Trovate Miss X

da Dreamtime

La radiosveglia suona impietosa: è il tre maggio, un lunedì come tanti altri. Clelia sbuffa, allunga una mano e spegne quel rumore fastidioso. Si gira nel letto, apre un occhio e osserva il display.

«Azz!» esclama balzando sul pavimento a piedi nudi, mentre rabbrividisce per il contatto con le piastrelle fredde. «Devo sbrigarmi se non voglio fare tardi in ufficio».

Apre gli scuri ma il cielo è lattiginoso. Non sono le nuvole ma una foschia densa che è salita in alto, oscurando il sole, che appare un disco sfumato bianco. È tipico di questa stagione a Venusia. Nebbia a livello del terreno che sale verso cielo per lasciare il posto al caldo quasi estivo.

In bagno stende il fard sulle guance colorandole di un rosato tenue. Con eyeliner dà contorno ai suoi occhi per mettere in risalto il blu cobalto dell’iride e accentua lo spessore alla rima ciliare con una mascara blu. Due colpi di spazzola per dare tono e volume ai suoi capelli castano chiari, che col sole tendono al bronzo rame.

Si osserva soddisfatta allo specchio. È pronta per uscire. Ride, perché è in mutandine e reggiseno. Deve scegliere l’abbigliamento adatto per iniziare bene la settimana. Vede riflesso nello specchio l’ora e le scappa un «Merda!» Deve accelerare la scelta dei vestiti se vuol prendere il bus per Ludi.

Dall’armadio sceglie un vestitino di cotone con i disegni che riecheggiano i fiori di Ken Scott. Naturalmente non sono uguali, perché l’ha comprato al mercato del venerdì di Ludi ma assomiglia molto. Arriva al ginocchio e fascia la sua figura snella. Nei piedi calza un paio di décolleté rosse di vernice a tacco basso, mentre al braccio porta una borsa di velluto rossa, blu e verde di Roberta di Camerino, acquistata in un negozio di vintage di Venusia. Mette sulle spalle uno scialle grigio e rosso per proteggersi dall’umido del mattino.

È pronta per correre come al solito alla fermata del bus, che prende col fiatone all’ultimo secondo.

Alle nove in punto è seduta alla sua scrivania. Lavora per Mr. Wang, un cinese trapiantato a Ludi che commercia molte cianfrusaglie. Accanto a lei nella stanza c’è Luisa, o almeno ci dovrebbe essere, visto che è in ritardo.

Suona il telefono e la centralinista l’avverte che Luisa è ammalata. Clelia borbotta qualcosa, mentre riprende a digitare sulla tastiera del computer. Svolge il lavoro di segretaria amministrativa, mentre Luisa l’aiuta nelle registrazioni.

«Signorina Clelia» le dice Mr. Wang al telefono in un italiano stentato. «Mi può mandare la signorina Cattani?»

«Mi dispiace, Mr. Wang, ma è ammalata».

Clelia sente alcuni borbottii e un colpo di tosse.

«Allora me lo deve fare lei questa commissione» ordina Mr. Wang.

Clelia deglutisce. Non è compito suo fare la fattorina ma abbozza. Non può contrariare il suo capo.

«Mi dica» fa Clelia, moderando il tono della voce.

«Deve consegnare una busta. Nome e indirizzo sono sull’etichetta. Non dovrebbe metterci più di mezz’ora» spiega Mr. Wang e aggiunge: «Quando rientra mi chiami».

Cinque minuti più tardi sulla sua scrivania compare una busta marrone piuttosto voluminosa, che non sta nella borsa di Roberta di Camerino. Dovrà tenerla in mano. Legge nome e indirizzo. In effetti prendendo una bike-sharing in mezz’ora la consegna e ritorna in ufficio, che resterà sguarnito per tutto questo tempo.

Mette lo scialle sulle spalle e si avvia al punto dove noleggerà la bicicletta. Fatto un isolato, sente una voce: «Trovate Miss X. Vincerete una crociera e centomila venusi. Trovate Miss X. Ha i capelli mossi castano chiari e sta camminando con voi con una busta marrone sotto il braccio».

Clelia si ferma un istante e si osserva intorno. Vede le solite persone frettolose che camminano svelte sul marciapiede. Però non nota nessuna ragazza coi capelli castano chiari e una busta sotto il braccio. Il ticchettio dei tacchi di plastica risuonano sul porfido del pavimento della galleria, mentre si avvia verso la postazione per prelevare la bicicletta.

«Trovate Miss X. Sta andando al posteggio delle bike-sharing. Porta in testa un cappellino con una margherita gialla e indossa un vestito di Ken Scott. È qui tra voi. Vincerete quindici giorni da sogno e una bella cifra in denaro. Cercate Miss X…» e la voce sfuma sommersa del rumore del traffico di Ludi.

Clelia si ferma sbigottita. Ha visto riflessa la sua immagine nello specchio del barbiere. Sembra che sia proprio lei quella che cercano. Si osserva intorno alla ricerca della fonte dell’annuncio. Vede solo un negretto che in bicicletta la segue. È un uomo sandwich che porta davanti e dietro un cartello con un poster attaccato. ‘Trovate Miss X. Vincerete una crociera e centomila venusi’.

Si avvicina e chiede: «Perché fate questo annuncio?»

Il ragazzo alza le spalle e ribatte: «Mi pagano per questo». E riprende a gridare: «Trovate Miss X…».

Clelia è basita, accelerando il passo. Sta perdendo tempo prezioso nella consegna. Quell’annuncio è un martello pneumatico per la sua mente.

«Cercate Miss X. Ha in mano una busta marrone e indossa scarpe rosse di vernice. Trovate Miss X. Vincerete una crociera di lusso per due persone e duecentomila venusi. Trovate Miss X».

Accelera e vede in lontananza le bike sharing nella rastrelliera. Guarda l’orologio al polso e scuote la testa. «Non riuscirò mai a consegnare la busta e tornare in ufficio entro mezz’ora» mormora, mentre il ragazzo in bicicletta continua a seguirla e a lanciare il suo monotono grido.

I passanti sembrano ignorarla, come se lei fosse un fantasma.

Clelia non sa più cosa pensare e dove nascondersi. La voce che dice ‘Trovate Miss X’ sembra perseguitarla. Vede un negozio di abbigliamento e decide di entrare nella speranza che quell’annuncio gridato a quattro venti cessi.

«Cosa posso fare per lei» chiede una commessa magra come un’anoressica.

«Vorrei comprare un paio di jeans, una camicetta e delle scarpe».

La commessa si allontana per cercare quanto richiesto, mentre fuori risuona ancora la solita voce.

«Trovate Miss X. È dentro il negozio di abbigliamento Underwear. Sta comprando jeans, camicetta e sneaker. Trovate Miss X e vincerete un viaggio da sogno e duecento mila venusi. Trovate Miss X».

Clelia è disperata. Vorrebbe nascondersi per non ascoltare più quella voce che ferisce le sue orecchie. Sposta la borsa da destra a sinistra facendo cadere la busta per terra. La raccoglie e la mette sotto il braccio. Si sposta da un piede all’altro nell’attesa che la commessa ritorni.

«Trovate Miss X. È dentro Underwear, sta comprando…». Le pare d’impazzire, quando la commessa anoressica torna con un paio di jeans stinti, una camicetta azzurra e sneakers blu della Nike.

«Il camerino è lì» dice indicando un angolo del negozio.

Clelia si precipita dentro. «Trovate Miss X. È dentro Underwear e sta provando jeans, camicetta e sneaker. Trovate Miss X e…» e la voce rimane fuori, quando tira la tenda del camerino. Poggia la busta su una panca. In fretta si toglie vestito, capellino e scialle. Scalcia le scarpe. Infila i jeans, la camicetta e mette nei piedi le sneaker. Raccoglie i suoi vestiti, la borsa e la busta.

«Li tengo indosso» biascica mangiandosi le parole, allungando i suoi indumenti alla commessa anoressica che la guarda spalancando gli occhi nocciola.

«Trovate Miss X. Vincerete due crociere da mille e una notte, duecento mila venusi. Adesso indossa jeans stinti, camicetta azzurra e sneakers blu della Nike. Tiene la busta marrone sotto il braccio e nell’altra mano un sacchetto di carta della Underwear. Trovate Miss X…».

La commessa anoressica apre la bocca e sta per dire «Ma lei è Miss X!» quando Clelia sedendosi su una panca la precede, confermando: «Sì, sono io Miss X».

La radiosveglia gracchia con un sottofondo musicale: «Il tormentone di primavera dell’agenzia di viaggi Baule Volante sta avendo un successo enorme. Tutta Ludi è alla ricerca della fantomatica Miss X ma nessuno l’ha ancora trovata».

Clelia si sveglia in un lago di sudore. È un vero incubo il suo!

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Mini distacco – nro 1 – L’aria

Scrivere creativo e Intimodistacco propongono questo esercizio.

Questo tipo vuole sviluppare competenze di sceneggiatura, fantasia, creatività attraverso il mondo dell’illustrazione.

Essere in grado di creare una vignetta autoconclusiva non è facile, quindi serve esercitarsi.

Il gioco è molto semplice:

Inventa una vignetta sulla base dei seguenti ingredienti:

– Argomento: ARIA

– Personaggi:

1) IntimoDistacco (trovate il personaggio su Instagram dove trovate anche delle vignette di esempio)

https://www.instagram.com/p/Bn8akvgHxEm/?taken-by=intimodistacco

2) un vecchio.

3) Un cellulare

IMPORTANTE: CREARE UN FINALE D’EFFETTO

Questa è la vignetta scelta tra le molte

e questo è il mio svolgimento.

