Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – La strada

Una nuova bella immagine di Etiliyle per una nuova storia.

Non sono molte le strade che portano a Venusia, un piccolo puntino senza nome nella pianura di Ludilandia. Per lo più viottoli assolati di campagna polverosi d’estate, fangosi nell’autunno.

Così se qualche forestiero capita a Venusia, è perché ha infilato quell’unica strada quasi sommersa da arbusti ed erba probabilmente per sbaglio.

D’estate quella strada che da Ludi conduce a Venusia è anche piacevole da percorrere. Ombreggiata con macchie di oleandri cresciuti in maniera selvaggia lungo i bordi della carrareccia. Nessun venusiano conosce come siano nate quelle piante. Qualcuno dice che è stato il vento a trasportare i semi, altri un antico vesuviano ha deciso di dare un tocco di colore alla strada. Di fatto i vesuviani se ne infischiano della loro origine, anzi la loro presenza un po’ li infastidisce per i fiori e le foglie che cadono sull’asfalto.

Comunque un giorno di luglio col sole a picco che spacca le pietre ma anche le teste Massimo ha infilato quel tratturo che da Ludi porta a Venusia. Un po’ per gioco, un po’ per curiosità ma perché era ombreggiato e prometteva fresco. È un turista arrivato con un pullman a Ludi a visitare non si sa che cosa. A ludi non c’è nulla da vedere. Noleggiata una bicicletta da gran turismo, in braghe corte e maglietta ha cominciato a pedalare, finché vista quella strada in ombra ha deciso di percorrerla.

Di buona lena pedala, pedala, ma non vede mai finire la strada e nemmeno incontra persone o cose.

Cosa ci fosse dietro quel muro di verde, lo ignora, perché è talmente fitto da impedire la vista. Ascolta alla sua destra il fresco gorgoglio dell’acqua ma non capisce se è un fiume o un rigagnolo.

La strada non è mai dritta ma un susseguirsi di curve che Massimo affronta con prudenza. Si chiede dove arriva, visto che non incontra né uomini né animali. Sbucato dall’ennesima curva gli appaiono case basse con lo sfondo di un panettone verde.

«Oh!» esclama stupito a questa visione inaspettata. «Dove sono finito?»

Superate le case più esterne tra gli sguardi sorpresi dei suoi abitanti, Massimo arriva in una piazza con una fontana senz’acqua. Si guarda intorno smarrito alla ricerca di una fontanella per bere senza trovare nulla.

Il sole è di un bianco accecante e la pedalata gli ha messo sete. Gli abitanti di questo paese sembrano nascondersi, quasi timorosi di essere contaminati da Massimo. L’orologio della torre è fermo, immobile come l’aria di questa giornata torrida.

Massimo pedala lento alla ricerca di un bar.

«Ci sarà pure uno straccio di osteria in questo paese di…» e lascia sfumare l’esternazione. «Tanto è inutile imprecare».

Intravvede in una via alberata con frondosi ontani quello che gli sembra un esercizio pubblico. Due colpi di pedale ben assestati ed eccolo davanti all’insegna: “Da Sghego”. Appoggiata la bicicletta al tronco rugoso un po’ barcollante si avvia dentro alla ricerca di refrigerio. Quattro uomini stanno giocando a carte e non lo degnano nemmeno di uno sguardo di sbieco. Continuano la loro partita battibeccando.

«Una birra» ordina appoggiandosi al bancone.

Un ometto smilzo e pelato scuote la testa. «Niente birra» e continua a lucidare i bicchieri.

«Un’aranciata fresca» prova a chiedere Massimo, che si umetta le labbra secche.

L’ometto finge di non sentire, mentre fa cenni di diniego col capo.

«Ma che c…» s’interrompe Massimo che sta perdendo la pazienza. «Insomma quale bevanda vendete?»

L’ometto solleva lo sguardo e mormora: «Vino. Vino rosso».

Massimo strabuzza gli occhi. Non può credere che si venda solo vino ma si rassegna. Ha sete e deve bere.

«Un gotto di vino» esclama contrariato.

«Rosso?»

Massimo si torce le mani e si morde la lingua, prima di ribattere: «Avete anche del vino bianco ghiacciato?»

«No. Solo vino rosso» afferma con tono monocorde l’ometto senza smettere di lucidare con cura i bicchieri.

«Allora vino rosso» afferma Massimo spazientito con la voce stridula per l’ira.

Senza fretta l’ometto prende uno dei bicchieri lucidati con cura maniacale e lo riempe col vino rosso di un fiasco impagliato.

Massimo afferra il calice e beve tutto d’in fiato il suo contenuto, asciugandosi le labbra con un fazzoletto.

«Un altro» mormora Massimo che si umetta le labbra con la lingua.

L’ometto nega col capo e dice con voce calma: «Uno è sufficiente. Deve tornare a Ludi sobrio».

Massimo sgrana gli occhi allibito. Quell’ometto si preoccupa del suo ritorno a Ludi. Ha capito che è giunto il momento di togliersi dai piedi.

«Quanto le devo?» chiede mettendo mano al marsupio dove tiene il portafoglio.

«Niente».

«Come niente?» mormora esterrefatto Massimo.

«È la ricompensa per essere venuto a Venusia» e lo congeda.

Annunci

Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – Il sogno

Da questa stupenda immagine di Etiliyle ho ricavato questa piccola storia

https://etiliyle.files.wordpress.com/2019/05/photoeditor_20190520_0405525606486009117840280107.jpg?w=685

Carola si ritrovò sola all’interno del maniero circondato da erbacce alte come lei che di statura era bassettina. Portava un paio di stivali con una bella zeppa sotto le suola ma nonostante questo accorgimento stentava di arrivare al metro e sessanta.

«Riccardo» urlò ma ascolto solo il suo eco che rimbombava nel lungo corridoio appena illuminato da una stretta finestrella senza vetri né imposta.

Carola ebbe paura, perché aveva capito di essere stata troppo curiosa, infilando quella porta nonostante Riccardo l’avesse sconsigliata.

Riccardo era il suo compagno da molti anni e il loro rapporto funzionava bene. Piccoli dissapori che si affrettavano a spazzare via, chiarendo le incomprensioni, erano nubi passeggere di breve durata. Erano molti di più i punti di contatto che favorivano il loro rapporto. Riccardo era prudente e razionale, Carola impulsiva e curiosa. Quindi Lei spingeva per conoscere affidandosi all’intuito, lui ragionava sulle scelte della compagna e insieme sceglievano sempre la via maestra per raggiungere l’obiettivo.

Questa volta Carola aveva affrontato l’incognito senza confrontarsi con Riccardo e cominciava ad avere un po’ di timore di aver compiuto un azzardo.

«Vado avanti oppure torno indietro?» disse a voce alta per darsi coraggio.

Strinse gli occhi, aggrottò la fronte e si avvicinò con cautela alla stretta feritoia che dava luce e aria al corridoio.

Guardò fuori ma non vide nulla. Sembrava un posto stregato. Eppure qualcosa doveva osservare. Campi, montagne o acqua. Però con sgomento, sbiancando vedeva solo un mare di nuvole.

«Nuvole?» ribatté stringendo con le braccia il corpo. «Non è possibile. Quando sono entrata il sole era alto e non c’erano nuvole in cielo. E poi il castello non è sufficientemente alto da perdersi tra le nubi».

Fece quattro passi verso una nuova fonte luminosa. Udì il suo ciabattare sul pavimento lastricato di pietre sconnesse e il suo respiro affannoso. Si spinse verso quella luce sulla destra nella speranza di trovare le risposte ai suoi turbamenti.

Affrettò il passo ma quella luce invece di avvicinarsi rimaneva sempre alla medesima distanza. Cominciò a correre angosciata rischiando di cadere su quelle lastre di ardesia grigia instabili. Il fiato grosso divenne un rantolo con la bocca sempre aperta nella speranza d’immettere più ossigeno nei polmoni.

Svoltato l’ultimo angolo si trovò di fronte a un cancello in ferro battuto dietro al quale si intravvedeva un giardino e in lontananza l’azzurro del mare.

