare quella parte di bosco che non conosceva. Salì piccoli pendii e ripide discese in vallette dove i raggi del sole stentavano a perforare la cappa verde che le sovrastava. Quando all’improvviso passò dalla semi oscurità del sottobosco alla luce della radura.

L’erba era moderatamente alta costellata qua e là da fiori colorati. Ranuncoli selvatici, scarpette della madonna e vasti appezzamenti bianchi di margherite.

«Oh!» esclamò sorpresa nell’osservare questo angolo di bosco. Non aveva mai immaginato di trovare tanti colori in così poco spazio.

Ne raccolse da comporre un mazzetto odoroso, mentre Tobia annusava ogni punti alla ricerca del passaggio di qualche selvatico. Mentre Sofia era concentrata nella scelta dello stelo da prendere, il cane non smetteva di correre da un punto all’altro della radura.

Come se qualcuno avesse spento l’interruttore della luce, l’oscurità calò di colpo riempiendo di grigio ogni cosa.

«Vieni, Tobia» chiamò il cane. «Si è fatto tardi. Dobbiamo tornare indietro».

Infilò un sentiero tra due castagni carichi di frutti ancora verdi, perché le sembrò di ricordare che erano arrivati da quella parte. Camminarono spediti, mentre la luce si affievoliva sempre di più. Però Sofia non ricordava di aver mai percorso quel sentiero, nemmeno prima, quando si era avventurata per quella pista inesplorata. Si era inerpicata su pendi e affrontato discese, ma adesso il tracciato era piano e le sembrò di girare intorno alla radura.

«Possibile che mi sia persa?» mormorò per darsi coraggio, mentre Tobia non si allontanava di un centimetro dalla sua gamba sinistra.

Trovava strano il suo comportamento, perché nelle era solito correre a destra e sinistra in un incessante moto. Pareva avesse timore di perdersi, di perdere il suo capobranco. La lingua a penzoloni, il respiro profondo erano il tratto distintivo del suo incedere: non un guaito, né un latrato.

Sofia avvertiva un peso sul petto che la faceva respirare male a bocca aperta per immettere più aria possibile nei polmoni. Sopra di lei il verde sempre più cupo del fogliame incombeva come la mannaia del boia sul collo del condannato. Si fermò per riprendere fiato e ragionare senza l’incubo della paura.

«Dove siamo?» domandò a Tobia che sollevò il capo, mentre intravvedeva solo i suoi contorni.

Sofia rise, una risata stridula figlia della paura, che strisciava dentro di lei. Prese il telefono e aprì l’app della bussola. Mosse qualche passo verso il punto in cui presumeva si trovasse Venusia. Indicava nord, ma il bosco degli spiriti era a settentrione rispetto il paese. Capì che stava andando nella direzione sbagliata.

«E tu, non mi correggi?» disse con tono di rimprovero verso Tobia che abbassò le orecchie, mentre ruotarono di centottanta gradi per andare verso sud in direzione di Venusia.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – lo scoiattolo

Un’altra bella immagine di Waldprok che ha immortalato uno splendido esemplare di scoiattolo rosso.

Buona lettura

Sofia lo ama e lo coccola ogni volta che va nel bosco. Lui è furbo. Se ne sta rintanato tra le foglie del larice, dove si è costruito una comoda e ben nascosta tana.

Passa molto tempo a cercare cibo come una brava formichina. Un lavoro incessante su e giù dal tronco, mentre le provviste crescono. Però è sempre attento a tutti i rumori per evitare i guai. Già una volta aveva rischiato di finire impagliato perché un estraneo un giorno si era presentato nel bosco armato da un bastone micidiale. Faceva un rumore assordante e sputava dei cilindri appuntiti. Quel giorno aveva visto l’amica tortora stramazzare al suolo immobile dopo che quello strano bastone aveva prodotto un frastuono incredibile che aveva rotto il silenzio del bosco.

Svelto aveva abbandonato il suo carico di ghiande per salire rapido nel suo nido. E aveva fatto bene, perché aveva sentito il tronco vibrare. Qualche giorno più tardi, dopo essere rimasto immobile e in silenzio nella sua tana, aveva notato che nel tronco c’era un foro sospetto. “Guarda un po’!” esclamò vedendo quel segno. “Se fossi rimasto lì con le mie provviste, non avrei potuto raccontare questa storia”.