Buona lettura

Alice osservò la vignetta su Intimodistacco e prese la stilografica per buttare giù qualche pensiero per commentare.

“Cosa mi suggerisce?” si chiese, appoggiando la penna sul foglio bianco. Si grattò una guancia e chiuse gli occhi.

Fluttuò nell’aria, aggrappata a un palloncino, mentre osservava la terra che si allontanava. Nessuna paura si disegnò sul suo viso: era sufficiente non mollare il filo.

Sì” confermò Alice allegra. “Sono racchiusa in una scatola e volo nell’aria”.

Scoprì che non volava ma era all’interno di una scatola di cartone color marrone scuro. Una scatola da scarpe, per la precisione scarpe per il trekking.

Rise al pensiero di fare trekking, lei che era pigra come bradipo. Adesso era immersa nell’umidità della foresta pluviale brasiliana aggrappata a un albero che non conosceva ma che sporgeva sul fiume, dove l’acqua di colore verde scorreva con lentezza.

Un’imbarcazione a forma di canoa guidata da un vecchio dai capelli bianchi scendeva silenziosa sciabordando leggera. In effetti i capelli erano un bianco che tendevano al grigio tanto apparivano sporchi.

Alice strinse gli occhi vedere meglio. Era miope e senza occhiali non scorgeva nulla, solo ombre sfuocate. Rise ancora perché un bradipo con gli occhiali non esisteva in natura.

Il vecchio dalla pelle grinza e bruciata dal sole cantava una nenia, mentre vogava con decisione nel fiume. Alice non capiva le parole ma con la mano lo salutò quando la sua voce fu più vicina. Senza occhiali vedeva solo le ombre, purché fossero abbastanza vicine.

«Aho! Che fai sull’albero?» disse il vecchio sollevando la pagaia.

Alice resto basita. “Ma parla italiano il vecchio indios brasiliano” pensò rimanendo a bocca aperta.

«Chiudi la bocca o si riempe d’insetti» la canzonò il vecchio, che riprese a vogare con forza e a cantare uno stornello romano.

Mentre il vecchio continuava a remare, Alice si ritrovò sospesa in aria aggrappata al suo palloncino rosso che dondolava tra una nuvola e l’altra. Era tornata la ragazzina di sempre. Capelli biondi sciolti sulle spalle, frangetta alla Valentina e occhi grigi azzurri.

L’avventura la teneva di buon umore e per nulla intimorita vedendo la terra da lassù. La vedeva perché sul naso portava i suoi occhiali con la montatura a tartaruga.

Si stava beando, quando uno scossone la riportò nella sua camera col letto a castello che divideva con la sorella, Sonia, il poster di Bono appeso alla porta e la pila disordinata di CD sparsi sul pavimento.

«Dormi? Non rispondi al cellulare?»

Era sua mamma che la fissava in piedi accanto alla scrivania, ingombra di fumetti.

Il cellulare squillava e Alice rispose con gli occhi sgranati per la sorpresa: «Dimmi».

«Allora sei uscita dalla scatola in cui hai rinchiuso la tua parte migliore?»

Sul display era comparso il volto di Intimodistacco.

Disegna la tua storia – un immagine di Waldprok – le scie

Da questa bella immagine di Waldprok nasce questa breve racconto

Ermete osserva tutti i giorni strane scie nel cielo. Una mano misteriosa con un pennarello bianco si diverte a striare l’azzurro limpido del cielo. Non disegni di animali fantastici come quel birbone che prende batuffoli di cotone e con mani da prestigiatore li impasta come draghi, navi e altre forme che strappano un ‘oh!’ di meraviglia.
Ermete non conosce quell’artista ma ne ammira i disegni. Righe diritte, righe slabbrate, righe storte e tutti i giorni delle nuove. Lui a naso in su e bocca aperta per lo stupore di vederle.
Seduto da Sghego con l’immancabile calice di raboso davanti da lui, osserva una serie di scie che s’incrociano dando vita a un curioso disegno che pare un petalo di margherita.
«Sono le scie chimiche» afferma Mario seduto allo stesso tavolo che sorbisce rumorosamente il suo bicchiere.
«Chimiche?»
«Sì, chimiche» ribatte infastidito il compagno di bevute. «Le disegnano per spiarci e condizionare la nostra vita».
Ermete rimane col calice a mezz’aria e la bocca aperta. “Spiarci? Chimiche?” si dice incredulo. “Ma cosa dice Mario?”
«Sei sicuro, Mario?» chiede Ermete che si è ripreso dalla sorpresa.
Lui annuisce con vigore con la testa, perché ha la bocca piena di vino. Qualche goccia cade sul tavolo. Deglutisce in maniera ineducata con un rutto sonoro alla fine.
«Ma dove vivi?» fa Mario, riempendo il bicchiere con altro raboso. «Lo sanno tutti che le scie chimiche ci spiano».
Ermete lo guarda come si può guardare uno che dice delle cretinate. “Ma chi è quello scemo che sale in cielo per spiare Venusia?” riflette armeggiando col calice semi pieno di vino. “E poi come farebbe?” Scuote il capo perché non gliela danno da bere una scemenza del genere.
«Lo stato vuole condizionare la nostra vita, spargendo agenti chimici che ci fanno ridere quando c’è da piangere e viceversa» spiega convinto Mario, ingollando il terzo bicchiere di raboso.
«Ma sei sicuro? Al governo non importa nulla di Venusia, che manco sa che esista» replica Ermete congestionato in viso perché sembra che si voglia burlare di lui.
Mario non risponde. Armeggia col telefono, finché non lo mostra a Ermete.
«Leggi, San Tommaso».
Ermete strizza gli occhi, perché senza occhiali non ci vede un tubo.
‘Le scie di condensazione si formano solo a temperature inferiori a −40°C a 8.000 metri di quota e con umidità relativa del 70%. Questa affermazione si basa sul modello teorico elaborato nel 1953 da H. Appleman. Lo Space Preservation Act sarebbe un’implicita ammissione dell’esistenza del fenomeno. HAARP sarebbe lo strumento di attuazione del piano. A essere irrorato sarebbe un miscuglio di bario, alluminio, silicio e altre sostanze, il cui scopo è quello di creare una sorta di sandwich elettroconduttivo, con finalità di controllo mentale.’
Ermete alza gli occhi sbattendo le palpebre. Non ci ha capito un accidente. “Space Preservation Act… cos’è? HAARP… boh! Sandwich elettroconduttivo… ma si mangia?” pensa ma non osa esternare i suoi dubbi, perché lo prenderebbe per ignorante.
«Allora hai letto?» chiede Mario soddisfatto.
Ermete inforca gli occhiali e solleva il viso contento.
«Certo che ho letto. C’è scritto: ‘questa è una fake news o una bufala del web’» replica finendo il vino nel calice.

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – la strada

https://etiliyle.files.wordpress.com/2017/12/20171211_1157291553667279.jpg?w=2000

immagine tratta dal blog Etiliyle

La strada partiva dalla periferia meridionale di Venusia e arrivava alla città più vicina, il capoluogo della regione. Una strada di campagna tra due muri di erbe alte che nascondevano la pianura. Uno sterrato polveroso d’estate e fangoso d’inverno. Lo stato della via era un chiaro indicatore com’era considerata Venusia. Sembrava che il paese fosse dimenticato da Dio e dagli uomini. Non era neppure segnato sulla carta geografica. Un punto invisibile. Le strade che arrivavano a Venusia non erano molte, perché nessuno avvertiva la necessità di andarci. Casomai era vero il viceversa: i venusiani la usavano per andare in città a respirare l’aria vivace e gaudente del capoluogo. Questa era quella più frequentata. L’altra quella del bosco, dalla parte opposta del paese, era praticata da poche persone. Dicevano i venusiani che portava male.

Intorno a Venusia c’era una pianura piatta, interrotta solo dal bosco a settentrione e a oriente da un dosso con la Fortezza. Per il resto la visione si perdeva nei campi coltivati.

Quell’inverno era stato particolarmente secco. Poche piogge, ancor più rari i giorni di nebbia. Il fondo della strada era per lo più duro e secco ma senza la polvere estiva.

Pina la percorreva in bicicletta, portando sulle spalle una cesta con gli ortaggi invernali che aveva raccolto nella mattinata. Da quando i negozi erano aperti tutti i giorni, doveva portare in città la verdura fresca anche la domenica. Se per i negozianti era fastidioso, perché non potevano chiudere le loro botteghe, lasciando via libera alla concorrenza, per Pina era ancora più duro, perché nemmeno alla domenica poteva restarsene a casa.

Faceva quel tragitto con ogni tempo in bicicletta fuorché con la neve, perché andava a piedi in città con il suo carico di ortaggi. Ci metteva circa quaranta minuti a raggiungere la città, pedalando di buona lena, ed era faticoso col carico sulle spalle, specialmente quando la strada era fangosa e si appiccicava alle ruote come una sanguisuga.

Pina era una donna di mezz’età, secca e piccola. Il viso rugoso la faceva sembrare più vecchia ma l’energia e la forza fisica non le mancavano. Non poteva rinunciare a quei pochi soldi che ricavava dalla vendita dei suoi ortaggi. Erano tutto il suo sostentamento. Non si lamentava mai se il sole picchiava duro oppure la galaverna affrescava di bianco l’erba del ciglio della strada. Pedalava in silenzio avvolta nel suo mantello verde sia d’estate che d’inverno.

Era la prima domenica di gennaio e un sole pallido inondava la strada con la sua luce. Non mitigava molto l’aria della mattina, che pungeva il suo viso. Le guance erano rosse per freddo e dal naso colava un liquido bianco, che strofinava via col dorso della mano.