Spalancò occhi e bocca, mentre il petto pareva un mantice impazzito. Non poteva crederci.

«Non è possibile» affermò incredula Carola, afferrando la cancellata che si aprì con un cigolio dolce.

Con cautela avanzò verso il fondo del sentiero. Era basita. La sua curiosità la stava tradendo e la faceva andare verso un mondo ignoto.

«Riccardo» sussurrò Carola con un filo di voce. «Dove sei?»

Nessuna risposta e nemmeno l’eco delle sue parole. I suoni parevano essere assorbiti dal verde del giardino. Camminò guardinga, quando due mani forti le coprirono la visuale.

Il cuore accelerò di colpo e in un attimo pensò che sarebbe finita male.

Si dimenò cercando di liberarsi da quella presa che l’aveva inchiodata contro un muro.

«Carola».

Una voce familiare la rincuorò.

«Carola, stai facendo un brutto sogno?»

Il ritorno dal futuro – parte seconda

Ecco la seconda e ultima parte. La prima la trovate qui.

Buona lettura

30 gennaio 2054 – ore 9:00 A.M. fuso di Tucson – Deserto di Gila

Last Horizons è un uccello stanco dopo un lungo volo e si ferma immobile, mentre al suo interno gli astronauti si abbracciano festanti.

Subito l’euforia lascia il posto alla paura. L’essere tornati a casa non è sufficiente. Adesso comincia la parte difficile. Gli strumenti segnalano una temperatura di centoventidue gradi Fahrenheit all’esterno e sono appena le nove di mattina. Davvero insopportabile per chiunque. Gli edifici distano quasi ventuno miglia. Troppi da percorrere a piedi con quella temperatura che salirà col passare delle ore. Per fortuna la radioattività è nei limiti. Però altre spie indicano che per loro possono arrivare altri pericoli una volta all’aperto a causa degli inquinanti. Anidride carbonica in eccesso, biossido di azoto cento volte la norma e polveri sottili alle stelle.

Diradatasi la sabbia sollevata dall’astronave osservano sulla loro sinistra una rampa di lancio ripiegata su se stessa e in lontananza il complesso di edifici che è l’ultimo ricordo prima della partenza. Sulla destra l’hangar semi scoperchiato come se fosse avvenuta un’esplosione.

«Non possiamo avventurarci fino agli edifici con questo caldo» osserva Lin che sta già preoccupandosi di come mantenere la temperatura bassa all’interno.

«E se si usasse Micky, il rover?» suggerisce Samantha, mentre Lin attiva i pannelli solari per ricaricare di energia l’astronave.

È un cingolato che hanno usato su Marte e su Europa, un satellite di Giove. Può ospitare due persone di corporatura minuta ed è dotato di una pala meccanica per recuperare materiali oltre altre dotazioni.

«Ma è sempre stato guidato da remoto» spiega Dana, che però trova buona l’idea. «Nessuno di noi l’ha mai usato».

«Bisogna fare attenzione, quando usciamo» afferma Chioma che controlla la strumentazione. «I valori dell’ozono sono trenta volte quelli massimi. CO2 sono a livelli preoccupanti, come molti altri inquinanti».

Tutti si volgono verso di lui con gli sguardi pieni d’interrogativi.

«Dovete usare le tutte speciali, quelle delle passeggiate cosmiche» dice Dana, che sta già pensando al dopo, quando dovranno sbarcare. I piccoli non hanno l’attrezzatura per consentire di sopravvivere in quelle condizioni.

Si organizza la spedizione che dovrà esplorare l’astrodomo per capire come agire e se ci sono possibilità di raggiungere una città.

Samantha e James sono scelti per salire sul rover, perché sono quelli che hanno la corporatura più minuta. Stringendosi possono salire e guidare all’occorrenza quel robot semovente, usato per l’esplorazione di Marte e delle lune gioviane. Entrambi indossano una tuta che consente il massimo dei movimenti senza troppi impacci e con una dotazione di ossigeno per ventiquattro ore.

Fatto uscire dalla pancia dell’astronave comincia a muoversi con cautela, guidato da Pavlov dalla plancia di comando.

Solleva un filo di polvere mentre le ruote cingolate affondano nella gialla sabbia del deserto che ricopre la pista.

Dovrebbe impiegare un paio d’ore per raggiungere gli edifici che un tempo erano bianchi, mentre adesso appaiono ingrigiti per effetti ignoti.

Passano accanto alla rampa di lancio, che sembra un gigantesco animale ferito. Poco oltre l’enorme truck che veniva usato per trainarla in posizione è rovesciato su un fianco come se una gigantesca manata l’avesse colpito.

All’interno dell’astronave Dana e Pavlov discutono se sia possibile condurla vicino agli edifici, qualora siano agibili.

«Si potrebbe tentare, azionando i razzi direzionali, per farla retrocedere» spiega Pavlov, che senza distrarsi osserva sul monitor l’avanzata del rover. «Non è detto che ci si riesca, perché non è come pilotare un aereo».

Chioma e Lin trepidano osservando sullo schermo i loro compagni che lentamente si avvicinano al complesso di edifici del centro di controllo Serenity.

30 gennaio 2054 – ore 12 A.M. fuso di Tucson – Centro di Controllo

Samantha e James hanno filmato tutto quello che sta ai bordi della pista e adesso sono davanti all’ingresso principale del Centro di Controllo. La porta pare abbattuta. Non esiste più, mentre un’alta e spessa coltre di sabbia ha sommerso l’atrio. Se qualcuno nelle stanze interne volesse uscire, questo sarebbe impedito dal tappo costituito dalla sabbia.

«Qui è tutto bloccato» gracchia James parlando con Dana.

«Vedo. Manovrate la pala meccanica del rover per aprirvi un varco».

Samantha non è d’accordo perché servirebbe troppo tempo per togliere tutta la sabbia che ostruisce il passaggio. Esiste il rischio che poi rimanga senza energia sufficiente per tornare all’astronave.

«Ma la pala è inadatta a svolgere questo compito» spiega Samantha, osservandone l’altezza, perché in pratica arriva fin quasi al soffitto.

«Cosa pensi di fare?» chiede Dana leggermente seccata.

«Proverei a girare intorno al complesso. Ricordo che c’erano uscite di emergenza sul retro del complesso e, se non sono ostruite, forzarne una per entrare» afferma con calma Samantha, mentre James annuisce col capo in segni di condivisione.

Rimontati sul rover, trovano dietro l’edificio un paio di uscite di emergenza che sono quasi libere dalla sabbia. Basta poco per rimuovere quella che è appoggiata alla porta.

«Questa è in fessura!» esclama Samantha, girando la telecamera verso l’uscita d’emergenza posta centralmente.

In breve, azionando la pala, la liberano.

«Scendiamo» afferma James alzando il cupolino che li ha protetti fino a quell’istante.

«Fatte attenzione. Potrebbero esserci dei crotali lì dentro» si raccomanda Dana con la voce incrinata dalla tensione.

Non si sente tranquilla e cerca di non dimostrarlo. All’interno dell’astronave otto occhi seguono sul grande schermo le loro mosse.

James fa il gesto di OK con la mano, mentre afferra una potente torcia a led, imitato da Samantha. Tirano verso di loro un battente in modo da poter entrare, mentre illuminano l’interno. Il pavimento è ricoperto di sabbia mista a polvere e non presenta tracce umane. Le pareti sono grige, impolverate. Il soffitto appare senza luci e ragnatele. Tre serpenti fuggono veloci tra le gambe dei due astronauti, che sorpresi non reagiscono.

«Acc!» esclama Dana, che li ha riconosciuti. «Sono dei crotali».

James e Samantha non hanno avuto il tempo di aver paura o di reagire al loro passaggio.

«Che strano» borbotta James facendo mente locale all’episodio. «Di solito fanno squillare i loro campanellini per avvertire di stare alla larga ma non l’hanno fatto».

«Forse il cambio climatico o le radiazioni nucleari li hanno resi innocui» azzarda una spiegazione Samantha.

