Racconti impossibili – parte quattordicesima

Per gli appassionati, invero pochi, torna a parlare di sé frate Ethan e la sua indagine. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria aggiungerò che il nostro frate dopo essere partito da Canterbury per indagare sui motivi per i quali Sir Percival non è più ammesso alla corte di King James, parte per Maidstone, la capitale del regno di Kent, per incontrare Glovine il bibliotecario cieco. Non è facile avvicinarlo ma si sa che gli scudi d’argento possono aprire tutte le porte. Ottenute le informazioni torna a Canterbury

Eccomi con la nuova parte di questo fueuilleton non troppo brillante. Se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Frate Ethan rifece lo stesso percorso dell’andata ma questa volta da solo. “Dunque Gwen è rimasta nel palazzo” rifletté mentre spingeva la porta che dava nella canonica. “Chissà cosa ha in mente quella furba ragazza”.

Ad aspettarlo c’era una Maria Agnes rossa in viso per la collera di non aver potuto origliare il colloquio del frate con Glovine. Reputava, che, se avesse ascoltato i loro discorsi, gli avrebbe potuto spillare altri scudi d’argento ma adesso aveva le armi spuntate.

«Mi aspetto altri pezzi» esordì con la voce incattivita dalla mancanza di informazioni per ricattarlo. «Per colpa vostra ho rischiato di essere messa alla porta».

Frate Ethan si fermò per un attimo, fulminandola con lo sguardo. «Maria Agnes quello che avete ottenuto è più che congruo. Messere Glovine mi ha confidato che, se avessi chiesto udienza, sarei entrato dal portone principale e non in modo furtiva come un ladro da un ingresso secondario e neppure troppo segreto, visto il movimento di persone che gestite».

Il frate cercò di rimanere serio perché tutto quello che aveva detto non era vero. L’aveva intuito dalle parole di Glovine che descriveva Maria Agnes come un’arpia.

La donna sbiancò, aprì la bocca alla ricerca di aria. Le mani tremavano come le carni flaccide del suo corpo. “Dunque Glovine sa del traffico di persone che gestisco” rifletté in un lampo. Si girò e senza dire una parola uscì dallo stanzone che serviva per gli officianti di indossare i paramenti sacri.

I passi della donna si smorzarono nel silenzio della navata centrale. Frate Ethan con lentezza si avviò verso l’uscita della cattedrale. Il suo compito si era concluso. Adesso era tempo di ritornare a Canterbury. Valutò se era il caso di prendere commiato da King James. Scosse la testa avviandosi per l’ultima volta al Cervo d’oro per consumare l’ultimo pranzo del suo soggiorno a Maidstone. Poi avrebbe mandato un servo per avvertire la sua scorta che prima del vespro si sarebbero mossi per ritornare a Canterbury. “A King James qualcuno riferirà che sono partito”.

Saldato i conti al Tabarro, aspettò l’arrivo del capitano in una saletta piccola ma accogliente. Penso a Gwen, svelta e furba, con un pizzico di nostalgia. “Era davvero simpatica la ragazza. Spero che trovi presto un lavoro dignitoso e non umiliante come quello da Robert”. Il solo pensare all’uomo lo fece ringhiare sordo, perché era davvero un individuo spregevole. Emise un sospiro, mentre udì lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli nella strada principale. Erano i cavalli della sua scorta.

Si alzò per avviarsi verso la carrozza che l’avrebbe riportato a Canterbury, quando vide spuntare il viso lentigginoso di Gwen. Il frate rimase sconcertato. L’aveva lasciata da Glovine, almeno questo era il suo pensiero, prima dell’ora sesta e adesso era lì di fronte a lui.

«Messere» disse con referenza la ragazza. «Mi prendete con voi?»

Frate Ethan aprì e chiuse più volte la bocca senza proferire una parola. La guardò incredulo di tanta sfacciataggine ma ne ammirò il coraggio. “Fare un viaggio di qualche settimana con un manipolo di soldati richiede coraggio” pensò, mentre il capitano si affacciò sulla porta.

«I suoi bagagli sono stati caricati. Possiamo metterci in marcia. La strada è lunga”.

Frate Ethan si riscosse dal torpore in cui era caduto.

«Questa ragazza viene con noi. Trovatele un posto per fare il viaggio» affermò in modo perentorio avviandosi verso la carrozza che lo aspettava.

Gwen avrebbe voluto correre dal frate e baciargli la mano ma la voce dura del capitano le impedì il suo proposito. «Avete qualcosa con voi?»

«No. Solo questo piccolo fagotto» rispose correndogli dietro per tenere il suo passo.

Il viaggio di ritorno fu più piacevole di quello dell’andata. Il bel tempo, aveva smesso di piovere, e la presenza di Gwen allietarono le due settimane di cammino.

«Ma non avete nessuno a Maidstone?» fece frate Ethan durante una delle tante soste per far riposare cavalli, cavalieri e passeggeri a una stazione di posta.

«No».

Il frate inarcò un sopracciglio e stava per chiedere spiegazioni, quando arrivarono altre informazioni.

«No. Mia madre se ne è andata quando avevo sei anni. Mio padre non l’ho mai conosciuto. Dicono che sia Robert, l’oste che avete conosciuto alla locanda. Però direi di no visto la mia diversità di carattere».

Frate Ethan scoppiò in una fragorosa risata. “Quella voce può essere vera visto il tipaccio collerico e dalla mano pesante. Non c’è da stupirsi se molte serve sono passate dal suo letto sotto la minaccia di essere cacciate”.

«Siete dunque un’orfanella».

«No. Una zia, una lontana parente di mia madre, mi ha salvata dall’orfanotrofio ma mi ha schiavizzata facendomi fare i lavori più umili e pesanti per pagarmi l’ospitalità».

Arrivati all’ultima stazione di posta prima del balzo finale, Frate Ethan si domandò dove sarebbe stato possibile collocare Gwen in modo dignitoso. “Sistemarla presso una delle tante locande di Canterbury sarebbe facile. È brava e svelta come ho potuto apprezzarla al Tabarro. Però…”. Poi rifletté di farla entrare in convento. Dietro la sua maschera glaciale rideva come un pazzo, perché non ce la vedeva proprio come novizia. Corrugò la fronte, perché le soluzioni trovate non lo soddisfacevano. Introdurla nella servitù di Sir Percival era di sicuro più interessante ma un nuovo dubbio entrò nella sua mente.

«Siete ancora un fiore da cogliere?»

Gwen arrossì per la domanda impertinente ma rispose lo stesso con un sì secco. «Perché?»

«Nulla. Stavo pensando». Conoscendo Sir Percival, immaginava come sarebbe finita. Però comunque qualcuno avrebbe colto quel fiore ma sir Prince John era il male minore.

«Stavo meditando dove sistemarvi a Canterbury e quindi…».

Gwen lo fissò con i suoi occhi blu. Non capiva il motivo della domanda e quale relazione ci fosse con il suo futuro impiego. «Perché mi avete chiesto questo?» Il viso era ancora rosso per la mancanza di tatto del frate.

«Ascoltatemi. Pensavo di farvi assumere tra la servitù di Sir Percival. il signore di Canterbury. Però vedete, quando gli vengono certe voglie non si può scappare, perché entrando al suo servizio voi non potete comportarvi in modo libero. Siete di sua proprietà».

Gwen arrossì ancora più vistosamente. Era la prima volta che parlava di sesso e verginità con un uomo, che per di più era anche un frate. Però per ogni cosa c’era sempre una prima volta. «Se devo donare il mio fiore a qualcuno, è mille volte meglio sir Percival rispetto a un buzzurro qualsiasi. Quindi se il vostro padrone mi accetta, sono pronta a tutto».

Sistemata Gwen in modo provvisorio presso le Agostiniane della madre badessa Agnes, si avviò verso Devil’s Castle per incontrare Sir Percival. Ebbe un moto d’ilarità. “Agnes è un nome gettonato e incline al denaro” si disse ripensando alla casualità dell’assonanza tra quello della madre badessa e dell’arpia di Midstone.

Se l’ultima volta aveva percorso quella salita con un il tempo inclemente, adesso era caldo e soleggiato. Frate Ethan sbuffava arrancando sotto il sole, finché non arrivò al portone di solida quercia. Bussò con energia ma non dovette aspettare molto perché qualcuno aprisse.

Con passo svelto e deciso si avviò verso il salotto preferito di Sir Percival e lì, comodamente seduto su un divanetto di velluto rosso avrebbe aspettato il suo arrivo. Era sicuro che il maestro della casa lo aveva avvertito, perché l’ultima volta aveva rischiato di essere cacciato.

Aveva tutte le informazioni cercate: il nome del mandante e di chi aveva materialmente ucciso il cognato e cosa avrebbe dovuto fare per tornare nelle grazie di King James. Sull’ultimo punto immaginava che Sir Percival avrebbe nicchiato. “Ma se vuole tornare a corte…”. I suoi pensieri furono interrotti dall’arrivo di Prince John.

«Ben tornato! Quali notizie mi portate?»

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – parte tredicesima

Per gli appassionati, invero pochi, torna a parlare di sé frate Ethan e la sua indagine. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria aggiungerò che il nostro frate dopo essere partito da Canterbury per indagare sui motivi per i quali Sir Percival non è più ammesso alla corte di King James, parte per Maidstone, la capitale del regno di Kent, per incontrare Glovine il bibliotecario cieco. Non è facile avvicinarlo ma si sa che gli scudi d’argento possono aprire tutte le porte.

Eccomi con la nuova parte di questo fueuilleton non troppo brillante. Se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Maria Agnes gli fece da guida attraverso stanze silenziose e in penombra. Un dentro e fuori che frate Ethan non riusciva a memorizzare. “Se mi pianta qui, morirei d’inedia, perché non saprei ritrovare la strada del ritorno”. Un riso sommesso gli sfuggì dalle labbra.

