Bentornato Little John

 

 

Little_JohnɈohn Tailor, meglio noto come Little John, per la sua bassa statura, tornò improvvisamente.

Fece il suo ingresso nel saloon di Dodge City, in un afoso pomeriggio di giugno.

Il suo lunghissimo trench color sabbia quasi toccava il suolo, l’ampia falda del cappello nero gli copriva metà volto e ai piedi calzava degli strani stivali con il tacco più alto del normale.

Nessuno lo riconobbe, non ancora.

All’interno del locale pochi avventori, trascinavano chiacchiere biascicate sotto l’effetto del bourbon di pessima qualità. Il pianista strimpellava sul piano scordato, mentre la maitresse sedeva in braccio a un cliente, anche lui completamente ubriaco. Nessuno fece caso al suo arrivo, si accomodò al bancone e ordinò un whisky doppio, che tracannò tutto d’un fiato.

«Questo whisky fa schifo!» disse l’uomo, tirandosi dietro la falda del cappello. Il barista sgranò gli occhi e iniziò a sentire un sudore freddo lungo la schiena.

«Mi.. mi… dispiace» disse mentre cercava inutilmente di reprimere il tremolio alle mani «ora prendo quello buono…» aggiunse allontanandosi alla svelta. Gli uomini presenti in sala aveva smesso di parlare e un silenzio irreale regnava nel saloon, perfino il pianista se ne stava impalato con la bocca aperta per lo stupore.

«Tu! Perché hai smesso di suonare?» chiese Little John al pianista imbambolato. L’uomo abbozzò un sorriso sdentato e si girò, iniziando a strimpellare di nuovo il piano.

«E così sei tornato…» disse una voce proveniente da un angolo del locale. Little John guardò in quella direzione, ma la luce fioca gli lasciava intravedere soltanto la sagoma imponente di un uomo seduto al tavolo, tuttavia la voce gli era familiare, non aveva dubbi sulla sua identità.

«Già… sono un temerario, sono tornato per scontare la giusta pena!» rispose rimanendo appoggiato al bancone mentre dallo specchio osservava con attenzione la sagoma in fondo al locale.

«Allora mi seguirai senza fare storie… suppongo» disse l’uomo alzandosi lentamente, poggiando la mano destra sul calcio della pistola.

«Certo capo…»

«Bene, allora io adesso esco e ti aspetto fuori». La sagoma scura emerse dalla penombra e Little John ebbe conferma dell’identità del suo interlocutore. Il vice sceriffo Clint lo guardò per un lungo istante, dritto negli occhi, poi si girò dirigendosi verso l’uscita, sempre con la mano ferma sul calcio della pistola. Little John si avviò a sua volta verso l’esterno e uscendo scorse affisso alla parete del saloon il manifesto con la sua foto e la taglia per la ricompensa della cattura: 1.000 dollari, niente male!

I due uomini si diressero verso l’ufficio dello sceriffo senza scambiarsi una sola parola.

«Bene bene… guarda un po’ chi abbiamo oggi!» esclamò, lo sceriffo Roosvelt, un ometto molto avanti con gli anni, prossimo ad appendere la stella al chiodo.

«Ora sì che posso lasciare questo dannato posto! Clint, ti nomino sceriffo, te lo sei meritato!»

«No, no… Little John si è consegnato di sua spontanea volontà!»

«Questa sì che è bella! Per tutti i diavoli dell’inferno!» esclamò lo sceriffo «Ti ha dato di volta il cervello? Lo sai che sulla tua testa pende ancora quella taglia…»

«Certo, ho appena visto il manifesto nel saloon… Sono venuto per espirare le mie colpe e pagare il mio debito con la giustizia» così dicendo l’uomo aprì il trench mostrando le fondine delle pistole vuote.

«Clint, accompagna mister Tailor nei suoi appartamenti!»