Anche l’assenza di ragnatele appare singolare. Sembra che siano stati sterminati tutti i ragni. Samantha corruga la fronte. In trentacinque anni di assenza sono cambiate molte cose e gli animali sono quelli che lo evidenziano, riflette Samantha senza esternarlo in modo esplicito.

Entrano perlustrando con le torce la vasta stanza che a prima vista pare non avere accessi verso l’interno. Sulla sinistra, appesa alla parete c’è la mappa del complesso. Sbiadita e fragile al tocco. Un ricordo del passato, quando per legge lo si doveva esporre.

«Memorizziamola nel visore» suggerisce Samantha. «Così l’abbiamo sempre a disposizione».

Sentono un grugnito di soddisfazione di Dana, che vede sullo schermo la mappa ingrandita. Può seguirli e dare istruzioni su cosa cercare.

«Ma sono segnate tre porte!» esclama stupito James. «Però non vedo tracce».

Samantha ride all’esternazione del compagno perché non è l’unica stranezza. Mancano interruttori e lampade. Dubita che non ci sia l’illuminazione. Trentacinque anni prima c’erano ma adesso sono scomparsi. L’interno appare diverso dai suoi ricordi. Mentre l’esterno non è stato modificato, la parte interna è stata svuotata e ricomposta in altro modo. Alla loro sinistra c’erano gli alloggiamenti e sulla destra i servizi. La mappa riporta una dislocazione diversa.

James continua a roteare la torcia nel tentativo di venire a capo dell’assenza delle porte, mentre Samantha esplora le pareti.

«Forse il soffitto è luminescente» azzarda James anche se il suo pensiero è di trovare la maniera di passare nelle altre sale.

Samantha si ferma e chiede con tono dubbioso: «D’accordo. Ammettiamo che sia così. Ma la luce l’accendevano col pensiero?»

«Ci saranno interruttori a sfioramento. Anzi ne sono certo» dice James che continua la caccia infruttuosa alle porte. «Adesso è prioritario capire dove si trovano i passaggi per l’interno».

«Trovato!» esclama Samantha, mentre James la guarda come se la compagna avesse ricevuto un colpo di sole.

«Dove?»

«È una mezza parete semovente. Ci sono le guide sotto la sabbia» spiega Samantha spostando il sedimento che le ricopre.

James annuisce ma non è sufficiente. Si deve trovare il modo di spostarla, pensa osservandola da vicino. Non esistono maniglie o bottoni, mentre tasta la parete.

«Credo che funzionino avvertendo il calore umano e riconoscendo le persone» tenta una spiegazione Samantha. Trentacinque anni prima sarebbe futuribile ma adesso forse è realtà.

«Ok» ammette James. «Ma come possiamo svegliarle?»

In effetti le tute da astronave non aiutano e poi i loro visi non sono nel database delle persone fisiche. Devono trovare un altro modo per sbloccare la situazione.

30 gennaio 2054 – ore 12:30 A.M. fuso di Tucson – Last Horizons

All’interno dell’astronave Dana e gli altri seguono con trepidazione la missione di Samantha e James che pare approdare nel nulla.

L’idea di Dana però è riportare l’astronave dinnanzi al Centro di Controllo, sperando che i due compagni riescano a venire a capo di come penetrare nell’edificio. Ascolta Pavlov che suggerisce di utilizzare i retro razzi per retrocedere. Il suggerimento è convincente anche se non ha minimizzato i rischi. Ha detto che deve usarli con cautela per non finire fuori pista o contro qualcosa. Non ha mai sperimentato questa tecnica e l’astronave è un bestione pensato per solcare lo spazio cosmico e non una striscia di asfalto.

Dana gli dà carta bianca, perché vuol seguire le ricerche di Samantha e James.

Pavlov si siede ai comandi e accende i retro razzi con cautela aumentando la potenza. Last Horizons si muove da prima con lentezza poi prende velocità.

Pavlov ha un moto di soddisfazione negli occhi che brillano per essere riuscito a spostare l’astronave. I compagni nemmeno se ne sono accorti, perché la loro attenzione è concentrata su Samantha e James, che continuano le loro ricerche. Dosando la potenza dei razzi sposta Last Horizons miglia dopo miglia verso gli edifici che un tempo erano il Centro di Controllo Serenity.

Mentre Pavlov con abilità si avvicina verso gli edifici, Dana urla per la felicità: «Fantastico!»

Samantha mostra orgogliosa un minuscolo oggetto rettangolare che ha tolto da una cavità posta alla destra dell’uscita di emergenza. Tutti applaudono frenetici a esclusione di Pavlov, che concentrato sulle sue manovre, non ha seguito il ritrovamento.

James afferma entusiasta che è un vero gioiello. «Un mini computer» esclama, mostrando le sue potenzialità.

Una parete sporca per la polvere diventa per incanto uno schermo che fa impallidire i monitor oled a 4k per la nitidezza dell’immagine proiettata. Accende le luci, che fuoriescono dal soffitto. Apre le tre misteriose porte che silenziose si nascondono all’interno della parete divisoria.

Dana ha gli occhi sgranati per la sorpresa. Anche se sono passati trentacinque anni dalla partenza qualche bagliore di ricordi riaffiora nella sua mente e non collima con quello che sta osservando sullo schermo.

«Da dove cominciamo» chiede Samantha che a stento trattiene la gioia di essere riuscita a risolvere il mistero della stanza.

«Direi dalle cucine e dai magazzini» suggerisce Dana. «Dobbiamo capire che possibilità abbiamo di restare lì».

Nel mentre Pavlov conclude la manovra sistemando l’astronave quasi in corrispondenza dell’ingresso del Centro di Controllo. Dana gira lo sguardo verso parte superiore dell’edificio e rimane a bocca aperta. Le vetrate di Last Horizons permettono la visione di quello che sta sul tetto. Si aspetta antenne e parabole in quantità, come ricorda al momento della partenza, ma invece nota tre minuscoli dischi disposti a triangolo e uno strano oggetto che in apparenza sembrerebbe un elicottero.

«Pavlov» dice Dana puntando l’indice verso l’oggetto misterioso. «Cos’è quello?»

Il pilota osserva e poi sentenzia: «È un elicottero».

Dana scuote la testa, perché non ha parti in movimento. Non saprebbe come possa alzarsi. Stava per esternare i suoi dubbi quando un «oh!» si leva all’interno dell’astronave. L’oggetto si alza e compie qualche piccola evoluzione prima di appoggiarsi di nuovo sul tetto.

«Questo» afferma James mostrando quel minuscolo scatolino che tiene in mano. «Può manovrare l’elicottero come se fosse un drone».

«Elicottero?» mormora Dana sconcertata da tutti questi cambiamenti.

«Sì, elicottero» ribadisce James. «Sullo schermo appare la scritta helicopter».

«Cominciamo l’esplorazione delle cucine e dei magazzini» afferma Samantha che insieme a James varca la porta sulla sinistra dell’uscita di emergenza.

Percorso un corridoio sbucano in un vasto locale che dovevano essere le cucine del complesso.

30 gennaio 2054 – ore 14:30 A.M. fuso di Tucson – esplorazione

Si sente un coro di ‘oh!’ alla vista dell’ampia cucina. Addossato alla parete c’è un lungo mobile sovrastato centralmente da qualcosa che parrebbe una cappa aspirante. Il piano di cottura in apparenza non ci sarebbe ma il comando che James manovra con successo indica che nell’area centrale sotto la cappa ci sono i fuochi. L’oggetto delle meraviglie comanda l’accensione, lo spegnimento e ogni altra funzione relativa alla cottura degli alimenti. Al centro del locale ci sono dei tavoli con sopra stoviglie e pentole. Sembra che siano state abbandonate in gran furia da come sono disposte. I piatti appaiono più spessi del normale.

Samantha ne afferra uno, esclamando: «Ma sono leggerissimi!» per poi abbandonarlo sul tavolo, perché scottava senza essere incandescente.

James sogghigna divertito. Sullo schermo è apparsa la scritta ‘warm or cold?’ e lui ha selezionato ‘warm’.

