Alla fine tutti i ricordi si azzerano….

Vecchio racconto ripescato tra i molti file del PC.

Copertina del libro

Tutti i ricordi alla fine si cancellano. E poi restano i sogni. A quel punto, ormai soli, è a essi che affidi il fardello della tua vita. Presto non ricorderò più niente, niente a parte quella storia che tornava tutte le sere appena mi addormentavo. E’ diventata il ricordo più intimo e remoto. Risale forse all’epoca dei miei quattro o cinque anni. Scesa la notte, il buio s’infittiva nella stanza; chiudevo gli occhi e tutto ricominciava. Ero un bambino molto piccolo e uscivo di casa. Prendevo la via che portava alla scuola o fino a i giardini. Tutto era deserto. Una grande calma meravigliosa si era posta sul mondo. Nella luce di un giorno che stava finendo, camminavo a lungo ma senza fatica. Godevo della mia straordinaria leggerezza e della facilità con cui passavo tra le cose. Attraverso la città; le facciate grigie degli edifici..

Incipit tratto da “Sarinagara” di Philippe Forest, Alet (trad. Gabriella Bosco) – pagg. 266 – 17€ – ©Editions Gallimard, Paris – ©Alet Edizioni

Questa lettura era il mondo fantastico di Roberto, che si crogiolava dalla mattina alla sera in mille pensieri strambi e sognanti.

Era un ragazzone alto e magro, che frequentava l’università, dove stava seduto con lo sguardo perso nel vuoto. Prendeva appunti non della lezione che non ascoltava, ma dei suoi pensieri che sgorgavano frizzanti come la sorgente del torrente di montagna.

Riempiva l’enorme quaderno a quadretti dalla copertina con il viso buffo di un cartone giapponese, di cui non ricordava il nome, perché gli piacevano i grandi occhi sgranati e la bocca spalancata.

La sua scrittura minuta scorreva veloce sulla carta e riempiva un foglio dopo l’altro tra la curiosità dei compagni che lo osservavano stupiti a scrivere storie fantastiche.

Il cielo era plumbeo e tendeva al grigio sporco tanto da confondersi sull’orizzonte con le case. I pochi alberi spelacchiati intristivano la visuale, ma io vedevo il sole splendere sopra di me. Ero etereo, diafano come l’aria che respiravo. I miei occhi vedevano quello che gli altri non percepivano visivamente, penetrando i loro corpi e le loro menti. Captavo i pensieri più reconditi, come se fossi in grado di leggere dentro. Però spesso parlavano con una lingua sconosciuta, che veniva da lontano. Io mi beavo nella mia ignoranza perché questo mi appagava internamente.

Che importanza aveva leggere le preoccupazioni di Agnese, che non sapeva come arrivare a fine mese? Oppure conoscere le pene di amore di Ilaria, che litigava in continuazione con Giuseppe? Era bello sapere che potevo farlo, ma non lo facevo!…

Roberto si chiedeva come aveva fatto ad arrivare all’università sempre immerso nell’aria rarefatta della ionosfera.

Quando a sei anni entrò nella scuola elementare delle suore, la sua testa era altrove, perché immaginava di poter passare ovunque, anche attraverso le porte chiuse.

«Roberto» diceva la suora maestra, «cosa stai scrivendo? Porta qua quel quaderno!»

E lui manco rispondeva, mentre continuava a scrivere. Alla fine dell’anno, la suora preside disse a sua madre: «Sarà intelligente, saprà anche scrivere, ma lui non è presente con la testa. Forse è meglio che lo iscriva alla scuola pubblica. Lì riuscirà benissimo».

Anna, la madre di Roberto, guardò rassegnata la suora preside, mentre pensava che rimaneva con il cucchiaio della minestra a mezz’aria per tutto il tempo del pranzo. Non sentiva le sue suppliche e della nonna. “Cosa possiamo fare?” rifletteva sconsolata per il suo atteggiamento. “Non riusciamo a farlo scendere sulla terra. Nella scuola pubblica riuscirà a non essere il dileggio dei compagni?” Poi rispose che contavano su loro, ma adesso avevano capito che era una battaglia perduta.

Non andò meglio nella elementare Montessori, dove fu la croce e la delizia del maestro e dei compagni. Però lui era abilissimo e sempre pronto nelle interrogazioni. Tutti erano a bocca aperta, perché Roberto sapeva scrivere e fare di conto meglio dei compagni. “Come fa a essere così bravo, se non ascolta, non partecipa alla vita di classe?” si domandava Bernagozzi, il maestro pelato e un po’ panciuto, che non sapeva se ridere o piangere.

Alla media Tasso fu ancora peggio, perché scriveva solo sul quaderno col cartone giapponese e faceva atto di presenza alle otto e un quarto al suono della campanella di entrata. Poi spariva nel suo mondo fantastico popolato di visioni coi volti familiari dei cartoni.

Certo sono nel mondo di Disney a cercare il cartone perduto. Paperino è simpatico, ma è troppo triste, perché perde sempre. Gastone mi sta antipatico perché la fortuna sorride sempre e solo con lui. Non riesco trovare un cartone simpatico e normale…

Giuditta, compagna di banco rossa di capelli e dalla lingua sciolta, aveva provato a distogliere Roberto dal suo mondo, parlando in continuazione e domandando cosa scrivesse.

«Muh!» era l’unico mugolio di risposta e lei di rimando: «Non parli? Sei muto? Eppure senti e hai scritto una montagna di fogli».

L’anno dopo Giuditta chiese e ottenne di andare in banco con Paolo, perché almeno quello parlava e la ascoltava.

I compagni erano terrorizzati al pensiero di finire in banco con lui, che biascicava solo «Buongiorno, ciao, mi chiamo Roberto, ho fame» e poche altre parole.

Stare acconto a lui nel banco era la morte civile e rischiavano di intristirsi troppo.

I compagni chiesero di essere esonerati e di stare lontano dall’appestato, perché l’avevano bollato in questo modo.

Anche la media Tasso fu lasciata alle spalle con l’esame di terza superato col massimo dei voti tra stupore e incredulità di tutti.

Era indeciso tra il liceo classico e lo scientifico, perché eccelleva in tutto, ma alla fine optò per il Roiti per la matematica.

Giuditta lo seguiva come un’ombra, anche se accuratamente evitava di pestare quella di Roberto. Era innamorata cotta di questo lungagnone dall’aria trasecolata che sapeva sempre tutto e non sbagliava un compito in classe. Le tentò tutte per farsi notare, ma forse sarebbe riuscita a commuovere il busto di Dante che troneggiava all’ingresso del liceo e non lui, che scriveva sempre in silenzio.

Eppure è un bel ragazzo!” pensò. “Però mi sembra tonto perché non mi degna di uno sguardo!”