Arrivata quasi in città, la dove alla terra battuta si sostituiva l’asfalto, Pina vide una donna che si sbracciava come a chiedere aiuto. Frenò di brutto e accostò.

«Dio vi ringrazi» borbottò col fiato mozzo.

«Casa vi è successo, buona donna?» chiese cortese Pina, mentre lo sguardo spaziava intorno senza scorgere un minimo segnale di pericolo o di presenza umana.

«Nulla, nulla»

Pina sgranò gli occhi basita per il suo atteggiamento strano. “Sembra che corra un pericolo mortale ma afferma tutto il contrario” bisbigliò a labbra chiuse. Qualcosa doveva metterla sull’avviso che la risposta nascondesse un secondo fine ma lei era fiduciosa nella natura umana.

«Avete necessità di aiuto?» domandò cauta come se tastasse la consistenza della superficie ghiacciata dello stagno con un piede.

La donna scosse il capo, negando anche questa ipotesi.

Pina la guardò con un occhio semichiuso. “Qualcosa non torna” si disse, afferrando il manubrio della sua bicicletta.

Accennò a iniziare a pedalare, quando la donna pose una mano sul suo braccio per frenare la sua corsa.

«La prego, non andatevene» la implorò con tono supplichevole.

Pina non rispose e mise un piede per terra per tenersi in equilibrio. “Se ha bisogno di aiuto, dovrà trovare delle parole convincenti” rimuginò, sospirando rumorosamente.

«La prego» ripeté la donna con un filo di voce.

«La sto ascoltando» affermò Pina, guardandola in viso.

La donna che appariva vestita modestamente e in modo inadeguato alla stagione fece un passo in avanti, avvicinandosi a Pina che non percepiva il motivo per il quale era stata fermata.

«La vedo passare tutti i giorni e non ho mai avuto il coraggio di fermarla».

Pina cominciò a provare fastidio per tutto questo e se ne sarebbe andata se la curiosità non l’avesse frenata.

«Sì, è vero. Sono anni che faccio questa strada» disse senza aggiungere altro.

La donna sembrò pregarla con le mani giunte ma questo le dava molto fastidio. Con un cenno del capo le fece segno di sveltire le parole. Era già terribilmente in ritardo nelle consegne.

«Mi chiedevo» aggiunse qualche istante più tardi. Una nuova pausa ritardò le spiegazioni.

«Sì ma la prego di parlare più in fretta. Sono in ritardo nel mio giro delle consegne» affermò decisa Pina.

«Le stavo dicendo che lei è fortunata a possedere un orto» soggiunse facendosi più vicina per osservare il contenuto della gerla.

«E sì» confermò agitando le mani.

“Sta fresca se le regalo il contenuto della sporta!” ironizzò Pina.

«Oggi ho trovato il coraggio di domandarle…»

“Uffa” borbottò Pina che non aveva intenzione a lasciarsi coinvolgere in qualche gioco di parole.

«Le volevo domandare…». Una nuova sosta nelle parole creò una situazione di disagio.

Pina fece un sorriso per incoraggiarla a concludere il discorso. “Sto perdendo un sacco di tempo” pensò, perché per lei il tempo era denaro.

Non sentendo nulla la donna riprese a parlare.

«Le volevo chiedere se mi porta con lei in città. Ho sempre desiderato andarci senza mai averne il coraggio».

Una storia al giorno d’oggi – Pietro

 

Foto personale

Foto personale

Pietro amava navigare tra chat di incontri amorosi e siti porno. Lo faceva senza malizia ma per il gusto del proibito, come se fosse rimasto agli anni sessanta.

Era alto, dalla struttura fisica che non passava inosservata. Non mancavano le avventure femminili ma chattare con donne sconosciute dall’aspetto tutt’altro che delicato gli dava una sensazione impagabile.

Il suo nick era ‘il gatto dormiente‘. Un nick insolito senza dubbio. Evitava le donne della sua regione, quelle emiliane almeno per residenza. Preferiva le donne esotiche, cinesi o giapponesi. Con loro sfoggiava il suo inglese perfetto, frutto di viaggi inglesi per lavoro e per piacere. Lavorava per una multinazionale con frequenti spostamenti all’estero.

Trovo insipide le donne italiane” si disse una sera, mentre chattava con Mei- Lan. Stava usando la webcam e vedeva una ragazza, molto giovane, che parlava un inglese stentato. “Vederla mi eccita”. Perché si domandò? Potrebbe essere tua figlia, gli disse la coscienza, e tu ti ecciti come un bambino. Pietro sorrise a queste considerazioni. La realtà era che lui si stava eccitando vedendo questa ragazzina acerba e impacciata.

«Cosa vuol dire Mei-Lan?» le chiese.

«Beautiful orchids» rispose.

«Sei proprio una bella orchidea profumata» le disse.

Mei-Lan rise con una risata argentina e spontanea alla sua risposta.

Pietro scoprì che viveva a Nanchino. “Ma sarà vero?” pensò dubbioso. “Ma che me ne importa se ha raccontato una balla!”

«Ma quanti anni hai?» Gli sembrava una ragazzina. Tredici o quattordici anni. Il corpo semi nudo era acerbo e il viso ancora infantile. Quella via di mezzo tra una bambina e una giovane donna. Non gli piaceva passare per pedofilo. Se intuiva che la persona collegata avesse meno di diciotto anni, chiudeva la chat e cancellava il link. Avvertì che era titubante. “Gatta ci cova. Ho beccato una minorenne” si disse, pronto a chiudere la conversazione. Tuttavia qualcosa gli diceva che l’apparenza poteva ingannarlo.

Mei-Lan uscì dal campo visivo della webcam. Pietro si chiese il motivo. Quando tornò visibile, teneva in mano un libretto, che assomigliava tanto a un passaporto.

«Diciotto» disse la cinesina con un radioso sorriso, aprendo quello che teneva in mano. «Compiuti un mese fa».

Poi mise davanti alla webcam un passaporto della Repubblica Popolare Cinese. La foto mostrava lo stesso volto che aveva appena visto. Il nome corrispondeva e la data di nascita diceva 10 novembre 1996. Un rapido calcolo e i diciotto c’erano tutti.

Dunque uno scorpione” si disse, lui che era cancro.

«Non ti fidavi, vero?» Squittì con la sua vocina sottile da bambina.

«No» rispose Pietro, tranquillizzato. «Vedo un corpo da bambina. Pensavo che tu ne avessi solo quindici anni». Aveva mentito, perché in effetti credeva che ne avesse di meno, tredici.

Una risata argentina seguì alle sue affermazioni.

«Tra due mesi sono in Cina» le disse, sapendo di mentire. «Sono a Nanchino per lavoro…». Non potè proseguire nel suo bluff, perché la chat si interruppe bruscamente.

Meglio così” pensò, ripensando alla conversazione. “Forse quel passaporto era finto ed effettivamente aveva solo tredici o quattordici anni”. Era immerso in questi pensieri, quando comparve sullo schermo “Posso?”. Pietro rimase interdetto, perché di solito rispondeva negativamente. Questa volta la curiosità ebbe il sopravvento e rispose “Si”.

«Accendiamo la webcam?» scrisse impertinente.

«Sì» si ritrovò a scrivere Pietro. Quella conversazione pareva il canto delle sirene.

Lo schermo mostrò una ragazza non bella ma dal viso interessante. Almeno questa fu l’impressione di Pietro.

«Pietro» disse l’uomo, presentandosi.

«Fabiana» rispose pronta la ragazza.

Cominciò così la conoscenza di Fabiana. Per molti mesi parlò solo con lei. Le cinesi e le giapponesi per il momento erano relegate in un angolo, prive di interesse. Poi alla fine conobbe Fabiana, quella reale. Ignorava che abitasse nella sua città. Accuratamente non se lo erano chiesti, evitando anche cognomi ed età.

Era una mattina di novembre, quando Pietro, seduto sui gradini dell’università, osservava quello che succedeva nella piazza. Tanti studenti intorno a lui, urla, risate, slogan cantati a squarciagola, la puzza dei lacrimogeni che lentamente saliva sulle gradinate.

Guardava la Minerva, che svettava nel centro del piazzale, di fronte a lui, fasciata da quella bandiera rossa enorme con su scritto “…altrimenti mi incazzo!”. La guardava compiaciuto, pensando che veramente la Dea della Sapienza avrebbe dovuto incazzarsi per come stavano trattando la cultura.

Osservava con occhio distratto tutto il trambusto che si stava scatenando sotto di lui, nella piazza. Gli studenti stavano protestando contro ‘la buona scuola‘, che loro ritenevano tutt’altro che buona. Pietro era lì per curiosità. Aveva trent’anni e la scuola era un ricordo non troppo recente. Pensò a tutte quelle volte che aveva fatto come loro, protestando per le guerre contro il terrorismo, per qualsiasi cosa che fosse da pretesto per fare casino.

Sorrise e con la coda dell’occhio notò sulla sinistra tre ragazze sedute un paio di metri più in là. Anche loro parevano lì solo per guardare. Poi ebbe un flash. Una delle tre catturò subito la sua attenzione. Era forse, anzi sicuramente, la meno bella delle tre. Piccola, magra ma aveva uno stupendo viso, tondo, sproporzionato rispetto al resto del corpo. In mezzo brillavano due occhi neri come la pece, splendenti come stelle novae al limite dell’esplosione. E due labbra rosse che sembravano chiedere soltanto di essere baciate.

Quel viso lo ricordava bene. Era la sua Fabiana, con cui chattava da molti mesi.