Il vice sceriffo scortò Little John nella cella in fondo al corridoio, tra il mormorio degli altri detenuti, poi tornò nell’ufficio dove Roosvelt se ne stava sbragato sulla sedia con i piedi poggiati sulla scrivania.

«Dimmi un po’ Clint… questa storia mi puzza parecchio… perché Little John avrebbe dovuto consegnarsi? Sono passati cinque mesi dalla rapina in banca giù a Coffeyville, credo che non lo avrebbero più ripreso oramai…» disse lo sceriffo, lisciandosi i baffoni color argento.

«Hai ragione capo… c’è qualcosa di strano… non credo che quel bandito sia tornato per consegnarsi alla giustizia… teniamo gli occhi aperti!»

Nella grande prigione di stato di Dodge City si trovavano i detenuti che avevano subito già il processo e quelli in attesa di giudizio. Little John fu temporaneamente messo in isolamento e gli fu concessa solamente un’ora d’aria la mattina.

Sam Bass se ne stava rintanato nella sua cella, rifiutandosi di uscire. Qualcuno gli aveva riferito che Little John era tornato e non aveva nessuna intenzione di trovarselo davanti, l’ultima volta che era successo ci aveva rimesso tre dita della mano.

«Sam! Il capo ti vuole a rapporto» la voce del sorvegliante lo fece sobbalzare.

«Io? Ma sei sicuro? »

«Avanti alza quel culo e andiamo!» l’uomo aprì la porta della cella per farlo uscire. Ad attenderlo c’erano altri due sorveglianti con le carabine spianate. Sam Bass fu condotto nell’ufficio dello sceriffo.

«Ciao Sam» Roosvelt lo attendeva alla scrivania, fumando uno dei suoi puzzolenti sigari. L’ambiente era saturo dell’odore acre del fumo e Sam iniziò a tossire violentemente.

«Hei ragazzo, hai la salute cagionevole?»

«No capo… non sopporto il fumo» si giustificò l’uomo.

«Anch’io non sopporto il puzzo degli avanzi di galera…» rispose sorridendo lo sceriffo, lisciandosi i baffoni color argento.

«Ma parliamo di cose serie… hai saputo che Little John è tornato?»

«Sì capo, ho sentito» rispose cauto Sam.

«Non è per caso che la sua comparsa inaspettata riguarda la rapina che avete fatto insieme?»

«No, non credo… capo»

«Facciamo così… se per caso Little John ti fa qualche confidenza corri subito a raccontarcela ok? Affare fatto?» Roosvelt studiava attentamente la reazione dell’uomo.

«Io… certo sì, capo»

«Bene… ah, ti volevo anche avvertire che da oggi cambierai alloggio…» disse lo sceriffo sorridendo.

«Come?» chiese impaurito Sam «ma io mi trovo benissimo dove sto ora!»

«Sì, ma non preoccuparti… è una cosa temporanea, abbiamo bisogno di dare una ripulita a quella cella puzzolente». L’uomo abbassò lo sguardo e non trovando altro da dire seguì la guardia verso l’uscita, il colloquio era finito.

«Vediamo se ne ricaviamo un ragno dal buco» disse lo sceriffo rivolgendosi al suo vice «quei due non me la raccontano giusta, il bottino della rapina non è mai stato trovato e ho il sospetto che questo c’entra con il ritorno di Little John»

«Sì capo, credo anch’io che li dobbiamo tenere d’occhio e metterli insieme è stata un’ottima idea».

Sam Bass fu scortato davanti alla sua nuova cella, qualcuno aveva già provveduto a spostare i suoi effetti personali. L’uomo rimase impietrito appena vide il suo nuovo compagno.

«Ciao Sam, come te la passi?» Little John se ne stava seduto sul bordo della branda e nonostante l’ostentato sorriso, nel suo sguardo balenava qualcosa di sinistro.

«Che tu sia dannato Clint! Non lo riprenderemo mai quel bastardo!» disse lo sceriffo Roosvelt rivolgendosi al suo vice, mentre camminava nervosamente avanti e indietro nell’angusto ufficio.