Mentre pensava questo, ascoltava il fruscio furtivo di Gwen che lo seguiva come un’ombra. “Maria Agnes deve essere sorda o coi tappi di cera nelle orecchie. Chiunque capirebbe che c’è una terza persona insieme a noi”.

Quel moccolo dalla luce tremolante che la donna teneva in mano a malapena rischiarava i suoi passi tanto che lui aveva rischiato d’inciampare in ostacoli nascosti dal buio. “Deve avere degli occhi da gatta Gwen, se riesce a seguirci senza essere scoperta”.

Arrivati davanti a una grande porta dal colore indefinito Maria Agnes si fermò per osservare il frate che arrancava dietro di lei. Senza dire una parola, né bussare spalancò il battente entrando in una vasta sala rischiarata da candelabri e dal fuoco del camino. Tutte le pareti fino al soffitto erano coperti da libri, ben ordinati negli scaffali chiusi da un vetro opaco. Accanto al fuoco seduto in poltrona stava una persona che appariva anziana. “Ecco il famoso Glovine” si disse entrando. Un morbido tappetto di lana occupava il centro. Sopra di esso un tavolo di robusta quercia mostrava i segni degli anni. Un inginocchiatoio e diverse poltrone di legno completavano l’arredo.

«Messere, avete visite» annunciò Maria Agnes.

Lo sguardo vacuo del cieco si volse nella direzione del suono, mentre con un vigoroso movimento della destra indicava alla donna di andarsene. Questa provò a dire qualche parola, subito zittita dalla voce forte del bibliotecario.

«Uscite. Se avrò bisogno di voi, sentirà il suono della campanella. Vi prego non fermatevi dietro a porta a origliare, se volete conservare il posto».

Glovine aveva una bella voce da baritono e il suo timbro era chiaro e deciso.

Maria Agnes lanciò un’occhiata velenosa verso il bibliotecario e fiammeggiante nei confronti di frate Ethan che osservava e ascoltava in modo distaccato queste battute. Si girò rumorosamente uscendo dalla stanza.

Quando il battente emise quel suono cupo che indica la sua chiusura, Glovine fece un cenno al frate di prendere una poltrona e sistemarla accanto a lui.

Questa era scomoda che non favoriva restarci a lungo. Frate Ethan sorrise al pensiero che la visita sarebbe durata poco e si sistemò sopra accanto al bibliotecario. Anticipando la domanda da parte di Glovine, si presentò.

«Ma non ci sono monaci a Maidstone. Solo suore e badesse».

Il timbro chiaro della voce tradiva un certo stupore nell’apprendere che il visitatore fosse un frate. Di solito erano cavalieri in cerca d’aiuto e qualche rara dama che voleva un consiglio su come comportarsi a corte. Questo inconsueto visitatore gli metteva curiosità.

Glovine si mise eretto pronto ad ascoltare cosa voleva da lui. «Un frate? Quale motivo vi ha spinto fino a me, spendendo diversi scudi d’argento per comprare quell’arpia?»

Lo sguardo vacuo del cieco parve per un attimo illuminarsi per lo stupore. Un lampo e nulla più.

Frate Ethan sorrise senza raccogliere l’invito ad aprirsi sui motivi. Aveva in mente una precisa strategia. Non rispondere alle domande.

«Messere vengo da Canterbury attratto dalla vostra fama di uomo di cultura. Siete un uomo dotato di una rara intelligenza il cui nome ha varcato le quattro mura di Maidstone».

L’adulazione aveva colpito. Le orbite vuote parvero animarsi di luce propria, una smorfia di compiacimento deformò quel viso austero. Frate Ethan conosceva l’arte di adulare le persone per indurle a parlare.

Glovine aprì la bocca per replicare ma non uscì nulla. Nemmeno un suono.

Il frate aveva ben chiaro cosa domandare al bibliotecario ma preferì prendere una strada lunga prima di affondare il colpo delle richieste.

«Ora capisco, perché siete conosciuto nel regno di Kent ma anche fuori come l’uomo più colto della Britannia» affermò frate Ethan muovendo circolarmente lo sguardo sulle pareti.

Glovine parve apprezzare queste lusinghe facendo comparire sulla bocca sdentata un sorriso di soddisfazione ascoltando le astute parole del visitatore.

Frate Ethan comprese che il bibliotecario gli avrebbe chiesto chi fosse il suo signore e giocò la carta dell’anticipo.

«Sono l’ambasciatore, il messaggero di sir Prince John Percival, duca e signore di Canterbury per portare i suoi omaggi a King James. Però sfortunatamente gli impegni di stato non me lo hanno permesso».

Glovine rise di gusto. Conosceva bene la storia di sir Percival e ci voleva poco a capire che King James non l’avrebbe mai ricevuto.

«Da quando siete qua?» Domandò curioso il bibliotecario.

Frate Ethan sorrise perché aveva capito di aver fatto breccia nella sua curiosità. Fatta una breve pausa come se facesse i conti dei giorni, però non rispose in modo diretto alla domanda. «Quando sono giunto a Maidstone, pensavo che King James mi avrebbe ascoltato ma non è stato così».

«Non mi sembrate una persona ingenua e credulona. Sapete benissimo i motivi per i quali Sir Percival è stato bandito dalla corte».

Col tono di chi è sorpreso Frate Ethan gli chiese i perché di tutto questo.

«Non potete ignorare che sir Percival è stato accusato da sir Robert, il conte di Rochester. Lo sanno tutti compresi i sassi».

La sua voce era stridula come se il frate gli facesse perdere tempo.

«Vi giuro che…»

«Non fate spergiuri. Anche sir Percival lo sa».

Frate Ethan trasse un profondo ma rumoroso respiro. «Il mio Signore non mi ha mai detto che tutto era partito da sir Robert. Anzi. Ha sempre sostenuto di ignorare chi fosse l’accusatore»

Glovine sembrava spazientirsi per questo botta e risposta. «Ditemi, senza troppi giri di parole, perché avete affrontato un viaggio inutile a Maidstone?»

«Messer Glovine, vi parlo col cuore in mano. Ho sperato che King James avrebbe ascoltato le mie parole ma ho capito che non sarà così».

«Quindi avete sperato che io metta una buona parola a favore del vostro Signore. L’unico modo è che sir Percival venga qui con tono umile a chiedere perdono, ammettendo le sue colpe».

Il timbro della voce di Glovine era salito di un’ottava, mentre allungava la mano per prendere la campanella. Il frate con mossa veloce la spostò da dove si trovava per impedire che chiamasse Maria Agnes mettendo fine al loro colloquio.

Finora aveva ascoltato informazioni che conosceva già con l’unica novità del nome dell’accusatore. Troppo poco per concludere l’incontro, pensò in fretta.

«Eppure voi conoscete anche il nome di chi ha tramato per l’uccisione del conte di Sevenoaks».

Glovine afferò l’aria perché la campanella non era al suo posto. Sorrise, pensando che il frate fosse più furbo di quello che si aspettava.

«Certo. Sir Percival. Visto che il marmocchio del conte era il frutto del suo tradimento con la cognata, Lady Clarence. Tolto di mezzo il duca sir Percival avrebbe potuto sposare la vedova e nominare il figlio suo erede. Un piano diabolico finito nel nulla».

«L’ultima parte potrebbe starci se la sorella e moglie di sir Percival si fosse fatta da parte. Ipotesi del tutto falsa. Voi conoscete il vero mandatario, colui che avrebbe tratto benefici dalla morte del Duca di Sevenoaks. Non di certo il mio signore».

Glovine scoppiò in una fragorosa risata. “Questo frate è davvero furbo e perspicace”. Era inutile nasconderlo: non avrebbe tolto il disturbo finché non avesse indicato chi aveva avvelenato il Duca di Sevenoaks.

Frate Ethan aveva intuito che il bibliotecario stava per capitolare e lo bruciò sul tempo, esponendo quello che aveva compreso nelle sue indagini. «Di sicuro, anzi ne ho la certezza, il vero mandatario è sir Robert, il duca di Rochester, che aveva tutti gli interessi per eliminarlo. Avrebbe colto due vantaggi: scacciato il mio signore dalla corte e ucciso chi gli aveva rubato l’isola di Sheppy».

«Ma che vantaggi avrebbe ricavato dall’estromissione di sir Percival dalla corte?»

Il frate trattene una risata. «Non ci sono necessità di spiegarvelo. Le conoscete meglio di me. Ma il mio signore quali speranze può coltivare venendo a Maidstone da penitente?»

«Parlerò io con King James se mi restituite la campanella».

Il colloquio era finito.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – parte dodicesima

Per gli appassionati, invero pochi, torna a parlare di sé frate Ethan e la sua indagine. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria aggiungerò che il nostro frate dopo essere partito da Canterbury per indagare sui motivi per i quali Sir Percival non è più ammesso alla corte di King James, parte per Maidstone, la capitale del regno di Kent, per incontrare Glovine il bibliotecario cieco. Non è facile avvicinarlo ma si sa che gli scudi d’argento possono aprire tutte le porte.

Eccomi con la nuova parte di questo fueuilleton non troppo brillante. Se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Una notte magica San Giovanni

Il giorno dopo Frate Ethan si trovò come indicato da Maria Agnes nella canonica di Saint George all’ora terza. Stranamente si sentiva impacciato come chi ha commesso un delitto. Si muoveva inquieto perché la donna tardava ad arrivare. “Se mi ha teso un tranello?” Scosse la testa come per scacciare questo dubbio molesto.

Udì dei passi nemmeno troppo furtivi. Si irrigidì pensando a cosa dire se fosse comparso il canonico della Cattedrale o un qualche chierico. “Sarebbe strano, visto che le messe sono all’ora prima e sesta”. Però come aveva sempre notato durante le sue visite, in questo orario Saint George era deserto. Nemmeno una beghina a pregare o confessarsi. “Confessarsi?” Frate Ethan ridacchiò sommesso. “Ma se non ho mai visto nessun confessore!” Subito si fece serio, ascoltando quei passi che senza dubbio puntavano alla canonica. “Maria Agnes?” Non restava che aspettare che la persona si affacciasse dalla grande porta in quercia, appena socchiusa.