Elisa l’ha battezzato Cip, ricordando un famoso cartoon di Walt Disney, dove due scoiattoli danno vita a grandi imprese per la gioia di bambini e adulti. Come Cip, curioso e furbo. Attivo nella fornitura di cibarie pescava anche dai cestini dei gitanti.

All’inizio Cip era diffidente nei confronti di quella donna che lo chiamava con uno strano nome. Avrebbe voluto avvertirla che in realtà il suo nome è Ciop e non quella storpiatura con cui lo chiama. Però gli lascia ai piedi del suo larice tante leccornie, che vinta l’iniziale diffidenza aveva trovato di suo gradimento.

Dunque una mattina di settembre Sofia si avventura nel bosco avvolto da un alone plumbeo di nebbia bagnata e appiccicosa per la consueta passeggiata con Tobia. Ha con sé un sacchetto pieno di ghiande e di mandorle per il siìuoi amico Cip.

«Cip dove sei?» chiede ad alta voce, sbirciando tra il fogliame del larice nella speranza di cogliere quel musetto simpatico.

Non vede nulla e al suo richiamo lo scoiattolo non compare. Sofia alza le spalle, si stringe nella cerata gialla e si allontana lasciando ai piedi dell’albero il sacchetto.

Mentre si allontana, si gira più volte per osservare se il suo amichetto si fa vedere come il solito.

Alla fine delusa Sofia riprende la via di casa.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – La luna rossa

Splendida immagine tratta da Waldprok ed ecco che la cronaca da Venusia si arricchisce di un nuovo racconto.

Buona lettura

Tutto il mondo è in fibrillazione, perché dopo il 31 gennaio della doppia eclissi della luna blu e rossa, che i più vecchi non ricordavano, ce ne sarà una della durata incredibile di otto ore.

Però è Venusiolandia l’area dove il fenomeno della luna rossa sarà magnifico. A Venusia si sarebbero potute scattare immagini stupende, perché l’inquinamento luminoso è praticamente zero, perché le strade sono per lo più al buio. Al calar del sole tutti si chiudono in casa e le vie sono il dominio delle liti dei gatti.

I venusiani per la sera del 27 luglio si sono armati di cannocchiali, piccoli telescopi, macchine fotografiche, telefoni sistemandosi nel parco, sulla panchina o semplicemente alla finestra o sul balcone di casa.

Da Sghego hanno spostato i tavoli fuori dal tendone per ammirare lo spicchio di cielo dove il fenomeno sarà visibile. Mario, Ermete e gli altri accaniti giocatori non sembrano interessati all’eclissi.

«Porta sfiga» dice Ermete, mentre cala i due di bastoni a trionfo.

«Scimunito!» impreca Mario, il compagno. «Il tre è ancora fuori. Usa la testa invece di pensare alla luna rossa».

Ermete scrolla le spalle, mentre Berto sogghigna calando il tre facendo sua la mano.

«Prendi» dice Ermete, allungando le sue carte a Martino che in quella partita è il giocatore d’angolo. «Mi sono stancato. Faccio quattro passi per sgranchire le gambe».

Mentre Ermete si allontana per fumarsi una cicca in pace, Sandra e Lorenzo tenendosi per mano si avviano verso la Fortezza, dove lo spettacolo della luna rossa sarà superbo.

La Fortezza sta nel punto più alto della Montagna, proprio in cima fuori dal bosco degli spiriti ma si sa che i venusiani non amano mettere piede lì di giorno, figuriamoci di notte.

I due ragazzi sono stati preceduti da altri due venusiani che non credono che il bosco sia abitato da spiriti: Sofia e la piccola Elisa, che ha ottenuto il permesso di salire alla Fortezza in sua compagnia.

La serata è limpida senza una nuvoletta, nemmeno una. Il cielo si riempe a poco a poco di stelle, come se qualcuno le accendesse con un interruttore.

«Cosa sono quelle tre stelle che sembrano quelle presepe?» chiede Elisa, seduta con Sofia sul torrione più alto della Fortezza.