«Barton dice che Little John si è messo a urlare… dicendo che il suo compagno di cella stava soffocando… allora la guardia è entrata e quel maledetto lo ha colpito sulla testa mentre era curvo a controllare Sam Bass…il poveraccio respirava appena…» rispose il vice sceriffo, ancora sconvolto da quanto successo poco prima dell’alba.

«Già…quando ho accompagnato il dottore, Sam Bass ha biascicato qualcosa di incomprensibile…e poi è spirato! Quel gran figlio di puttana invece ha preso il fucile e si è dileguato nel nulla… COME E’ POSSIBILE!» il volto dello sceriffo era paonazzo dalla rabbia, tutti i presenti si erano ammutoliti e nessuno aveva il coraggio di parlare.

«Capo… io penso che fosse già tutto organizzato, probabilmente Little John aveva dei complici ad attenderlo fuori… ecco perché si è allontanato così velocemente»

«Tu!» disse Roosvelt rivolgendosi a uno degli uomini presenti nell’ufficio, «raduna almeno dieci dei migliori tiratori e RIPORTAMI QUEL FOTTUTO BASTARDO!»

 

⃰   ⃰   ⃰

 

Il sole alto nel cielo irradiava un calore intenso sul terreno arido scosso dallo scalpitio dei cavalli. Dopo ore e ore di marcia nel deserto, uomini e bestie erano stremati dalla stanchezza e il caldo amplificava la fatica.

«Capo… sei sicuro che stiamo andando nel posto giusto?» chiese uno degli uomini rivolgendosi a Little John, ritto sulla sella, con la fronte imperlata di sudore, ma imperterrito nel proseguire il cammino.

«Certo che sono sicuro, gli ho fatto tirare fuori il rospo a quel figlio di puttana di Sam!»

«Sì, ma anche dopo la rapina, quel giorno che gli mozzasti le dita… ti aveva rivelato il nascondiglio… e invece non abbiamo trovato nessun malloppo!»

«Stai sicuro… gli ho detto che sarei andato a cercare sua moglie… e non vorrei essere nei panni di quella bagascia se scopro che mi ha mentito di nuovo!»

L’uomo appollaiato dietro la rupe osservava il gruppo di uomini avvicinarsi e decise che avrebbe atteso ancora qualche istante. Poggiò la pesante carabina sulla spalla e prese la mira. Poco dopo ad uno a uno gli uomini a cavallo iniziarono a cadere giù come le sagome di un tiro a bersaglio. Little John lanciò il suo stallone al galoppo e riuscì a raggiungere uno sperone di roccia, dietro al quale si gettò per schivare i proiettili che lo inseguivano. Si scaraventò giù dal cavallo, rannicchiandosi contro le pietre, poi con prudenza sollevò la testa al disopra del masso, cercando di capire la direzione da cui provenivano gli spari, ma un colpo di fucile gli portò via il cappello. D’improvviso la pioggia di proiettili cessò, sulla landa desolata cadde un silenzio mortale. Little John si rese conto di aver perso tutti i suoi uomini e di essere rimasto in balia di quel misterioso pistolero.

Non aveva altra scelta che attendere la notte per allontanarsi.

Il buoi totale gli consentì di fuggire indisturbato, sapeva che doveva dirigersi verso nord e con il fresco riuscì a percorrere un lungo tratto di strada su un sentiero fra le rocce. L’uomo lo seguì da lontano, conosceva bene la destinazione che il bandito tentava di raggiungere.

L’alba colse Little John ancora in cammino, la meta era oramai vicina, lo sperone roccioso finiva in un’ampia vallata battuta dal sole, da percorrere completamente allo scoperto. L’uomo si fermò sulla cresta rocciosa più alta, dove con lo sguardo dominava la valle.

