Una quercia

Una quercia. Centenaria. Solitaria, in mezzo a un prato. Così sembra.  Fra i suoi rami ciarlano le ghiandaie. Fra i suoi rami ciarlano le cinciallegre. Di che ciarlano? Del sole e della pioggia, della luna e del vento. Della vita e della morte, della gioia e del dolore.

Una quercia. Centenaria. Solitaria, in mezzo a un prato. Così sembra.  Fra i suoi rami ciarlano le cornacchie. Fra i suoi rami ciarlano i merli. Di che ciarlano? Del tuono e della folgore, dell’alba e del tramonto. Del principio e della fine, dell’odio e dell’amore.

Una quercia. Centenaria. Solitaria, in mezzo a un prato. Così sembra. Fra i suoi rami sussurra il segreto dell’esistenza.

E.

Alla fine tutti i ricordi si azzerano….

Vecchio racconto ripescato tra i molti file del PC.

Copertina del libro

Tutti i ricordi alla fine si cancellano. E poi restano i sogni. A quel punto, ormai soli, è a essi che affidi il fardello della tua vita. Presto non ricorderò più niente, niente a parte quella storia che tornava tutte le sere appena mi addormentavo. E’ diventata il ricordo più intimo e remoto. Risale forse all’epoca dei miei quattro o cinque anni. Scesa la notte, il buio s’infittiva nella stanza; chiudevo gli occhi e tutto ricominciava. Ero un bambino molto piccolo e uscivo di casa. Prendevo la via che portava alla scuola o fino a i giardini. Tutto era deserto. Una grande calma meravigliosa si era posta sul mondo. Nella luce di un giorno che stava finendo, camminavo a lungo ma senza fatica. Godevo della mia straordinaria leggerezza e della facilità con cui passavo tra le cose. Attraverso la città; le facciate grigie degli edifici..

Incipit tratto da “Sarinagara” di Philippe Forest, Alet (trad. Gabriella Bosco) – pagg. 266 – 17€ – ©Editions Gallimard, Paris – ©Alet Edizioni

Questa lettura era il mondo fantastico di Roberto, che si crogiolava dalla mattina alla sera in mille pensieri strambi e sognanti.

Era un ragazzone alto e magro, che frequentava l’università, dove stava seduto con lo sguardo perso nel vuoto. Prendeva appunti non della lezione che non ascoltava, ma dei suoi pensieri che sgorgavano frizzanti come la sorgente del torrente di montagna.

Riempiva l’enorme quaderno a quadretti dalla copertina con il viso buffo di un cartone giapponese, di cui non ricordava il nome, perché gli piacevano i grandi occhi sgranati e la bocca spalancata.

La sua scrittura minuta scorreva veloce sulla carta e riempiva un foglio dopo l’altro tra la curiosità dei compagni che lo osservavano stupiti a scrivere storie fantastiche.

Il cielo era plumbeo e tendeva al grigio sporco tanto da confondersi sull’orizzonte con le case. I pochi alberi spelacchiati intristivano la visuale, ma io vedevo il sole splendere sopra di me. Ero etereo, diafano come l’aria che respiravo. I miei occhi vedevano quello che gli altri non percepivano visivamente, penetrando i loro corpi e le loro menti. Captavo i pensieri più reconditi, come se fossi in grado di leggere dentro. Però spesso parlavano con una lingua sconosciuta, che veniva da lontano. Io mi beavo nella mia ignoranza perché questo mi appagava internamente.

Che importanza aveva leggere le preoccupazioni di Agnese, che non sapeva come arrivare a fine mese? Oppure conoscere le pene di amore di Ilaria, che litigava in continuazione con Giuseppe? Era bello sapere che potevo farlo, ma non lo facevo!…

Roberto si chiedeva come aveva fatto ad arrivare all’università sempre immerso nell’aria rarefatta della ionosfera.

Quando a sei anni entrò nella scuola elementare delle suore, la sua testa era altrove, perché immaginava di poter passare ovunque, anche attraverso le porte chiuse.

«Roberto» diceva la suora maestra, «cosa stai scrivendo? Porta qua quel quaderno!»

E lui manco rispondeva, mentre continuava a scrivere. Alla fine dell’anno, la suora preside disse a sua madre: «Sarà intelligente, saprà anche scrivere, ma lui non è presente con la testa. Forse è meglio che lo iscriva alla scuola pubblica. Lì riuscirà benissimo».

Anna, la madre di Roberto, guardò rassegnata la suora preside, mentre pensava che rimaneva con il cucchiaio della minestra a mezz’aria per tutto il tempo del pranzo. Non sentiva le sue suppliche e della nonna. “Cosa possiamo fare?” rifletteva sconsolata per il suo atteggiamento. “Non riusciamo a farlo scendere sulla terra. Nella scuola pubblica riuscirà a non essere il dileggio dei compagni?” Poi rispose che contavano su loro, ma adesso avevano capito che era una battaglia perduta.

Non andò meglio nella elementare Montessori, dove fu la croce e la delizia del maestro e dei compagni. Però lui era abilissimo e sempre pronto nelle interrogazioni. Tutti erano a bocca aperta, perché Roberto sapeva scrivere e fare di conto meglio dei compagni. “Come fa a essere così bravo, se non ascolta, non partecipa alla vita di classe?” si domandava Bernagozzi, il maestro pelato e un po’ panciuto, che non sapeva se ridere o piangere.