La battuta ingenua della bambina fa sorridere nell’oscurità più buia Sofia, che ridacchia sommessamente. È vero che quei tre punti luminosi sembrano avere tanti raggi come le stelle del presepe. In realtà non sono tre stelle ma Marte, Giove e Saturno che per un curioso meccanismo sono vicini tra loro nel cielo.

«Elisa sono tre pianeti, molto distanti dalla terra ma risplendono come se una mano fatata abbia accesso tutte le loro luci» afferma Sofia, scorgendo nell’oscurità il profilo della bambina rivolto verso il cielo.

Mentre Sofia sta spiegando a Elisa cosa sono quei tre punti luminosi, sentono dei passi e delle voci ovattate che si avvicinano. Una torcia azionata da Lorenzo li illumina.

«Ci siete anche voi a gustarvi lo spettacolo della luna rossa!» afferma Lorenzo, sistemandosi con Sandra accanto a loro.

Lo spettacolo inizia.

 

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – La statua

Una statua sommersa nel verde ma Etiliyle l’ ha immortalata con uno scatto. Nuova storia di Venusia.

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Buona lettura

Immersa nel verde poco prima del bosco sta una statua che tutti ricordano sempre lì. Fa parte del paesaggio e se sparisse, se ne accorgerebbero tutti. Una volta era bianca, candida, adesso è piena di macchie verdi e chiazze grigio nere, i segni del tempo che scorre. È il punto di ritrovo di Sandra e Lorenzo. Da qui partono per le loro passeggiate verso la Fortezza, che si erge la dove termina il bosco.

I due innamorati non seguono la via più diretta: il sentiero che attraversa il bosco ma girano introno alla collina per salire nel tratto privo di alberi. Solo cespugli bassi, rovi e tante felci. Una passeggiata quasi quotidiana di un paio d’ore, prima che il sole cali sull’orizzonte.

Anche oggi è come nei giorni precedenti.

«Appuntamento alle cinque» ha detto Sandra il giorno prima, quando Lorenzo le ha dato il bacio della buonanotte sull’uscio di casa.

Alle cinque in punto né un minuto prima né dopo i due ragazzi si ritrovano presso la loro statua, la Venere col cestello. La chiamano così perché è il simbolo del loro amore.

Sandra arriva dalla destra, Lorenzo dalla sinistra, convergendo sulla loro icona.

«Non noti niente di diverso?» chiede Sandra, che si è accorta di un luccichio anomalo dietro la loro Venere.

Lorenzo stringe gli occhi non per il sole, che comunque c’è, ma per mettere a fuoco il punto segnalato dalla ragazza. Lui vede la statua, le erbe che ormai arrivano al busto ma non il luccichio che dice Sandra.

«Ma dove?» chiede il ragazzo che si è fermato per osservare meglio la loro statua.

«Ma lì» addita con l’indice destro un punto non ben definito della loro Venere.

Lorenzo riduce a una fessura i suoi occhi sperando di cogliere quello che Sandra indica in maniera perentoria.

La ragazza fa due passi avanti e poi si mette a ridere, mentre Lorenzo la guarda perplesso. Lui non vede nulla e non comprende l’ilarità di Sandra, che solleva come un trofeo un manubrio di bicicletta.

«Chissà come è finito qua» borbotta Lorenzo che non è riuscito a vederlo nonostante abbia perlustrato con gli occhi ogni centimetro della statua alla ricerca del luccichio.

«E ora cosa ne facciamo?» chiede il ragazzo, perché a lui proprio non interessa.

«Lo prendiamo con noi per metterlo nel cassonetto del ferro» replica Sandra, afferrandolo con la sinistra.

«Oggi la passeggiata ha un intruso» sospira Lorenzo, prendendola sotto braccio.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – occhio magico

Da questa stupenda immagine di Waldprok nasce un mini racconto senza troppe pretese. Venusia e i suoi abitanti sono sempre lì ad accogliere i viandanti della lettura.

Buona lettura.

La sera si avvicina e nello stagno delle anatre si specchia il sole, spuntando da dietro le nuvole. Però le anatre non ci sono. Loro arriveranno a ottobre per riposare qualche giorno prima di riprendere il volo verso sud.

Pino ci viene quasi tutti i giorni nella speranza di vederle che pigramente si lasciano dondolare sull’acqua e poi come colpiti da qualcosa si tuffano con la testa sotto la superficie in maniera repentina. Lui rimane affascinato dalla velocità con cui compiono questa operazione.