Vide il bandito arrancare lentamente nello spazio aperto. Pareva non reggersi più in piedi, poi cadde in avanti, si rialzò e cadde di nuovo perdendo il cappello, tentò allora di spostarsi a carponi sulle zolle rossastre del terreno arido, mentre il sole a picco gli prosciugava quelle poche energie residue.

Un bersaglio facile, fin troppo.

L’uomo canuto si sdraiò poggiando il Winchester su di un sasso, sorrise pensando a tutti quei soldi sepolti sotto la sabbia e a come li avrebbe spesi, fino all’ultimo cent.

Prese la mira e prima di tirare il grilletto si lisciò i suoi grandi baffoni color argento…

TERRE DESOLATE

Terre_DesolateShamira teneva stretto al petto il piccolo fagotto avvolto nel suo scialle consunto. Nella galleria umida e semibuia uno strato di putridume maleodorante ricopriva il suolo lungo tutto il tragitto, costringendola a tenere un’andatura prudente per evitare di scivolare in quella melma verdastra. Il soffitto mostrava innumerevoli falle da dove l’acqua continuava a filtrare, goccia dopo goccia, da un tempo immemorabile.

La donna, oramai priva di forze, avanzava per inerzia, ma era soprattutto la paura che la costringeva ad andare avanti senza sosta. Tre giorni prima il suo bambino era venuto al mondo, in quel mondo che, qualcuno disse, “era andato avanti”. Si guardava alle spalle, continuamente, per il timore di essere pedinata, per una come lei l’accesso al territorio proibito era precluso oramai da diverse generazioni.

La Casta dei Puri aveva esteso il suo dominio sulla sola parte del territorio terrestre rimasto incolume dalla catastrofe naturale che aveva coinvolto il mondo. Una carestia senza precedenti aveva ridotto alla fame le popolazioni più deboli costringendo i superstiti a cercare rifugio nei territori più ricchi. L’incontenibile migrazione umana si era sospinta per mare e per terra verso le terre fertili del Nord dando il via a una sorta di invasione silenziosa.

In principio la solidarietà aveva dato spazio ai derelitti e ai disperati, ma le risorse sempre più scarse avevano messo le due parti una contro l’altra. Ne era scaturito un conflitto mondiale, gli Immigrati avevano cercato di rivendicare i propri diritti, ritenendo che ciò che la natura era ancora in grado di elargire andava spartito tra i superstiti. Aveva avuto la meglio chi possedeva il potere economico e i vincitori si erano proclamati “Casta dei Puri” lasciando il resto del mondo al proprio ineluttabile destino.

Il bambino iniziò a frignare.

Non ora, piccolo mio, non ora. Shamira allungò il passo. La sua era stata una visita breve, giusto il tempo di far conoscere il bambino al padre naturale. Mai nella sua vita avrebbe immaginato di poter avere un figlio “Puro”, come erano designati i figli della Casta, la sua era stata una scelta difficile, tormentata ma alla fine di tutto aveva deciso di tenere ugualmente il bambino.

Aveva conosciuto Ramez nelle “Terre Desolate” un territorio inospitale al confine tra i due mondi, dove la Casta riversava i propri rifiuti e dove gli Immigrati si recavano alla ricerca di cibo e materiale da riciclare.

Quel giorno Shamira era intenta nella raccolta del ferro, da fondere per ottenere utensili e recipienti. Il territorio era costantemente immerso in un flutto di fumi, vapori e di olezzi che facevano rivoltare lo stomaco, ma la disperazione le faceva sopportare quel tanfo nauseabondo.

Improvvisamente comparve accanto a lei un’ombra e quando alzò lo sguardo rimase folgorata da quell’immagine irreale. Un uomo alto, con la carnagione chiarissima e i fluenti capelli biondi la stava osservando in silenzio. La donna si alzò di scatto, con l’intento di fuggire.

«Aspetta! Non andartene, non voglio farti del male!» L’immagine diafana dell’uomo si mosse come per inseguirla. Shamira si arrestò, il suo istinto le suggerì che poteva fidarsi e la possibilità di poter vedere un “Puro” con i propri occhi la fece desistere dal suo intento. Rimase ferma, senza dire una parola, con una espressione particolare nello sguardo, tra lo stupore e la paura.