Le sorprese non finiscono. Nell’acquaio zampillano getti orientabili con quella specie di telecomando manovrato da James. I pensili si aprono mostrando il loro contenuto, come i piani di lavoro fuoriescono dai mobili addossati alle pareti.

«Controllate se ci sono scorte di cibo» suggerisce Dana che freme per raggiungerli.

James seleziona ‘food’ mentre lo schermo mostra la loro dislocazione.

Samantha guarda schifata quello che il reparto frigorifero e le scansie mostrano. Cibi liofilizzati ma anche alghe, cavallette, vermi e altro. Il tutto ben conservato e con scadenze quasi di fine secolo.

Sembra un gioco che diverte molto James, quando Dana lancia un allarme.

«In lontananza c’è una nuvola di polvere che si avvicina. Mettete al riparo il rover».

«No. Quello resta fuori» afferma con decisione James, che aziona la chiusura dell’uscita di emergenza. «Se è in arrivo una tempesta di sabbia fa più comodo fuori. Se è altro, dentro o fuori non fa differenza».

Dana ordina a Pavlov di portarlo a ridosso del muro perimetrale in posizione più riparata.

Lin riporta all’interno i pannelli solari e chiude tutte le aperture. Chioma prova a controllare chi sta provocando quel polverone che si avvicina sempre più. La polvere è talmente densa che le onde radar non riescono a perforarlo.

In un attimo tutto si oscura mentre Last Horizons sembra scosso da una enorme mano. Le comunicazioni con James e Samantha si interrompono bruscamente.

Come è arrivato all’improvviso, così cessa senza una spiegazione plausibile. I quattro astronauti si guardano attoniti. Non è una tempesta di sabbia, perché non avrebbe senso che raggiunto l’edificio sia cessata di colpo. All’esterno non ci sono mezzi o persone.

«Dana» esclama Samantha con un tono sorpreso misto a paura. «Sopra la vostra testa c’è un enorme drone fermo immobile».

«C’è qualcuno a bordo?» chiede il comandante con un pizzico di apprensione.

«No. Nessuno. Quello che resta incognito è come possa restare fermo senza muovere la sabbia».

«Passate sulla banda 108, quella criptata» suggerisce Chioma che manovra il radar per osservare chi sta sopra di loro.

Lo schermo mostra uno strano oggetto dalle dimensioni ragguardevoli a forma di pipistrello. Poi lo vedono muovere verso hangar semi diroccato e appoggiarsi a terra.

«Il drone è nostro» annuncia raggiante James. «Sono tornato indietro nel tempo quando ero un videogiocatore accanito. Con questo» e mostra un minuscolo scatolino «ho intercettato le frequenze e ne ho preso il controllo. Qualcuno deve averci visto e ha mandato un drone a controllare. Adesso è spento».

In cuffia sentono «hurrà» e altre esclamazioni di gioia.

«Siamo nel magazzino» avverte Samantha, facendo una panoramica del posto. «Ci sono strane vetture prive di ruote. Abbiamo trovato un contenitore con tantissime tute spaziali e altri indumenti anche per i cuccioli».

James aziona l’apertura di una porta e sale su modello a forma di sigaro. Un leggero sibilo annuncia che il motore è avviato.

«James non puoi lasciare Samantha sola» ordina Dana che si è raccomandata di stare sempre insieme.

«Ma faccio solo un giretto per capire come funziona».

«Sono il tuo comandante e non puoi disobbedire ai miei ordini» afferma perentoria. «Se proprio vuoi, potete caricare gli indumenti sull’auto e portarli all’astronave».

«Ok» dice laconico James, che aiuta Samantha a caricare tute e altri oggetti che possono tornare utili in seguito.

Nell’area tecnica trovano minicomputer che si piegano a libretto, schermi arrotolati e dispositivi di comunicazione grandi come scatole di svedesi.

Ovunque si avverte una sensazione di abbandono come se gli occupanti fossero fuggiti in fretta e furia, abbandonando l’edificio senza portare via nulla. Questi apparati sembrano privi di vita.

«Rientrate» ordina Dana. «Tra mezz’ora il sole cala dietro queste creste e ci sarà buoi. Rientrate col rover. L’esplorazione proseguirà domani. Chiudete le varie uscite».

A malincuore James e Samantha rispettano l’ordine. Salgono sull’auto.

Un sibilo e l’auto sfreccia fuori dall’edificio muovendosi a cinque metri da terra. Sale e scende rispetto alle ondulazioni del terreno. Si inclina come un aereo quando vira. Con dolcezza plana vicino alla scaletta dell’astronave sotto gli occhi curiosi dei compagni. Un braccio meccanico solleva l’auto fino al boccaporto dove saranno scaricati gli indumenti e gli altri oggetti. Nell’apposita area di decontaminazione si sterilizzeranno tute e persone.

James e Samantha dopo essersi cambiati si ritrovano nella sala del comando per il briefing della giornata.

Il cielo è nero coperto dalle nuvole di pulviscolo e la vallata è oscura, dove spicca il chiarore delle luci di Last Horizons.

Sono tornati a casa ma è come se stessero esplorando un mondo sconosciuto.

 

Il ritorno dal futuro – parte prima

Questa è la prima parte del pezzo che intendevo scrivere per il gioco letterario “Futuro prossimo” che ci avrebbe proiettati nel 2054 sul blog di Morena Solo io e il silenzio 

Il problema è nato con il limite di seimila battute. Pazienza. Adesso lo potete leggere come era in origine.

Ultima Thule

1 gennaio 2041, ore 6 A.M. fuso Tucson, Arizona – Ultima Thule

Risate, ordini concitati, rumori di fondo sono il solito frastuono che precede ogni partenza, ma questa volte è diverso. Si torna a casa.

Nella sala di comando dell’astronave Last Horizons si è spento da pochi minuti l’eco delle ultime parole del Centro di Controllo Serenity nel deserto di Gila.

«Buon anno e buon viaggio. Ci vediamo a terra» ha detto George, il controllore terrestre. Da questo momento qualsiasi comunicazione col Centro di Controllo non sarebbe giunta in tempo per essere ascoltata perché avrebbe impiegato quasi sei ore per arrivare e loro tra poco più di un’ora saranno ibernati.

Per i sei occupanti di Last Horizons l’augurio per l’anno nuovo è scivolato via nell’indifferenza. Hanno perso la cognizione del tempo da quando ventidue anni prima sono partiti dal deserto di Gila per questa missione spaziale piena di incognite. Nessun equipaggio umano è stato nello spazio così a lungo, né ha sperimentato la tecnica dell’ibernazione che ha consentito loro d’invecchiare solo una decina di anni quando saranno di ritorno sulla terra.

Quello che hanno gradito maggiormente è stato il ‘buon viaggio’. Ne hanno bisogno perché devono affrontare il rientro ibernati. Per tutta la durata del ritorno l’astronave sarà guidata dai sistemi automatici senza nessun controllo umano. Qualsiasi errore non potrà essere corretto, nemmeno dal Centro di Controllo.

Dana, il comandante, impartisce le ultime disposizioni perché fra sei ore esatte l’astronave deve mettersi in moto. La finestra temporale è fissata per le ore dodici A.M. In quel istante l’astronave sotto la spinta dei motori del vettore e per l’assenza di forze gravitazionali sarà catapultata da un’enorme fionda verso la terra vincendo l’attrazione della fascia di Kuiper. È l’attimo utile per lasciarsi per sempre alle spalle questo agglomerato di asteroidi di ghiaccio. Fallito questo rimarrebbero prigionieri per sempre in questa remota porzione dello spazio cosmico.

Il countdown scandisce l’avvicinarsi del momento topico e tutto deve essere perfetto in quel istante. Strumenti e sincronismo di eventi.

Si respira tensione, mentre i tre cuccioli, nati nel tragitto tra Urano e Plutone, giocano ignari nella nursery.