Le tre ragazze parevano non curarsi della presenza di Pietro a pochi passi da loro. Parlottavano sottovoce, che il rumore nella piazza sovrastava completamente. Il fragore dei lacrimogeni e le urla dei manifestanti facevano presagire che tra poco avrebbe infuriato la battaglia.

Si avvicinò alla tre ragazze, parzialmente coperte dal fumo grigio delle prime auto in fiamme.

«Fabiana» disse Pietro, alzando il tono per farsi udire.

Però loro continuavano a parlare, ignorandolo. “Qui è meglio andarsene, prima di prenderle”, pensò. Si alzò dal gradino sul quale era seduto per raggiungere Fabiana. Come se gli avessero letto il pensiero, anche loro si mossero da dove erano.

«Ciao, Fabiana!» disse Pietro, salutando la ragazza dai capelli corvini.

La piccoletta, quella che aveva catturato la sua attenzione, lo guardò di sbieco. “Che vuole?” si disse. “Cerca di abbordarmi, il tamarro”. Non gli rispose. La sua figura era avvolta nella nebbia prodotta dai lacrimogeni mista al fumo acre di qualcosa che bruciava e rimaneva indistinta. Poi un colpo di vento spazzò via il fumo, mentre gli occhi lacrimavano vistosamente. Ebbe un sussulto. Quel viso apparso per un attimo gli apparve familiare. Non riuscì a focalizzare nulla, perché venne travolta da una marea umana. E fu buio.

Pietro aveva allungato una mano per afferrarla e trascinarla lontana da lì, perché aveva visto che i manifestanti inseguiti dalla polizia stavano salendo in disordine i gradini. Non fece in tempo. Con un scatto si issò su una statua, evitando di finire sotto i piedi di quella folla in preda al panico. Rimase lì, finché il tumulto non si placò. Sentiva dei lamenti e dei pianti e poco dopo le sirene delle ambulanze. “Ce l’ha fatta Fabiana a mettersi in salvo?” si domandò con un filo di apprensione con gli occhi che bruciavano per i lacrimogeni sparati dalla polizia.

Non vedeva nulla. Udiva solo delle voce che imploravano aiuto. “É stato un massacro” pensò Pietro. “Chi era, come me, semplice spettatore, ha rischiato di lasciarci le penne”.

Qualche folata di vento cominciò a disperdere il fumo, mentre la gradinata era cosparsa di corpi per terra e i gradini imbrattati di sangue. Con lo sguardo cercò quel viso nella speranza che non ci fosse.

Invece era in una posa innaturale.

Una storia al mondo d’oggi – Alfonso

Foto personale

Foto personale

Alfonso lo prese per un segno del destino. Decise di tornare al computer e di scriverle. “Cosa?” pensò, mentre in fretta tornava sui suoi passi. Non lo sapeva ma qualcosa sarebbe nato dalla sua testa.

Con il fiato corto si fermò davanti alla porta d’ingresso, perché aveva fatto gli scalini tre alla volta. Si chiese se fosse in ritardo per un appuntamento. Oppure se avvertisse la presenza di lei, che lo aspettava. Forse nessuno delle due ipotesi. Solo il desiderio di mettersi davanti allo schermo.

Infilò le mani in tasca alla disperata ricerca delle chiavi. Imprecò, perché, quando aveva fretta, non le trovava mai. Le rovistò con l’ansia che bruciava dentro.

«Ma porca miseria» disse a mezza voce. «Ma dove si sono cacciate?»

In mano aveva le chiavi della casa di sua madre. Le rimise in tasca ma come per beffarlo ricomparvero fra le dita. Pensò che doveva smetterla di girare con tutte quelle chiavi. Oltre a sfondare la tasca era sempre il mazzo sbagliato che affiorava. Ebbe un flash della cassetta della posta piena e trasbordante di pubblicità e lettere, mentre era entrato di gran carriera nell’ingresso del caseggiato. “La vuoterò più tardi” pensò, mentre continuava la sua caccia al tesoro.

Trovato il mazzo giusto, cominciò ad armeggiare con le mani tremanti alla ricerca della chiave. Alfonso guardò sconsolato la mezza dozzina di chiavi. Sembrava tutto congiurare contro di lui. Quando aveva fretta quella che doveva usare pareva nascondersi o giocare a rimpiattino.

Era un gioco che ricordava di aver fatto innumerevoli volte, quando era bambino. Si giocava in un luogo ampio e ricco di potenziali nascondigli. Veniva prescelto un punto che si chiamava “tana”. Si faceva la conta per stabilire chi avrebbe cominciato il gioco. Gli altri dovevano trovarsi un nascondiglio per sfuggire alla caccia di chi custodiva la “tana”. Dopo la conta fino a cento iniziava la ricerca, esattamente come stava facendo adesso Alfonso con la chiave della porta di casa. Ogni volta che trovava un giocatore nascosto, correva fino alla “tana” che toccava, esclamando “tana!” col nome di chi aveva scovato.

Finalmente la trovò e gli uscì dalla bocca “tana”. Sorrise storto, perché la frenesia di mettersi al computer stava crescendo, mentre tutto congiurava per rallentare il suo desiderio. La infilò a fatica nella toppa, facendo una certa fatica a farla girare. “Prima o poi ti devo oliare” pensò. ”No, la cambio per comprarne una nuova, quelle non apribili col sistema bulgaro”.

Diede l’ultimo giro e aprì di colpo la porta. “Ma che mi possono portare via? I vestiti, i libri. Al massimo il computer…” si disse, entrando. “Eh! No, cazzo! Il computer, no! Dentro c’è Sara!”.

Spalancò gli occhi, come si aspettasse di trovare qualcuno, magari proprio lei.

Rise per il pensiero che Sara fosse dietro la porta ad aspettarlo.

Chissà perché poi, ma soprattutto come?… Certo, l’idea che li dividessero più di mille chilometri non lo aveva sfiorato per nulla, né tanto meno il particolare che lei non voleva più vederlo.

Si tolse il giubbetto che gettò sull’appendiabiti dell’ingresso.

Devo cambiarlo!” pensò, vedendolo ondeggiare pericolosamente. “É troppo piccolo e instabile per sostenere la giacca lunga di pelle e lo zaino monospalla, ricolmo di libri e taccuini bianchi, dove appunto i miei pensieri”.

Entrò nello studio, sedette sulla poltrona, nella posizione che assumeva abitualmente. Di lato con le gambe gettate sul bracciolo opposto, le ginocchia accavallate, con la gamba destra lasciata libera di penzolare e grattare la stoffa a lato del sedile.

Accese il computer ma non ebbe la pazienza di attendere, perché quel vecchio catorcio ci metteva un secolo a partire. «Dai, bello muoviti!» gli urlò nella speranza di velocizzarlo. Tuttavia lui avanzava lento come un montanaro in montagna, nonostante i suoi incitamenti. Sentì sotto il piede destro il ruvido della stoffa.

Riconobbe che quella poltrona era stata il suo acquisto sbagliato. “Tutti almeno una volta” si disse, “entrano in un negozio qualsiasi e comprano qualcosa, in preda all’insana gestione dei propri soldi. Per poi pentirsi amaramente. Per quali misteriosi motivi l’uomo butta in acquisti inutili i propri soldi?”

Alfonso scosse la testa, dimenticando per un po’ la lentezza del suo computer. Adesso al centro della sua attenzione c’era la poltrona sulla quale stava seduto, si fa per dire. “Entrare in un negozio” pensò, “indicare un oggetto, pagarlo e uscire col pacco sottobraccio, realizzando che quell’oggetto non gli serviva proprio. Ecco il motivo per il quale questa poltrona la odio”.

Quando era arrivata a casa. aveva compreso che la poltrona, acquistata il giorno prima, avrebbe rappresentato la punizione che Alfonso avrebbe inflitto a se stesso per la cazzata che aveva fatto. Ormai il danno era fatto e l’aveva collocata davanti al computer, anche se una sedia sarebbe servita a farlo stare più comodo.

Basta” si disse. “É inutile, Alfonso, a piangere sul latte versato. Vediamo a che punto sono arrivato con l’avvio”. Il circoletto continuava a girare per indicare che il processo non si era ancora concluso. Lanciò un’occhiata disperata alle luci del vecchio router. Anche loro arrancavano paurosamente. “Devo investire diverse centinaia di euro” rifletté, “per acquistare un PC degno di questo nome e un router meno colabrodo di questo”.

Dopo una lunga e penosa attesa tutto era pronto a decollare. Il router a metterlo in condizione di navigare, il computer a interrogare il mondo.

Si sistemò meglio sull’odiata poltrona e lanciò Firefox e Thunderbird. Naturalmente Speedy Gonzales se l’era svignata, lasciandolo con Miguel, lo scansafatiche, che pensa solo a dormire.

«Evviva!» gridò con fanciullesca euforia, battendo le mani, quando sulla barra degli strumenti comparvero la volpe rossa e l’uccello azzurro. Spostò la sua attenzione sul lato in basso a destra dello schermo per vedere la busta di posta che solitamente fa capolino e che lo avvisa, quando qualcuno ha avuto un pensiero per lui.

Una grande delusione smorzò l’entusiasmo di poco prima. Nessuno gli aveva spedito qualcosa. Nessuno aveva scritto, soprattutto lei non aveva scritto.

Ma perché mi avrebbe dovuto scrivere?” si domandò, aggrottando la fronte.