Alla media Tasso fu ancora peggio, perché scriveva solo sul quaderno col cartone giapponese e faceva atto di presenza alle otto e un quarto al suono della campanella di entrata. Poi spariva nel suo mondo fantastico popolato di visioni coi volti familiari dei cartoni.

Certo sono nel mondo di Disney a cercare il cartone perduto. Paperino è simpatico, ma è troppo triste, perché perde sempre. Gastone mi sta antipatico perché la fortuna sorride sempre e solo con lui. Non riesco trovare un cartone simpatico e normale…

Giuditta, compagna di banco rossa di capelli e dalla lingua sciolta, aveva provato a distogliere Roberto dal suo mondo, parlando in continuazione e domandando cosa scrivesse.

«Muh!» era l’unico mugolio di risposta e lei di rimando: «Non parli? Sei muto? Eppure senti e hai scritto una montagna di fogli».

L’anno dopo Giuditta chiese e ottenne di andare in banco con Paolo, perché almeno quello parlava e la ascoltava.

I compagni erano terrorizzati al pensiero di finire in banco con lui, che biascicava solo «Buongiorno, ciao, mi chiamo Roberto, ho fame» e poche altre parole.

Stare acconto a lui nel banco era la morte civile e rischiavano di intristirsi troppo.

I compagni chiesero di essere esonerati e di stare lontano dall’appestato, perché l’avevano bollato in questo modo.

Anche la media Tasso fu lasciata alle spalle con l’esame di terza superato col massimo dei voti tra stupore e incredulità di tutti.

Era indeciso tra il liceo classico e lo scientifico, perché eccelleva in tutto, ma alla fine optò per il Roiti per la matematica.

Giuditta lo seguiva come un’ombra, anche se accuratamente evitava di pestare quella di Roberto. Era innamorata cotta di questo lungagnone dall’aria trasecolata che sapeva sempre tutto e non sbagliava un compito in classe. Le tentò tutte per farsi notare, ma forse sarebbe riuscita a commuovere il busto di Dante che troneggiava all’ingresso del liceo e non lui, che scriveva sempre in silenzio.

Eppure è un bel ragazzo!” pensò. “Però mi sembra tonto perché non mi degna di uno sguardo!”

Furono cinque anni di passione, poi alla fine convenne che non era il suo tipo e ripiegò su Fabrizio, un ragazzo meno interessante di Roberto, ma che era dotato di parola e sapeva pure baciare!

Dal diario di uno scrittore – luglio 1962

Ho ripescato questo altro frammento mai pubblicato. Buona lettura.

bei tempi – foto personale

Avevo finito l’esame di maturità scientifica il 18 luglio del 1962 ed ero stremato per la grande calura e lo stress nervoso di quattro scritti tosti e otto orali non meno impegnativi. In quegli anni si portavano tutte le materie senza eccezione. Come da copione erano cambiate le regole a metà anno scolastico: anziché l’ultimo, come era stato in precedenza, il programma era costituito dagli ultimi tre. Naturalmente fu una corsa contro il tempo, perché riesumare e preparare anche i due precedenti non era uno scherzo.

Il caldo quell’anno cominciò a picchiare duro già ad aprile. A maggio sembrava di essere in agosto. Giugno e luglio furono tremendi. Si annaspava nell’afa umida di Ferrara, boccheggiando dopo le dieci di mattino fino alla sera alle otto. Così con altri tre compagni decidemmo di studiare nel mio giardino all’ombra di un grande sicomoro dalle sei alle undici e nel pomeriggio dalle cinque alle otto. Alle nove ero già a letto. Un’autentica maratona per essere pronti il primo luglio a cominciare con lo scritto d’italiano. Per gli orali tutti i maturandi del Liceo Scientifico erano stati divisi in due gruppi in stretto ordine alfabetico. Uno avrebbe iniziato con le materie letterarie (italiano, latino, storia e filosofia), l’altro quelle scientifiche (matematica, fisica, lingua straniera – tedesco o inglese -, scienze). Io ero l’ultimo del primo gruppo e ovviamente fui anche l’ultimo a finire. Qualcuno potrebbe pensare che avevo avuto fortuna sfacciata essere l’ultimo. In realtà mi sono macerato dalla tensione per due motivi: il primo non ho mai amato aspettare perché mi toglieva concentrazione, il secondo gli argomenti delle interrogazioni si restringevano sempre di più rischiando di beccare quelli più ostici.

Comunque per farla breve il 18 finì brillantemente scritti e orali, ottenendo la media del sette come esito finale. Ero soddisfatto perché avevo migliorato la media di ammissione che era appena sopra il sei. Inoltre tenendo presente che il top era l’otto, il mio sette era un’eccellenza.

Come premio mi concessi una vacanza di una settimana a Auronzo. Era la prima volta che andavo tutto solo via da casa. Erano altri tempi allora, perché i genitori ti tenevano al guinzaglio. Organizzai tutto in fretta: biglietto del treno per Calanzo, prenotazione di una stanza a Auronzo. A Calalzo i genitori di un amico mi avrebbero recuperato per portarmi nella località di soggiorno.