James è il mago dei computer che ha curato come se fossero dei figli. Senza di loro si sarebbero già persi nello spazio cosmico. Controlla che tutto funzioni perfettamente. Prova il cronoprogramma affinché si attivi al momento giusto per il loro risveglio, qualora le comunicazioni con la terra siano interrotte. Verifica che comandi il pilota automatico a tenere la giusta rotta per non perdersi nel buio cosmico e regoli il distacco del vettore quando ha esaurito il suo compito.

A Pavlov tremano in modo impercettibile le mani quando attiva la guida automatica. Non può sbagliare, perché altrimenti non torneranno mai sulla terra. Emette un sospiro di sollievo osservando sullo schermo tutti gli ok in verde che segnalano i passaggi corretti delle funzioni dal manuale all’automatico.

Samantha oscura la serra che in questi anni ha fornito loro verdura fresca. Deve stare a riposo per tutto il viaggio di ritorno, pronta a produrre alimenti freschi al loro risveglio, perché ne avranno bisogno.

Lin verifica che le capsule, dove saranno ibernati, si chiudano ermeticamente e che il processo si svolga senza intoppi sia prima che al momento critico del risveglio. L’errore di qualche centesimo di grado Fahrenheit può essere fatale. Significa che non si risveglieranno più.

Chioma controlla che le funzioni vitali dell’astronave non presentino anomalie: i motori si accendano, ci sia carburante per spingere l’astronave verso la terra e il vettore si distacchi al termine della sua funzione.

Dana ricontrolla il funzionamento del sistema di comunicazioni che rimarrà inattivo per quasi tredici anni salvo l’invio di un bip a terra e la ricezione della risposta di conferma. Ogni altra funzione sarà interdetta per conservare energia per il rientro.

Lo schermo, posto in un angolo, lampeggia segnalando che è venuto il momento più delicato: quello dell’ibernazione. Il processo deve avvenire in modo graduale ed essere terminato prima delle dodici.

Le tre astronaute recuperano i piccoli che porteranno con loro nelle capsule pressurizzate. Sarà per loro un’esperienza densa di incognite. Mai prima i tre nanerottoli avevano trascorso un tempo così lungo ibernati. Il dubbio è se si sarebbero risvegliati e senza danni.

Dana con la piccola Mary in braccio impartisce l’ordine di entrare nelle postazioni assegnate a ogni astronauta. Quando tutti saranno dentro e con la mano segnaleranno ‘OK’, avvierà il processo e poi anche lei si preparerà al grande sonno che sarà avviato in automatico con la chiusura ermetica della sua capsula.

Alle dodici A.M. i motori ruggiscono e l’astronave si lancia verso la terra.

15 gennaio 2054, ore 12 A.M. fuso Tucson, Arizona

Un leggero chiarore filtra all’interno di Last Horizons che si sta avvicinando alla terra, mentre sulla plancia di comando si accendono per breve durata delle lucine verdi, rosse e gialle. Il grande schermo è buio e si illumina per qualche istante senza che nessuno veda le scritte.

Nelle sei capsule l’espressione degli astronauti è quella di chi sta sognando: distesa e rilassata. I movimenti del torace sono impercettibili, mentre il colorito del viso è ingrigito, segno di una circolazione sanguigna limitata. La temperatura corporea è di pochi gradi sopra lo zero, mentre le funzioni vitali sono ridotte al minimo: quel tanto da non provocare la morte cerebrale.

Il silenzio della sala è rotto dalle vibrazioni ovattate degli strumenti che governano l’astronave. Rumori ritmati e costanti: una sinfonia di sottofondo.

Il computer di bordo attiva il segnale di chiamata “Qui Last Horizons” sulla banda S, rimanendo in attesa dell’attivazione della comunicazione. Scattato il timeout, passa sulla banda Ku e poi sulle bande russe e cinesi. Nessuna risposta arriva dai vari centri di controllo contattati. È programmato per riprovare per altri cinque giorni di seguito, dopo di ché avvierà il crono programma che guiderà il risveglio degli astronauti in automatico. Da quel momento la vita degli astronauti è affidata al funzionamento del programma di emergenza.

Tutti i tentativi sono infruttuosi e quindi al sesto giorno inizia il ripristino delle condizioni vitali degli occupanti delle capsule. Il processo avviene con gradualità secondo un programma collaudato in precedenza. Rimane l’incognita del lungo sonno mai sperimentato prima se ha provocato danni ai loro fisici. Il timore è per i tre cuccioli che non hanno avuto la preparazione fisica dei genitori. Sono i primi nati nello spazio ma stanno crescendo bene anche in assenza della gravità terrestre.

La temperatura corporea si innalza con gradualità mentre il cuore stimolato da un elettrodo accelera i battiti pompando il sangue in circolo. Un leggero vapore acqueo imperla l’interno della capsula e gocciola lento verso il basso. È il segno che le attività corporee stanno tornando alla normalità.

Samantha col piccolo Davide apre gli occhi sbattendo le palpebre. È un risveglio dolce il suo. Preme il pulsante per comandare l’apertura, mentre il cucciolo frigna perché ha fame. Anche lei sente un languorino e desidera fare la colazione come al mattino dopo il sonno ristoratore della notte. Accarezza la testa riccioluta del figlio, riattivando le giunture prima di uscire dalla capsula.

A uno a uno anche gli altri si risvegliano col viso disteso e felici di rivedere i compagni. Sanno di essere vivi e ricordano solo l’Ultima Thule, quella specie di patata ghiacciata, che ha rappresentato l’ultima visione. Per il resto è buio completo.

Si sentono le voci allegre di tutti e il pianto sommesso dei piccoli che vorrebbero mangiare.

Chioma apre la cambusa per controllare le scorte di cibo e la loro conservazione. L’analizzatore non rivela nessuna anomalia. Preleva formaggio, tonno, caffè e tè liofilizzati. Dovranno accontentarsi di questo in attesa che la serra ricominci a produrre verdure fresche.

«Porca miseria!» esclama Dana controllando le comunicazioni. «Si sono interrotte tre anni fa».

Di colpo si fa silenzio e tutti si girano verso di lei col viso contratto. La gioia del risveglio è sparita, mentre adesso traspare l’angoscia di cosa riserverà il rientro.

«Ma forse si è guastato il modulo delle telecomunicazioni» obietta James che ha in braccio la piccola Mei che strilla per la fame. È il frutto dell’amore con Lin e si riconosce per il taglio a mandorla degli occhi simile a quello della madre.

«No» afferma Dana con tono sicuro. «Da quel momento giorno dopo giorno ha mandato il segnale senza ricevere mai una risposta».

Si guardano dubbiosi, mentre Pavlov esclama: «Chissà cosa è successo. Se non rispondono americani e russi, vuol dire che dobbiamo contare solo su di noi al rientro».

Mentalmente si prepara a guidare l’astronave all’atterraggio nel deserto di Gila. “Ma ci sarà ancora la pista?” si domanda il russo aggrottando la fronte. “Sarà agibile?” È un dubbio atroce questo che per il momento tiene dentro di sé. C’è già troppa tensione per aggiungerne altra.

Sul fatto che adesso siano soli, Lin annuisce convinta, perché nemmeno il centro di controllo spaziale cinese di Jiuquan risponde. Sorride, perché Pavlov ha dimenticato di citare la Cina oltre all’America e alla Russia.

«La situazione è seria» ammette Lin, prendendo in braccio la piccola Wei.

Questa preoccupazione guasta l’atmosfera festosa per il risveglio, mentre si sistemano intorno al tavolo per la colazione.

Si sente solo il lento masticare, mentre ogni tanto alzano lo sguardo verso lo schermo, che in un riquadro segnala sempre ‘timeout’. Sperano che l’indicazione cambi col nome del Centro di Controllo. Il radar mostra una terra avvolta in spesse nuvole, mentre l’immagine del terreno non promette nulla di buono. È troppo confusa per capire meglio le condizioni che troveranno al loro rientro. Di certo appare come bruciata da una gigantesca fiammata oppure ricoperta dal deserto. Lo spettrometro indica che la temperatura è elevata oltre il normale e ci sono altre tracce contraddittorie che dovranno essere approfondite nei giorni successivi.