Lui l’aveva trovata così e si era intrufolato passando dallo stretto pertugio tra il battente e lo stipite. “Di certo Maria Agnes deve aprirla. Grassa com’è!” Altro modesto ridacchiare uscì dalle sue labbra appena socchiuse.

Il pesante battente scuro con una borchia rotonda in rame al centro cigolò con un gemito aspro mentre lentamente si apriva. Frate Ethan si rilassò quando vide comparire il corpulento visitatore. Era Maria Agnes che entrava, lasciando la porta semi aperta.

«Buon giorno. Ho cerduto che voi non arrivaste più» la redarguì con tono bonario il frate, facendo un piccolo accenno di inchino.

«Dobbiamo fare presto» affermò la donna visibilmente nervosa, torcendosi le mani grassocce.

Frate Ethan alzò un sopracciglio accigliandosi per la sua maleducazione. “Nemmeno un cenno di scuse per avermi tenuto qui in attesa”. Si mosse col viso serio dietro l’ampio corpo di Maria Agnes, che si fermò di botto.

«Datemi il resto del pattuito» esternò in tono scortese come se la colpa del ritardo fosse del frate.

Girandosi tese la mano per raccogliere i pezzi d’argento contrattati qualche giorno prima. Frate Ethan scosse la testa, guardandola fissa negli occhi. “Se vuole il resto prima deve assolvere il suo compito”.

Maria Agnes rimase con il braccio semi piegato in avanti in attesa di veder comparire gli scudi d’argento. «Non perdiamo tempo» esclamò contrariata. «Datemi quello che mi spetta».

Frate Ethan non si mosse, strinse le labbra e fece un secco diniego con la testa.

«Il tempo sta per scadere». Era sempre più infuriata, tradendosi con la voce stridula.

«No» replicò con tono autorevole, completando le motivazioni del diniego. «Prima mi accompagnate dove sapete voi. Poi avrete i vostri pezzi d’argento».

Il tono secco non ammetteva dubbi sulle intenzioni del frate che non comprendeva l’atteggiamento di Maria Agnes. “Che voglia tendermi un tranello? Intascare gli scudi e lasciarmi con un palmo di naso?” Mentre rifletteva nell’attesa che il braccio di ferro tra lui e la donna finisse, udì uno sghignazzo sommesso e vide apparire la chioma fulva di Gwen per un attimo dietro la porta. “La ragazza la conosce bene” e cercò di rimanere serio e accigliato.

Visto che il frate non accennava a cedere mentre sentiva il tintinnio degli scudi sotto il saio, si girò e uscì dalla canonica, dirigendosi verso un punto oscuro della cripta. Borbottava qualcosa d’incomprensibile mentre con passo deciso scendeva alcuni gradini.

Nell’oscurità della cripta frate Ethan fece un sorriso, intuendo dal fruscio alle sue spalle la presenza di Gwen. Il cigolare di un cardine gli fece intuire che erano arrivati e da lì avrebbe dovuto proseguire da solo.

Maria Agnes accese una candela che a malapena le rischiarava il viso contratto da una smorfia di rabbia.

Il frate, presi cinque o sei pezzi d’argento dalla borsa sotto il saio, allungò la mano verso quella dove immaginava fosse lì in attesa. Non vedeva nulla ma sapeva che era lì. Fece scivolare gli scudi mentre lentamente i suoi occhi si abituavano all’oscurità.

«Ma sono pochi. Non bastano». La voce della donna era stridula e rimbombava nella cripta deserta.

«Mi dispiace» e nel buio scosse la testa. «Gli accordi erano diversi. Il resto del pattuito sarebbe stato versato dentro il palazzo e non mi pare che questo lo sia».

Frate Ethan aveva parlato con un tono duro che conteneva un pesante ammonimento. ‘Ho fatto uno sforzo ad anticipare i pezzi d’argento ma se mi ha teso un tranello se ne pentirà amaramente’.

Il frate non vide ma intuì che il denaro era sparito nelle rapaci mani di Maria Agnes, quando gli consegnò la candela.

«Ci vediamo nel palazzo» aggiunse acida.

«Durerà per tutto il tragitto?»

Una risata isterica lo mise in apprensione. Voleva dire che a metà si sarebbe spenta. Stava per replicare quando percepì tra le scapole il duro di qualcosa. Rise sommessamente. “Benedetta ragazza! Furba e sveglia”.

Si avviò per entrare, sentendo il corpo di Gwen aderente al suo. Sollevò il mantello per coprirla, incamminandosi per un cunicolo stretto e maleodorante.

«Fate attenzione e seguitemi. Si rischia di cadere» bisbigliò con un filo di voce mentre procedevano con cautela sulla terra viscida.

Frate Ethan pensò che se non fosse stato un uomo di chiesa l’avrebbe già maledetta molte volte, tante quante aveva rischiato di cadere.

Saliti con cautela quattro ripidi scalini scivolosi, bussò con cautela a una porticina dal colore indefinito. L’accordo era che avrebbe dato tre colpi lunghi e quattro brevi come segnale di riconoscimento.

“Se non si sbriga ad aprire, tra poco si rimane al buio”. L’ultimo moccolo era agli sgoccioli e il pensiero di stare lì immerso nelle tenebre e senza possibilità di tornare indietro lo stava innervosendo. “Avrei dovuto impormi consegnando a Maria Agnes il resto dei soldi solo dopo essere entrati nel palazzo”.

Stava per maledirla quando udì come un rumore ovattato i passi della donna. Finalmente la porticina si apri e frate Ethan sollevò il mantello per nascondere Gwen. “È davvero minuscola tanto che un osservatore non avrebbe capito che sotto si trova una ragazza”.

«Ce ne avete messo di tempo!» L’aggredì con acidità Maria Agnes facendoli entrare nel palazzo.

Il frate si trattenne e non rispose. “La pagherete!” pensò prima di ravvedersi per il pensiero vendicativo. Recitò velocemente due confiteor per sanare le parole dette. Nel mentre avvertì che Gwen era sgattaiolata via protetta dalla penombra della stanza.

“Aveva ragione la ragazza. Nascondersi è un gioco da fanciulli protetti da questa semi oscurità”. Però doveva rifiatare e scrollarsi di dosso l’afrore del cunicolo prima di presentarsi a Glovine.

«Venite» esclamò Maria Agnes irritata nel volto e nella voce.

Il frate replicò con un secco no. «Prima di presentarsi devo togliermi questo odore di chiuso e di umido».

La donna sbuffò. In effetti il frate non emanava un buon olezzo nemmeno per le sue narici poco sensibili.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – parte undicesima

Dopo un bel po’ di silenzio torna a parlare di sé frate Ethan e la sua indagine. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria aggiungerò che il nostro frate dopo essere partito da Canterbury per indagare sui motivi per i quali Sir Percival non è più ammesso alla corte di King James, parte per Maidstone, la capitale del regno di Kent, per incontrare Glovine il bibliotecario cieco. Non è facile avvicinarlo ma si sa che gli scudi d’argento possono aprire tutte le porte.

Eccomi con la nuova parte di questo fueuilleton non troppo brillante. Se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Come aveva supposto il paggio lo squadrò dall’alto in basso come se fosse un pezzente che chiede la questua.

«King James, il nostro amato sire, è molto impegnato con le questioni di stato. Se…».

Frate Ethan lo fulminò con lo sguardo e lo interruppe senza prestare attenzione a quello che diceva.

«Dica a King James di non affaticarsi troppo con le questioni di stato. Frate Ethan, l’ambasciatore di Sir Prince John Percival, porge i suoi ossequi. Quando troverà un istante di tempo mi chiami. Sa dove trovarmi».

Detto questo si girò e si diresse verso l’uscita del castello reale, lasciando interdetto il paggio per simile sfrontatezza. Non era abituato a essere trattato come una nullità, specialmente da un frate. Aprì la bocca per formulare un qualsiasi pensiero ma questi gli morirono in gola, perché frate Ethan era già scomparso dalla sua vista.

Ethan ripresa la sua cavalcatura si diresse Al cervo d’oro. Questa discussione gli aveva fatto venir fame. Osservando la posizione del sole, visto che splendeva pallido tra nuvole veloci, dedusse che era l’ora sesta. “Giusto il tempo per un bel pasticcio di pesci di fiume con fichi, uva passa e mela agra e per concludere formaggio di pecora stagionato”. Sorrise a questo pensiero, mentre rientrava in città.

Mentre pranzava provò a ricapitolare le domande da porre domani a Glovine, ma il pranzo innaffiato di birra era troppo gustoso per rimanere concentrato sull’incontro dell’indomani.

Visto che dopo settimane di pioggia e freddo la giornata prometteva di essere tiepida, decise di cercare un posto per meditare e formulare i quesiti. Dopo aver vagabondato senza trovare quello che faceva al caso suo, optò per Saint George, dove di certo c’era l’atmosfera giusta.

Trovato una panca libera in una navata laterale defilata quasi nascosta, si sedette chiudendo gli occhi. La luce tremolante delle candele filtrava soffusa tra le palpebre. Adesso aveva la mente sgombra e pronta per formulare le domande. “Chissà se risponderà oppure mi caccerà in malo modo”. Tre erano i quesiti importanti: perché King James aveva allontanato Sir Percival dalla corte, chi ha ordinato la morte del cognato e infine cosa avrebbe dovuto fare il suo signore per tornare nelle grazie del re.

Si avvolse nel mantello di lana grezza per proteggersi dal freddo della Cattedrale e cominciò a pregare. “In questi giorni ho trascurato di rendere omaggio al Signore. Devo riparare se desidero raggiungere l’obiettivo richiesto dal mio principe”.

Cominciò con le litanie delle preghiere del mattino. Sembravano inopportune visto che era pomeriggio avanzato, mentre più correttamente doveva recitare quelle del Vespro. “Stamani non ho pregato e ora faccio ammenda” mormorò con un filo di voce, quando udì lo scalpiccio leggero di passi femminili. La panca era avvolta nella penombra a malapena rischiarata da tremule candele. “Se qualcuno viene verso di me” penso, stringendo gli occhi che non si erano abituati al buio della navata, “cerca di sicuro la mia persona”.