Furono cinque anni di passione, poi alla fine convenne che non era il suo tipo e ripiegò su Fabrizio, un ragazzo meno interessante di Roberto, ma che era dotato di parola e sapeva pure baciare!

Susie e il sogno di fine anno – parte seconda

La prima parte la trovate qui.

Buona lettura.

tratto da https://www.britannica.com/place/West-Yorkshire

Dell’abitazione non era rimasto in piedi nessun asse e un corvo nero stava appollaiato su quelle macerie.

“Nemmeno da morto, quel furfante, mi è d’aiuto. Mi lascia del legno marcio che è crollato come un castello di carta. Del contenuto non è rimasto nulla. Né mobilio, né stoviglie. Solo un corvo nero”.

Si sedette affranta sul ciglio bagnato del viottolo e cominciò a riflettere sulla sua situazione, che non le appariva rosea.

Delle quattromila sovrane non ci sono tracce. Anzi sembrano più un ultimo dispetto di quel vecchio brigante di mio fratello. Quasi a voler sbeffeggiarmi per l’ennesima volta. Non so come rendere le quattro sterline chieste in prestito. Qui c’è solo legno marcio nemmeno adatto a bruciare nella stufa. I famosi attrezzi sono arrugginiti e inservibili. Vecchio taccagno mi perseguiti anche da morto”.

Detto questo si alzò infreddolita e si avvicinò alle macerie con aria afflitta e sconsolata.

«Non c’è nessuno in casa» udì di nuovo. Si guardò intorno ma vide solo quell’uccellaccio nero del malaugurio, che camminava sul pavimento di quella che una volta era la stanza da pranzo. «Eppure è la stessa voce di ieri sera» esclamò per darsi coraggio, mentre quel «Non c’è nessuno in casa» veniva ripetuto con monotona cadenza.

Stava per andarsene delusa ma ci ripensò. “Prendo l’unico oggetto rimasto e lo vendo al reverendo White per pareggiare il debito”. Si diresse verso il corvo per metterlo nella borsa, quando l’uccello spiccò il volo posandosi nel punto dove stava una sedia sfondata.

«Non c’è nessuno in casa» ripeté con la sua voce sgraziata e roca.

«Fermati, bestiaccia» intimò Susie avvicinandosi con circospezione per non farlo volare via di nuovo. Il volatile saltellò sul pavimento, reiterando «Non c’è nessuno in casa». Cominciò a beccare una piastrella lurida del pavimento, che aveva goduto migliori fortune in passato.

La donna rimase interdetta. “Cosa mi vuol dire, questa bestiaccia?” Mentre con gli zoccoli di legno passava sul punto dove si era fermato il corvo, la sentì risuonare fessa come se sotto ci fosse un vuoto. «Non c’è nessuno in casa» ripeté prima di dare colpi di becco su quella accanto. Batté con la nocca indolenzita dal gelo e udì lo stesso rumore rotto dell’altra. Si guardo intorno alla ricerca di un oggetto da usare per togliere le due piastrelle, trovando solo un vecchio coltello arrugginito.

Lavorando con le mani dure dal freddo sul bordo, sollevò le due piastrelle senza scorgere nulla sotto a parte del terriccio nero e fangoso.

«Cosa dovrei trovare?» affermò con la delusione dipinta sul volto, rivolgendosi all’uccello. «Non vedo nulla. Solo terra e fango».

«Non c’è nessuno in casa» e cominciò a razzolare con le zampe nell’apertura.

«Devo scavare?» domandò, usando le mani per togliere il terriccio. Dopo un po’ incontrò i bordi marci di quello che un tempo era stata una cassetta di legno, che si sbriciolò in un amen. Al suo interno c’erano dei dischetti neri come la pece e tutti appiccicosi. Ne estrasse uno, che pesava qualche oncia e lo guardò con curiosità. Toccandolo la mano, le rimase quel nero sulle dita mentre, dove era stato tolto lo sporco, luccicava di un colore giallo.

La donna stava per gettarlo dove l’aveva trovato delusa e intirizzita dal freddo della mattina, quando provò a strofinarlo con un cencio che affiorava tra le assi marce. Quello strato appiccicoso veniva via lasciando il posto all’effigie della regina Vittoria.

«Per Diana!» esclamò, osservando quel lucore dorato. «È una sovrana!» e cominciò a pulire anche gli altri dischetti, che mostrarono il profilo della regina.

Ne contò quattromila che ripose con cura nella borsa.

«Quel furfante di mio fratello ha risparmiato il penny della risposta per regalarmi queste sovrane» esclamò gioiosa, mentre accarezza le piume nere del corvo.

«Andiamo» gli disse. «Torniamo a casa» e ripresero la strada del ritorno.

Era il 30 dicembre quando entrò nella casa di Goole Fields con la borsa pesante per le monete d’oro e con il corvo, che ripeteva in continuazione «Non c’è nessuno in casa».

Il giorno dopo si recò in banca a depositare le sovrane. Tornata a casa, rilesse la lettera dei notai e scoprì che il corvo aveva un nome Georgie.

«Bene, Georgie. Ora so come ti chiami» esclamò contenta con un bel sorriso sulle labbra.

Qualche giorno dopo tornò nuovamente a Bishop Wilton per vedere se c’era qualcosa d’altro da prendere. Urtando quello che rimaneva di una vecchia credenza, fece affiorare una busta ingiallita dal tempo, gonfiata per l’esposizione all’umido del tempo e parzialmente rosicchiata dai topi. Susie la raccolse incuriosita e l’aprì a fatica per non ridurla in mille briciole. C’erano due fogli scritti a mano con molte parti illeggibili, perché l’inchiostro con l’umidità aveva sbavato. A fatica lesse le parti ancora integre e scoprì la storia di Georgie.

Jackie si era imbarcato su un veliero diretto verso le Indie. “Non sapevo che il vecchio manigoldo era stato anche un marinaio” pensò, interrompendo per un attimo la lettura. Sbarcato a Calcutta, aveva acquistato nella piazza del mercato per tre rupie il corvo da un vecchio cencioso e nero come l’uccello. «Ti porterà fortuna Georgie. Trattalo bene e non te ne pentirai. Quando muori, se lo donerai col cuore a un’altra persona, anche questa sarà benedetta dalla fortuna». Lesse queste parole sul foglio. Poco oltre lesse ‘quattromila sovrane’, mentre il resto era reso illeggibile dall’acqua.

«Ecco spiegato il motivo della presenza di Georgie in questa casa» disse, mentre accarezzava le piume nere del corvo, che continuava a ripetere con monotonia «Non c’è nessuno in casa».

Ritornata a Goole Fields, nei mesi seguenti fece sistemare la casa, dove visse fin in tarda età con il corvo Georgie senza problemi economici.