Ricordò che la loro giornata iniziava con una mail con la quale al mattino si scambiavano il ‘buongiorno’ dopo il caffè e prima della sigaretta. Poi durante la giornata potevano essercene altre tre o quattro, a seconda delle pause dal lavoro o della voglia di sentirsi. Però era alla sera, alle nove e quaranta, – pareva che si fossero sincronizzati gli orologi biologici – si ritrovavano nella loro stanza privata virtuale. Niente caminetto acceso d’inverno o il condizionatore d’estate. Nessun panorama romantico faceva da sfondo per loro. La loro era una stanza spartana, essenziale. Era la loro chat personale che si illuminava con Skype e webcam.

Già, la chat. Pensò che un tempo era restio all’idea di utilizzare uno schermo per parlare con un altro essere umano. Alfonso era abituato al contatto diretto, al vedersi sguardo nello sguardo. Discuteva di lotta di classe, di movimenti della sinistra, di letture collettive, di università occupate, di poesia e libri impegnati. Ebbe un altro flash, quando aveva amato alla follia Garcia Lorca, leggendo i suoi pensieri. Aveva assorbito le sue parole sulla carta stampata come le radici traggono la vita dal terreno.

Un giorno cambiò tutto: aveva conosciuto Alexa. Da questa storia era uscito con le ossa rotta: ferito nello spirito, inaridito nei pensieri. Aveva perso ogni voglia di lottare, di leggere, di ascoltare, di discutere. Per molti mesi, forse per più di un anno, si rinchiuse su se stesso, senza aprirsi al mondo circostante che era in marcia senza di lui. La rete non era più un fenomeno di nicchia, cominciava a uscire per imporre la sua visione virtuale. Comprò un PC, sottoscrisse un contratto con una TLC, che gli fornì un router e una connessione remota. Cominciò a esplorare un mondo nuovo e variegato. E conobbe Sara su Splinder. Passarono ore a parlarsi sulla chat che la piattaforma offriva gratis. Poi comparve un qualcosa che permetteva di ascoltare la voce. Erano i primi passi di Skype. Funzionava male ma non si spendeva nulla. Un giorno Skype gli chiese se aveva una webcam. «No, non ce l’ho ma posso comprarla» disse. E così fece.

Da quel momento iniziarono gli appuntamenti alle nove e quaranta della sera.

Il flash svanì nella mente di Alfonso. Sara non avrebbe scritto né oggi, né domani, né mai in futuro.

Aveva assistito al suo suicidio in diretta.

Una storia come tante. Al tempo del web – parte terza

dal web

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Il punto d’incontro era l’edicola dei giornali. La vidi alta, slanciata con quella chioma rossa un po’ riccioluta. Provai un misto di stizza, perché un ragazzo la stava importunando, e di gioia, perché era splendida.
“Antonella”. Agitai una mano per attirare la sua attenzione. La ragazza si avviò verso di me, trascinando un trolley blu dalla dimensioni generose.
“Ciao” le dissi, baciandole castamente una guancia.
“Ciao” replicò lei, prendendomi la mano. “Il treno ci aspetta”.
Durante il viaggio la conversazione fu al minimo sindacale. Ero teso, temevo sempre di vedere sbucare un viso conosciuto. Pareva impossibile ma mi capitava tutte le volte che ero in viaggio. Non desideravo far sapere dove mi trovavo. Anche lei era contratta, non aveva il solito cipiglio. Le chiesi all’altezza di Padova perché aveva il viso imbronciato.
“Sei pentita?” le domandai.
“No. Sono felice di poterti conoscere. Però ti percepisco teso” mi rispose, facendo il primo sorriso del viaggio.
Sospirai. Non osavo confidarle i motivi. Provai a mostrarmi disinvolto.
“Non vedo l’ora di essere in albergo” feci, prendendole la mano.
Lei lasciò fare ma era evidente che aspettava una spiegazione che non volevo darle. Alla fine decisi di inventarne una. Sperai che fosse verosimile.
“Hai ragione, sono teso. É l’emozione di sentirti vicino a me. Mi capita sempre, quando desidero con tutte le mie forze l’avverarsi di un sogno a lungo cullato. L’ansia prende il sopravvento” dissi con tutto il calore che possedevo.
Antonella sorrise e mi baciò platealmente. Fui colto di sorpresa. Una volta in più erano loro, le mie donne, che prendevano l’iniziativa. Quel bacio mi riportò indietro negli anni. Avevo circa vent’anni o poco più. La storia con Marinella era naufragata miseramente da tempo. Frequentavo l’università con scarso profitto. Al nostro gruppo di universitari scapestrati e farfalloni si unì una ragazza, non molto alta e un po’ timida. Io corteggiavo senza successo Valeria, prosperosa e alta quanto me. In quell’epoca prediligevo le donne in carne. Del nuovo acquisto quasi non me ne accorsi. La ritenevo insignificante. Io puntavo su Valeria, che invece era sfuggente. Scoprì dopo qualche mese, che lei desiderava Giulio, il mio amico di bisbocce. Erano momenti di vita allegri e spensierati. Lo studio e gli esami non stavano certamente in cima ai nostri pensieri. Organizzammo l’ennesima festa nella villa di un compagno di corso per festeggiare qualcosa. Un motivo per fare baldoria si trovava sempre. Quella sera di maggio, complice il caldo e qualche bicchierino di troppo, ero più farfallone del solito. Stanco di dire e fare cavolate mi appartai, lontano da tutti. Stavo in un angolo del terrazzo al buio, quando avvertì delle labbra calde appoggiarsi sulle mie. Non reagì subito e lasciai fare. Una lingua si insinuò tra denti a esplorare la mia bocca. Strinsi a me quel corpo e con le mani lo esplorai. Lo sentì fremere e aderire al mio. Le nostre bocche parevano incollate con l’attack. Un bacio che non dimenticherò mai. “Chi sei?” domandai con la voce impastata dall’alcol. “Anna”. Così conobbi mia moglie.
Adesso avevo accanto a me un’altra donna, che mi aveva baciato con una passione travolgente. Le mie mani si appoggiarono sul suo corpo. Lei rise e con garbo le spostò. “Devi aver pazienza” mi disse.
Alla stazione di Santa Lucia, decidemmo di prendere una gondola per arrivare all’albergo, che si affacciava sul Canal Grande. Ero impaziente di salire in camera e stringerla a me. Lei si sottrasse con delicatezza alle mie avance. “Mi stropicci il vestito” disse con tono ironico. Compresi che non mi confaceva cominciare per primo. L’iniziativa dovevo lasciarla a lei, perché funzionasse a dovere. Mi guardai intorno: mi apparve da favola la stanza dell’hotel. Tutto merito suo. Aveva organizzato quel fine settimana in maniera impeccabile.
Antonella conosceva bene la mia situazione familiare. Ne avevamo parlato a lungo nelle conversazioni serali. Sapeva che con mia moglie non c’erano screzi o dissapori. Il nostro menage quotidiano procedeva sereno e senza attriti. Eravamo ben affiatati in ogni aspetto della nostra vita in comune. Qualche volta mi poneva delle domande indiscrete come quelle sul sesso. “Non fatte mai all’amore?” mi chiese una sera, cogliendomi di sorpresa. “Sì” risposi. “Quando? Alla notte o di giorno?” mi incalzò. “Quando ne abbiamo voglia” dissi, arrossendo. Su questi argomenti non ero preparato a parlarne. Lei continuò, chiedendomi i particolari, anche quelli più intimi. Tutto volle sapere, mentre io rispondevo sempre meno impacciato. ‘Ho avuto l’impressione che il mio descrivere l’abbia stimolata sessualmente’ mi dissi quella sera, mentre andavo a letto. Non glielo chiesi mai se fosse vero ul mio pensiero. Non mi piaceva parlarne a freddo. Le occasioni per farlo non si presentarono. Il sospetto tuttavia aleggiò tutte le volte che lei tornò sull’argomento.
Prima di scendere per andare a cena nel locale prenotato, Antonella uscì con una battuta che mi lasciò basito.
“Non chiami Anna?” mi fece con tono secco e imperioso. “Puoi parlare liberamente, senza problemi. La conosco talmente bene, che è come se fosse un’amica intima”.
Io tergiversai un attimo, balbettando delle scuse in modo incoerente. Mi sentivo impacciato e incapace di modulare la voce in maniera naturale. Avrei preferito chiamarla in altro momento da solo.
“Se ti senti imbarazzato, ti aspetto nella hall” aggiunse, fingendo di andarsene.
“No, resta” dissi, componendo il numero.
Mentre parlavo con Anna, lei mise la mano sul mio sesso, eccitandomi. Faticavo a parlare con naturalezza. “C’è qualcosa che non va?” mi domandò mia moglie, che avvertiva qualche stranezza nel racconto che le stavo facendo. “No, no. Vorrei essere con te nel nostro lettone. Mi manchi già” mentì spudoratamente, mentre Antonella era impegnata col mio sesso. Col labiale mi disse ‘Stanotte la pagherai cara’. In effetti aveva ragione. Mi lasciò stremato e prosciugato nelle energie. Pareva inesauribile e volle provare tutti i giochi e le posizioni che facevo con Anna. Furono due giorni e due notti da incorniciare. Sembravamo due sposini in luna di miele.
Il viaggio di ritorno fu triste per entrambi, perché dovevamo separarci. A casa dovetti raccontare un sacco di frottole a mia moglie. Avevo abbastanza fantasia per renderle credibili. Quella sera, quando andai a letto dopo la solita chiacchierata con Antonella, la trovai stranamente desta, come se mi stesse aspettando. Il fatto mi stupì. Era la prima volta che non era profondamente addormentata.
“Qualcosa che non va?” le chiesi.
“No” mi rispose. Si avvicinò per farmi capire che voleva fare all’amore. Fu un rapporto pieno di passione da entrambe le parti. Però a pensarci bene, col senno del poi, credevo di stringere Antonella e non Anna.
Dopo quel fine settimana lungo non ci siamo più incontrati o abbiamo trascorso una notte insieme. Un giorno di fine giugno mi telefonò. “Domani sono da te. Accompagno Mario per una causa civile. Ci vediamo per un aperitivo” disse, lasciandomi poche scelte. Mario era uno degli avvocati dello studio legale dove lavorava. Fu un incontro frettoloso e imbarazzante. Forse sarebbe stato meglio non vedersi.
Anna aveva compreso che da quella gita a Venezia qualcosa tra noi si era incrinato. Non ero più quel marito affettuoso di prima. Aveva ragione. Pensavo troppo ad Antonella, alle notti veneziane di sesso sfrenato. Tuttavia anche Antonella aveva mutato atteggiamento durante i nostri colloqui serali. Era più fredda e distaccata. Qualche sera le nostre conversazioni finivano per mancanza di argomenti.
‘Mi devo riavvicinare ad Anna’ mi dissi qualche sera fa. Era come se avessi avuto sentore che il nostro rapporto si era incrinato senza rimedio. ‘Devo chiudere con Antonella. É un vicolo cieco’.
Qualcosa non tornava in quell’urlo disperato, lanciato qualche ora prima. Sembrava che mi avesse letto nel pensiero. ‘Cosa vuole? Perché quel grido esasperato e di rottura?’ mi dissi, sedendomi di nuovo davanti al computer.
‘Cosa posso averle detto per generare quest’odio nei miei confronti? Perché le donne devono sempre essere tanto complicate?’ provai a ragionare.
Riflettei: volevo sapere, perché non capivo. Mi avvicinai al computer per accenderlo. ‘Voglio chiarire!’ mi dissi deciso a puntare a un chiarimento ‘Antonella, chi si crede di essere per trattarmi a quel modo?’
Mi avvicinai alla tastiera per richiamare Messenger e aprire la conversazione. Tuttavia mi fermai. Ero risoluto. ‘Che importa, se non vuole più vedermi, né sentirmi? Peggio per lei!’ Pensai che in fondo questa storia mi rubava troppo tempo e troppe energie. Cominciava a stressarmi, rischiando di perdere Anna e Michela.
‘Non voglio più contattarla. Non ne vale di certo la pena’ conclusi, spegnendo il computer.
Mi avviai in camera da letto. Speravo che Anna fosse desta, perché era da poco che si era ritirata.
“Se non lo è, la sveglio” dissi a bassa voce, deciso a scacciare Antonella dalla mia mente. Sapevo, sentivo, che dopo sarebbe stato meglio. Questa volta avrei stretto a me Anna e non Antonella.