Il rumore veniva dalle sue spalle ma non si volse per conoscere chi osava rompere la sua meditazione.

«Sono Gwen, frate Ethan» sussurrò una voce nota. Anche se non si fosse presentata l’avrebbe riconosciuta tra mille. “Cosa vuole questa ragazza?” pensò in una frazione di tempo.

Continuò a voltarle le spalle ma con la mano le indicò di sedersi accanto a lui. Doveva dare l’impressione di un incontro casuale.

«Ditemi». Il tono della voce era spiccio nonostante avesse sussurrato la domanda.

«Volevo chiedervi se domani mi prendete con voi».

Frate Ethan rimase sorpreso dalla richiesta della ragazza. Non si capacitava dei motivi per i quali Gwen desiderava entrare nel palazzo.

«Perché dovrei?»

Passata la sorpresa ebbe un moto di stizza che cercò di non manifestare attraverso la voce. Aggrottò la fronte in attesa di una spiegazione.

«Quei pochi denari che Robert mi dava mi facevano comodo. Quindi voglio chiedere se mi assume al suo servizio».

Poi rimase in silenzio in attesa di una risposta positiva.

Frate Ethan sgranò gli occhi sotto il cappuccio che copriva il suo volto. Aprì la bocca per chiuderla rapidamente. Lo sconcerto era troppo forte per rispondere subito. Doveva riflettere e calibrare le parole. “Non credo che Maria Agnes sara felice di vedere me insieme a Gwen”.

«Ma Maria Agnes che dirà, vedendovi?»

Un leggero risolino subito represso usci dalla bocca della ragazza.

«Ma lei non lo saprà».

Il frate era sempre più sconcertato. “Vuole venire con me e nessuna la vede. Forse si tramuta in fantasma?” Doveva chiarire bene questo punto. Maria Agnes era troppo importante per lui per inimicarsela.

Gwen intuì i pensieri di Frtate Ethan e gli spiegò il piano escogitato.

«Domani all’ora terza, anzi prima, mi nasconderò qui in chiesa per vedere dove Maria Agnes vi conduce per passare nel palazzo di Glovine. Io vi seguirò silenziosa fino alla meta».

Il frate annuì. Aveva compreso il piano di Gwen ma restavano ancora dei dettagli da chiarire.

«D’accordo ma poi nel palazzo come pensate di agire?» Era curioso di conoscere il resto.

Nuovo risolino sommesso da parte della ragazza.

«Sono piccola e passo inosservata nella penombra della stanza. Aspetterò paziente che voi e Maria Agnes ve ne andiate per uscire e implorare Glovine».

Adesso era il frate a ridacchiare. “Furba la ragazza. Aspetta solo che Glovine rimanga solo prima di uscire dal suo nascondiglio”. Stava per chiedere cosa avrebbe ottenuto in permuta, quando cambiò idea. Doveva dire solo un sì oppure un no senza scambiare nulla.

«Se voi mi aiutate nell’esecuzione del piano, io…»

Frate Ethan la interruppe subito. Niente scambi ma solo una risposta positiva o negativa.

«D’accordo. Io fingerò di nono conoscere i vostri piani e di ignorare che voi mi avete seguita nel passaggio segreto, se qualcosa…».

«Non avrete di che pentirvi. Andrà tutto bene».

Silenziosa come una gatta si alzò per andarsene lasciando il frate a rimuginare su quello che gli aveva raccontato.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – parte decima

Dopo un bel po’ di silenzio torna a parlare di sé frate Ethan e la sua indagine. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria aggiungerò che il nostro frate dopo essere partito da Canterbury per indagare sui motivi per i quali Sir Percival non è più ammesso alla corte di King James, parte per Maidstone, la capitale del regno di Kent, per incontrare Glovine il bibliotecario cieco. Non è facile avvicinarlo ma si sa che gli scudi d’argento possono aprire tutte le porte.

Eccomi con la nuova parte di questo fueuilleton non troppo brillante. Se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Un paese rinasce

 

Frate Ethan era euforico quando uscì dalla taverna dove aveva pranzato a base di pesce di fiume. “Un eccellente pranzo e un aggancio per vedere il bibliotecario cieco”. Gongolava e si avviò verso la locanda Al tabarro dove alloggiava. Era presto ma la giornata cruda nonostante si fosse a maggio gli consigliava la lettura della Bibbia accanto al fuoco.

Continuava a pensare a Maria Agnes e non procedeva nella lettura delle lettere di San Paolo ai romani. Era distratto dal pensiero d’incontrare Glovine.

Era sempre fermo sul capitolo uno della lettera ai Corinzi.

Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello, Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!…

Non c’era verso di distoglierlo dal pensiero del prossimo incontro con Glovine. Si immaginava il bibliotecario come un ometto smilzo con radi capelli o forse pelato con la testa a uovo.

Sceso in sala per cenare notò l’assenza di Gwen. Avrebbe potuto chiedere a Robert perché non c’era ma non volle creare problemi. Aveva notato come l’oste seguisse con gli occhi le mosse della ragazza pronto a intervenire se indugiava troppo presso un tavolo. Se poi era il suo, lo sguardo era ancor più indagatore. “Probabilmente non sta bene”e si accomodò al solito posto d’angolo che gli permetteva la panoramica completa dell’intera sala.

Come un folletto comparve dal nulla una servetta dal viso sconosciuto. Forse si era distratto cercando con gli occhi Gwen senza accorgersi del suo arrivo. Frate Ethan inarcò il sopracciglio destro. Gli apparve strano che fosse nuova. Per qualche sera Gwen non l’aveva servito ma erano tutti volti noti. Questa era la prima volta che la vedeva. Si accorse solo in quel momento che anche le altre serve erano tutte nuove.

«Buona sera. Come vi chiamate?» Il frate voleva indagare sui motivi dell’assenza di Gwen senza dare troppo nell’occhio.

La nuova aveva una corporatura robusta e il volto rubizzo come quando si sta troppo vicino al fuoco. Al contrario di Gwen sembrava più matura dell’età che presupponeva avesse. Se Gwen dimostrava tutti i suoi sedici anni dal viso infantile butterato dai foruncoli al fisico da adolescente, la nuova ne aveva almeno una decina in più. Il viso era segnato da profonde rughe e il corpo era prosperoso.

«Paula, per servirvi» e fece un mezzo inchino.

«Sostituite Gwendaline?»

«Non saprei. Oggi è il primo giorni servizio. Cosa ordinate per cena?»

Frate Ethan stava per replicare quando comparve Robert silenzioso come un gatto.

«C’è qualcosa che non va?» Il tono era ruvido e dagli occhi trapelava una certa irritazione. Quel frate non gli garbava molto e l’avrebbe volentieri allontanato se non avesse pagato con degli scudi d’argento pernottamenti e cene. Era un periodo magro e le stanze erano praticamente vuote. Scacciò l’astio e tentò di assumere un atteggiamento più conciliante.

«Paula vi ha mancato di rispetto?»

Frate Ethan scosse il capo prima di negare con le parole. «No. Era pura curiosità non vedendo le solite facce».

«State parlando di Gwendaline?»

«No. Vedo altre facce nuove».

Robert emise una risata roca appena accennata. «Ho pensato di cambiare qualcosa. Voglio rinfrescare l’ambiente». Detto questo come era venuto se ne andò silenzioso.

«Gwendaline conosceva a memoria i miei gusti ma imparerete presto anche voi».

Frate Ethan ordinò in fretta una zuppa di cipolle con montone arrosto e verdure di stagione. Si appoggiò contrariato allo schienale. Doveva trovare il modo di contattare la ragazza, perché era l’unico legame con Maria Agnes. Chiuse gli occhi per concentrarsi sul come e il profumo della zuppa lo distolsero dai suoi pensieri.

Terminato velocemente il pasto si ritirò nella sua stanza. Leggere qualche passo della Bibbia prima di coricarsi, nemmeno parlarne. Sarebbe stata fatica inutile. Si mise accanto al fuoco a riflettere. Di Gwen non sapeva nulla a parte il nome e l’età. Chiedere in giro non ne valeva la pena. “A chi?” Si interrogò, perché a parte quell’odioso Robert non aveva altri contatti a Maidstone. “Un bel rebus” ammise a malincuore. L’unica speranza era che lei si facesse viva. “Ma come? Non sa scrivere. Quindi niente messaggi”.

Con tutti questi dubbi si coricò e sognò che Gwen fosse un folletto che non riusciva ad acchiappare.

La mattina seguente dopo le preghiere del mattutino e una rapida colazione a base di latte di capra e pane dolce si recò nella Cattedrale con la speranza che la ragazza fosse lì ad aspettarlo.

La chiesa Saint George era vuota a parte un officiante che teneva messa al nulla. Oltre al prete c’era solo lui. Frate Ethan fece una smorfia di disappunto. Aveva sperato che Gwen fosse lì ad aspettarlo vicino al confessionale. Se ne stava andando deluso del mancato incontro, quando udì la campanella dell’ora terza. “Forse ero troppo in anticipo. L’altra volta è arrivata più tardi” e si sistemò nel confessionale a pregare. Era immerso nel Confiteor, quando percepì un leggero rumore proveniente dalla grata che lo separava dal penitente. Aprì lo sportellino pronto a mandare via l’eventuale persona disposta a confessarsi.

Incontrò gli occhi blu di Gwen.

«Padre mi potete confessare?». La ragazza emise un leggero riso a sottolineare l’ironia della frase.

«Quanto avete peccato?» Frate Ethan stava al gioco di Gwen. «Volete andare in paradiso?»

«Sì. Domani all’ora terza nella cripta di Saint George».

Il frate sorrise. “Dunque Maria Agnes ha fretta d’incassare i suoi scudi d’argento”. Questo annuncio lo mise di buon umore.

«Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.» e fece tintinnare un paio di scudi d’argento.

«Amen» rispose la ragazza.

Però Frate Ethan voleva togliersi l’ultima curiosità adesso che sapeva che domani avrebbe incontrato Glovine.

«In cosa avete peccato per farvi cacciare da Robert?»

«Non saprei» rispose con voce amareggiata. Quei pochi pezzi di rame le servivano come l’aria che respirava. Non sarebbe stato facile trovare qualcosa d’altro. «Ieri sera al vespro ci ha radunate nella sala e ci ha dato il benservito».

Il frate rifletté se era in caso di raddoppiare il pattuito. “Forse le faranno comodo”.

Uscito dal confessionale allungò alla ragazza dieci scudi d’argento. «Se siete disponibile, potete venire con me a Canterbury. Riflettete con calma. A dopodomani all’ora terza».

Frate Ethan reputò che fosse giunto il momento di tornare al castello di King James, anche riteneva improbabile che l’avrebbe ricevuto. Era anche l’occasione per controllare se la sua scorta avesse necessità di qualcosa. Si sentiva in colpa di averli abbandonati in tutti questi giorni.

Un bel sole ravvivò la giornata spazzando via il grigiore della mattinata.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – parte nona

Eccomi con una nuova parte di questo fueuilleton non troppo brillante. Se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Una notte magica San Giovanni

Un sorriso sbilenco, quasi un ghigno di perfidia, comparve sul volto del frate per un attimo prima di riprendere il solito aspetto.

Dunque questa è la famosa Maria Agnes” borbottò in maniera impercettibile, mentre la squadrava. Se l’era immaginata diversa. Piccola e minuta con i capelli raccolti a crocchia invece era un donnone grasso con il petto che faticava a restare nel corsetto. A ogni respiro al frate sembrò che scoppiasse ma invece tendeva ancor di più la stoffa restando al suo posto. Il mantello era di seconda mano, quello che le dame scartavano a inizio stagione per sostituirlo con uno nuovo e adeguato alla moda di quell’anno. Sicuramente era stato a suo tempo un discreto capo ma adesso mostrava l’usura del tempo.

Il frate rimase a osservarla per qualche attimo prima di riprendere a parlare.

«Lavorate con damigella Gwen?» Chiese con tono mellifluo, trattenendo a stento una risata.

Maria Agnes fece una smorfia tra il disgusto e l’offesa. Chiedendosi se questo frate fosse poi così importante.

«No» fu la risposta seccata. Avrebbe voluto non spiegare dove lavorava ma il silenzio del frate la indusse a precisare. «Sono la tutrice di maestro Glovine. Il maestro è cieco e io lo accudisco in ogni sua necessità».

Frate Ethan sgranò gli occhi per la sorpresa, come se ignorasse chi era Glovine.

«Un incarico di tutto rispetto. Ma chi è maestro Glovine?»

Gwen assisteva alle schermaglie dialettiche tra il frate e la donna, cercando di trattenere le risate ma sorrideva compiaciuta per l’abilità di Frate Ethan nel condurre la conversazione.

Maria Agnes stava per replicare ma il frate la precedette.

«Io vengo da Canterbury e, a parte King James, non conosco nessuno a Maidstone». Gettò con noncuranza il nome del re facendo intendere di avere rapporti stretti con lui.

«Dunque ignorate che maestro Glovine è il bibliotecario del nostro amato re?»

Frate Ethan scosse il capo in segno di diniego e fece tintinnare la borsa coi pezzi d’argento legata a mo’ di cintura sotto il saio.

Negli occhi cisposi della donna leggermente sporgenti spuntò una luce ascoltando quel rumore che amava tanto. E continuarono a brillare anche quando quel suono svanì nell’aria.

«Dunque ignorate che maestro Glovine vive in un palazzo tutto per sé immerso tra i suoi libri?» Ripeté con voce incredula che la fama del bibliotecario non avesse raggiunto Canterbury.

«Madonna» e fece una pausa per sottolineare che la riteneva di un rango più elevato che essere la semplice fantesca del bibliotecario.

Il frate aveva sollecitato la vanità della donna che sorrise mostrando una dentatura tutt’altro che perfetta per dimostrare che aveva apprezzato il complimento. Gwen si coprì la bocca per nascondere l’ilarità che suscitava in lei questa schermaglia. Frate Ethan poté notare che i denti della ragazza erano di certo migliori di quelli di Maria Agnes.

Adesso che aveva solleticato la vanagloria della donna, doveva agire sulla sua avidità per i pezzi d’argento che aveva fatto tintinnare.

«Madonna, un palazzo tutto suo? Allora è ricco maestro Glovine».

Maria Agnes rise mostrando i denti anneriti dalla poca pulizia. L’alito era pesante per le carie e il cattivo cibo. Frate Ethan trattene una smorfia di disgusto per l’afrore che usciva da quella bocca. Si mostrò attento a quello che diceva la donna.

«No! Lui custodisce la biblioteca del nostro amato re. La tiene in ordine e ogni tanto riceve qualche studioso venuto a consultare qualche libro»

Il frate finse ancor più attenzione alle parole della donna. Fece tintinnare di nuovo i pezzi d’argento, questa volta con maggior vigore. Aveva compreso che era un esca saporita e invitante per catturarla.

Doveva parlare assolutamente col bibliotecario cieco.

«Ma se è cieco come fa a tenere in ordine i volumi? Usa forse qualche tecnica segreta?»

Maria Agnes proruppe in una risata stridula che fece girare diversi passanti che casualmente transitavano lì.

«No, no! Non avete capito nulla. Maestro Glovine conosce a memoria tutti i libri e la loro dislocazione. Se sono in una posizione non raggiungibile chiede il mio intervento». Spiegò la donna con ampi gesti della mano.

«Mi dovrete scusare ma non comprendo in quale maniera possa gestire una biblioteca, specialmente quando arrivano nuovi tomi».

Maria Agnes assunse la posa della maestra che sale in cattedra per spiegare agli alunni la lezione.

«Io l’aiuto a sistemare i libri, seguendo le sue indicazioni. Madonna Alissa de Courtney legge le pagine quando maestro Glovine vuol conoscerne i contenuti. Io non so leggere né scrivere».

Frate Ethan allungò una mano sotto il saio per prendere qualche pezzo d’argento che lucicò sotto il debole sole che era spuntato tra le nuvole grige. Con un’abilità da giocoliere li fece sparire nell’altra mano.

Agli occhi avidi della donna non era sfuggita la mossa e si torse le mani, umettando con la lingua le labbra.

Gwen che seguiva i loro discorsi senza perdere una sillaba, comprese che la donna tra un po’ avrebbe avanzato la sua proposta.

«Mi sembra un uomo erudito e fuori del comune maestro Glovine. È un peccato non poter parlare con lui». Disse con tono distaccato frtae Ethan mentre ricomparivano i pezzi d’argento.

Maria Agnes continuò a umettarsi le labbra con gli occhi che brillavano per la cupidigia.

«Se volete conoscerlo…» e fece una pausa. «Potrei organizzare l’incontro, anche se il nostro amato re punisce questa trasgressione…».

Il frate sorrise e mostrò sul palmo della mano tre o quattro pezzi d’argento.

«Beh! Se ne aggiungete un altro paio, posso vedere di organizzare l’incontro. Sapete che rischio il posto se lo viene a sapere qualcuno».

Il frate rimase impassibile senza rispondere allungando i quattro pezzi d’argento alla donna. Poi quasi sibilando, aggiunse: «Altrettanti quando vedrò maestro Glovine».

Come un uccello rapace che afferra la preda, così Maria Agnes artigliò il denaro facendolo sparire nell’incava del seno. «Presto avrete mie notizie tramite la nostra Gwen» e si allontanò con la ragazza.

Frate Ethan sorrise sicuro che nel giro di un giorno avrebbe visto il bibliotecario cieco, che a quanto pareva sarebbe stato un preziosa miniera di informazioni.

Ormai era l’ora sesta e un certo languorino si stava facendo sentire. A passo deciso si recò Al cervo d’oro, che era diventato il posto preferito per pranzare.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – parte ottava

Prosegue il vostro martirio nel leggere questa ciofeca ma se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Un paese rinasce

«Dunque un però ma la dice lunga o sono in errore?» Suggerì frate Ethan, facendo risuonare i pezzi d’argento, e aspettò paziente che parlasse. “È inavvicinabile ma non troppo a quanto pare”.

Gwen trasse un profondo respiro, aveva sperato di dare le informazioni un poco per volte e lucrare sulla curiosità del frate ma lui l’aveva messa con le spalle al muro: o tutto subito oppure niente scudi d’argento.

«C’è un modo per arrivare a Glovine» e fece una pausa.

Però il frate le sussurrò di sveltire il racconto, perché non era sua intenzione restare tutta la mattina nel confessionale.

Gwen narrò che a mezzogiorno una donna portava il pasto a Glovine ma era corruttibile per qualche pezzo d’argento. In passato l’avevano fatto.

«Ma se la scoprono?» Domandò curioso frate Ethan.

Gwen gettò all’indietro la testa e la chioma bionda riccioluta.

«Mary Agnes? È troppo furba per essere colta sul fatto» dichiarò ridendo la ragazza.

Il frate sgranò gli occhi per la sorpresa ed esplose con un come.

«Il palazzo ha diverse uscite secondarie e una segreta che parte dalla cripta della Cattedrale…».

«Ma non è così segreta visto che la conoscete anche voi» la interruppe il frate.

«Quando avevo quattordici anni, ho sostituita per quattro mesi Mary Agnes, che doveva sgravarsi. Così un giorno vidi comparire un cavaliere senza che fosse annunciato. Finsi di andarmene ma in realtà mi nascosi in attesa che ricomparisse. Volevo conoscere come aveva fatto a entrare. Dopo un bel po’ è tornato e furtivo ha aperto un grande armadio nel vestibolo ed è scomparso».

«Ma non avete avuto paura che vi scoprisse?»