Sentendo approssimare la morte, chiamò John, il figlio del reverendo White, che era subentrato nella cura delle anime del villaggio al padre, per fare l’ultima confessione prima di morire. Gli raccontò delle sovrane, del corvo e della sua storia, prima di morire col sorriso sulle labbra. Il reverendo stava uscendo dall’abitazione, dopo aver impartito l’ultima benedizione alla vecchia Susie, quando udi «Non c’è nessuno in casa» ripetuto due volte. Si voltò stupito e vide stramazzare a terra stecchito il corvo Georgie. Non voleva credere ai suoi occhi. Entrambi se ne erano andati insieme.

Arrivato in parrocchia, trascrisse il racconto di Susie per non dimenticare nulla di questa storia singolare.

Molti anni più tardi Angela, la figlia del reverendo John White, trovò lo scritto del padre, che lesse con curiosità. Decise di andare a Bishop Wilton per verificare se era come aveva raccontato la donna. L’esito del sopralluogo non fu dato di sapere ma alcune voci dicono che tutto era rimasto come quella mattina del 29 dicembre 1908.

FINE

 

 

Susie e il sogno di fine anno – parte prima

tratto da https://www.conexaolusofona.org/corvo-indiano-ameaca-saude-de-mocambicanos/

Era un lunedì il 28 dicembre del 1908. La sera calava sul villaggio di Goole Fields nella contea dello Yorkshire. Susie Brighton, una donna ormai matura e sfiorita nella bellezza per i molti patimenti, si accingeva ad andare a letto nella sua casupola fredda e piena di spifferi gelati, posta ai margini del paese.

Il fuoco era spento da un paio d’ore, perché doveva centellinare carbone e legna. «Devono durare per altri dieci giorni, finché non riceverò il pagamento dei panni lavati» borbottò mentre si toglieva una maglia di lana grezza per indossare il camicione di cotone pesante per la notte. Era intenta in questa operazione delicata da svolgere in tutta fretta, quando sentì un bussare imperioso alla porta e vide scivolare all’interno una busta umida di neve. Aveva nevicato per tutto il giorno ma poi un vento gagliardo aveva scacciato tutte le nuvole dal cielo lasciando posto alle stelle, mentre la temperatura calava.

“Chi sarà colui che mi scrive sul finire di quest’anno orribile?” si disse mentre si avvicinava alla porta intirizzita dal freddo. Era rimasta con un paio di mutandoni di lana che graffiavano la pelle arrossata e screpolata dal gelo e una sottoveste piena di rammendi, che pareva uno stendardo dopo una battaglia campale. I piedi nudi infilati negli zoccoli di legno erano pieni di dolorosi geloni, che dolevano terribilmente. Per questo motivo non osava mettere le calze per il timore che aderissero alle pustole rosse e gialle, trasformando il calore in dolore.

Raccolse la busta, prima di indossare la camicia da notte, tremando dal freddo. Sistematasi sotto le ruvide lenzuola di canapa grezza, tenne accesa la candela per leggere lo scritto. Sul frontespizio spiccava il simbolo dello studio notarile Blegg&Monk della città di York. La cosa le apparve immediatamente insolita, perché non riceveva comunicazioni dai notai.

“Cosa vorranno da me?” si domandò curiosa, mentre rompeva il sigillo posto sul retro. “Non ho parente prossimi o lontani dai quali ereditare qualcosa. Semmai potrebbero esserci ingiunzioni di pagamenti”. Spiò il contenuto della busta: un foglio color avorio di carta spessa ed elegante scritto con bella calligrafia. “O almeno penso. Non so se mio fratello Jackie sia ancora in vita. Anche quest’anno gli mandato il solito biglietto di auguri ma taccagno com’è ha risparmiato il penny della regina Vittoria pur non rispondermi”.

Avvicinò la luce della candela per leggere meglio lo scritto, anche se l’operazione si preannunciava difficoltosa, perché faceva fatica a seguire i bei paroloni che erano abituati a usare.

Gentile Signora Brighton, abbiamo avuto il compito di annunciarle la dipartita di vostro fratello Jack Brighton in data …’

«Finalmente il vecchio Jackie ha deciso di andarsene» esclamò interrompendo la lettura. «Quel furfante taccagno mi ha nominata erede delle sue fortune. Una casa a Bishop Walton, degli attrezzi di lavoro, un corvo indiano …».

Fece una pausa prima di riprendere la lettura. “Che me ne farò di un uccello? Lo venderò subito ma a chi? Forse al reverendo White”. Un’altra sosta nella lettura. “… una vanga, una stalla, dei sostegni per … Ma questo elenco non finisce mai!”

Susie si stava spazientendo nel leggere quella lunga lista dettagliata di oggetti, che poco la interessavano, finché non arrivò alle righe finali. ‘… e la somma di quattromila sovrane. Vi preghiamo di venire al più presto presso il nostro studio in Main Street, 16 a York. Distinti saluti’ e due grandi svolazzi stavano sul fondo del foglio.

La donna ebbe un sobbalzo e rilesse le ultime righe ‘e la somma di quattromila sovrane‘, mentre un sorriso gli illuminò lo scarno viso. “Il vecchio furfante ha accumulato una bella fortuna! È stato in vita sua un gran taccagno! Ma ha accumulato una bella sommetta!” Ripiegata con cura la missiva, la mise sotto il guanciale di piume d’oca. In meno che non si dica si addormentò felice, come non le capitava dal primo giorno di vita. Un bel sonno senza tanti sogni come era abituata nelle notti precedenti la condusse fino all’ora di alzarsi.

La mattina seguente presa una piccola sporta con dentro alcuni indumenti si recò dal pastore del villaggio, il reverendo Peter White, per perorare un prestito di quattro sterline, prima di partire col treno verso York.

Alle prime ore del pomeriggio si presentò al cospetto dei notai, che la fecero accomodare nel loro studio riccamente arredato. Susie si sentiva impacciata di fronte ai due signori vestiti con ottimi panni di lana pregiata dal taglio impeccabile, mentre lei indossava un vestito e uno scialle consunto e logoro per il troppo uso.

«Signora Brighton» esordì uno dei due notai, che si era presentato senza che lei memorizzasse il nome. «Abbiamo verificato la lunga lista dettagliata del testamento di vostro fratello senza trovare traccia delle sovrane. Le consigliamo di recarsi nell’ufficio postale di Bishop Walton per chiedere se per caso siano depositate presso di loro le monete».

Susie sbiancò in viso a quell’annuncio, domandandosi come avrebbe restituito il debito al reverendo White. I due notai la congedarono senza aggiungere altro. La donna decise di proseguire il viaggio verso il villaggio del fratello, prendendo l’ultimo treno giornaliero che si fermava lì per verificare di persona cos’altro aveva ereditato in attesa che il giorno seguente il Post Office aprisse i battenti.