«Forza ragazzi» urla Dana, avvertendo che il loro umore è basso. «Diamoci da fare per controllare tutto e prepararci alla discesa sulla terra. Manca solo una settimana e poi siamo a casa».

Samantha solleva il viso, mentre imbocca Davide con piccoli pezzi di tonno sbriciolati. Sgrana gli occhi perché non condivide l’ottimismo di Dana.

«Quale casa?» chiede poco convinta dall’affermazione del comandante.

Chioma, il padre di Davide, annuisce con la testa. Parlare di casa è un puro eufemismo. «Non sappiamo cosa troveremo laggiù. Se sarà possibile vivere o se siamo costretti a restare chiusi qui dentro» spiega il nigeriano confermando le perplessità della compagna.

Dana si guarda intorno. Deve risollevare il loro morale e spronarli all’azione.

«Avete ragione di dubitare sulla situazione che ci sarà una volta atterrati, ma dobbiamo reagire. Stiamo concludendo una missione che alla partenza pareva un suicidio» replica il comandante allungando Mary a Pavlov, il padre. «Eppure ce l’abbiamo fatta. Nessuno si è mai fatto prendere dal panico o dalla paura di non riuscire. A un passo del ritorno ci riempiamo di dubbi e di ansie?»

Nessuno fiata. Hanno gli sguardi bassi e alla spicciolata si alzano per attendere alle proprie mansioni. Dovranno farsi forza e superare il momento di scoramento. Lo spirito combattivo è finito sotto i tacchi.

Samantha si reca alla serra per controllare il suo stato. Se ci fossero problemi al loro rientro, questa deve assicurare verdure fresche al gruppo, finché non avessero trovato una soluzione al loro isolamento.

Chioma, portato il piccolo Davide nella nursery, ispeziona la cambusa. Vuol controllare le scorte e per quanto tempo possono durare. La prospettiva di vivere all’interno dell’astronave non è né remota né improbabile. “Ci sono razioni per quaranta giorni ancora” riflette, richiudendo lo scomparto. “Questo vuol dire che possiamo sopravvivere almeno per trenta giorni dopo l’atterraggio”.

Lin verifica che gli impianti di produzione dell’ossigeno e di smaltimento di CO2 funzionino senza intoppi. Sarebbe un bel guaio se presentassero dei problemi. Le scorte di energia sono basse ma garantiscono un buon margine anche per il dopo. A terra potrà attivare i pannelli solari per produrre quanto serve all’astronave.

«Abbiamo combustibile nucleare sufficiente per mantenere in vita le apparecchiature?» domanda James, preoccupato per i computer.

Lin annuisce in silenzio, anche se su due piedi non è in grado di quantificare la loro autonomia.

Pavlov si limita ad ascoltare. Il suo compito è di portarli a terra sani e salvi. Non ha competenze specialistiche come i compagni ma la sua funzione è molto delicata. Usare i comandi manualmente e guidare l’astronave come se fosse un gigantesco aereo.

28 gennaio 2054 – ore 12 A.M. fuso di Tucson

Dopo aver circumnavigato la Luna per avere l’effetto fionda nel rientro e risparmiare carburante, adesso si stanno immettendo a cinquecento chilometri di altezza in orbita attorno alla terra prima d’iniziare la discesa. Scenderanno di quota senza fretta in attesa di affrontare l’atmosfera terreste. Pavlov deve calcolare l’angolazione giusta per non finire arrosto. Si deve far aiutare dal computer e dall’esperienza di guida dei cargo spaziali verso la ISS.

Uno strato di nuvole spesse, composte di detriti di vario genere, l’avvolgono e solo il radar è in grado di perforarle. Sembrano quelle generate oltre mille anni fa dall’esplosione del Krakatoa, quando per decenni le polveri rimasero in sospensione nell’aria oscurando il cielo. Però questa volta è diverso, perché la temperatura appare elevata, mentre allora si erano abbassate bruscamente. Un brutto segno, perché significa che l’effetto serra a raggiunto livelli notevoli. Le strumentazioni rivelano che lo strato di ozono è sparito o si è molto assottigliato perdendo la sua funzione di protezione alle radiazioni dell’ultravioletto. Questo vuol dire che dovranno indossare le tute spaziali quando usciranno dall’astronave.

Gli spettrometri indicano che la temperatura è di circa dodici gradi Fahrenheit più alta della norma, quando hanno lasciato la terra trentacinque anni prima. Segnala pure la presenza di radioattività diffusa su gran parte del globo terrestre. Il radar mostra immagini agghiaccianti: i poli scomparsi, gli oceani che ricoprono vaste aree dove un tempo c’erano le coste dei continenti.

Samantha osserva che dell’Italia sono rimaste poche porzioni: gli appennini e le aree più interne ed elevate. La pianura padana appare come un immenso mare interno. La Sicilia e la Sardegna sembrano frazionate in tante minuscole isole. Guarda quelle immagini sgomenta con gli occhi sgranati per il raccapriccio. La sua città sembra ingoiata dalle acque e con essa forse i suoi genitori, parenti e amici.

I boschi, che un tempo ricoprivano vaste aree terrestri, sono diventati cenere e tutto appare grigio.

Su Lin le immagini che trasmette il radar hanno l’effetto di un colpo basso. Acqua e distruzioni diffuse appaiono ai suoi occhi. La tundra siberiana sembra un immenso pantano fangoso senza un filo di neve.

Chioma scioccato apre la bocca perché sono spariti i boschi dalla Nigeria e dall’Africa equatoriale. Al loro posto c’è il nulla.

Dana vede solo le cime degli Appalachi e tutto intorno acqua. Di New York si notano le cime dei grattacieli più alti che spuntano dall’acqua grigia dell’Atlantico. Sono mani protese verso l’alto alla ricerca di aiuto.

«Pavlov» chiede il comandante mettendosi alle sue spalle. «Passa sul deserto di Gila per vedere se esiste ancora la pista di atterraggio».

Si sente scoraggiata ma deve fingere calma per non abbassare troppo l’umore dei compagni.

Il pilota annuisce e imposta la nuova orbita.

Incrocia le dita. Se fosse sparita o sommersa dalle acque sarebbe un bel guaio, si ritrova a pensare, perché non saprebbe dove atterrare.

Passano sull’astrodomo Serenity nel deserto di Gila ma sembra che la striscia di cemento esista ancora sotto uno spesso strato di polvere giallastra. È la sabbia del deserto che ha ricoperto tutto.

Tutti si abbracciano, perché nessuno aveva la certezza che fosse rimasta intatta.

Pavlov manovra Last Horizons con perizia e invita i compagni a sistemarsi sulle poltrone allacciando le cinture di sicurezza.

«Tra poche ore rientriamo nell’atmosfera terrestre» annuncia, verificando che l’angolo di rientro sia quello giusto.

Espande le grandi ali, fino a quel momento nascoste sui lati dell’astronave. Escono dal ventre le immense ruote che dovranno consentire l’atterraggio.

L’astronave ha piccolo sobbalzo quando tocca terra e comincia la sua corsa frenata dai retro razzi e da un immenso paracadute fino a fermarsi quasi in fondo alla pista. Lascia dietro di sé una nuvola giallastra che oscura qualsiasi cosa.

Disegna la tua storia – la partenza

Niente immagine accattivante, sono una ricavata da Focus.it del tragitto che new Horizon ha compiuto in tredici anni.

Credit immage Focus.it

Ed ecco il racconto

Buona lettura.

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

 

Quella notte, nel bosco…

Quella notte, nel bosco Sofia emerse dai vapori che la terra faceva salire verso il cielo. Percorreva un sentiero nel buio della notte illuminando i passi con la torcia del telefono. Una luce spettrale che si muoveva oscillante con l’incedere della ragazza. Il rumore del suo respiro rompeva il silenzio che l’avvolgeva. Anche gli animali trattenevano il fiato come se temessero per la sua vita.

Lei andava nel bosco sopra la montagna di Venusia ogni volta che ritornava dall’università di Ludi, dove frequentava il corso di agraria. Era sua intenzione diventare agronoma, occuparsi del bosco e aiutare i contadini nel loro lavoro.