Gwen rise sommessa per non dare nell’occhio, perché aveva sentito dei passi risuonare nel silenzio della Cattedrale. «No. Sono piccola e allora lo ero ancora di più. Nella penombra del corridoio non mi avrebbe notato nessuno a meno che non fosse inciampato nel mio corpo. Il vestibolo è ancora più buio e i nascondigli non mancano».

Frate Ethan sorrise nell’oscurità del confessionale. La ragazza era scaltra e sapeva il fatto suo. «Ma ditemi come avete individuato il passaggio segreto. Immagino che sia occultato bene».

Gwen mormorò un sì appena percettibile. «Ho l’orecchio fine e percepisco anche il minimo rumore. Dunque richiusa l’anta, lo sentii armeggiare finché non udii un click di una molla di apertura, lo scorrere di una porta ben oliata e infine un nuovo click. Poi silenzio».

Frate Ethan rimase in attesa che Gwen proseguisse la narrazione che riprese dopo alcuni istanti. Spiegò che aveva lasciato il tempo al misterioso cavaliere di uscire prima di cercare come aveva fatto.

«C’era una minuscola leva sul pavimento che ha sbloccato una parete del guardaroba. Però faceva buio che impediva di vedere. Mi sono procurata una torcia ne ho percorso un cunicolo umido finché non sono sbucata nella cripta della Cattedrale. Soddisfatta la mia curiosità, sono ritornata nel palazzo del bibliotecario».

Rimaneva da capire l’affermazione di Gwen sulla corruttibilità di Mary Agnes.

«Ogni tanto, quando sono libera, l’aiuto nel rigovernare le stanze del palazzo e la vedo trattare con cavalieri o dame. Lei è sempre a corto di denaro e deve saldare i debiti. Le piace vivere bene al di sopra delle sue possibilità».

Frate Ethan intuì di aver puntato bene sulla servetta, furba e svelta nel capire le situazioni.

«Quando potete presentarmi a Mary Agnes?» Domandò frettoloso il frate che desiderava di chiudere la questione al più presto.

Gwen emise un flebile risolino, che assomigliava a un sospiro d’amore. «Dovete pazientare».

Il frate sgranò gli occhi per la sorpresa. Se Mary Agnes poteva essere comprata con qualche pezzo d’argento, non capiva perché doveva attendere.

Gwen intuì i pensieri del frate e precisò che era un momento di calma per Mary Agnes senza particolari assilli economici. «Tempo un paio di giorni, al massimo una settimana Mary Agnes dovrà procurarsi qualche soldo per colmare il debito contratto nel frattempo. Allora ve la presenterò per mettervi d’accordo».

Frate Ethan sospirò perché era Gwen a dettare i ritmi.

«Per me niente?» chiese la ragazza allungando il collo.

Avida la servetta” si disse il frate, prendendo quattro pezzi d’argento dalla borsa. Uscito dal confessionale senza notare la presenza di qualcuno, allungò il denaro.

«Solo questi?» mormorò contrariata la ragazza.

Frate Ethan scosse il capo. “Se vuole il resto, deve presentarmi Mary Agnes” e riprese a parlare sottovoce. «Avevamo pattuito tre scudi e ve ne ho dati quattro per le informazioni. Mi sembra equo lo scambio».

Gwen fece un sorriso storto. Aveva capito che non si fidava di lei e aveva ragione, perché avrebbe fatto la medesima cosa. Fece scivolare furtiva i quattro pezzi nel corsetto e si avviò per uscire.

Frate Ethan si avvicinò a un altare con la Madonna e il Bambin Gesù per recitare le preghiere che stamani se ne era dimenticato. Tenne d’occhio il portone d’ingresso, finché la figura minuta di Gwen non sparì dalla sua vista. “Tornare al Castello per fare anticamera?” si disse scuotendo il capo. Non era sua intenzione essere trattato come il più pezzente dei poveri. Quindi visto che era l’ora sesta, si diresse verso una locanda, Al Cervo d’oro, da cui usciva un delizioso profumo di montone arrosto. Non era l’unico odore invitante per frate Ethan, perché percepì anche quello di un timballo di carne e pesce di fiume.

Con passo deciso avvolto nel suo mantello pesante da viaggio si sedette a un tavolo d’angolo lontano dagli spifferi della porta e delle finestre. Per essere maggio faceva ancora freddo.

Aveva scelto bene la locanda perché sia il montone arrostito a puntino sia il timballo meritavano un applauso per il cuoco. Tutto questo era innaffiato con un vinello rosso veramente eccellente e al termine il frate gustò con soddisfazione confetti di anice glassati con lo zucchero e birra speziata al luppolo.

Decise di fare una passeggiata per Maidstone, assai più modesta rispetto a Canterbury. Almeno questo era il pensiero del frate ma intirizzito dal vento gelido che soffiava gagliardo decise di tornare alla sua stanza ‘Al tabarro’, che trovò riscaldata dal fuoco del camino.

Le giornate si erano allungate ma il cielo grigio come il piombo non le metteva in risalto. Acceso il lume si sistemò con la poltrona di vimini accanto al fuoco a leggere qualche salmo della Bibbia. Doveva farlo perché non aveva seguito i precetti del convento che imponeva preghiere al mattino appena alzato e quelle pomeridiane. Il vespro era arrivato ma lui ripensava al colloquio con la servetta. “Dunque Glovine è avvicinabile” rimuginò come un ruminante. “Anche lui ha un prezzo”.

Quando si fermava a cenare al termine del vespro nella locanda che lo ospitava sia il frate sia Gwen fingevano indifferenza. Frate Ethan però era impaziente di parlare con Glovine e le giornate si snodavano lente tra uno scroscio di pioggia e un pallido sole. A corte non ci aveva messo più piede, perché non intendeva umiliarsi rimanendo in attesa di una convocazione che non sarebbe avvenuta. Prima doveva parlare col bibliotecario cieco e poi avrebbe giocato le sue carte.

Ormai erano trascorsi dieci giorni senza novità. La noia era sovrana e il senso di inazione era troppo forte. La sera del dodicesimo giorno della sua permanenza a Maidstone avvenne la svolta. “Sembra un caso” rifletté allegro il frate. “Avevo deciso di partire domani ma il Signore ha dato ascolto alle mie preghiere”.

Era successo tutto senza preavviso. Gwen mentre gli serviva il solito dolcetto allo zenzero con vino speziato sussurrò: «Domani al solito posto» e si allontanò per non destare i sospetti di Robert.

Frate Ethan rimase impassibile, anche se dentro di lui era un tumulto di sensazioni contrastanti, perché finalmente poteva passare all’azione. Sorseggiò il vino caldo alla cannella e zenzero gustandolo con piacere. Tratteneva in bocca ogni sorsata per sentire in gola il gusto forte delle zenzero. Trovava che era ancora migliore rispetto alle altre sere. Pareva più gustoso e forte ma forse era solo il pensiero dell’indomani

Alzatosi dal tavolo per raggiungere la sua stanza avrebbe voluto che fosse già mattina pronto a uscire per recarsi nella Cattedrale. Però la sera e la notte erano ancora lunghe.

Albeggiava quando si vestì per raggiungere la Cattedrale dopo aver recitato le preghiere del primo mattino. Era smanioso di incontrare Gwen e conoscere Maria Agnes. Pochi viandanti mattinieri erano avvolti in pesanti mantelli per ripararsi dal freddo mentre Frate Ethan sentiva il calore dell’impazienza.

Si sistemò nel confessionale dell’ultimo incontro con Gwen e attese che la ragazza arrivasse. Il tempo pareva fermatosi tanto scorreva lento.

Stava per cedere allo sconforto, perché pensava che si fosse presa gioco di lui, quando udì un discreto bussare alla grata. Apertola la voce appena sussurrata di Gwen disse: «Oggi è il giorno buono. Ci vediamo al mercato».

Frate Ethan non riuscì a dire nulla perché sentì i passi leggeri della ragazza che si allontanavano.

Uscito dal confessionale, si chiese quale mercato fosse e dove si trovasse. “Se ce ne è più di uno come farò a individuarlo?”

Sul sagrato della chiese fermò un viandante per avere l’indicazione come raggiungere il mercato. Emise un sospiro, perché per sua buona sorta ce ne era solo uno: quello dove si vendeva frutta, verdura, carni e indumenti.

Non faticò a rintracciare Gwen che era accompagnata da un donna grassa e dall’aria sprezzante. Si atteggiava a gran dama nel vestire e nel muoversi ma frate Ethan aveva imparato a riconoscere le vere dame da chi cercava di scimmiottarle. Lei non l’avrebbe ingannato. Finse di trovarsi per caso vicino alla ragazza che lo salutò con deferenza. La donna sgranò gli occhi perché Gwen conosceva questo frate che le apparve subito una persona da tenere sul palmo di una mano.

«Chi è?» chiese curiosa.

Gwen aspettò un attimo prima rispondere che era un ospite importante della locanda dove lavorava come serva. Questo accese ulteriormente la curiosità di Maria Agnes.

Con fare umile la ragazza disse a bassa voce: «Questa signora desidera conoscervi».

Il frate represse la risata per non tradirsi. Gwen stava recitando alla perfezione. Con distacco, quasi a sufficienza, fece un inchino e chiese il nome della donna dopo aver detto il suo.

«Maria Agnes» rispose.

Il ghiaccio era rotto.

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Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – parte settima

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Una notte magica San Giovanni

Il viaggio verso Maidstone non era cominciato sotto i migliori auspici. Dopo poche miglia si era rotto il mozzo destro della carrozza. Poi la strada era in pessime condizioni per la pioggia che era caduta copiosa nel mese di aprile, ma nemmeno maggio era stato più clemente. Il cielo era imbronciato e non prometteva nulla di buono.

Dopo sette giorni con molte soste e un’andatura rallentata dal fango e dalle piogge frate Ethan entrò nella capitale del regno.

Frate Ethan si presentò nel castello di King James e chiese udienza, mentre la sua scorta, un capitano e sei soldati, si acquartierava in uno spiazzo nei pressi.