Eccitato, frastornato dalla fine degli esami ed emozionato dall’imminente viaggio sbagliai tutto. Dissi che sarei arrivato alle quattro del pomeriggio ma in realtà giunsi molto più tardi.

Ma procediamo con ordine.

Il 21 luglio, il giorno del mio compleanno, presi il treno a Ferrara col mio scarso bagaglio per scendere a Padova, dove poco dopo dovevo prendere la coincidenza per Calalzo. Però non avevo messo in conto la mia passione per la scrittura che mi tradì. Scrivevo in quell’epoca poesie perché di prosa non riuscivo a mettere insieme più di dieci righe arenandomi mestamente subito dopo. Solo dieci anni più tardi riuscì a mettere mano a un racconto ma non divaghiamo troppo su argomenti non pertinenti.

Dunque salito in treno mi immersi a scrivere e rileggere poesie estraniandomi dal mondo circostante. Quando ero concentrato, rumori e suoni, parole e persone sparivano dal mio orizzonte, svanivano come i sogni all’alba. La mia situazione era come se fossi in una bolla, isolato fisicamente e psicologicamente dal resto del mondo.

Cominciai a scrivere una serie di poesie ricordando il primo grande amore vecchio di un qualche anno, durato lo spazio di un’estate. Si chiamava Doriana, una ragazzina di tredici anni, secca come uno stecco e acerba come una mela verde. Avevo quattro anni di più. Grande amore? Forse no, grande infatuazione da parte sua, meno da parte mia. Io stravedevo per la sorella maggiore, mia coetanea, che invece non mi degnava di uno sguardo. Però tra alti e bassi passammo un’estate che non avrei dimenticato. Grandi litigi e dolci riconciliazioni erano quasi fatti quotidiani. Primi baci furtivi nel giardino al buio condivano quasi immancabilmente le nostre serate, che trascorrevo con lei nella sua casa. I genitori non ostacolavano la nostra storia e fingevano di non vederci abbracciati nell’oscurità. Però eravamo troppo diversi perché potesse durare. La giovane età, le inclinazioni differenti, le personalità poco disponibili furono un fardello troppo gravoso da portare e con l’autunno tutto finì.

Il dondolio ritmato del treno favorì il riemergere di questi ricordi.

Durante il viaggio ne scrissi una decina di poesie tutte dedicate a lei.

Il carattere scorbutico e a tratti più spine che rose mi avevano suggerito questa che la ritraeva come la vedevo col filtro dei ricordi.

Poesia n.ro 1

Tu sei selvaggia e spinosa,

tu sei indomita e fiera:

non t’appassire ora,

perché bella è per la vita ora.

Fiore di serra incolto,

fiore di campo disadorno

rifiorisci alla dolce aria

della fresca e odorosa Primavera.

Però la personalità decisa, graffiante, nonostante i soli tredici anni, era stata una spina nel fianco, un motivo di tante baruffe che poi si concludevano con una pace provvisoria. Un’autentica gattina pronta a graffiare e farsi coccolare.

Poesia n.ro 2

Quando tu graffi,

quando tu fai le fusa,

sei come una gatta,

che incanta.

Quando tieni il broncio,

quando sorridi,

sei come il sole

che gioca lassù fra le nubi.

Immerso nella scrittura e nel recuperare frammenti di memoria, la stazione di Padova passò senza che me ne accorgessi e io arrivai a Venezia dove la coincidenza per Calalzo era un paio d’ore dopo e con un viaggio molto più lungo. Allora non c’erano i telefonini per avvertire che sarei arrivato molto più tardi del preventivato ma le vecchie cabine rosse di Sip che funzionavano a gettoni.

«A chi avrei telefonato?» mi domandai inquieto senza trovare una risposta, mentre ero seduto in attesa del treno.

Per amore della scrittura rischiavo d’impantanarmi a Calalzo senza la certezza di trovare un mezzo per arrivare ad Auronzo. Con l’incoscienza dei miei diciannove anni decisi lo stesso di proseguire anche se avessi dovuto fare l’autostop per giungere a destinazione. Davo per scontato che le persone che mi aspettavano, non vedendomi, se ne sarebbero andate senza di me..

La linea Venezia – Treviso – Belluno – Calalzo non era elettrificata ma era percorsa da un vecchio treno a vapore. Coi finestrini rigorosamente chiusi per non respirare la polvere di carbone che dispensava con grande generosità mi sembrava di essere in una fornace, tanto era il caldo all’interno del vagone. Dure panche di legno non invitavano a scrivere, anche perché la paura di sbagliare e di ritrovarmi chissà dove era troppo forte per estraniarmi dal mondo. Non avevo la certezza che quel vagone proseguisse per la destinazione finale, essendo prevista una sosta a Conegliano per il cambio del locomotore.

Osservai la pianura veneta riarsa dal sole mentre la mente continuava a vagare tra i ricordi di quell’estate che pareva lontana e sbiadita dal tempo. Mille nuove parole sgorgavano nella testa ma non avevo voglia di fissarle sulla carta, perché dovevo rimanere vigile e attento alle stazioni, agli annunci.