Era notte inoltrata quando scese dalla carrozza trovando solo un cane nell’atrio della stazione.

“E ora che faccio?” si domandò guardandosi intorno. “Non c’è anima viva in questo paese del quale ignoravo l’esistenza”. Stringendo al petto la borsa, come se fosse un bene preziosissimo, si avviò verso il centro del villaggio, dove finalmente incontrò un vecchio che fumava una pipa intagliata a mano fuori dall’uscio di casa.

«Buon uomo» lo apostrofò Susie, avvicinandosi.«Sapete dove si trova la casa di Jack Brighton?»

L’uomo strinse gli occhi acquosi per meglio inquadrare chi gli stava ponendo questa domanda.

«Certamente che lo so. È fuori dal paese” rispose dopo aver dato una lunga tirata. «Seguite quel sentiero fino al limitare del bosco. Sulla destra troverete la casa. Ma voi chi siete?» domandò curioso.

«Sono la sorella. Il buon Jackie …» e fece una sosta. «Il buon Jackie è passato a miglior vita e mi ha nominato sua erede».

Il vecchio si strinse nelle spalle e continuò a fumare, ignorando gli sguardi della donna, che non trovò di meglio che riprendere il cammino seguendo le indicazioni ricevute. Fortunatamente la serata era limpida, a parte un accenno di nebbiolina fumante che saliva dalla campagna. Il viottolo era a malapena illuminato da una mezza luna, ghiacciato e pericoloso, tanto che Susie più di una volta rischiò di trovarsi col fondoschiena per terra. Camminò per un tempo che le apparve infinito finché sulla destra non vide comparire una costruzione. Sgranò gli occhi: le apparve fatiscente.

«Quel vecchio taccagno mi ha lasciato quattro assi marce. Basta un colpo di vento per farle crollare» esclamò per rincuorarsi, mentre nuvole di alito gelato si condensavano in mille gocce di ghiaccio davanti alla sua bocca.

Si avvicinò alla porta che pareva stare sui cardini solo per miracolo e bussò con energia. «C’è qualcuno?» urlò a pieni polmoni. «Non c’è nessuno in casa. Non c’è nessuno in casa» udì di rimando attraverso le assi che chiudeva l’ingresso. Era una voce roca e quasi disumana quella che aveva percepito. Incredula ripeté la domanda, ottenendo la medesima risposta. Spaventata a morte, si allontanò il più velocemente possibile tornando sui suoi passi verso il villaggio, perché non comprendeva chi abitasse in quella casa che appariva disabitata.

“Forse è qualcuno che si è installato in quelle quattro assi e mi vuole incutere terrore. È stata un’imprudenza la mia” rifletté forzando l’andatura. “Cerco un alloggio e torno con la luce”.

Rientrata in paese col cuore in gola e il fiatone grosso, vide un insegna Locanda del corvo nero. Entrò e prese una stanza per la notte, dove dormì tra incubi e sogni terribili, sentendo nelle orecchie quel orribile suono ‘Non c’è nessuno in casa’.

Sul far dell’alba, pagato il conto, riprese il viottolo verso la casa del fratello ma arrivata a cento yarde si fermò a bocca aperta.

…continua

Una bella scoperta…

Immagine non disponile

In questi giorni di paure, epidemie e pandemie ho letto un paio di settimane fa un articolo di giornale dove si citavano libri e film su epidemie e pandemie mondiali. Una bella lista, compreso I promessi sposi di buona memoria.

Però spiccava un autore, per me sconosciuto ma credo anche per molti, Dean Koontz che nel lontano 1981 aveva pubblicato il romanzo “The Eyes of Darkness: A gripping suspense thriller that predicted a global danger…“. Questo parlava di Wuhan, dove era stato creato un coranavirus che avrebbe provocato una pandemia mondiale nel 2020. Niente di più profetico! Mi riservo di tornare su questo romanzo.

Incuriosito, si sa che gli orsi sono curiosi, ho fatto un passaggio su Amazon per valutare questo autore. Quel libro era in attesa di pubblicazione, 20 marzo, tradotto in Italia da Fanucci editore, una casa editrice attiva sul genere noir o fantasy dal lontano 1971, quando Sergio Fanucci l’aveva fondata. Molti titoli in inglese, come è ovvio, una dozzina in italiano. Nel 2006 e anni seguenti Sperling&Kupfer ha pubblicato una mezza dozzina di testi di questo autore. Poi un periodo di silenzio e nel 2017 e 2018 Fanucci ha tradotto e pubblicato una trilogia avente come protagonista Jane Hawk e infine all’inizio di quest’anno Abisso la traduzione italiana del testo del 1981.

Nell’attesa di vedere l’uscita di questo testo profetico, visto che il primo della serie di Jane Hawk costa solo 0,99 euro (formato ebook) ho deciso di testare l’autore.

Ottima scelta. Sono rimasto entusiasta. Dean Koontz scrive bene, merito anche di una traduzione eccellente, riesce a tenere sulla corda il lettore con un ritmo notevole. Non ci sono pause perché il ritmo è incalzante.

Senza spoilerare molto descrivo in breve il romanzo.

Jane Hawk è un agente FBI in congedo alla ricerca di chi ha costretto il marito Nick al suicidio. Durante le indagini private pesta i calli a molti potenti e scoperchia un vaso di Pandora molto inquietante. Un gruppo di persone ha sviluppato delle nanotecnologie per il controllo delle persone col dichiarato intento di dominare il mondo. Nick e altre persone sono eliminare attraverso suicidi indotti, altri invece sono ridotti in schiavitù. Insomma ci sono tutti gli ingrediente di un ottimo thriller.

Dean Koontz può apparire un visionario ma non tanto perché la possibilità di arrivare a questo non sono poi così lontane né peregrine.

Leggendo la sua biografia ho scoperto che Dean Koontz, classe 1945, è un autore di thriller di successo. Nato e cresciuto in Pennsylvania, attualmente vive in California insieme a sua moglie e due cani. Per tanti anni è stato insegnante d’inglese in una scuola superiore, prima di dedicarsi alla scrittura, pubblicando nel 1968 il suo primo romanzo: Jumbo-10. Il Rinnegato. Con più di 120 titoli all’attivo e oltre 500 milioni di copie vendute, Dean Koontz è considerato uno dei maestri del genere thriller. Pare che dai suoi libri presto sarà prodotta una serie tv da Paramount Television e Anonymous Content.

Incipit di un nuovo giallo con Puzzone

Questo è il capitolo iniziale del terzo giallo che vede protagonisti Walter e Puzzone. È solo un assaggio perché il resto non sarà pubblicato sul blog. Quando diventerà un ebook e un libro di carta avrete modo di leggere il resto.

foto personale

Prologo

La nuova Ferrara – 24 maggio 2019

Trovata morta una donna nel sottomura della città.