Una storia come tante. Al tempo del web – parte seconda

dal web

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‘É vero. Il nostro rapporto è strano’ ragionò Dario, allungando le gambe sotto la scrivania. ‘Tuttavia è abbastanza normale nell’era di Internet. Conoscersi sul web, scriversi mail, chattare parlando di tutto, fare amicizia, non solo virtuale, affezionarsi, è diventato uno standard abituale’.

Dopo quei primi scambi sul blog, era scattato una sorta di feeling, che si era cementato giorno dopo giorno. ‘Sì, abbiamo stretta un’amicizia, che forse andava un pelo al di là del virtuale’ si disse, sorseggiando il Pinot grigio, ormai caldo. Si sentivano ogni giorno immancabilmente dopo le dieci di sera. Era il momento in cui sia Dario che Antonella restavano soli dopo aver assolti i doveri familiari. Anna, la moglie di Dario, dopo aver messo a letto Michela, l’unica figlia, si ritirava in camera a guardare il televisore. In realtà si addormentava quasi subito, mentre sullo schermo scorrevano le immagini, che non erano viste da nessuno. Lui, quando la raggiungeva in camera, lo spegneva. Antonella era single, anche se occasionalmente le teneva compagnia Donato. Lei lavorava in uno studio di avvocati come segretaria e spesso tornava nel suo monolocale solo alle venti, se non più tardi. Però alle dieci doveva essere davanti al monitor, cascasse il mondo. A volte col piatto della cena. Se per qualche fortuito motivo non poteva collegarsi, restava in ansia, finché non si erano parlati. Anche a notte fonda. Lui l’aspettava pazientemente.

Dario ricordò, quando finalmente l’aveva conosciuta di persona. Il desiderio di incontrarla l’aveva sfiorato più volte, prima di quella fatidica volta. Tuttavia uno strano timore l’aveva bloccato a lungo e l’aveva fatto desistere dal proposito. ‘Se non è, come la immagino? Nel mio subconscio la vedo coi capelli rossi e gli occhi verdi azzurri. Alta, slanciata quanto lui. Dal fisico da adolescente col seno appena accennato’ si diceva, quando era colto dal desiderio di vederla di persona. ‘Se mi delude? Se non è, come la sogno? Ma sarebbe una situazione peggiore se fossi io a provocarle una delusione’.

Questa sensazione di frustrazione e di impotenza durò qualche settimana, finché non attivarono le webcam. Solo in quel momento Dario comprese, come le sue incertezze fossero prive di consistenza. Erano semplici e banali timori, dettati dalla gran voglia di conoscerla.

Fu Antonella a prendere in mano la situazione. Una sera di fine maggio disse senza tanti giri di parole: “Il prossimo week end non ho impegni con nessuno. Possiamo vederci di persona”. Una frase secca e imperiosa buttata lì ma che ammetteva una sola risposta ‘Sì’. Dario fu colto alla sprovvista e rispose: “Certamente. Dove?”

Ti va Venezia? É un terreno neutro per entrambi” scrisse nella chat.

Perfetto. Pensavo anch’io a quella destinazione” replicò, mentendo. In realtà aveva sempre sperato di trovare le giuste parole per introdurre l’argomento senza riuscirci. Adesso era stato preceduto.

Bene. Prenoto una matrimoniale”. Antonella chiuse l’argomento per passare ad altro.

Dario rammentava con chiarezza il senso di vertigine che l’aveva colto nell’accettare quel primo incontro. Doveva inventare una scusa plausibile con Anna. Fisicamente non l’aveva mai tradita in dieci anni di matrimonio. Questa poteva costituire la prima volta ma anche un precedente pericoloso. Però Antonella era in cima ai suoi desideri. Era come l’aveva sempre immaginata e di certo non avrebbe costituito una delusione nemmeno a letto.

Inventò una scusa professionale per evitare che la moglie volesse accompagnarlo. ‘Un seminario. Sarà una noia terribile. Un week end sprecato’ le disse, quando le comunicò che sarebbe partito per Venezia il venerdì pomeriggio e sarebbe tornato il lunedì mattina. Un fine settimana lungo senza dubbio ma aveva deciso così Antonella e lui si era adeguato di buon grado.

Prese due giornate di ferie il venerdì e il lunedì, preparò una valigia leggera come era suo costume. Anna insistette per un secondo vestito elegante. ‘Hai detto che ci sarà la cena di gala sabato sera? Quindi questo gessato con la camicia di lino blu va benissimo’. A mezzogiorno di venerdì salì sul treno per Milano. ‘Ci troviamo con gli altri colleghi in Stazione Centrale. Poi facciamo il viaggio tutti insieme per Venezia’ le disse per giustificare il giro strano. Era tutto eccitato come quando diciassettenne aveva fatto per la prima volta all’amore. Nella mente scorrevano le immagini di quel giorno di settembre soleggiato ma fresco.

«Anche quella volta era stata Marinella a prendere l’iniziativa. Lei aveva sedici anni. Io diciassette». Sorrise. Sembrava che fosse un refrain, una costante per Dario che le donne, che erano state importanti, avessero sempre iniziato loro per prime. «Anna, Antonella, Marinella. Ella si fanno chiamare entrambe. Sembra che un filo invisibile leghi queste due ragazze diverse in tutto». Lui si abbandona sullo schienale nel vortice dei ricordi, mentre il treno procede veloce. «Lasciato l’asfalto abbiamo infilato un viottolo di campagna con le nostre biciclette. Lei guidava con sicurezza verso un posto, che al momento non appariva. La leggera scia di polvere sollevata dalle ruote si perdeva dietro di noi. Abbiamo fiancheggiato campi stopposi e gialli, filari di uva nera, che stava maturando. Dietro un piccolo boschetto siamo sbucati in un’aia assolata, dominata da un casolare malmesso. “Vieni. Mettiamo le biciclette sotto questa tettoia” mi disse, prendendomi per mano». Dario scosse la testa, perché se non fosse stato per lei, lui non avrebbe combinato nulla come le volte precedenti. «Entrati, sul pavimento di mattonelle rosse sconnesse e polverose stava un materasso dal colore indefinito. Io mi guardavo intorno smarrito. Marinella sicura e calma tolse dallo zaino una stuoia di canapone, ruvida e fresca. Sembrava pratica del luogo. Lo sistemò sul materasso e mi invitò a raggiungerla. Ero impacciato ma osservavo quel corpo appena abbozzato con voglia e desiderio ben visibile. “Dai! Che fai lì, impalato?” esclama ridendo. Indossava un top azzurro e dei pantaloncini corti e leggeri. La pedalata e qualcosa d’altro aveva inumidito il cavallo. “Li hai comprati, vero? Non ti sei dimenticato come l’altra volta?” Annuì con il capo e presi la scatola dal mio zaino». Dario si disse che era veramente imbranato allora. Rammentò la scena quasi fantozziana in farmacia, quando in un sussurro chiese alla giovane farmacista una scatola di Durex. «Lei alzando la voce, affinché la domanda fosse chiara, mi domandò: “Quelli extra sensibili o normali?” Tutti si girarono e io divenni rosso come un peperone. “Quelli sottili” dissi talmente piano, che lei non capì. “Più forte, prego” mi incitò la farmacista, che pareva godere del mio imbarazzo. “Quelli sottili” replicai. “Una confezione da dieci o da cinque?” mi incalzò, mentre sentivo su di me tutti gli sguardi di riprovazione di clienti e commessi. “Da dieci” dissi per mettere fine al supplizio». Dario allungò le gambe, prima di riprendere il filo della memoria. «Un amico mi aveva detto che, se lei fosse vergine, l’uso avrebbe provocato un macello. Quindi provai a esternare i miei dubbi con lei. “Ma mi hanno detto…” cominciai, subito interrotto. “Pensi di essere il primo? Arrivi in ritardo” fece, tirandomi a sé sul canapone.»