Quello che avvenne in seguito non lo rivelò mai ad alcuno. Fu una storia folle, costellata di peripezie e sotterfugi per poter incontrare il suo uomo. Una storia d’amore, nonostante tutto, a dispetto del divario incolmabile delle loro appartenenze e contro la legge della Casta che puniva con la morte la promiscuità tra le due razze. Vigeva il divieto assoluto di frequentare gli Immigrati e a questi era vietato l’accesso al paradiso terrestre dei Puri, ma l’Amore a volte travalica qualsiasi confine, qualsiasi distanza, qualsiasi differenza, l’abbandono al sentimento del dare e dall’avere senza fine alcuno se non quello del piacere di stare insieme livella il genere umano, abolisce le caste, le gerarchie, rende tutti ugualmente fragili e indifesi di fronte al grande mistero dell’Amore Vero.

Questi pensieri fluivano nella mente di Shamira, mentre con dolcezza allattava la sua creatura. Con fatica aveva raggiunto la fine della galleria e ora riposava con la schiena appoggiata sul tronco di un albero da quel punto poteva osservare la città proibita, stagliata sulla cima del ripido pendio, nelle cui viscere si snodava il passaggio segreto.

Quale sarebbe stato il destino di quel bimbo, si domandò osservandolo e un’ombra pesante le avvolse l’animo. La carnagione era chiarissima, levigata come porcellana, sul piccolo capo una folta peluria bionda le lasciava presagire di quale colore sarebbero stati i suoi capelli.

Le sue mani scure creavano un contrasto netto su quella pelle così candida. Tutti i suoi simili avevano la pelle olivastra se non addirittura nera come la pece, frutto di incroci fra razze appartenenti al Sud del vecchio mondo. Da innumerevole tempo nessuno si era più mescolato con la razza dei Puri, che invece era divenuti sempre più diafani.

Che vita avrebbe avuto quel bambino dalla pelle chiara e i capelli biondi? Questo pensiero iniziò a ramificarsi nella sua mente, dando vita ad altri mille dubbi e incertezze.

Ma la risposta era chiara e ineluttabile, davanti ai suoi occhi.

Non poteva ignorarla.

Shamira era consapevole che mai avrebbe avuto un futuro in comune con il suo Ramez, entrambi avevano accettato il rischio di trovarsi in quella situazione e ora che il bimbo era nato bisognava a tutti i costi trovare una soluzione.

La proposta del suo uomo, dopo aver visto il neonato era stata quella di farlo crescere con lui, nel territorio della Casta. Il suo aspetto avrebbe ingannato tutti, nessuno avrebbe mai scoperto la sua vera origine, mentre se fosse rimasto con Shamira subito sarebbe stato evidente che quel bambino era nato da un’unione proibita.

Calde lacrime scivolarono lentamente a rigarle il volto, si asciugò con il dorso della mano per evitare che colpissero il capo del suo bambino addormentato. L’ansia gli attanagliò le viscere, al pensiero di abbandonarlo, ma al tempo stesso immaginò gli sguardi ostili della sua gente, immaginò la loro sete di vendetta… non l’avrebbero lasciato vivere a lungo.

Si alzò, con la morte nel cuore. Ramez le aveva consigliato di pensare a quella soluzione, con calma. Tra due giorni si sarebbero rivisti alla fine del tunnel e lei gli avrebbe comunicato la decisione presa.