Un valletto lo accolse con freddezza. «King James è impegnato» disse senza specificare quando si sarebbe liberato e avrebbe concesso di riceverlo.

Il frate disse laconico: «Aspetterò che King James sia disponibile».

Il valletto lo accompagnò in una stanza buia e con poco mobilio. Un piccolo tavolo di legno scadente, una sedia rustica e alquanto scomoda, una finestrella senza vetri che guardava un cortile interno e il camino spento. L’umidità esterna aveva ricoperto quei mobili di una patina lucida e bagnata. Il frate si strinse per bene nella mantella pesante da viaggio per proteggersi dal freddo umido della stanza, sistemandosi sulla sedia di ciliegio per nulla comoda.

Aspettò paziente che il valletto lo venisse a chiamare. All’ora sesta sperò di vedere qualcuno che lo invitasse a un banchetto ma la sua speranza rimase delusa. All’ora nona se ne andò tra l’indifferenza generale. Raggiunse la locanda ‘Al tabarro’, che gli avevano indicato come la migliore di Maidstone. Qui trovò il suo bagaglio e una ampia stanza confortevole, riscaldata dal fuoco nel camino.

Fatto un bagno caldo per togliere l’umidità accumulata nell’attesa, frate Ethan scese nella sala dove si mangiava. Aveva una fame da lupi, perché digiunava da quasi ventiquattro ore.

Una servetta svelta dallo sguardo furbo gli servì una fumante zuppa di verdure con pane nero di segale. Rinunciò al vino, perché odorava di aceto e si fece portare un boccale di birra scura. In breve tempo lasciò la scodella di stagno lucida come se fosse immacolata. Avrebbe fatto il bis ma ci rinunciò. “Un po’ di digiuno fa bene allo spirito e mortifica la carne”. Però non seppe dire di no a un pezzo di formaggio di capra stagionato e al vino caldo speziato per chiudere la cena.

Prima di alzarsi dal tavolo chiamò la servetta, perché era certo che sapeva tutto del bibliotecario cieco. Da dove nasceva questa certezza non lo sapeva ma il suo intuito glielo faceva supporre.

Lei si avvicinò titubante. Quel frate le inspirava fiducia ma sapeva che il padrone non voleva che si importunasse i clienti.

«Desiderate altro?» chiese incurvando la testa per osservare la porta della cucina.

«Sì. Un’informazione».

«Chiamo Robert, il padrone. Di certo lui saprà soddisfare la vostra curiosità» aggiunse con un filo di voce. Con la coda dell’occhio l’aveva visto uscire dalla cucina per servire al banco delle mescite.

«No. Mi siete sufficiente voi. È un’informazione di poco conto».

La servetta mostrava chiari atteggiamenti di insofferenza e di timore che il padrone la cacciasse via. Lei aveva bisogno di quei quattro soldi con cui Robert la pagava.

«Se mi ordinate qualcosa, posso ascoltarvi».

Frate Ethan si grattò la corta barbetta che adornava il mento. “La zuppa è ottima ma dopo formaggio e vino proprio non ci sta».

«Bene. Portatemi una generosa fetta del formaggio di capra di prima e un boccale di birra» ordinò a voce alta per distogliere l’attenzione dell’oste da loro e soggiunse a voce bassa: «Vorrei delle informazioni sul bibliotecario di King James».

La servetta fece un inchino, annuendo di aver compreso che cosa voleva sapere il frate.

«Il tempo di andare in cucina a prendere il formaggio». E si allontanò seguita dallo sguardo indagatore di Robert.

«Vi stava importunando?» chiese acido l’oste che si era avvicinato al tavolo.

Frate Ethan scosse il capo e fece un mezzo sorriso. «Tutt’altro. È una ragazza sveglia e molto educata. Voleva sapere se la cena era stata di mio gradimento. Come vedete ho fatto il bis del formaggio, davvero squisito».

Robert si allontanò richiamato dalla cucina, mentre la servetta tornava con formaggio e birra. «Ecco quanto avete ordinato» e sussurrando in modo impercettibile aggiunse «Al mattino sono libera. Se vi trovate all’ora terza sul sagrato di Saint George, vi posso dare tutte le informazioni».

Frate Ethan annuì e alta voce le fece i complimenti per il desinare.

Soddisfatto si ritirò nella sua stanza. Il giorno dopo avrebbe potuto conoscere qualcosa di più su questo misterioso bibliotecario.

Abituato ai ritmi del monastero al primo albore era già sveglio. Sorrise rimettendosi sotto le coperte. Il camino spento e la nottata insolitamente fredda per la stagione l’avevano convinto a restare al caldo in attesa della colazione.

All’ora terza dopo la colazione con una zuppa dolce d’avena e latte appena munto, frate Ethan si recò all’appuntamento con la servetta.

«Se entriamo nella cattedrale, possiamo trovare un posto defilato per parlare di Glovine» suggerì la servetta avviandosi verso una porta laterale.

Si sistemarono vicino a un confessionale immerso nella penombra e da tempo non usato, perché una sottile pattina di polvere era presente un po’ ovunque.

Dopo essersi sistemati su due sedie prelevate da una pila, la servetta prese l’iniziativa. «Ditemi cosa volete conoscere di Glovine. Vi avverto che è alquanto complicato avvicinarsi».

Il frate sorrise. Gli venne un’idea per rendere più riservato il loro incontro. «Mi siedo nel confessionale e voi nell’inginocchiatoio della postazione di sinistra, la più defilata. Vedo che c’è un sedile e la possibilità di tirare una tenda».

La servetta annuì perché l’idea era buona, facendolo sembrare l’incontro tra un cappellano e una penitente.

«Avete detto che si chiama Glovine».

Un sì appena bisbigliato confermò il nome.

«La biblioteca non è nel castello di King James. Dove si trova?»

La servetta sorrise, perché il frate era al corrente di questo dettaglio. «È nel Palazzo dietro l’abside della cattedrale ma raramente viene aperto il portone per far entrare degli estranei. Glovine ama il silenzio delle grandi sale e il profumo della pergamena dei libri che custodisce».

Adesso era il turno del frate a sorridere. “A quanto pare, la servetta è ben informata”.

«Come vi chiamate? Io sono frate Ethan».

«Gwendolyn ma tutti mi chiamano Gwen».

«Un nome curioso e insolito».

Gwen sorrise. “Questo frate la sa lunga” si disse. «Mio padre era gallese ed è arrivato qui come prigioniero molti anni fa. Poi ha incontrato Annie, mia madre, ed è rimasto».

Una ragazza un po’ selvatica ma di indole buona e sincera”. Era arrivato il momento di saperne di più di Glovine.

«Come si può avvicinare il bibliotecario?»

Gwen sospirò e narrò che era in pratica inavvicinabile a meno che King James lo autorizzasse a ricevere gli ospiti.

«Però…» e la ragazza si interruppe. Pensò che fosse meglio centellinare le informazioni.

Furba la ragazza. Le informazioni me le darà un pezzetto alla volta per ottenere qualche denaro d’argento”. Il frate rimase in silenzio come se volesse meditare su quel però.

«Facciamo così» affermò con voce decisa. «Io vi darò tre denari d’argento e diversi penny per quello che mi direte. Se lo giudicherò meritevoli d’interesse, aggiungerò qualche altro pezzo di danari» e fece tintinnare una borsa che era nascosta sotto il saio. Era sicuro che i denari d’argento le avrebbe sciolta la lingua piuttosto in fretta. “Tanto questi pezzi me li ha donati prima di partire Sir Percival per farne buon uso”. Represse una risata in attesa di conoscere cosa aveva da raccontargli la ragazza.

A Gwen luccicarono gli occhi, perché nei suoi sedici anni di vita di pezzi d’argento non li aveva mai visti.

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Racconti impossibili – una storia di Canterbury – parte sesta

Prosegue la storia e voi direte uffa ma io insisto. Se leggete gli arretrati qui forse cambiate idea 😀

Frate Ethan percorse un corridoio rischiarato da grossi ceri per recarsi nello studio di sir Percival. Era irritato e tutto il discorso preparato durante la camminata era svanito. Recitò mentalmente diversi Actus contritionis per espiare le male parole pronunciata davanti al portone.

Gli abiti che indossava erano di lana grezza e prudevano non poco. Il frate resistette al prurito mentre si introduceva nello studio in rosso di Prince John, sistemandosi accanto al camino. Era ancora intirizzito per la pioggia presa durante la sosta davanti al portone.

Sentì la porta aprirsi: era il maestro della casa che gli porgeva una bevanda calda. Il caldo del fuoco e del vino speziato sciolse l’umido accumulato durante la camminata. Il sangue aveva ripreso a circolare e mani e naso divennero rossi.

“Sir Percival mi vuole innervosire perché tarda a venire”. Erano queste le sue riflessioni, quando finalmente Prince John fece la sua comparsa.

Lo guardò perplesso perché non intuiva i motivi della sua venuta. “Forse ha indagato sulla fallita tresca con la novizia?” Si sentiva in ansia per il timore che le parole del frate potessero metterlo in imbarazzo.

«Ho un bel po’ di notizie da Saint Church» esordì senza troppi preamboli.

Sir Percival sbiancò e si sedette sulla sua poltrona preferita come per evitare di cadere. Da lì poteva vedere in volto il suo confessore.

«Ho raccolto voci su…» Frate Ethan fece una pausa a effetto per tenere sulle spine Prince John. Doveva fargli pagare il dispetto di essere stato tenuto sotto la pioggia per un bel po’ di tempo davanti al portone sbarrato.

«Quali voci?» Fece sir Percival con un filo di voce. Immaginava che si riferisse all’episodio della novizia Alyssa e della madre badessa.

«Le voci girano in fretta. Si spettegola su tutto anche su questo» Il frate sfumò la voce in maniera ambigua.

«Se siete più chiaro, forse sono in grado di dare qualche spiegazione». Il volto era terreo e la voce incerta.