Nel momento in cui Dario stava pensando, quando le aveva infilato le mani sotto il top alla ricerca di quei minuscoli capezzoli, una voce gracchiante lo distolse dai suoi pensieri. ‘Milano. Milano, stazione Centrale’.

Si preparò a scendere e raggiungere Antonella nel punto prestabilito

Alexia

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Oggi è il 7 luglio duemila. È il giorno del mio trentesimo compleanno, Qualcuno direbbe che è un bel traguardo. Per me è un giorno come un altro. Anzi mi infastidisce ammettere che il tempo passa. Mio padre, se fosse ancora in vita, affermerebbe che è una data storica. Per quello che ricordo lui riconduceva tutto alla storia come se questa fosse l’involucro che conteneva tutto il mondo. Osservava qualunque fatto, come se fosse un evento che ha segnato la storia dell’umanità. ‘Ludovico, ogni cosa smetterà di apparirti insignificante, se la incastri in un contesto storico’. È così che mi diceva, più o meno, mentre io annuivo per nulla convinto.

L’ascoltavo assorto ma alla fine mi diventava complicato seguirne il suggerimento. Mi sono sempre chiesto quale importanza o interesse potesse avere la storia in ogni istante della mia vita. Io sono un dei tanti uomini che nascono, vivono e muoiono in ogni istante, Qualche volta ci ho provato a infilare la mia vita nel contesto storico ma è stato un fiasco colossale. Forse ho sbagliato contesto ma in quale mi devo confrontare? Boh! Non saprei ma lasciamo perdere questi suggerimenti di mio padre, che riposi in pace, e torniamo al presente. Ma no. Proviamoci ancora. Non si sa mai che stavolta ci azzecchi.

Sei anni fa, durante l’allenamento settimanale di basket, mi sono lussato la spalla destra per un fortuito scontro col pivot titolare. Quindi addio sogni di gloria di ricalcare le orme di Meneghin, il mio idolo giovanile, e finire ricoperto d’oro nella NBA. A dire il vero pare che non sia dispiaciuto a nessuno. Nemmeno a Riccardo, il mio coach, che invece se ne è accorto solo per l’urlo di dolore che ho cacciato. Osservò distratto il braccio destro in una posizione del tutto inusuale e chiamò Osvaldo, il massaggiatore. ‘Accompagnalo al pronto soccorso’ fu tutto quello che disse. A pensarci bene in questo momento un certo nesso con la storia c’è. Quale? Mi chiederete. La storia del basket, naturalmente. Di certo non la scriverò adesso ma neppure sei anni fa l’avrei scritta. Se a ventiquattro anni fai ancora il panchinaro numero dieci, vuol dire che sei talmente scarso da diventare un signor Nessuno. Il tuo nome viene usato solo perché a referto ne servono dieci e non sempre ci sono.

Ricordo bene il commento di mia madre, quando mi ha visto recapitato a casa come un pacchetto postale. Quelle parole sono rimaste impresse nella mia memoria. Non tutti i mali vengono per nuocere. É sufficiente osservare il lato positivo di tutti gli eventi. Traduco per voi, che non conoscete il suo linguaggio pratico. In sostanza voleva dire: ‘finalmente niente più tute, magliette, pantaloncini e calzettoni, intrisi di sudore da lavare e stirare. Niente più ginocchia e gomiti da rattoppare alla meno peggio‘. Gli occhi si sono illuminati di un sorriso, mentre ha scritto il suo nome sulla fasciatura rigida che m’immobilizzava il braccio destro contro il petto.

Ho provato a mettere in pratica il suggerimento di mio padre ma ho incontrato solo difficoltà che mi hanno fatto desistere quasi subito. Eppure era uno che non parlava tanto per dire qualcosa ma per raggiungere un obiettivo. Quale, che fosse, non l’ho mai saputo comprendere né allora né adesso che sono più maturo. In realtà mi sono sempre detto che seguirlo, sarebbe come inseguire una fata Morgana. Sembra sempre a portata di mano ma ti sfugge al momento di raggiungerla.

Dovrei parlarne a quattrocchi con lui, solo che non è più possibile. Le domande sarebbero numerose ma quella che gli chiederei per prima è con quale stravagante idea mi ha chiamato Ludovico. Non che sia brutto o che mi rechi nocumento ma perché ha scelto questo nome sicuramente inusuale e un po’ pomposo. Lui si chiama, anzi si chiamava, Aldo Sbroccati, mia madre Elsa, il fratello più grande Paolo, e l’altro Antonio. Insomma tutti nomi normalissimi. Quasi anonimi. Per me invece il nome di un grande, Ludovico Ariosto, poi di Ludovico Sforza, detto il Moro e una altra sfilza di personaggi tutti collocati nel medioevo o nel rinascimento. Insomma, me ne dovete dare atto, un nome pesante da portare. Lungi da me di voler polemizzare coi miei genitori ma tuttavia quel nome pesa. Alexia, la mia miglior amica, afferma sempre che un nome vale l’altro. ‘Che dovrei dire? Quella x mi fa impazzire e tante volte ci dò a monte. Tanto non capirebbero‘. Dovrei darle torto?

Con Alexia vado veramente d’accordo. Mai uno screzio, anche nelle discussioni più accese. Sono single, come lei ma tutti pensano che facciamo coppia. E noi fingiamo di esserlo per burlarci degli altri.

Ci conosciamo dalla scuola materna e da allora non ci siamo più lasciati, nemmeno quando ho abbandonato il mio paese natio e mi sono trasferito al nord, in una grande città. Lei mi ha seguito. Ridiamo, quando ricordiamo la prima volta che ci siamo visti. Avevamo entrambi tre anni e stavamo instabili sulle gambe un po’ gracili. Mia madre mi aveva portato nel grande salone e poi mi aveva abbandonato lì. Ero rimasto senza parole ma col viso rigato da lacrime. Stavo impalato in mezzo ad altri bambini urlanti che conoscevo ma coi quali non volevo mischiarmi. Stavo meditando di infilare la porta e riconquistare la libertà, quando è arrivata lei, Alexia, aggrappata alla gonna di sua madre. Una situazione buffa. Io piangente in silenzio che voleva scappare, lei che urlava per non lasciare la madre. Non avevo mai visto in paese quella bambina, piccola, bionda e un viso incantevole. Forse è arrivata da poco, mi dissi, smettendo di frignare. Lei mi guardò e si staccò dalla madre per prendermi la mano. Siamo rimasti così per l’intero giorno. Quando è stato il momento della mensa non volevamo lasciarci ma obiettivamente sarebbe stato arduo mangiare io con la sinistra e lei con la destra. Abbiamo concordato una tregua per tempo di mangiare qualcosa.

Alle cinque del pomeriggio, quando le nostre mamme ci sono venute a prendere, hanno avuto il loro daffare per convincerci che la mano l’avremo tenuta domani e che per oggi era più che sufficiente.

Il dramma maggiore è stata la scuola. Se per le elementari non ci sono stati problemi, perché le nostre mamme sono riuscite a perorare la nostra causa. Abbiamo fatto i cinque anni con la maestra Zoppi. Non ridete. Si chiamava così ed era un donnone energico e manesco e tutt’altro che zoppa. Alla scuola media si era messa male. Nel nostro paese c’erano alunni per formare due classi. Una con la lingua inglese e l’altra col francese. Naturalmente io ero finito nella sezione con l’inglese, lei in quella col francese. Entrambi puntammo i piedi, minacciando di disertare la scuola. Però spostare uno da una sezione all’altra avrebbe alterato gli equilibri, faticosamente raggiunti. Per diversi giorni fu un continuo conciliabolo tra le nostre madri e i professori per trovare una soluzione, finché un ragazzo fu disponibile a scambiare il suo posto con me. Eravamo di nuovo riuniti.

Vivevamo in simbiosi e per tutti eravamo ‘i fidanzatini’. In paese dicevano che presto ci saremo sposati. Tre anni passano in fretta e al liceo classico, dove ci eravamo iscritti, non fu necessario nessun baratto. Come se lo avessero saputo, ci misero nella sezione A, quella che aveva come lingua straniera il tedesco.

Prendevamo alle sette di mattina il pullman per andare in città. Erano trenta chilometri di strada stretta e tortuosa, che si faceva a passo di lumaca. Quasi un ora, quando andava bene. Noi studenti l’abbiamo battezzato ‘Speedy Gonzales della bassa‘ con quel senso di humour tipico di chi si credeva già grande.

Cinque anni grandiosi per quel senso di libertà che si provava uscendo di casa alla sei e mezza e ritornare alle tre del pomeriggio. Nel mentre io ero cresciuto come il colosso di Rodi e il prof di ginnastica mi aveva avviato al basket. ‘Se ci metti impegno’ aveva pronosticato ‘puoi diventare un crack’. Io ci ho creduto ma sapete tutti come è finita. Lei invece è diventata bellissima. Occhi blu, capello biondo naturale, un fisico da modella. Forte del mio fisico bestiale ho tenuto alla larga tanti cicisbei che le ronzavano intorno come vespe fastidiose.