Però quel giorno si era attardata oltre il consueto e il buio l’aveva colta di sorpresa. Con Tobia, l’infaticabile amico a quattro zampe si era spinta in un punto del bosco che non aveva mai esplorato.

Una radura circondata da castagni secolari, contorti per contrastare il vento e mostrare il loro dolore, si era aperta in modo inaspettato alla sua vista, sbucando dall’intrico del sottobosco fatto di rovi fitti e pungenti col loro carico di frutti acerbi. Le felci nascondevano insidie e trabocchetti. Il profumo delle fragole selvatiche si mescolava con quello umido dei funghi.

Quel giorno Sofia era decisa a seguire un sentiero mai percorso, spinta dalla curiosità di esplorare quella parte di bosco che non conosceva. Salì piccoli pendii e ripide discese in vallette dove i raggi del sole stentavano a perforare la cappa verde che le sovrastava. Quando all’improvviso passò dalla semi oscurità del sottobosco alla luce della radura.

L’erba era moderatamente alta costellata qua e là da fiori colorati. Ranuncoli selvatici, scarpette della madonna e vasti appezzamenti bianchi di margherite.

«Oh!» esclamò sorpresa nell’osservare questo angolo di bosco. Non aveva mai immaginato di trovare tanti colori in così poco spazio.

Ne raccolse da comporre un mazzetto odoroso, mentre Tobia annusava ogni punti alla ricerca del passaggio di qualche selvatico. Mentre Sofia era concentrata nella scelta dello stelo da prendere, il cane non smetteva di correre da un punto all’altro della radura.

Come se qualcuno avesse spento l’interruttore della luce, l’oscurità calò di colpo riempiendo di grigio ogni cosa.

«Vieni, Tobia» chiamò il cane. «Si è fatto tardi. Dobbiamo tornare indietro».

Infilò un sentiero tra due castagni carichi di frutti ancora verdi, perché le sembrò di ricordare che erano arrivati da quella parte. Camminarono spediti, mentre la luce si affievoliva sempre di più. Però Sofia non ricordava di aver mai percorso quel sentiero, nemmeno prima, quando si era avventurata per quella pista inesplorata. Si era inerpicata su pendi e affrontato discese, ma adesso il tracciato era piano e le sembrò di girare intorno alla radura.

«Possibile che mi sia persa?» mormorò per darsi coraggio, mentre Tobia non si allontanava di un centimetro dalla sua gamba sinistra.

Trovava strano il suo comportamento, perché nelle era solito correre a destra e sinistra in un incessante moto. Pareva avesse timore di perdersi, di perdere il suo capobranco. La lingua a penzoloni, il respiro profondo erano il tratto distintivo del suo incedere: non un guaito, né un latrato.

Sofia avvertiva un peso sul petto che la faceva respirare male a bocca aperta per immettere più aria possibile nei polmoni. Sopra di lei il verde sempre più cupo del fogliame incombeva come la mannaia del boia sul collo del condannato. Si fermò per riprendere fiato e ragionare senza l’incubo della paura.

«Dove siamo?» domandò a Tobia che sollevò il capo, mentre intravvedeva solo i suoi contorni.

Sofia rise, una risata stridula figlia della paura, che strisciava dentro di lei. Prese il telefono e aprì l’app della bussola. Mosse qualche passo verso il punto in cui presumeva si trovasse Venusia. Indicava nord, ma il bosco degli spiriti era a settentrione rispetto il paese. Capì che stava andando nella direzione sbagliata.

«E tu, non mi correggi?» disse con tono di rimprovero verso Tobia che abbassò le orecchie, mentre ruotarono di centottanta gradi per andare verso sud in direzione di Venusia.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – lo scoiattolo

Un’altra bella immagine di Waldprok che ha immortalato uno splendido esemplare di scoiattolo rosso.

Buona lettura

Sofia lo ama e lo coccola ogni volta che va nel bosco. Lui è furbo. Se ne sta rintanato tra le foglie del larice, dove si è costruito una comoda e ben nascosta tana.

Passa molto tempo a cercare cibo come una brava formichina. Un lavoro incessante su e giù dal tronco, mentre le provviste crescono. Però è sempre attento a tutti i rumori per evitare i guai. Già una volta aveva rischiato di finire impagliato perché un estraneo un giorno si era presentato nel bosco armato da un bastone micidiale. Faceva un rumore assordante e sputava dei cilindri appuntiti. Quel giorno aveva visto l’amica tortora stramazzare al suolo immobile dopo che quello strano bastone aveva prodotto un frastuono incredibile che aveva rotto il silenzio del bosco.

Svelto aveva abbandonato il suo carico di ghiande per salire rapido nel suo nido. E aveva fatto bene, perché aveva sentito il tronco vibrare. Qualche giorno più tardi, dopo essere rimasto immobile e in silenzio nella sua tana, aveva notato che nel tronco c’era un foro sospetto. “Guarda un po’!” esclamò vedendo quel segno. “Se fossi rimasto lì con le mie provviste, non avrei potuto raccontare questa storia”.

Elisa l’ha battezzato Cip, ricordando un famoso cartoon di Walt Disney, dove due scoiattoli danno vita a grandi imprese per la gioia di bambini e adulti. Come Cip, curioso e furbo. Attivo nella fornitura di cibarie pescava anche dai cestini dei gitanti.

All’inizio Cip era diffidente nei confronti di quella donna che lo chiamava con uno strano nome. Avrebbe voluto avvertirla che in realtà il suo nome è Ciop e non quella storpiatura con cui lo chiama. Però gli lascia ai piedi del suo larice tante leccornie, che vinta l’iniziale diffidenza aveva trovato di suo gradimento.

Dunque una mattina di settembre Sofia si avventura nel bosco avvolto da un alone plumbeo di nebbia bagnata e appiccicosa per la consueta passeggiata con Tobia. Ha con sé un sacchetto pieno di ghiande e di mandorle per il siìuoi amico Cip.

«Cip dove sei?» chiede ad alta voce, sbirciando tra il fogliame del larice nella speranza di cogliere quel musetto simpatico.

Non vede nulla e al suo richiamo lo scoiattolo non compare. Sofia alza le spalle, si stringe nella cerata gialla e si allontana lasciando ai piedi dell’albero il sacchetto.

Mentre si allontana, si gira più volte per osservare se il suo amichetto si fa vedere come il solito.

Alla fine delusa Sofia riprende la via di casa.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – La luna rossa

Splendida immagine tratta da Waldprok ed ecco che la cronaca da Venusia si arricchisce di un nuovo racconto.

Buona lettura

Tutto il mondo è in fibrillazione, perché dopo il 31 gennaio della doppia eclissi della luna blu e rossa, che i più vecchi non ricordavano, ce ne sarà una della durata incredibile di otto ore.

Però è Venusiolandia l’area dove il fenomeno della luna rossa sarà magnifico. A Venusia si sarebbero potute scattare immagini stupende, perché l’inquinamento luminoso è praticamente zero, perché le strade sono per lo più al buio. Al calar del sole tutti si chiudono in casa e le vie sono il dominio delle liti dei gatti.

I venusiani per la sera del 27 luglio si sono armati di cannocchiali, piccoli telescopi, macchine fotografiche, telefoni sistemandosi nel parco, sulla panchina o semplicemente alla finestra o sul balcone di casa.

Da Sghego hanno spostato i tavoli fuori dal tendone per ammirare lo spicchio di cielo dove il fenomeno sarà visibile. Mario, Ermete e gli altri accaniti giocatori non sembrano interessati all’eclissi.

«Porta sfiga» dice Ermete, mentre cala i due di bastoni a trionfo.

«Scimunito!» impreca Mario, il compagno. «Il tre è ancora fuori. Usa la testa invece di pensare alla luna rossa».

Ermete scrolla le spalle, mentre Berto sogghigna calando il tre facendo sua la mano.

«Prendi» dice Ermete, allungando le sue carte a Martino che in quella partita è il giocatore d’angolo. «Mi sono stancato. Faccio quattro passi per sgranchire le gambe».