Una donna dell’apparente età di trent’anni è stata trovata morta nel tratto del sottomura che va da Via della fornace a Via Frutteti all’altezza della rotonda di Via Turci. Si trovava in quel boschetto cresciuto rigoglioso senza intervento umano che costeggia il fossato di circonvallazione. Se non fosse stato per il fiuto di un meticcio curioso nessuno dei numerosi frequentatori della zona avrebbe mai visto il corpo occultato dalla folta vegetazione.

La vittima era sprovvista di documenti d’identità e dalle prime risultanze non sembra che siano state denunciate scomparse di persone, almeno negli ultimi giorni. Indossava un vestito leggero di cotone, inadatto alla stagione. Da un primo esame non risultano tracce di violenza ma è presto per capire la dinamica della morte.

Il signor Bruno, da poco residente in città, è solito al termine della giornata lavorativa portare il proprio cane a correre nel tratto tra la Prospettiva e San Giovanni, mentre lui cammina di buon passo.

Ieri sera, poco prima delle sei, il suo cane si è diretto verso questo bosco cittadino e abbaiando ha richiamato l’attenzione del padrone, facendogli scoprire il cadavere. Ha chiamato polizia e 118 per informarli del ritrovamento.

Sembra che il signor Bruno e il suo cane non sia la prima volta che si imbattano in un cadavere o siano coinvolti in casi polizieschi. Infatti è da verificare un riscontro trovato sulla sua partecipazione alla soluzione di un caso intricato di droga a Treviso. Potrebbe essere un’omonimia perché non si conosce di quale città è originario.

Il signor Bruno avrebbe dichiarato agli inquirenti che Puzzone, un nome curioso per un cane, sia dotato di un fiuto straordinario e di una grande destrezza nella caccia ai topi, che in quella zona non mancano. Qualcuno ha fatto presente al signor Bruno che in quell’area sono di dimensioni notevoli. Però lui alzando le spalle pare che abbia affermato in modo categorico: «Non contano le dimensioni. Puzzone con un solo colpo li uccide». Veramente curiosa è questa caratteristica per un cane.

Forse impegnato a rincorrere questi temibili intrusi si è imbattuto nel corpo della donna, permettendone il ritrovamento.

Al momento le notizie sono frammentarie e tutte da verificare.

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – Da Sghego

Le cronache da Venusia si arricchiscono di un nuovo capitolo tratto da un’immagine di Etiliyle,

Buona lettura.

A Venusia c’è un solo bar e una trattoria e zero alberghi. Se un improbabile turista, un vero sfigato a essere sinceri, capita qui, dovrebbe tornare di corsa a Ludi.

Non c’è nulla da vedere degno di essere visitato, a parte il Castello. Però si deve trovare un venusiano disponibile ad accompagnarlo lungo il sentiero che inerpica dentro il Bosco degli Spiriti. A parte un paio di giovani e alcuni bambini che non temono inoltrarsi, il resto della comunità non lo fa. Supposto che Sandra e Riccardo, che non temono il Bosco degli Spiriti, facciano da guida, dopo una bella scarpinata il Castello, o la Fortezza come la chiamano i venusiani, è di uno squallore che mette angoscia. Intorno erbacce, dentro stanze vuote e polverose. Insomma un turista direbbe: «Tutto qui?»

Nell’unica piazza di Venusia c’è una fontana vuota, meta di colombi e altri uccelli. A memoria di venusiano non è mai zampillato un filo d’acqua e la vasca si riempe di foglie portate dal vento. Nel parco, un giardino con poca erba e qualche sparuto albero, c’è una sola panchina, sempre occupata dagli innamorati.

Insomma in mezz’ora il turista avrebbe visto tutto quello che c’è da vedere. Non va meglio col mangiare e il bere. L’unico esercizio è Da Sghego nel centro del paese. Il tavolo posto all’esterno sotto la pergola è fissa dimora di quattro scioperati, la cui sola occupazione e fare interminabili partite a scopone che finiscono a insulti e sberleffi.

Se l’ipotetico turista, un autentico masochista, volesse bere non avrebbe molte scelte. All’interno, come all’esterno si serve vino, rigorosamente rosso. I venusiani non conoscono birra o alcoolici, proprio qui non si trovano. Aranciate, chinotto o altri liquidi, che non siano vino rosso e acqua, sono del tutto sconosciuti.

Il vino rosso è ottenuto dalle uve clinton e merlot, che si coltivano appena fuori dal paese insieme a vigne autoctone dai grappoli rossi e bianchi, che sono talmente aspri da essere schifati dai tordi. Si sa che sono ghiotti di frutti ma questi acini proprio non piacciono. È un vino dal colore violaceo, corposo e denso, tanto che lascia tracce intense nel bicchiere. Alcuni malignano che nello stomaco dei venusiani c’è un bello strato di sedimento, lasciato da questo vino. Nessuno ha mai controllato ma il dubbio rimane.

Per l’altro liquido, l’acqua, quella minerale è sconosciuta a Venusia. Per avere le bollicine si aggiunge una polverina a quella della risorgiva, usata come potabile. Qualcuno usa la Brioschi, ma la maggioranza l’Idrolitina o Idriz. I tre schieramenti si fronteggiano a colpi di bustine.

«La mia» dicono sventolando la Brioschi, «aiuta la digestione. Puoi mangiare un bue ma bere l’acqua effervescente con la Brioschi, digerisci tutto».

«No, è meglio l’Idrolitina del cavalier Gazzoni. Effervescente naturale».

«Ma vuoi mettere la Idriz? Centomila volte migliore» gridano i fan di questa polverina.

In conclusione o acqua pura di risorgiva o effervescente con queste bustine. Da Sghego trovi solo quella trattata con l’Idrolitina.

Definire bar Da Sghego è molto pretenzioso, perché è un’osteria o una bettola con l’uso di cucina. Sì, qui perché puoi anche mangiare. La specialità della casa è la porchetta e basta. Si può mangiare solo questa tra due fette di pane azimo. Scelte diverse non ce ne sono.

Per i venusiani va bene così, tanto difficilmente mangiano la porchetta di Sghego, per i turisti molto meno. Quindi se non arrivano, tirano un sospiro di sollievo. Il solo pensiero di un’invasione turistica come a Ludi fa venire l’orticaria a tutti.

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia – la visione onirica

Marzia mi ha mandato l’immagine seguente per la consueta sfida di scrivere qualcosa di (in)sensato.

inviata da marzia

Eccovi accontentati.

Buona lettura

Per Pietro era un sogno ricorrente che lo affascinava tutte le notti.

Era sempre lo stesso. In bianco e nero. Non finiva mai. Presentava sempre la medesima scena.