Pino è un ragazzino di dieci anni, alto due soldi di cacio con lo sguardo vispo e allegro. Sembra insignificante ma in realtà è un motorino inesauribile come se la carica non finisse mai. I suoi genitori lo lasciano libero di muoversi dove vuole durante l’estate. A scuola è il migliore. Insuperabile in matematica, discreto in italiano. Quest’anno ha finito le elementari e il prossimo settembre andrà all’unica media di Venusia con un bel giudizio più che lusinghiero.

Questa sera, come le altre, Pino si trova sul bordo dello stagno all’ombra di un leccio centenario a osservare la sua superficie liscia senza nemmeno una piccola increspatura. Una leggera bava mitiga la calura e muove gli steli del prato, che sta soffrendo il caldo. Tiene fra i denti un filo d’erba che fa fischiare con abilità. Glielo ha insegnato il nonno prima di morire. Pino in certe giornate ne sente la mancanza. Per lui era una guida, una fonte di conoscenze spicciole che nessun maestro è in grado d’insegnare. Una lenta melodia accompagna questo momento di tristezza, mentre il globo giallo si inabissa lentamente nello stagno.

Alle sue spalle nel folto dei rami una capinera intona il suo canto.

Pino rimane in ascolto a bocca aperta e fa cadere il filo che teneva fra le labbra fra l’erba che cresce sul bordo dello stagno.

Le ombre si allungano nella sera e lo stagno si prepara alla notte. Pino a malincuore si alza per tornare a casa, mentre il sole è sparito dietro le nuvole che avvampano di rosso. Indugia ancora. Gli dispiace lasciare questo posto che ha conquistato la sua fantasia.

Ci sono piccoli velieri che navigano sull’acqua dalle vele colorate spinte dal vento che piega la canne palustri. Lasciano il piccolo porto ricavato in un’insenatura per andare verso l’ignoto. Sono migranti in cerca di fortuna in terre lontane e sconosciute. Sulla riva le moglie li salutano con le mani e i fazzoletti, mentre ricambiano sventolando i loro berretti. Poi tutto si svuota in un crescendo di luci sempre più flebili e di ombre più minacciose.

Pino si volta verso lo stagno prima di affrontare il sentiero diretto a Venusia. In parte corre sotto il tetto verde del bosco di lecci e l’ultimo tratto sotto il cielo che inscurisce.

Le prime case di Venusia si mostrano agli occhi di Pino, che affretta il passo. La mamma si raccomanda sempre di essere in casa prima che il sole sia tramontato del tutto e lui sa di essere in ritardo.

Un ultimo sguardo e poi sta tra le case basse e gli orti del paese che lo inghiottiscono dentro di sé.

Disegna la tua storia – un’immagine di Marzia – Un puf!

Marzia propone un indovinello ed io raccolgo la sfida. Ecco l’immagine

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ed ecco il racconto

Il ventisei di giugno a Venusia si festeggia SS. Giovanni e Paolo ed è festa grande.

La grande piazza, quella con la fontana senz’acqua, che in realtà è anche l’unica del paese, si riempe di bancarelle e stand colorati. Qualcuno propone il palo della cuccagna ma fare un buco nell’asfalto è come fare un buco nell’acqua. Allora si ripiega sulla giostra, quella di una volta, coi cavallini, i cigni e animali alati, ma il problema è un altro. La giostra gira vuota o quasi per mancanza della materia prima: i bambini. Niente giostra, nemmeno il palo della cuccagna. Ma cosa fare?

«Idea!» esclama Valentina, che vorrebbe essere la creativa del paese.

Tutti si voltano e aspettano la grandiosa e meravigliosa invenzione della sua mente vulcanica.

«Facciamo uno stand dove al posto dei barattoli mettiamo le immagini del borgomastro e dei consiglieri comunali».

Tutti scrollano le spalle, teste comprese. Pensavano a chi sa che cosa, invece un’idea piccola piccola.

«Chissà che gusto c’è tirare una palla sulla foto del borgomastro» spiega Ermete, che ha la lingua lunga e poco cervello. «Sarebbe più emozionante se ci fosse lui in persona».