Erano quasi le nove di sera quando stanco, affamato scesi alla stazione di Calalzo, dove quei signori mi stavano aspettando pazientemente.

Ho sbagliato treno” dissi candidamente.

Questo era l’ultimo della giornata” risposero sorridenti.

La vacanza era cominciata ma le avventure non erano ancora finite.

Trovate Miss X

da Dreamtime

La radiosveglia suona impietosa: è il tre maggio, un lunedì come tanti altri. Clelia sbuffa, allunga una mano e spegne quel rumore fastidioso. Si gira nel letto, apre un occhio e osserva il display.

«Azz!» esclama balzando sul pavimento a piedi nudi, mentre rabbrividisce per il contatto con le piastrelle fredde. «Devo sbrigarmi se non voglio fare tardi in ufficio».

Apre gli scuri ma il cielo è lattiginoso. Non sono le nuvole ma una foschia densa che è salita in alto, oscurando il sole, che appare un disco sfumato bianco. È tipico di questa stagione a Venusia. Nebbia a livello del terreno che sale verso cielo per lasciare il posto al caldo quasi estivo.

In bagno stende il fard sulle guance colorandole di un rosato tenue. Con eyeliner dà contorno ai suoi occhi per mettere in risalto il blu cobalto dell’iride e accentua lo spessore alla rima ciliare con una mascara blu. Due colpi di spazzola per dare tono e volume ai suoi capelli castano chiari, che col sole tendono al bronzo rame.

Si osserva soddisfatta allo specchio. È pronta per uscire. Ride, perché è in mutandine e reggiseno. Deve scegliere l’abbigliamento adatto per iniziare bene la settimana. Vede riflesso nello specchio l’ora e le scappa un «Merda!» Deve accelerare la scelta dei vestiti se vuol prendere il bus per Ludi.

Dall’armadio sceglie un vestitino di cotone con i disegni che riecheggiano i fiori di Ken Scott. Naturalmente non sono uguali, perché l’ha comprato al mercato del venerdì di Ludi ma assomiglia molto. Arriva al ginocchio e fascia la sua figura snella. Nei piedi calza un paio di décolleté rosse di vernice a tacco basso, mentre al braccio porta una borsa di velluto rossa, blu e verde di Roberta di Camerino, acquistata in un negozio di vintage di Venusia. Mette sulle spalle uno scialle grigio e rosso per proteggersi dall’umido del mattino.

È pronta per correre come al solito alla fermata del bus, che prende col fiatone all’ultimo secondo.

Alle nove in punto è seduta alla sua scrivania. Lavora per Mr. Wang, un cinese trapiantato a Ludi che commercia molte cianfrusaglie. Accanto a lei nella stanza c’è Luisa, o almeno ci dovrebbe essere, visto che è in ritardo.

Suona il telefono e la centralinista l’avverte che Luisa è ammalata. Clelia borbotta qualcosa, mentre riprende a digitare sulla tastiera del computer. Svolge il lavoro di segretaria amministrativa, mentre Luisa l’aiuta nelle registrazioni.

«Signorina Clelia» le dice Mr. Wang al telefono in un italiano stentato. «Mi può mandare la signorina Cattani?»

«Mi dispiace, Mr. Wang, ma è ammalata».

Clelia sente alcuni borbottii e un colpo di tosse.

«Allora me lo deve fare lei questa commissione» ordina Mr. Wang.

Clelia deglutisce. Non è compito suo fare la fattorina ma abbozza. Non può contrariare il suo capo.

«Mi dica» fa Clelia, moderando il tono della voce.

«Deve consegnare una busta. Nome e indirizzo sono sull’etichetta. Non dovrebbe metterci più di mezz’ora» spiega Mr. Wang e aggiunge: «Quando rientra mi chiami».

Cinque minuti più tardi sulla sua scrivania compare una busta marrone piuttosto voluminosa, che non sta nella borsa di Roberta di Camerino. Dovrà tenerla in mano. Legge nome e indirizzo. In effetti prendendo una bike-sharing in mezz’ora la consegna e ritorna in ufficio, che resterà sguarnito per tutto questo tempo.

Mette lo scialle sulle spalle e si avvia al punto dove noleggerà la bicicletta. Fatto un isolato, sente una voce: «Trovate Miss X. Vincerete una crociera e centomila venusi. Trovate Miss X. Ha i capelli mossi castano chiari e sta camminando con voi con una busta marrone sotto il braccio».

Clelia si ferma un istante e si osserva intorno. Vede le solite persone frettolose che camminano svelte sul marciapiede. Però non nota nessuna ragazza coi capelli castano chiari e una busta sotto il braccio. Il ticchettio dei tacchi di plastica risuonano sul porfido del pavimento della galleria, mentre si avvia verso la postazione per prelevare la bicicletta.

«Trovate Miss X. Sta andando al posteggio delle bike-sharing. Porta in testa un cappellino con una margherita gialla e indossa un vestito di Ken Scott. È qui tra voi. Vincerete quindici giorni da sogno e una bella cifra in denaro. Cercate Miss X…» e la voce sfuma sommersa del rumore del traffico di Ludi.