In quell’istante divenne cosciente di quale sarebbe stata…

 

La Verità

Racconto ispirato al testo della canzone di Povia: http://www.youtube.com/watch?v=3HqVho-Omi8&feature=youtu.be

La stanza è semibuia, solo un pallido chiarore filtra dalle tapparelle abbassate. Il ronzio elettrico dei macchinari è un sottofondo che non l’abbandona mai, nella flebo accanto al letto la goccia scandisce il tempo, un tempo sempre uguale a sé stesso, immobile e terribile.
Sua madre le siede accanto quasi in ogni momento, la immagina con quella sua espressione dolce, le parla, ma Lucia non può rispondere.
Quando si è condannati all’immobilità ci si muove col pensiero.
Quanto camminare!
Vagare senza meta nelle strade affollate, osservare lo scintillio delle vetrine, ascoltare il rumore del traffico.
Passeggiare tra i colori autunnali del parco, sul tappeto di foglie gialle e rosse, con quelle striature così particolari e quel tramestio di passi che tanto le piace.
Ma il dolce sussurro della madre la strappa dalle sue fantasie e la riporta bruscamente all’opacità della vita reale, in quel silenzio ovattato che odora di disinfettante.
L’infermiera dice qualcosa, sembra di stare in chiesa; tutti parlano sottovoce quasi che un suono troppo forte potrebbe nuocere a quell’equilibrio perpetuo, condanna senza fine.
Come vorrebbe dire a sua madre di aprire le finestre e lasciare entrare il sole!
Quale desiderio struggente di poter intravedere almeno uno spicchio di azzurro e le nuvole candide di zucchero filato. Ricorda che le piaceva sdraiarsi sull’erba e provare ad individuare nel cielo le forme di animali e di cose per seguirle con lo sguardo verso un punto indefinito, lontano e irraggiungibile.
Ora invece immagina il soffitto incolore e freddo della stanza.
Sua madre continua imperterrita a ricamare le sue iniziali, su quelle lenzuola che non userà mai. Con pazienza e dedizione quel filo colora lo spazio vuoto, di un bel colore azzurro, il suo preferito. Un lavoro faticoso che la donna ha iniziato quando lei era ancora piccola e ha continuato fino a ora riponendo la biancheria linda in un grosso baule. Nonostante le resistenze di Lucia, da sempre infatti lei aveva ribadito che non si sarebbe mai sposata, che invece avrebbe desiderato girare il mondo, inseguire quelle nuvole fin dove muore il sole.
Lucia avverte il calore della mano di sua madre sulla sua, come vorrebbe stringerla forte, disperatamente ci prova, ma è come se nulla nel suo corpo fosse collegato alla sua volontà, si sente un fantoccio inerme ed inutile.
Suo padre rimane sempre in un angolo della stanza, chiuso nel suo dolore silenzioso. I suoi pensieri tristi non hanno voce e la muta rassegnazione tiene stretto in una morsa il suo fragile cuore, che lentamente si frantuma.
Lucia si aggrappa ai suoi ricordi, come un naufrago disperato si aggrappa alla sua zattera per non affogare, mentre qualcosa di ostile cerca di trascinarla giù, nell’oscurità, nell’oblio, dove anche la mente si dissolve.
Ricordare è un’esigenza per non impazzire.
Tutti i sensi del suo corpo si sono trasformati come se non potendo più svolgere il proprio compito naturale si siano concentrati nella capacità di ricordare nitidamente e in modo spietatamente crudele tutto il passato.
Particolari insignificanti, parole e frasi, volti, emozioni e ancora luoghi, cose e perfino il gusto del cibo, gli odori, i profumi. Come in un mondo parallelo Lucia rivive la sua seconda vita, nel profondo della sua coscienza, si estranea completamente da ciò che la circonda per immergersi in questo gioco crudele che le fa male al cuore ma che la tiene ancora viva.
Era un fredda mattina di dicembre, le nuvole di un colore roseo tingevano il cielo cobalto, si era soffermata un attimo, col fiato sospeso per ammirare quello spettacolo sorprendente, preludio di un giorno davvero speciale.