Tutti scoppiano a ridere per la proposta provocatoria di Ermete, che mette il broncio perché lo stanno dileggiando.

Insomma l’organizzazione della festa è una bella occasione per litigare. Tutti contro tutti.

«Eureka!»

Tutti si girano verso Martino, che sembra annunciare il ritrovamento del tesoro nascosto due secoli fa in una casa di Venusia.

Martino resta in silenzio calamitando gli sguardi perplessi e curiosi degli avventori da Sghego. Si sente solo il ronzio di un’ape che per sbaglio è finita lì in mezzo agli organizzatori della festa.

«Mettiamo i tavoli di Sghego in piazza…».

«Perché dovremmo fare questa fatica. Si sta tanto bene qui sotto il glicine e la passiflora» rimbecca Berto, che manda giù una sorsata di raboso, seguito da un poderoso rutto.

«Che maleducato» urla Valentina, alzandosi in piedi.

«…e poi facciamo un torneo di rubamazzo. Chi perde…» continua Martino ignorando le varie interruzioni.

«Lava i piatti per dieci giorni» chiosa Ermete, suscitando l’ilarità generale.

«Insomma abbiamo capito. Facciamo come gli anni precedenti. Bancarelle, stand gastronomici, la processione dei due Santi e lo spettacolo pirotecnico per chiudere» dice Sghego con grembiule bianco legato in cintura.

Il ventisei giugno alle ventitré inizia lo spettacolo con tutta Venusia a naso in su.

Puf! Bot! Splash! E il cielo grigio si riempe di patetici sbuffi. Si erano dimenticati di mettere al riparo bombe, petardi, spolette, stelle, quando nel pomeriggio c’è stato il consueto acquazzone.

 

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la fontana

Una bella immagine di Etiliyle e zac una pessima storia.

Etiliyle-Luca Molinari Photo-Calice

A Venusia c’è solo una grande piazza Al centro una fontana: marmo e cannelli di rame che dovrebbero zampillare acqua ma sono sempre a secco. È il posto delle grandi adunate, quelle faraoniche, si fa per dire, quando il borgomastro deve fare le comunicazioni a tutti i cittadini di Venusia. Anche se siamo nel nuovo millennio internet non esiste ma nemmeno quello delle cose. Facebook e altre diavolerie non sono note. Whatsapp? Cos’è? Insomma niente tecnologia per fare le comunicazioni a tutti i cittadini. Esiste solo la grande piazza con la fontana di Bustonero. Comunicazione immediata e senza sorprese.

Quando non è impegnata dal borgomastro, in verità assai di rado, è il terreno di giochi dei bambini venusiani. Non sono molti, perché anche qui le nascite avvengono col contagocce ma ci sono.

La piazz a è la loro pista per le corse in bicicletta o sugli skateboard. L’asfalto è ruvido e lascia segni dolorosi sulle gambe ma non demordono. Cadono, si rialzano e piagnucolano ma poi tornano a correre e cadere. Però anche altri giochi di strada si svolgono in quello spiazzo ardente nei mesi estivi.

Ad aprile quando le giornate sono soleggiate ma ancora fresche bambine e bambini occupano la piazza, cercando di convivere senza litigare come fanno i grandi, quando si ritrovano insieme.

Elisa capeggia la schiera delle femmine che si sistemano a sinistra della fontana. Pino invece è il capo dei maschi che non possono gareggiare con biciclette, e si accontentano di giocare coi tappi.

Elisa porta da casa i gessetti colorati per disegnare sull’asfalto il campo di gioco. Sette caselle e il cielo da raggiungere. Disegna una riga dietro la quale si sistemano.

“Un due tre… la peppina fa il caffè… fa il caffè di cioccolata… la peppina è malata”.

È la filastrocca che usa Elisa per contare chi deve iniziare il gioco. Viene lanciato il sassolino ma manca la prima casella. Subito Cecilia viene eliminata. Nuova conta. Questa volta il sassolino centra la casella. Roberta fa un salto col piede destro. Ondeggia pericolosamente ma resta in piedi. Lo raccoglie in equilibrio precario su la gamba destra. Lo lancia nella seconda casella con perizia ma la deve centrare col piede sinistro, tenendo sollevato il destro Un salto maldestro che la fa rovinare a terra. Il gioco prosegue finché esauste non si siedono sotto l’unica ombra della piazza. Quella sotto un alberello gracile ed esile che dovrebbe essere un tiglio. Osservano Pino e i suoi compagni che stanno facendo la corsa coi tappi corona, dove hanno racchiuso la figurina dei loro corridori preferiti.