Clelia si ferma sbigottita. Ha visto riflessa la sua immagine nello specchio del barbiere. Sembra che sia proprio lei quella che cercano. Si osserva intorno alla ricerca della fonte dell’annuncio. Vede solo un negretto che in bicicletta la segue. È un uomo sandwich che porta davanti e dietro un cartello con un poster attaccato. ‘Trovate Miss X. Vincerete una crociera e centomila venusi’.

Si avvicina e chiede: «Perché fate questo annuncio?»

Il ragazzo alza le spalle e ribatte: «Mi pagano per questo». E riprende a gridare: «Trovate Miss X…».

Clelia è basita, accelerando il passo. Sta perdendo tempo prezioso nella consegna. Quell’annuncio è un martello pneumatico per la sua mente.

«Cercate Miss X. Ha in mano una busta marrone e indossa scarpe rosse di vernice. Trovate Miss X. Vincerete una crociera di lusso per due persone e duecentomila venusi. Trovate Miss X».

Accelera e vede in lontananza le bike sharing nella rastrelliera. Guarda l’orologio al polso e scuote la testa. «Non riuscirò mai a consegnare la busta e tornare in ufficio entro mezz’ora» mormora, mentre il ragazzo in bicicletta continua a seguirla e a lanciare il suo monotono grido.

I passanti sembrano ignorarla, come se lei fosse un fantasma.

Clelia non sa più cosa pensare e dove nascondersi. La voce che dice ‘Trovate Miss X’ sembra perseguitarla. Vede un negozio di abbigliamento e decide di entrare nella speranza che quell’annuncio gridato a quattro venti cessi.

«Cosa posso fare per lei» chiede una commessa magra come un’anoressica.

«Vorrei comprare un paio di jeans, una camicetta e delle scarpe».

La commessa si allontana per cercare quanto richiesto, mentre fuori risuona ancora la solita voce.

«Trovate Miss X. È dentro il negozio di abbigliamento Underwear. Sta comprando jeans, camicetta e sneaker. Trovate Miss X e vincerete un viaggio da sogno e duecento mila venusi. Trovate Miss X».

Clelia è disperata. Vorrebbe nascondersi per non ascoltare più quella voce che ferisce le sue orecchie. Sposta la borsa da destra a sinistra facendo cadere la busta per terra. La raccoglie e la mette sotto il braccio. Si sposta da un piede all’altro nell’attesa che la commessa ritorni.

«Trovate Miss X. È dentro Underwear, sta comprando…». Le pare d’impazzire, quando la commessa anoressica torna con un paio di jeans stinti, una camicetta azzurra e sneakers blu della Nike.

«Il camerino è lì» dice indicando un angolo del negozio.

Clelia si precipita dentro. «Trovate Miss X. È dentro Underwear e sta provando jeans, camicetta e sneaker. Trovate Miss X e…» e la voce rimane fuori, quando tira la tenda del camerino. Poggia la busta su una panca. In fretta si toglie vestito, capellino e scialle. Scalcia le scarpe. Infila i jeans, la camicetta e mette nei piedi le sneaker. Raccoglie i suoi vestiti, la borsa e la busta.

«Li tengo indosso» biascica mangiandosi le parole, allungando i suoi indumenti alla commessa anoressica che la guarda spalancando gli occhi nocciola.

«Trovate Miss X. Vincerete due crociere da mille e una notte, duecento mila venusi. Adesso indossa jeans stinti, camicetta azzurra e sneakers blu della Nike. Tiene la busta marrone sotto il braccio e nell’altra mano un sacchetto di carta della Underwear. Trovate Miss X…».

La commessa anoressica apre la bocca e sta per dire «Ma lei è Miss X!» quando Clelia sedendosi su una panca la precede, confermando: «Sì, sono io Miss X».

La radiosveglia gracchia con un sottofondo musicale: «Il tormentone di primavera dell’agenzia di viaggi Baule Volante sta avendo un successo enorme. Tutta Ludi è alla ricerca della fantomatica Miss X ma nessuno l’ha ancora trovata».

Clelia si sveglia in un lago di sudore. È un vero incubo il suo!

Pensieri di acqua e di terra

L’acqua è rimasta su, per ore, tenuta a bada da un cielo cinerino: gli si leggeva in faccia un rancore accumulato, da sospensione imposta e non voluta.
Poi di colpo, il livore si è disfatto: giù, gocce a corona, sul vetro, quasi un po’ ingiuriose.
E un senso lieve d’interna soluzione.

Piace la pioggia forte che si dice: non centellina più, né dilaziona.
Se ha d’arrivare, arrivi: i giochi son svelati.
C’è nulla, ormai, più da volere.
Se non questo sfuggire ad una obliquità.
Un trovarsi a chiedere catastrofi nel piccolo, rido fra me, obolo pagato al pendere precario.
La pioggia, il freddo vero, non truccato da un po’ di umidità, il buio alla sua ora…
Se han d’arrivare, arrivino.

Si è tornati per l’argine, a salutare l’acqua con altr’acqua ancora.
E riveder lavati certi borghi di costa, ai margini dei pioppi. (Con la pioggia, l’azzurro di vecchi caseifici, crosta di verderame e calce, è turchino vivo, da cartoccio di zucchero d’un tempo)
E innalzare, ai lati della strada d’argilla, castelli d’acqua alta, che appassiscono scroscianti in un momento. (Pure la pioggia ha le sue morgane)

La terra, all’andata così dura, ora s’accorda all’acqua, si scioglie in goccia e schizzo.
Cambia.