Mentre Ermete si allontana per fumarsi una cicca in pace, Sandra e Lorenzo tenendosi per mano si avviano verso la Fortezza, dove lo spettacolo della luna rossa sarà superbo.

La Fortezza sta nel punto più alto della Montagna, proprio in cima fuori dal bosco degli spiriti ma si sa che i venusiani non amano mettere piede lì di giorno, figuriamoci di notte.

I due ragazzi sono stati preceduti da altri due venusiani che non credono che il bosco sia abitato da spiriti: Sofia e la piccola Elisa, che ha ottenuto il permesso di salire alla Fortezza in sua compagnia.

La serata è limpida senza una nuvoletta, nemmeno una. Il cielo si riempe a poco a poco di stelle, come se qualcuno le accendesse con un interruttore.

«Cosa sono quelle tre stelle che sembrano quelle presepe?» chiede Elisa, seduta con Sofia sul torrione più alto della Fortezza.

La battuta ingenua della bambina fa sorridere nell’oscurità più buia Sofia, che ridacchia sommessamente. È vero che quei tre punti luminosi sembrano avere tanti raggi come le stelle del presepe. In realtà non sono tre stelle ma Marte, Giove e Saturno che per un curioso meccanismo sono vicini tra loro nel cielo.

«Elisa sono tre pianeti, molto distanti dalla terra ma risplendono come se una mano fatata abbia accesso tutte le loro luci» afferma Sofia, scorgendo nell’oscurità il profilo della bambina rivolto verso il cielo.

Mentre Sofia sta spiegando a Elisa cosa sono quei tre punti luminosi, sentono dei passi e delle voci ovattate che si avvicinano. Una torcia azionata da Lorenzo li illumina.

«Ci siete anche voi a gustarvi lo spettacolo della luna rossa!» afferma Lorenzo, sistemandosi con Sandra accanto a loro.

Lo spettacolo inizia.

 

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – La statua

Una statua sommersa nel verde ma Etiliyle l’ ha immortalata con uno scatto. Nuova storia di Venusia.

etiliyle-ph luca molinari-circondati dal verde---736954614..jpeg

Buona lettura

Immersa nel verde poco prima del bosco sta una statua che tutti ricordano sempre lì. Fa parte del paesaggio e se sparisse, se ne accorgerebbero tutti. Una volta era bianca, candida, adesso è piena di macchie verdi e chiazze grigio nere, i segni del tempo che scorre. È il punto di ritrovo di Sandra e Lorenzo. Da qui partono per le loro passeggiate verso la Fortezza, che si erge la dove termina il bosco.

I due innamorati non seguono la via più diretta: il sentiero che attraversa il bosco ma girano introno alla collina per salire nel tratto privo di alberi. Solo cespugli bassi, rovi e tante felci. Una passeggiata quasi quotidiana di un paio d’ore, prima che il sole cali sull’orizzonte.

Anche oggi è come nei giorni precedenti.

«Appuntamento alle cinque» ha detto Sandra il giorno prima, quando Lorenzo le ha dato il bacio della buonanotte sull’uscio di casa.

Alle cinque in punto né un minuto prima né dopo i due ragazzi si ritrovano presso la loro statua, la Venere col cestello. La chiamano così perché è il simbolo del loro amore.

Sandra arriva dalla destra, Lorenzo dalla sinistra, convergendo sulla loro icona.

«Non noti niente di diverso?» chiede Sandra, che si è accorta di un luccichio anomalo dietro la loro Venere.

Lorenzo stringe gli occhi non per il sole, che comunque c’è, ma per mettere a fuoco il punto segnalato dalla ragazza. Lui vede la statua, le erbe che ormai arrivano al busto ma non il luccichio che dice Sandra.

«Ma dove?» chiede il ragazzo che si è fermato per osservare meglio la loro statua.

«Ma lì» addita con l’indice destro un punto non ben definito della loro Venere.

Lorenzo riduce a una fessura i suoi occhi sperando di cogliere quello che Sandra indica in maniera perentoria.

La ragazza fa due passi avanti e poi si mette a ridere, mentre Lorenzo la guarda perplesso. Lui non vede nulla e non comprende l’ilarità di Sandra, che solleva come un trofeo un manubrio di bicicletta.

«Chissà come è finito qua» borbotta Lorenzo che non è riuscito a vederlo nonostante abbia perlustrato con gli occhi ogni centimetro della statua alla ricerca del luccichio.

«E ora cosa ne facciamo?» chiede il ragazzo, perché a lui proprio non interessa.

«Lo prendiamo con noi per metterlo nel cassonetto del ferro» replica Sandra, afferrandolo con la sinistra.

«Oggi la passeggiata ha un intruso» sospira Lorenzo, prendendola sotto braccio.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – occhio magico

Da questa stupenda immagine di Waldprok nasce un mini racconto senza troppe pretese. Venusia e i suoi abitanti sono sempre lì ad accogliere i viandanti della lettura.

Buona lettura.

La sera si avvicina e nello stagno delle anatre si specchia il sole, spuntando da dietro le nuvole. Però le anatre non ci sono. Loro arriveranno a ottobre per riposare qualche giorno prima di riprendere il volo verso sud.

Pino ci viene quasi tutti i giorni nella speranza di vederle che pigramente si lasciano dondolare sull’acqua e poi come colpiti da qualcosa si tuffano con la testa sotto la superficie in maniera repentina. Lui rimane affascinato dalla velocità con cui compiono questa operazione.

Pino è un ragazzino di dieci anni, alto due soldi di cacio con lo sguardo vispo e allegro. Sembra insignificante ma in realtà è un motorino inesauribile come se la carica non finisse mai. I suoi genitori lo lasciano libero di muoversi dove vuole durante l’estate. A scuola è il migliore. Insuperabile in matematica, discreto in italiano. Quest’anno ha finito le elementari e il prossimo settembre andrà all’unica media di Venusia con un bel giudizio più che lusinghiero.

Questa sera, come le altre, Pino si trova sul bordo dello stagno all’ombra di un leccio centenario a osservare la sua superficie liscia senza nemmeno una piccola increspatura. Una leggera bava mitiga la calura e muove gli steli del prato, che sta soffrendo il caldo. Tiene fra i denti un filo d’erba che fa fischiare con abilità. Glielo ha insegnato il nonno prima di morire. Pino in certe giornate ne sente la mancanza. Per lui era una guida, una fonte di conoscenze spicciole che nessun maestro è in grado d’insegnare. Una lenta melodia accompagna questo momento di tristezza, mentre il globo giallo si inabissa lentamente nello stagno.

Alle sue spalle nel folto dei rami una capinera intona il suo canto.

Pino rimane in ascolto a bocca aperta e fa cadere il filo che teneva fra le labbra fra l’erba che cresce sul bordo dello stagno.

Le ombre si allungano nella sera e lo stagno si prepara alla notte. Pino a malincuore si alza per tornare a casa, mentre il sole è sparito dietro le nuvole che avvampano di rosso. Indugia ancora. Gli dispiace lasciare questo posto che ha conquistato la sua fantasia.

Ci sono piccoli velieri che navigano sull’acqua dalle vele colorate spinte dal vento che piega la canne palustri. Lasciano il piccolo porto ricavato in un’insenatura per andare verso l’ignoto. Sono migranti in cerca di fortuna in terre lontane e sconosciute. Sulla riva le moglie li salutano con le mani e i fazzoletti, mentre ricambiano sventolando i loro berretti. Poi tutto si svuota in un crescendo di luci sempre più flebili e di ombre più minacciose.

Pino si volta verso lo stagno prima di affrontare il sentiero diretto a Venusia. In parte corre sotto il tetto verde del bosco di lecci e l’ultimo tratto sotto il cielo che inscurisce.

Le prime case di Venusia si mostrano agli occhi di Pino, che affretta il passo. La mamma si raccomanda sempre di essere in casa prima che il sole sia tramontato del tutto e lui sa di essere in ritardo.

Un ultimo sguardo e poi sta tra le case basse e gli orti del paese che lo inghiottiscono dentro di sé.