«Hai tagliato la curva» urla Ernesto. «Devi tornare indietro».

«No! Ho solo toccato la riga» rimbecca acido Pietro.

Ernesto è rosso in viso per la collera, perché rischia di perdere il Giro di Venusia e lui a perdere non ci sta. Si fronteggiano minacciosamente pronti a litigare con le mani, quando Pino si interpone tra loro.

«Pietro» afferma con calma il ragazzino. «Ernesto ha ragione. Quindi torna al punto di partenza».

Pietro sbuffa e getta con stizza il suo tappo lontano, mentre si allontana tutto arrabbiato.

«Sempre così finisce» sussurra Elisa sottovoce a Monica. «Tutte le volte il gioco finisce in un litigio».

Disegna la tua storia -un’immagine di Etiliyle – il lupetto


Questa straordinaria immagine è di Etiliyle e Whiskey merita un racconto.

A Venusia i cani non sono molto amati e quei pochi che ci sono assolvono a compiti precisi.
Nelle abitazioni più prossime ai campi ci sono diverse colonie di topi campagnoli, che quando piove amano ripararsi nelle cantine. Ernesto, stanco di averli tra i piedi nei momenti più inopportuni, è andato in città per comprare un gatto ma alla fine nell’unico negozio degli animali gli hanno appioppato un ratonero, un cane di origine spagnola, che non lo ha deluso. Questo cane è un abilissimo cacciatore e li ha convinti che era meglio non avventurarsi dalle parti della casa di Ernesto per non fare una brutta fine.
«Molto meglio di gatto» dice quando passeggia per il centro di Venusia. Qualcuno ride, osservandolo. Alto due spanne, fisico asciutto ma non muscoloso, sempre pronto a giocare. Però chi l’ha visto all’opera, è rimasto strabiliato per la fulmineità con cui cattura i topolini di campagna.
Un altro paio, un bracco e un segugio, si dedicano alla caccia. Non che a Venusia ci siano dei veri cacciatori ma un paio di soggetti che tengono la doppietta in soffitta. Questi, sempre inattivi, hanno messo la pancetta come qualche ozioso venusiano.
Tobia è il cane di Sofia. Un meticcio senza pedigree, di taglia grande, dal fisico robusto. Sa come farsi rispettare mostrando minaccioso una dentatura forte e perfetta. Non ha paura di nulla ed è pronto a difenderla da qualsiasi minaccia specialmente quando sta all’aria aperta con lei.
Sofia è una dei pochi venusiani che ama passeggiare nel bosco degli Spiriti, quando non frequenta l’università e si trova a Venusia. Qui ci sono diversi animali che è meglio evitare. Un branco di lupi, una coppia di orsi sono i più temuti.
In un pomeriggio di maggio la ragazza percorre il sentiero che porta nel folto del bosco, accompagnata dal fido Tobia, quando lo sente abbaiare con furia. Non è il solito ringhiare di quando incontra qualche selvatico ma pareva una richiesta di aiuto. Sofia affretta il passo e si addentra nel bosco seguendo l’indicazione dei latrati di Tobia. Poco distante in una radura lo vede vicino a un fagotto di pelo marrone rossiccio che guaisce debolmente. Si avvicina scoprendo che è un cucciolo di lupo, che non riesce a camminare. Mostra i denti senza intimorire Tobia che smette di abbaiare vista la sua presenza.
Sofia è incerta se prendere il lupacchiotto oppure lasciarlo lì. Ha la zampa anteriore in una posizione innaturale. Probabilmente è stato abbandonato dal branco ma se resta nel bosco è destinato a morire. Sa di rischiare un morso, perché questo cucciolo non è come il suo Tobia al momento del ritrovamento. Il lupetto è selvatico. Non conosce l’uomo ed è diffidente.
“Lo prendo o non lo prendo” pensa Sofia, osservando Tobia che lo afferra dietro la nuca sollevandolo. Adesso non ha dubbi, anche se in effetti non li ha avuti nemmeno prima.
Il lupetto si dimena, guaisce ma alla fine comprende che questi due sconosciuti sono la sua salvezza.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – l’arcobaleno