Frate Ethan sorrise, perché capì d’averlo in pugno. Quel lontano ricordo era troppo presente nella sua memoria affinché potesse essere messo nel dimenticatoio. Rimase in silenzio guardandolo fisso. “Ben vi sta per avermi mancato di rispetto” pensò prima di cominciare il discorso della sua andata alla corte di King James a Maidstone.

«Dunque vediamo da dove cominciare» disse, estraendo delle pelli di agnello dal corsetto di lana. Un ghigno di soddisfazione comparve sul suo volto. Srotolò sulle sue gambe le pelli, mentre Prince John allungava il collo nel tentativo di leggere cosa c’era scritto.

«Allora» riprese il frate, «voi avete avuto una tresca con…». Nuova pausa del frate come se cercasse un nome, mentre sapeva bene cosa doveva dire.

A sir Percival tremò visibilmente il labbro inferiore, che si contraeva con moto involontario, mentre il piede pestava con forza il pavimento.

«Ah! Ecco ci sono! Voi avete avuto una relazione con Lady Clarence, la vedova del duca di Sevenoaks» e alzò gli occhi verso di lui.

«Vi ho già spiegato che sono tutte falsità» affermò con veemenza, ricordando la confessione del giorno precedente.

Un sorriso ironico comparve sul volto del frate. “E chi ci crede?”. Sir Percival distese i lineamenti del viso e riacquistò il controllo della mente e del corpo, perché la visita non verteva sulla novizia Alyssa.

«Saranno falsità, ma le voci dicono che nove mesi esatti dal rientro a Sevenoaks è nato il futuro duca».

Prince John si rilassò ascoltando queste parole. “Non mi disturbano, perché sono mesi che queste voci girano. Ben diverso sarebbe se circolassero l dettagli del mio tentativo con la novizia”.

«Eppure giurano che il futuro duca vi assomigli molto. Stessi capelli rossicci, il mento squadrato e il naso leggermente storto» spiegò il frate fingendo di leggere le pelli d’agnello che teneva sulle gambe.

«Ammesso che sia vero ma non lo è, vi ho già spiegato tutto ieri. Il defunto duca di Sevenoaks, pace all’anima sua, per queste malignità mi ha tolto il saluto e fatto cadere in disgrazia presso la corte di King James».

«Allora ammettete la relazione tra voi e Lady Clarence?»

«No!» Era più un ringhio rabbioso che una negazione.

«D’accordo ma non scaldatevi per questo. Io volevo discutere con voi di come riabilitare la vostra reputazione e cancellare il sospetto avvelenamento del duca di Sevenoaks».

Sir Percival sorrise e col capo gli fece cenno di proseguire.

«Ho bisogno del vostro aiuto per andare a Maidstone per investigare e scoprire il colpevole».

Prince John annuì che era d’accordo sull’aiuto.

«Dovete convincere il priore Abbey a lasciarmi partire per la capitale del regno e voi darmi una scorta per arrivare sano e salvo a Maidstone».

Sir Percival spalancò gli occhi. “Per così poco ha montato un caos incredibile”. «Cosa dovrei dire al priore?»

«Beh! Potreste raccontargli una balla qualsiasi. Ad esempio una missione delicata presso la corte, perché voi non potete recarvi là».

Sir Percival annuì appoggiando il mento sul palmo della mano e stava per dire qualcosa, quando il frate aggiunse un’altra richiesta.

«Dovete farmi accompagnare per rientrare a Saint Church. Piove e fa freddo».

Qualcuno bussò alla porta. «Avanti!» urlò uno spazientito Sir Percival e comparve il maestro della casa con tonaca e mantello del frate, che depose presso il camino.

Dopo essersi cambiato, frate Ethan ritornò in carrozza a Canterbury sotto una pioggia gelida e battente.

Tre giorni più tardi il frate comodamente seduto su una carrozza scortato dai sei soldati partì per Maidstone.

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Racconti impossibili – una storia di Canterbury – quinta parte

Prosegue la storia col frate Ethan che … non dico altro. Le altre puntate le trovate qui.

Frate Ethan recitò quasi meccanicamente le preghiere del mattutino, perché aveva la mente rivolta altrove. Sbuffò al pensiero di mettersi al confessionale, prendere l’ostia consacrata e infine la colazione nel refettorio.

Tempo perso” borbottò, suscitando lo sguardo malevole del frate accanto a lui. Non aveva capito cosa aveva detto ma aveva rotto la sua concentrazione nel pregare.

Frate Ethan alzò le spalle in modo impercettibile per non creare un disputa che avrebbe prodotto solamente una perdita di tempo. “Dovrei tagliarmi la lingua a volte” pensò mentre recitava Actus fidei. Il tempo non passava mai e le lodi al Signore per il nuovo giorno non finivano più. Avrebbe voluto sbuffare per l’impazienza di correre al castello ma si trattenne.

La mattinata trascorse lenta e noiosa mentre preparava mentalmente il discorso da fare a Prince John. Ascoltò sbadatamente le confessioni di novizie e suore, che quasi non lo riconoscevano, abituate alle sue battute maliziose. Mangiato in fretta pane nero raffermo e una zuppa di cipolle, uscì dal convento.

La giornata era tutt’altro che ideale per un uomo a piedi. Una pioggia leggera bagnava ogni cosa e nonostante il cappuccio sul capo avvertiva nel corpo tutta l’umidità della giornata.

Salire a piedi fino a Devil’s Castle non era una passeggiata di salute. Il maniero stava sul cocuzzolo di una collina bassa appena fuori le mura di Canterbury, una posizione ideale per dominare la piana che si estendeva attorno alla città, capitale del principato di Sir Percival. Pur non troppo distante dalle mura la camminata, anche a passo svelto, non finiva mai.

La strada era sufficientemente larga per ospitare affiancate due carrozze oppure sei cavalleggeri armati. Ai suoi lati querce offrivano un comodo riparo dal sole estivo. Tanto polverosa d’estate, quanto fangosa era in autunno e primavera. Però ormai erano troppi i giorni pioggia e la via era difficoltosa anche per le carrozze o cavalieri. Per i viandanti era un incubo col rischio di scivolare a ogni passo.

Era la sesta ora quando frate Ethan bussò con energia al portone massiccio di quercia per farsi aprire. Borchie di rame servivano a tenere uniti diversi strati di legno ed era difficile abbatterlo anche con una testa d’ariete.

Il saio e il mantello erano ricoperti da uno spesso strato di fango come i calzari di cuoio. Erano gli effetti della camminata per giungere fino a lì.

Un soldato aprì uno spioncino quadrato per vedere chi voleva entrare.

«Sono frate Ethan» affermò stizzito. «Devo conferire con Sir Prince John Percival».

Lo spioncino si richiuse ma il portone non si aprì.

Il frate era furioso perché stava sotto la pioggia e fuori dal castello come un penitente. Una pozza di acqua fangosa si formò sotto di lui, mentre spazientito bussò con rinnovato vigore il portone. Di nuovo lo spioncino si aprì e il viso di un secondo soldato lo guardò stringendo gli occhi che mostravano stupore.

«Cosa avete? Non avete mai visto un frate infangato?» Berciò con tono irritato, mentre la sua pazienza lasciava il posto alla collera.

Anche questa volta lo spioncino si chiuse senza che il portone si aprisse.

Infuriato lanciò qualche maledizione verso di loro nominando il nome di Dio invano. Poi si raccolse in preghiera per essersi lasciato andare. Però doveva entrare e i soldati di guardia lo tenevano fuori alla pioggia che era aumentata d’intensità, mentre un vento freddo e gagliardo si insinua sotto la tonaca.

Il frate si guardò intorno alla ricerca di qualcosa. Trovò un robusto bastone abbandonato da qualcuno. Lo raccolse e con quello picchiò più volte sul portone mandando un rumore sordo.

Ancora un volta lo spioncino si aprì mostrando il viso di un giovane soldato. Con mossa fulminea frate Ethan afferrò l’elmo e lo tirò verso di sé. Il giovane rimasto sorpreso non reagì con prontezza e si trovò incastrato nello spioncino.

«Ci rimarrai lì finché questo portone non si aprirà» urlò con tutta la rabbia covata dentro.

«Ma signore chi è lei?» Il tono supplichevole del ragazzo fece ridere il frate prima di ripetere il suo nome.

«Sono il confessore di Prince Sir John Percival e se non aprite in fretta finirete nelle segrete del Castello».

«Cosa succede?» Una voce matura chiedeva informazioni sul trambusto.

Dopo un breve conciliabolo frate Ethan sentì un perentorio: «Aprite subito il portone».

Un rumore di chiavistelli e catenacci che venivano azionati indusse il frate a mollare la presa. In un batter d’occhi il giovane sparì e il portone si dischiuse.

Il capitano delle guardie trattenne una risata coprendosi la bocca alla vista del frate fradicio di pioggia e infangato come un maiale.

«Non potete presentarvi al cospetto di Prince John in questo stato. Entrate in questa stanza mentre vi procuro dei panni asciutti».

Frate Ethan intirizzito dal freddo e per la pioggia si accostò al camino, dove crepitava il fuoco. Un leggero vapore si levò dal mantello, mentre il fango tendeva a seccarsi sulle gambe e sulla tonaca. Si guardò intorno alla ricerca di un bacile e dell’acqua per darsi una rinfrescata.

«Ecco dei panni asciutti. Sir Prince è stato avvertito della vostra venuta. Alcuni servitori arriveranno tra poco con una portantina per condurvi al suo cospetto». Spiegò con tono umile nella speranza che non parlasse troppo male per averlo tenuto fuori del portone.

Il frate si diede una rapida rinfrescata prima di indossare dei panni caldi che cadevano un po’ troppo ampi.

«Questi» lo informò il capitano, indicando quello che il frate si era tolto. «Lasciateli qui. Non appena sano presentabili ve li porteremo asciutti e lindi.»

Doveva farsi perdonare per quello che avevano combinato i suoi uomini.

Poco dopo una portantina lo portò al cospetto di sir Percival.

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