Così una notte dopo l’altra ricompariva non appena poneva la testa sul cuscino.

Non aveva un’idea perché lo facesse, né ricordava quando era iniziato questa sequenza. Eppure alla mattina si svegliava leggero col sorriso sulle labbra pronto iniziare la nuova giornata.

Per lui era un una specie di portafortuna, perché cominciava col piede giusto il nuovo giorno. Fischiettando scendeva dal letto e andava in cucina a prepararsi il caffè.

Pietro era single, non per volontà sua ma perché sembrava che calamitasse tutte le donne più strane del pianeta. Non una che apparisse normale ma forse chi non era normale era proprio lui.

Bassettino. Non arrivava al metro e settanta. Capello fulvo, non rosso ma arancione come Boris, quello della Brexit. Anche quando si pettinava, sembrava che avesse fatto a botte col barbiere. Pelo arruffato e dispettoso che incorniciava un viso tondo con un naso a patata. Aveva quarant’anni ma di compagna neppure una all’orizzonte e tendeva alla pinguedine nonostante gli sforzi di andare in palestra e piscina.

Anche stanotte aveva vissuto il solito sogno e questo lo rendeva euforico. La giornata sarebbe stata ottima.

Lavata la tazzina e messa la moka a gocciolare sul pensile, si era infilato i pantaloni chiari e la camicia di lino blu con la giacca color nocciola sulle spalle. Era settembre ma il clima mite, quasi estivo, lo spingeva a non indossare la giacca, che avrebbe messo non appena avesse varcato la porta dell’ufficio.

Lavorava come analista in una multinazionale da diversi anni. A differenza di altri colleghi non aveva contatti con i clienti. Stava sempre rintanato nell’open space, che odiava per il continuo rumore di fondo degli altri occupanti la zona. Non aveva relazioni sociali coi colleghi. Un freddo ‘buon giorno’ alla mattina e un gelido ‘arrivederci’ alla sera, prima di uscire. Sapeva che gli altri impiegati sussurravano che lui era gay, perché non l’avevano mai visto con una donna e lì le donne abbondavano. Nell’open space ce ne erano almeno una dozzina. Tutte in età da marito. Alcune carine, altre libere, attorno alle quali gli uomini ronzavano come mosconi fastidiosi. Per Pietro erano delle galline stupide che chiocciolavano tutto il giorno.

Pietro ripensò all’Alberta, la vicina di casa, che aveva fatto la smorfiosa nella speranza di accalappiarlo, finché non le aveva detto che non intendeva avere rapporti con lei, nemmeno di semplice conoscenza. Per non parlare della Bea, conosciuta in chat su Meetic. Quando alla fine avevano deciso di vedersi, l’incontro era stato un fiasco. Lui incapace di fare un discorso più lungo di due parole, lei un fiume in piena che non stava zitta un secondo. Insomma meglio soli che male accompagnati, si disse salutandola.

«Arrivederci» disse Pietro, togliendo finalmente la giacca e avviandosi all’uscita tra l’indifferenza generale dei colleghi.

Appena svoltato a destra nel corridoio, sbatté con violenza contro un immenso poster dietro al quale stava una ragazza snella dai capelli che scivolavano sotto le spalle.

Il poster cadde per terra e Pietro per poco non fece altrettanto. Nel disegno in bianco e nero si vedeva la scena finale del suo sogno ricorrente. Un ragazzo e una ragazza che volteggiavano in un gorgo di sardine. “Ecco come prosegue!” esclamò in silenzio Pietro.

«Pietro» si presentò allungando la mano.

«Alice» rispose con un bel sorriso che mostrava i suoi denti bianchi, mentre la stringeva con vigore.

Pietro si chinò, raccolse il poster e prese sottobraccio Alice.

Insieme uscirono sulla strada.

Trovate Miss X

da Dreamtime

La radiosveglia suona impietosa: è il tre maggio, un lunedì come tanti altri. Clelia sbuffa, allunga una mano e spegne quel rumore fastidioso. Si gira nel letto, apre un occhio e osserva il display.

«Azz!» esclama balzando sul pavimento a piedi nudi, mentre rabbrividisce per il contatto con le piastrelle fredde. «Devo sbrigarmi se non voglio fare tardi in ufficio».

Apre gli scuri ma il cielo è lattiginoso. Non sono le nuvole ma una foschia densa che è salita in alto, oscurando il sole, che appare un disco sfumato bianco. È tipico di questa stagione a Venusia. Nebbia a livello del terreno che sale verso cielo per lasciare il posto al caldo quasi estivo.

In bagno stende il fard sulle guance colorandole di un rosato tenue. Con eyeliner dà contorno ai suoi occhi per mettere in risalto il blu cobalto dell’iride e accentua lo spessore alla rima ciliare con una mascara blu. Due colpi di spazzola per dare tono e volume ai suoi capelli castano chiari, che col sole tendono al bronzo rame.

Si osserva soddisfatta allo specchio. È pronta per uscire. Ride, perché è in mutandine e reggiseno. Deve scegliere l’abbigliamento adatto per iniziare bene la settimana. Vede riflesso nello specchio l’ora e le scappa un «Merda!» Deve accelerare la scelta dei vestiti se vuol prendere il bus per Ludi.

Dall’armadio sceglie un vestitino di cotone con i disegni che riecheggiano i fiori di Ken Scott. Naturalmente non sono uguali, perché l’ha comprato al mercato del venerdì di Ludi ma assomiglia molto. Arriva al ginocchio e fascia la sua figura snella. Nei piedi calza un paio di décolleté rosse di vernice a tacco basso, mentre al braccio porta una borsa di velluto rossa, blu e verde di Roberta di Camerino, acquistata in un negozio di vintage di Venusia. Mette sulle spalle uno scialle grigio e rosso per proteggersi dall’umido del mattino.

È pronta per correre come al solito alla fermata del bus, che prende col fiatone all’ultimo secondo.

Alle nove in punto è seduta alla sua scrivania. Lavora per Mr. Wang, un cinese trapiantato a Ludi che commercia molte cianfrusaglie. Accanto a lei nella stanza c’è Luisa, o almeno ci dovrebbe essere, visto che è in ritardo.

Suona il telefono e la centralinista l’avverte che Luisa è ammalata. Clelia borbotta qualcosa, mentre riprende a digitare sulla tastiera del computer. Svolge il lavoro di segretaria amministrativa, mentre Luisa l’aiuta nelle registrazioni.

«Signorina Clelia» le dice Mr. Wang al telefono in un italiano stentato. «Mi può mandare la signorina Cattani?»

«Mi dispiace, Mr. Wang, ma è ammalata».

Clelia sente alcuni borbottii e un colpo di tosse.

«Allora me lo deve fare lei questa commissione» ordina Mr. Wang.