Piace l’umiltà della terra che si sfianca, mite.
Finché può, trattiene un filo, un guscio di lumaca, un sasso che luccica nel buio, poi lascia andare.
Apre le mani e s’ammolla.
Cedevolezza amica.
Tornerà ai bordi, dopo il suo viaggio d’acqua e vento.
Si riconoscerà terra in altra forma.

E noi?
Poter impararne, intanto, la docilità…

Foglie

Qui c’è un vecchio grosso, rimasto solo nella casa degli ippocastani.

La moglie se n’è volata via di colpo e la televisione ha alzato il volume. 

A passettini cuciti con l’ago, il vecchio grosso ha dichiarato guerra alle foglie.

Ha cominciato a primavera, con quelle che non legano al ramo e cadono, grasse e arricciate come i bruchi o le rughe.

Ha continuato d’estate, con le ostie di robinia, disossate dal sole, gialle e sottili.

Adesso tien dietro alle foglie di ippocastano, che sono grandi e spesse: le spinge più in là, e si arrabbia con l’asfalto bagnato che incolla. 

E’ fatica smuovere le foglie senza una scopa, solo con il bastone.

E’ fatica, se il vento non vuole saperne di dare una mano.

Il vecchio insulta le foglie, le insegue e non ha tenerezza la voce.

Le vuole lontane, che non abbiano a toccare il muretto e la striscia di terra, vicina.

Marce. Marce. Le foglie marce hanno la morte in tasca”- dice.

Chi lo vede chiamare gorghi di aria e dondolare lento, pesante in mezzo alla strada, sa che non sono le foglie a fargli paura.

La donna sirena

Qui da noi ci sono donne sirena, con petto di rosatea e fianchi accoglienti.

La più bella era bruna.

Alle nespole d’inverno aveva rubato la pelle dorata: a guardarla ne sapevi la polpa nascosta.

Non chiamava, non cantava, ma, se rideva, se guardava e rideva di gola, non c’era male, non c’era dolore che restasse identico a prima.

Un riso di latte e di miele.

Lo sentì il suo ulisse, risalito dall’altra sponda del mare, fra le nebbie del fiume, vagabondo senza mappe e senza mestiere.

Lei lo lavò, lo vestì, lo prese nel letto, nella casa del caco esploso d’arancio.

Lui dipingeva su vecchi assi d’armadio: nel noce, nei muri, nella brina sui rami vedeva marine velate, trine di schiuma e conchiglie e conchiglie.

Con questa moneta pagava. E le case fiorirono di squame azzurrate, collezioni di sabbie, zaffiri d’onde e marosi…

Se ne andò, lo straniero, senza dire dove e perché.

A noi restò il mare sui muri e una donna sirena, senza latte né miele.

Perchè l’amore ha radici nell’aria.

Disegna la tua storia – un immagine di Waldprok – le scie

Da questa bella immagine di Waldprok nasce questa breve racconto

Ermete osserva tutti i giorni strane scie nel cielo. Una mano misteriosa con un pennarello bianco si diverte a striare l’azzurro limpido del cielo. Non disegni di animali fantastici come quel birbone che prende batuffoli di cotone e con mani da prestigiatore li impasta come draghi, navi e altre forme che strappano un ‘oh!’ di meraviglia.
Ermete non conosce quell’artista ma ne ammira i disegni. Righe diritte, righe slabbrate, righe storte e tutti i giorni delle nuove. Lui a naso in su e bocca aperta per lo stupore di vederle.
Seduto da Sghego con l’immancabile calice di raboso davanti da lui, osserva una serie di scie che s’incrociano dando vita a un curioso disegno che pare un petalo di margherita.
«Sono le scie chimiche» afferma Mario seduto allo stesso tavolo che sorbisce rumorosamente il suo bicchiere.
«Chimiche?»
«Sì, chimiche» ribatte infastidito il compagno di bevute. «Le disegnano per spiarci e condizionare la nostra vita».
Ermete rimane col calice a mezz’aria e la bocca aperta. “Spiarci? Chimiche?” si dice incredulo. “Ma cosa dice Mario?”
«Sei sicuro, Mario?» chiede Ermete che si è ripreso dalla sorpresa.
Lui annuisce con vigore con la testa, perché ha la bocca piena di vino. Qualche goccia cade sul tavolo. Deglutisce in maniera ineducata con un rutto sonoro alla fine.
«Ma dove vivi?» fa Mario, riempendo il bicchiere con altro raboso. «Lo sanno tutti che le scie chimiche ci spiano».
Ermete lo guarda come si può guardare uno che dice delle cretinate. “Ma chi è quello scemo che sale in cielo per spiare Venusia?” riflette armeggiando col calice semi pieno di vino. “E poi come farebbe?” Scuote il capo perché non gliela danno da bere una scemenza del genere.
«Lo stato vuole condizionare la nostra vita, spargendo agenti chimici che ci fanno ridere quando c’è da piangere e viceversa» spiega convinto Mario, ingollando il terzo bicchiere di raboso.
«Ma sei sicuro? Al governo non importa nulla di Venusia, che manco sa che esista» replica Ermete congestionato in viso perché sembra che si voglia burlare di lui.
Mario non risponde. Armeggia col telefono, finché non lo mostra a Ermete.
«Leggi, San Tommaso».
Ermete strizza gli occhi, perché senza occhiali non ci vede un tubo.
‘Le scie di condensazione si formano solo a temperature inferiori a −40°C a 8.000 metri di quota e con umidità relativa del 70%. Questa affermazione si basa sul modello teorico elaborato nel 1953 da H. Appleman. Lo Space Preservation Act sarebbe un’implicita ammissione dell’esistenza del fenomeno. HAARP sarebbe lo strumento di attuazione del piano. A essere irrorato sarebbe un miscuglio di bario, alluminio, silicio e altre sostanze, il cui scopo è quello di creare una sorta di sandwich elettroconduttivo, con finalità di controllo mentale.’
Ermete alza gli occhi sbattendo le palpebre. Non ci ha capito un accidente. “Space Preservation Act… cos’è? HAARP… boh! Sandwich elettroconduttivo… ma si mangia?” pensa ma non osa esternare i suoi dubbi, perché lo prenderebbe per ignorante.
«Allora hai letto?» chiede Mario soddisfatto.
Ermete inforca gli occhiali e solleva il viso contento.
«Certo che ho letto. C’è scritto: ‘questa è una fake news o una bufala del web’» replica finendo il vino nel calice.