Quando ci siamo trasferiti al nord per cominciare a lavorare, abbiamo preso un’appartamento in comune con due stanze da letto. Io lavoro come analista in un’azienda informatica, lei come consulente in una società che fornisce servizi. Così per lavoro spesso ci separiamo fisicamente ma virtualmente siamo uniti con Whatsapp e Skype.

Oggi sono triste perché il mio compleanno lo festeggio in solitudine. Alexia non c’è. É fuori con un collega. Però qualcosa mi dice che presto rimarrò da solo.

Patrizia

Tratta dal blog di colorsontheroad.wordpress.com

Tratta dal blog di colorsontheroad.wordpress.com

Patrizia ha tentato il suicidio e non le è andata bene. Ci siamo incontrati vicino casa sua. Abita in un piccolo monolocale alla periferia di una città di mare. In una zona dove le case sono fredde, umide e con le finestre di legno, scrostate dal tempo. Sono ammassi di cemento grigio sporco, mentre una volta erano bianchi, sono stati edificati alla rifusa, laddove prima c’erano degli orti. L’aria del mare arriva intorbidita dagli odori della città.

Ho fatto fatica a trovare il posto che mi ha indicato, perché non sono pratico della zona. É vicino alla sua abitazione ma le strade sembrano disegnate da un ubriaco. Non una dritta ma tutto è una contorsione da epilettico. Mi sono trovato spesso al punto di partenza senza aver capito come ci sono arrivato. Però alla fine dopo aver pazientato, ho seguito le sue indicazioni e finalmente ci sono.

Di comune accordo avevamo scelto un luogo poco visibile agli occhi della gente: una striscia stretta, delimitata da due muretti paralleli, che fungono da confine a dei giardini. Pare la terra di nessuno di un campo di battaglia. Erbacce e rifiuti, ammassati nel tempo da persone poco scrupolose. La vista non è esaltante. In lontananza prati abbandonati, pronti a essere colonizzati da nuove costruzioni. Le facciate delle case nei dintorni hanno le finestre serrate. Le abitazioni paiono abbandonate. Il verde, che le circonda, è inselvatichito per la mancanza di manutenzione. Un spettacolo poco esaltante

È un posto simile a quello in cui abitavo con i miei da ragazzo, quando la città era più piccola e il mare era ancora visibile. Però i giardini erano più curati e le vie erano animate dalle grida gioiose di noi bambini, che si spegnevano solo quando il sole era già tramontato. Qui c’è più desolazione e si sentono solo il rocco gracchiare dei corvi che lottano coi gabbiani per la supremazia del luogo.

Non so il perché ma anche allora la casa peggiore era abitata. Mi domando come si sia trasformato quel luogo nel tempo. Non ci sono più tornato da quando assieme ai miei ci siamo trasferiti in una periferia triste di casermoni tutti uguali, che mi ricordano quelli dei paesi comunisti.

Scaccio questi ricordi, perché sono in ritardo. Ho perso molto tempo nel girovagare alla ricerca del posto. Per fortuna Patrizia non c’è, così mi metto seduto su un muretto che si affaccia su un giardino, dove un tempo c’erano dei rosai ormai diventati selvatici. Degli alberi rinsecchiti non fanno bella mostra. A guardare quello sfascio divento malinconico. Però mi devo dominare. Guardo l’orologio. Sono le due del pomeriggio. Alla fine sono riuscito a fare tardi, talmente tanto che spero che Patrizia non sia tornata a casa dopo avermi aspettato per più di un’ora.

Cerco di comporre il suo numero ma non riesco a tenere ben aperti gli occhi, che bruciano per via del sole. Sono grigi azzurri talmente chiari che dovrei proteggerli con degli occhiali scuri, che mi dimentico sempre di portarli con me. Le lascio un messaggio sul cellulare. É questo il modo con cui comunico con i miei ‘utenti‘. Abbiamo un modo spiccio per parlarci. Una specie di codice, che ci permette di intenderci subito. Spengo il telefono.

Accendo una sigaretta, anche se ultimamente fumo poco. Sto pensando seriamente di smettere ma non mi decido mai. In compenso riduco giorno dopo giorno le quantità di nicotina che passano nei miei polmoni. Sto facendo una tirata, quando vedo Patrizia all’inizio del viottolo. La riconosco dalla camminata: sempre a testa bassa e con le mani dentro la giacca di pelle scamosciata consumata dal tempo. I capelli sempre arruffati come se si fosse appena alzata. Sono scuri ma qualche filo bianco si intravvede qua e là. Non li tinge ancora ma presto dovrà farlo. Almeno questa è la mia impressione. Gli occhi sono grandi ma spenti da una vita di sofferenze. Sarebbero anche belli con quelle venature di azzurro ma hanno perso la vivacità di un tempo. L’osservo mentre si avvicina. Non mi ero mai accorto che le gambe fossero leggermente arcuate e sproporzionate nelle loro dimensioni.

Rimango sul muretto, pensando che ne avremo parlato in quel posto. Mi sbagliavo. Patrizia in silenzio mi fa cenno di seguirla. Camminiamo taciturni lungo un viottolo che non conosco. L’autunno è arrivato e si vede. Gli alberi sono colorati e il cielo è grigio cenere. Si avverte che il mare è vicino, perché il rumore della risacca si fa sempre più chiaro e l’odore di salsedine più acuto. Non avrei mai creduto che quel posto distasse così poco dalla spiaggia. Probabilmente quel grumo di case d’estate si animano coi turisti che vogliono spendere poco.

Un muretto basso divide il sentiero dalla spiaggia. Osservo con stupore la sabbia: è stranamente di due colori diversi, metà nera e metà bianca. Mi domando il motivo senza trovare risposta. Non sono venuto fin qui per fare filosofia spicciola ma la mia attenzione è catturata da carte e immondizia, sputata dal mare, che formano macchie sparse qua e là al centro della battigia. Ci sono anche una montagna di pezzi di legno e canne di bambù. ‘Sono troppo lontane dalla riva per essere state portate dal mare‘ mi dico. Intorno a noi non c’è nessuno a parte un pescatore, che non pare molto intenzionato a catturare qualche preda. Il mare è una tavola con sfumature verdi e blu, illuminato dal sole di novembre, dove galleggiano placide buste di plastica e assorbenti.

Patrizia si mette seduta di fianco a me. Ognuno di noi ha la schiena rivolta dalla parte opposta all’altro. Lei guarda il mare, mentre io mi sono girato con la testa per farmi notare e rimango in attesa che mi parli.

Quando dopo qualche minuto di silenzio apre la bocca, posso notare la mancanza di cura verso i suoi denti. Sono gialli e qualcuno manca.

Se non fosse così sporco, potremmo anche stare a guardarlo per ore non trovi?” Esordisce Patrizia. Annuisco. La conversazione non ha preso il sua abbrivio naturale. Questo mi basta per capire che si sente a disagio, ha paura.

Non è la prima volta che mi capita di vedere una persona che ha timore di quello che succederà dopo, quando ha preso la decisione.

Questo credo che sia il mese più adatto” gli faccio. “I turisti delle grandi città se ne sono andati. Saranno pochi o quasi niente le persone che desiderano vedere il mare d’inverno. Poi è tanto sporco, che non invoglia nessuno a venire in questo posto” dico, cercando di esprimermi in modo amichevole e convincente.

Non viene più nessuno da queste parti, neppure d’estate. É diventato un paese dormitorio questo. Lo vedi quel pescatore?” Mi indica quello che avevo notato prima, facendo un segno con il capo. “Quello è Carmelo, un carabiniere in pensione. Viene tutti giorni a pescare ma non tira su mai nulla. Anche i pesci non vengono più in questo posto”.

Non capisco, se le parole di Patrizia vogliono essere una semplice battuta. Quindi attendo a rispondere e cerco di scrutarla alla ricerca di un indizio che mi faccia comprendere, come proseguire nella conversazione. L’approccio è una cosa che conta molto in quello che faccio. É importante non solo quando ci incontriamo la prima volta ma anche e soprattutto dopo. Non mi posso permettere una frase di troppo, un atteggiamento errato. Non posso sbagliare in nessun dettaglio. Patrizia però è immobile, in lei non traspare nessuna emozione.

Eppure, mi dico, qualche istante fa mostrava paura, mentre adesso pare una statua di sale, una sfinge dallo sguardo impenetrabile. Provo ancora a cogliere il suo sguardo ma lei, fianco a me, fissa il mare senza muovere un muscolo facciale.

Sono un esperto in materia e per questo motivo sono molto ricercato e il lavoro non mi manca. Però qualcosa oggi non funziona e non riesco a comprenderne i motivi.

Si crede erroneamente che, chi vuole suicidarsi, non lo dica, non lo faccia capire in nessun modo. Invece chi si toglie la vita, ha lasciato indizi qua e là, disseminandoli in giro con arte, affinché gli altri capiscano. Basta osservarli con attenzione, perché manifesta la sua intenzione più o meno apertamente. Se ci si trova a contatto con una persona che esprime la volontà di farla finita, è importante ascoltare quello che ha da dire, darle il tempo di tirare fuori tutto quello che ha dentro. La carta vincente è che non ci si deve sentire obbligati di darle consigli né di rassicurarla, affinché rinunci al suo proposito. Una persona col desiderio di suicidarsi ha prima di tutto la necessità che delle orecchie e un cuore le siano vicini e la comprendano.

Per questo oggi sono qui.