Clelia deglutisce. Non è compito suo fare la fattorina ma abbozza. Non può contrariare il suo capo.

«Mi dica» fa Clelia, moderando il tono della voce.

«Deve consegnare una busta. Nome e indirizzo sono sull’etichetta. Non dovrebbe metterci più di mezz’ora» spiega Mr. Wang e aggiunge: «Quando rientra mi chiami».

Cinque minuti più tardi sulla sua scrivania compare una busta marrone piuttosto voluminosa, che non sta nella borsa di Roberta di Camerino. Dovrà tenerla in mano. Legge nome e indirizzo. In effetti prendendo una bike-sharing in mezz’ora la consegna e ritorna in ufficio, che resterà sguarnito per tutto questo tempo.

Mette lo scialle sulle spalle e si avvia al punto dove noleggerà la bicicletta. Fatto un isolato, sente una voce: «Trovate Miss X. Vincerete una crociera e centomila venusi. Trovate Miss X. Ha i capelli mossi castano chiari e sta camminando con voi con una busta marrone sotto il braccio».

Clelia si ferma un istante e si osserva intorno. Vede le solite persone frettolose che camminano svelte sul marciapiede. Però non nota nessuna ragazza coi capelli castano chiari e una busta sotto il braccio. Il ticchettio dei tacchi di plastica risuonano sul porfido del pavimento della galleria, mentre si avvia verso la postazione per prelevare la bicicletta.

«Trovate Miss X. Sta andando al posteggio delle bike-sharing. Porta in testa un cappellino con una margherita gialla e indossa un vestito di Ken Scott. È qui tra voi. Vincerete quindici giorni da sogno e una bella cifra in denaro. Cercate Miss X…» e la voce sfuma sommersa del rumore del traffico di Ludi.

Clelia si ferma sbigottita. Ha visto riflessa la sua immagine nello specchio del barbiere. Sembra che sia proprio lei quella che cercano. Si osserva intorno alla ricerca della fonte dell’annuncio. Vede solo un negretto che in bicicletta la segue. È un uomo sandwich che porta davanti e dietro un cartello con un poster attaccato. ‘Trovate Miss X. Vincerete una crociera e centomila venusi’.

Si avvicina e chiede: «Perché fate questo annuncio?»

Il ragazzo alza le spalle e ribatte: «Mi pagano per questo». E riprende a gridare: «Trovate Miss X…».

Clelia è basita, accelerando il passo. Sta perdendo tempo prezioso nella consegna. Quell’annuncio è un martello pneumatico per la sua mente.

«Cercate Miss X. Ha in mano una busta marrone e indossa scarpe rosse di vernice. Trovate Miss X. Vincerete una crociera di lusso per due persone e duecentomila venusi. Trovate Miss X».

Accelera e vede in lontananza le bike sharing nella rastrelliera. Guarda l’orologio al polso e scuote la testa. «Non riuscirò mai a consegnare la busta e tornare in ufficio entro mezz’ora» mormora, mentre il ragazzo in bicicletta continua a seguirla e a lanciare il suo monotono grido.

I passanti sembrano ignorarla, come se lei fosse un fantasma.

Clelia non sa più cosa pensare e dove nascondersi. La voce che dice ‘Trovate Miss X’ sembra perseguitarla. Vede un negozio di abbigliamento e decide di entrare nella speranza che quell’annuncio gridato a quattro venti cessi.

«Cosa posso fare per lei» chiede una commessa magra come un’anoressica.

«Vorrei comprare un paio di jeans, una camicetta e delle scarpe».

La commessa si allontana per cercare quanto richiesto, mentre fuori risuona ancora la solita voce.

«Trovate Miss X. È dentro il negozio di abbigliamento Underwear. Sta comprando jeans, camicetta e sneaker. Trovate Miss X e vincerete un viaggio da sogno e duecento mila venusi. Trovate Miss X».

Clelia è disperata. Vorrebbe nascondersi per non ascoltare più quella voce che ferisce le sue orecchie. Sposta la borsa da destra a sinistra facendo cadere la busta per terra. La raccoglie e la mette sotto il braccio. Si sposta da un piede all’altro nell’attesa che la commessa ritorni.

«Trovate Miss X. È dentro Underwear, sta comprando…». Le pare d’impazzire, quando la commessa anoressica torna con un paio di jeans stinti, una camicetta azzurra e sneakers blu della Nike.

«Il camerino è lì» dice indicando un angolo del negozio.

Clelia si precipita dentro. «Trovate Miss X. È dentro Underwear e sta provando jeans, camicetta e sneaker. Trovate Miss X e…» e la voce rimane fuori, quando tira la tenda del camerino. Poggia la busta su una panca. In fretta si toglie vestito, capellino e scialle. Scalcia le scarpe. Infila i jeans, la camicetta e mette nei piedi le sneaker. Raccoglie i suoi vestiti, la borsa e la busta.

«Li tengo indosso» biascica mangiandosi le parole, allungando i suoi indumenti alla commessa anoressica che la guarda spalancando gli occhi nocciola.

«Trovate Miss X. Vincerete due crociere da mille e una notte, duecento mila venusi. Adesso indossa jeans stinti, camicetta azzurra e sneakers blu della Nike. Tiene la busta marrone sotto il braccio e nell’altra mano un sacchetto di carta della Underwear. Trovate Miss X…».

La commessa anoressica apre la bocca e sta per dire «Ma lei è Miss X!» quando Clelia sedendosi su una panca la precede, confermando: «Sì, sono io Miss X».

La radiosveglia gracchia con un sottofondo musicale: «Il tormentone di primavera dell’agenzia di viaggi Baule Volante sta avendo un successo enorme. Tutta Ludi è alla ricerca della fantomatica Miss X ma nessuno l’ha ancora trovata».

Clelia si sveglia in un lago di sudore. È un vero incubo il suo!

Mini distacco – nro 1 – L’aria

Scrivere creativo e Intimodistacco propongono questo esercizio.

Questo tipo vuole sviluppare competenze di sceneggiatura, fantasia, creatività attraverso il mondo dell’illustrazione.

Essere in grado di creare una vignetta autoconclusiva non è facile, quindi serve esercitarsi.

Il gioco è molto semplice:

Inventa una vignetta sulla base dei seguenti ingredienti:

– Argomento: ARIA

– Personaggi:

1) IntimoDistacco (trovate il personaggio su Instagram dove trovate anche delle vignette di esempio)

https://www.instagram.com/p/Bn8akvgHxEm/?taken-by=intimodistacco

2) un vecchio.

3) Un cellulare

IMPORTANTE: CREARE UN FINALE D’EFFETTO

Questa è la vignetta scelta tra le molte

e questo è il mio svolgimento.