no news, good news

no news, good news” questa frase può rendere ciò che può essere un’unità di terapia intensiva neonatale, perché è di questo che andrete a leggere.

Da dove partire? Partiamo dalle basi, l’autore! Per chi come me ha da sempre avuto un’attrattiva per ciò che può essere il mondo della psicologia, venire a conoscenza di questo libro e di quelli che sono gli studi dell’autore, Marcello Florita, è quasi una fortuna! Vi consiglio, se volete approfondire, di andare sul suo sito marcelloflorita.it

Ciò di cui vi vorrei parlare è “Come respira una piuma” un libro pubblicato in prima edizione nel 2016 da Ensemble a Roma, con il patrocinio di “Vivere Onlus” una delle associazioni italiane per la neonatologia.

Un romanzo caratteristico nel suo definirsi tale, in quanto prende forma e si delinea attraverso i pensieri dell’autore, nei mesi successivi che seguono una nascita gemellare.

Riflessioni, pensieri, immagini descritte, nozioni mediche e ricerche scientifiche.

Un babbo in “sala d’attesa”. Un padre “irregolare” che assieme alla propria compagna intraprende un viaggio di scoperta fatto di ansietà e preoccupazioni, gioie inaspettate e sperate, assieme ad altri genitori “irregolari” della TIN.

Un’esperienza genitoriale che agli inizi descrive come “negata” o meglio, fatta di mancanze.

Mancanza del contatto, di poter abbracciare il proprio figlio, poterlo sentire tuo, poterlo accarezzare e sentirne la pelle, il profumo.

L’autore in una breve intervista esprime come l’essere genitori all’interno di una TIN sia, in senso metaforico, come esseremigranti in un luogo non conosciuto, inserito all’interno di un’istituzione, un mondo da conoscere, da apprenderne il linguaggio con la quale famigliarizzare passo dopo passoconclude “finché non l’hai provato, non sai cosa possa significare”.

Si antepone un senso di limite, di distanza, tra il desiderio di essere genitore e tutto ciò che compone un reparto di TIN: incubatrici, monitor, tiralatte, C-pap. E poi ancora, lettini, fasciatoi, consegne infermieristiche ed orari di terapia…medici, infermiere e “zie”. Già, le zie!

Un racconto che spazia dall’onirico, sogni paragonati a “quadri impressionistici dai colori nitidi” a ciò che accompagna nel quotidiano, gli amici e i propri famigliari, le incombenze di un frigo da riempire e orari di lavoro da seguire.

Un quadro realistico di come possa essere definita “precariala realtà, la nostra realtà, fatta di incertezze, di “no news, good news”.

Così, durante un mese di Aprile di un anno differente, rielaboro quella che è stata la mia esperienza, consiglio questa lettura per più motivi.

Una coppia che vive una realtà non molto diversa, chi ricopre un ruolo professionale all’interno dell’ambiente ospedaliero, oppure, per una studentessa del terzo anno infermieristica, alle prese con la sua prima tesi.

Con l’augurio di far vostre queste parole “basta un termine, una parola indossata orgogliosamente e tutto ci può apparire in modo diverso, più digeribile e metabolizzabile”. Prima di iniziare i miei passi all’interno di questa unità non sapevo, non conoscevo e temevo. Talvolta la vicinanza fisica, tra le espressioni dei genitori accanto ai loro cuccioli e pratiche burocratiche di una cartella ospedaliera, è stata carta vetrata sotto le mani, ma inevitabile, come sapere che “così funziona, così è”. Per questo almeno, proverò nel mio, a promuovere un progetto di sensibilizzazione attraverso la mia tesi, verso ciò che “non puoi capire se non provi”, ma puoi conoscere per iniziare a capire.