I palazzi erano grigi e tetri alla luce giallognola dei lampioni, giganti dagli occhi ancora chiusi, immobili e silenziosi. Nella strada quasi deserta, il rumore ritmico dei suoi passi echeggiava forte e chiaro, pochi altri passanti si affrettavano e in quell’atmosfera rarefatta sembravano come fantasmi, figure sprofondate nei soprabiti, ognuno rifugiato nei propri pensieri.
Poi all’improvviso quei due fari, nella foschia, sopraggiunsero come occhi famelici di un predatore avventandosi sul suo fragile corpo.
Buio totale.
Frammenti di frasi, il pianto di una donna, l’odore di disinfettante, camici bianchi, corsie di ospedale e poi infine, il soffitto di quella stanza asettica, quella luce artificiale, quella maschera sul viso che la faceva respirare e poi di nuovo il buio, perenne.
Ogni tanto ascolta le sue canzoni preferite, quella musica ora è straziante ma anche i suoi occhi non riescono più a versare lacrime, vorrebbe urlare di smetterla, ma il suo udito è ancora vivo, e si perde in quelle note dense di immagini e di emozioni.
Ma ora ha deciso, non vale la pena di continuare a sperare, vuole spegnere il suo cuore, non vuole più soffrire e soprattutto provocare dolore ai suoi cari.
La morte crea un abisso incolmabile nell’animo delle persone care, tuttavia il tempo è capace di far rimarginare le ferite. Chi subisce una grave perdita deve tornare, se vuole sopravvivere, alla quotidianità. Deve a tutti i costi trovare una ragione per accettare il destino, per colmare una perdita che non sarà mai sostituita.
La non-vita è invece un tormento quotidiano, una speranza sempre più labile che consuma l’anima, che corrode dentro.
Si muore lentamente, ed è solo una lenta agonia per chi dorme sotto il mare.
Chi è spettatore impotente assiste a quell’inesorabile fine, ma l’egoismo di voler trattenere a tutti i costi quel corpo inerme con l’illusione che sia ancora una scintilla di coscienza, un cervello ancora in grado di pensare, di provare emozioni, induce le persone ad accanirsi, ad avvinghiarsi alla speranza.
Ma quale è la Verità.
Suo padre riflette. Il suo dramma rimane inespresso. Ma forse ha deciso. Il volto pallido di Lucia sembra chiedere una cosa.
Quella soltanto:
Mamma, papà per favore, aprite quella finestra e lasciatemi guardare il cielo, lasciatemi volare…-
Sua madre china sul suo ricamo non ascolta quel pensiero.
I suoi occhi sono limpidi, colmi di speranza, la sua mano si posa leggera sulla fronte di Lucia e scende lentamente ad accarezzarle il volto.
Poi istintivamente si dirige verso la finestra, e comincia a sollevare quel sipario scuro che tiene buia la stanza.
D’improvviso la luce esplode, inonda con un chiarore luminoso quegli occhi perennemente chiusi, ma è come se riuscissero a vedere finalmente anche un pezzo di cielo azzurro.
Lucia immagina, con lo sguardo del suo cuore, quel tepore sulle guance, ricorda quelle nuvole bianche rincorrersi nel cobalto profondo e sente l’anima abbandonare quel corpo inerme, liberarsi dal quel macigno immenso e lanciarsi alla rincorsa dei suoi sogni.
Suo padre ore le è accanto, ha ascoltato la sua preghiera silenziosa…

Addio Mammina, addio caro papà.

“Mamma, papà, un giorno ci rincontreremo,e ci stringeremo forte e faremo tante cose”.

Vi lascio finalmente, ora andate incontro alla vita che avete lasciato fuori, io ora sono felice!
Sono aria e sono pioggia, sono terra e sono fuoco.
Sono vita allo stato puro e sarò accanto a voi per l’eternità.-

“Quando sentirete un brivido che corre sulla vostra pelle è lì che io sarò presente la vostra bambina per sempre”.

“Ora posso amare,
ora ora, posso correre e giocare,
ora
volo sopra le parole, sopra tutte le persone
sopra quella convinzione di avere
la verità”.