Buona lettura

Alice osservò la vignetta su Intimodistacco e prese la stilografica per buttare giù qualche pensiero per commentare.

“Cosa mi suggerisce?” si chiese, appoggiando la penna sul foglio bianco. Si grattò una guancia e chiuse gli occhi.

Fluttuò nell’aria, aggrappata a un palloncino, mentre osservava la terra che si allontanava. Nessuna paura si disegnò sul suo viso: era sufficiente non mollare il filo.

Sì” confermò Alice allegra. “Sono racchiusa in una scatola e volo nell’aria”.

Scoprì che non volava ma era all’interno di una scatola di cartone color marrone scuro. Una scatola da scarpe, per la precisione scarpe per il trekking.

Rise al pensiero di fare trekking, lei che era pigra come bradipo. Adesso era immersa nell’umidità della foresta pluviale brasiliana aggrappata a un albero che non conosceva ma che sporgeva sul fiume, dove l’acqua di colore verde scorreva con lentezza.

Un’imbarcazione a forma di canoa guidata da un vecchio dai capelli bianchi scendeva silenziosa sciabordando leggera. In effetti i capelli erano un bianco che tendevano al grigio tanto apparivano sporchi.

Alice strinse gli occhi vedere meglio. Era miope e senza occhiali non scorgeva nulla, solo ombre sfuocate. Rise ancora perché un bradipo con gli occhiali non esisteva in natura.

Il vecchio dalla pelle grinza e bruciata dal sole cantava una nenia, mentre vogava con decisione nel fiume. Alice non capiva le parole ma con la mano lo salutò quando la sua voce fu più vicina. Senza occhiali vedeva solo le ombre, purché fossero abbastanza vicine.

«Aho! Che fai sull’albero?» disse il vecchio sollevando la pagaia.

Alice resto basita. “Ma parla italiano il vecchio indios brasiliano” pensò rimanendo a bocca aperta.

«Chiudi la bocca o si riempe d’insetti» la canzonò il vecchio, che riprese a vogare con forza e a cantare uno stornello romano.

Mentre il vecchio continuava a remare, Alice si ritrovò sospesa in aria aggrappata al suo palloncino rosso che dondolava tra una nuvola e l’altra. Era tornata la ragazzina di sempre. Capelli biondi sciolti sulle spalle, frangetta alla Valentina e occhi grigi azzurri.

L’avventura la teneva di buon umore e per nulla intimorita vedendo la terra da lassù. La vedeva perché sul naso portava i suoi occhiali con la montatura a tartaruga.

Si stava beando, quando uno scossone la riportò nella sua camera col letto a castello che divideva con la sorella, Sonia, il poster di Bono appeso alla porta e la pila disordinata di CD sparsi sul pavimento.

«Dormi? Non rispondi al cellulare?»

Era sua mamma che la fissava in piedi accanto alla scrivania, ingombra di fumetti.

Il cellulare squillava e Alice rispose con gli occhi sgranati per la sorpresa: «Dimmi».

«Allora sei uscita dalla scatola in cui hai rinchiuso la tua parte migliore?»

Sul display era comparso il volto di Intimodistacco.

Disegna la tua storia – un immagine di Waldprok – le scie

Da questa bella immagine di Waldprok nasce questa breve racconto

Ermete osserva tutti i giorni strane scie nel cielo. Una mano misteriosa con un pennarello bianco si diverte a striare l’azzurro limpido del cielo. Non disegni di animali fantastici come quel birbone che prende batuffoli di cotone e con mani da prestigiatore li impasta come draghi, navi e altre forme che strappano un ‘oh!’ di meraviglia.
Ermete non conosce quell’artista ma ne ammira i disegni. Righe diritte, righe slabbrate, righe storte e tutti i giorni delle nuove. Lui a naso in su e bocca aperta per lo stupore di vederle.
Seduto da Sghego con l’immancabile calice di raboso davanti da lui, osserva una serie di scie che s’incrociano dando vita a un curioso disegno che pare un petalo di margherita.
«Sono le scie chimiche» afferma Mario seduto allo stesso tavolo che sorbisce rumorosamente il suo bicchiere.
«Chimiche?»
«Sì, chimiche» ribatte infastidito il compagno di bevute. «Le disegnano per spiarci e condizionare la nostra vita».
Ermete rimane col calice a mezz’aria e la bocca aperta. “Spiarci? Chimiche?” si dice incredulo. “Ma cosa dice Mario?”
«Sei sicuro, Mario?» chiede Ermete che si è ripreso dalla sorpresa.
Lui annuisce con vigore con la testa, perché ha la bocca piena di vino. Qualche goccia cade sul tavolo. Deglutisce in maniera ineducata con un rutto sonoro alla fine.
«Ma dove vivi?» fa Mario, riempendo il bicchiere con altro raboso. «Lo sanno tutti che le scie chimiche ci spiano».
Ermete lo guarda come si può guardare uno che dice delle cretinate. “Ma chi è quello scemo che sale in cielo per spiare Venusia?” riflette armeggiando col calice semi pieno di vino. “E poi come farebbe?” Scuote il capo perché non gliela danno da bere una scemenza del genere.
«Lo stato vuole condizionare la nostra vita, spargendo agenti chimici che ci fanno ridere quando c’è da piangere e viceversa» spiega convinto Mario, ingollando il terzo bicchiere di raboso.
«Ma sei sicuro? Al governo non importa nulla di Venusia, che manco sa che esista» replica Ermete congestionato in viso perché sembra che si voglia burlare di lui.
Mario non risponde. Armeggia col telefono, finché non lo mostra a Ermete.
«Leggi, San Tommaso».
Ermete strizza gli occhi, perché senza occhiali non ci vede un tubo.
‘Le scie di condensazione si formano solo a temperature inferiori a −40°C a 8.000 metri di quota e con umidità relativa del 70%. Questa affermazione si basa sul modello teorico elaborato nel 1953 da H. Appleman. Lo Space Preservation Act sarebbe un’implicita ammissione dell’esistenza del fenomeno. HAARP sarebbe lo strumento di attuazione del piano. A essere irrorato sarebbe un miscuglio di bario, alluminio, silicio e altre sostanze, il cui scopo è quello di creare una sorta di sandwich elettroconduttivo, con finalità di controllo mentale.’
Ermete alza gli occhi sbattendo le palpebre. Non ci ha capito un accidente. “Space Preservation Act… cos’è? HAARP… boh! Sandwich elettroconduttivo… ma si mangia?” pensa ma non osa esternare i suoi dubbi, perché lo prenderebbe per ignorante.
«Allora hai letto?» chiede Mario soddisfatto.
Ermete inforca gli occhiali e solleva il viso contento.
«Certo che ho letto. C’è scritto: ‘questa è una fake news o una bufala del web’» replica finendo il vino nel calice.