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È stata una primavera piovosa a Venusia come non si ricordava da molto tempo ma forse come tutti, i venusiani hanno la memoria corta. Quindi si dice sempre ‘è l’estate più calda’, ‘l’inverno più freddo’, ‘la primavera più piovosa’ anche se in realtà non è vero per nulla. Però a Venusia non si parlava d’altro.
«Non ricordo un tempo così piovoso» dice Berto, seduto sotto il tendone davanti al bar da Sghego, mentre sta facendo un partita a scopa con gli amici.
Berto è un omino di mezz’età con una vistosa incipiente calvizia. Non hai mai lavorato seriamente e adesso passa i suoi pomeriggi a giocare a carte come un pensionato.
«Pensa alla partita anziché al tempo» lo rimbecca Martino, il compagno di gioco.
Martino è più giovane di Berto, Alto, allampanato e anche lui poco disposto a impegnarsi col lavoro. Tanti piccoli mestieri per sbarcare il lunario ma il posto fisso non lo interessa. Anzi non lo cerca proprio
«Ha ragione» ridacchia Alberto, che con l’asso raccoglie un bel po’ di denari sul tavolo oltre a fare scopa.
Alberto è l’unico del quartetto che potrebbe passare il suo tempo a giocare a carte. Basso, coi capelli bianchi e i baffi ingialliti dalla nicotina. È il vecchio e dopo una vita a lavorare i campi altrui si sta godendo la pensione. “Poca roba” dice sempre, glissando sull’importo.
Il quarto, Marino, è il più giovane ed è anche l’unico che lavora seriamente. Fisico da culturista, capelli tagliati a spazzola e viso abbronzato per la vita all’aria aperta. Ha uno splendido vigneto, che cura personalmente.
Berto si fa scuro in viso, perché quel Martino è una vera schiappa, mentre i due avversari lavorano bene con le carte. Vorrebbe buttarle via ma si trattiene. Sbuffa, mima con le mani ‘che culo!’ verso gli avversari ma non replica al compagno.
Il tendone ripara dalla pioggia ma gocciola con abbondanza e devono spostare il tavolo un po’ più verso il centro per non bagnarsi con gli schizzi sul marciapiede.
Sul tavolo oltre alle carte ci sono diversi bicchieri vuoti e la bottiglia di raboso con un dito scarso di vino sul fondo.
«Se non ci diamo una mossa» brontola Berto mentre cala un sette per prendere il settebello, «ci tocca di pagare un bel botto».
Martino non risponde, perché le sue carte fanno schifo. “Oggi proprio non è giornata” pensa, pescando un cinque di spade. Alza gli occhi verso la strada e li sgrana per lo stupore. Piove ma il sole illumina la via. Scuote il capo, perché il tempo pare impazzito. Sole, pioggia, di nuovo sole. Un’alternanza davvero impossibile da seguire. Rimane a bocca aperta per lo spettacolo che vede dinnanzi a se.
«Dai, tartaruga» fa Marino. «Cala la carta invece di guardarti in giro».
Martino tiene le carte in mano ma è lo spettacolo che lo affascina. Tra le chiome degli alberi della strada si intravvede una magica visione. Un bellissimo arcobaleno forma un arco sotto cui sta Venusia.
«Che ti prende, Martino? Sei rimasto folgorato?» esclama Alberto che non comprende il motivo dello stupore dell’amico.
Con il braccio disteso indica qualcosa alle loro spalle incapace di parlare.
«Ti sei seccata la lingua?»
«No, di certo» afferma Martino che ha riacquistato l’uso della parola. «Mai visto un arcobaleno simile».
I tre compagni si girano nella direzione indicata dal suo braccio e un “oh!” di stupore esce dalle loro labbra.
«Dai» fa Berto, mettendo sul tavolo le sue carte. «Corriamo dove nasce l’arcobaleno. Chissà se c’è la pentolaccia piena di ducati d’oro!»
Tutti ridono alla sua battuta e riprendono a giocare. Per la pignatta d’oro c’è tempo per cercarla.