Musa

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Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – la strada

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immagine tratta dal blog Etiliyle

La strada partiva dalla periferia meridionale di Venusia e arrivava alla città più vicina, il capoluogo della regione. Una strada di campagna tra due muri di erbe alte che nascondevano la pianura. Uno sterrato polveroso d’estate e fangoso d’inverno. Lo stato della via era un chiaro indicatore com’era considerata Venusia. Sembrava che il paese fosse dimenticato da Dio e dagli uomini. Non era neppure segnato sulla carta geografica. Un punto invisibile. Le strade che arrivavano a Venusia non erano molte, perché nessuno avvertiva la necessità di andarci. Casomai era vero il viceversa: i venusiani la usavano per andare in città a respirare l’aria vivace e gaudente del capoluogo. Questa era quella più frequentata. L’altra quella del bosco, dalla parte opposta del paese, era praticata da poche persone. Dicevano i venusiani che portava male.

Intorno a Venusia c’era una pianura piatta, interrotta solo dal bosco a settentrione e a oriente da un dosso con la Fortezza. Per il resto la visione si perdeva nei campi coltivati.

Quell’inverno era stato particolarmente secco. Poche piogge, ancor più rari i giorni di nebbia. Il fondo della strada era per lo più duro e secco ma senza la polvere estiva.

Pina la percorreva in bicicletta, portando sulle spalle una cesta con gli ortaggi invernali che aveva raccolto nella mattinata. Da quando i negozi erano aperti tutti i giorni, doveva portare in città la verdura fresca anche la domenica. Se per i negozianti era fastidioso, perché non potevano chiudere le loro botteghe, lasciando via libera alla concorrenza, per Pina era ancora più duro, perché nemmeno alla domenica poteva restarsene a casa.

Faceva quel tragitto con ogni tempo in bicicletta fuorché con la neve, perché andava a piedi in città con il suo carico di ortaggi. Ci metteva circa quaranta minuti a raggiungere la città, pedalando di buona lena, ed era faticoso col carico sulle spalle, specialmente quando la strada era fangosa e si appiccicava alle ruote come una sanguisuga.

Pina era una donna di mezz’età, secca e piccola. Il viso rugoso la faceva sembrare più vecchia ma l’energia e la forza fisica non le mancavano. Non poteva rinunciare a quei pochi soldi che ricavava dalla vendita dei suoi ortaggi. Erano tutto il suo sostentamento. Non si lamentava mai se il sole picchiava duro oppure la galaverna affrescava di bianco l’erba del ciglio della strada. Pedalava in silenzio avvolta nel suo mantello verde sia d’estate che d’inverno.

Era la prima domenica di gennaio e un sole pallido inondava la strada con la sua luce. Non mitigava molto l’aria della mattina, che pungeva il suo viso. Le guance erano rosse per freddo e dal naso colava un liquido bianco, che strofinava via col dorso della mano.

Arrivata quasi in città, la dove alla terra battuta si sostituiva l’asfalto, Pina vide una donna che si sbracciava come a chiedere aiuto. Frenò di brutto e accostò.

«Dio vi ringrazi» borbottò col fiato mozzo.

«Casa vi è successo, buona donna?» chiese cortese Pina, mentre lo sguardo spaziava intorno senza scorgere un minimo segnale di pericolo o di presenza umana.

«Nulla, nulla»

Pina sgranò gli occhi basita per il suo atteggiamento strano. “Sembra che corra un pericolo mortale ma afferma tutto il contrario” bisbigliò a labbra chiuse. Qualcosa doveva metterla sull’avviso che la risposta nascondesse un secondo fine ma lei era fiduciosa nella natura umana.

«Avete necessità di aiuto?» domandò cauta come se tastasse la consistenza della superficie ghiacciata dello stagno con un piede.

La donna scosse il capo, negando anche questa ipotesi.

Pina la guardò con un occhio semichiuso. “Qualcosa non torna” si disse, afferrando il manubrio della sua bicicletta.

Accennò a iniziare a pedalare, quando la donna pose una mano sul suo braccio per frenare la sua corsa.

«La prego, non andatevene» la implorò con tono supplichevole.

Pina non rispose e mise un piede per terra per tenersi in equilibrio. “Se ha bisogno di aiuto, dovrà trovare delle parole convincenti” rimuginò, sospirando rumorosamente.

«La prego» ripeté la donna con un filo di voce.

«La sto ascoltando» affermò Pina, guardandola in viso.

La donna che appariva vestita modestamente e in modo inadeguato alla stagione fece un passo in avanti, avvicinandosi a Pina che non percepiva il motivo per il quale era stata fermata.

«La vedo passare tutti i giorni e non ho mai avuto il coraggio di fermarla».

Pina cominciò a provare fastidio per tutto questo e se ne sarebbe andata se la curiosità non l’avesse frenata.

«Sì, è vero. Sono anni che faccio questa strada» disse senza aggiungere altro.

La donna sembrò pregarla con le mani giunte ma questo le dava molto fastidio. Con un cenno del capo le fece segno di sveltire le parole. Era già terribilmente in ritardo nelle consegne.

«Mi chiedevo» aggiunse qualche istante più tardi. Una nuova pausa ritardò le spiegazioni.

«Sì ma la prego di parlare più in fretta. Sono in ritardo nel mio giro delle consegne» affermò decisa Pina.

«Le stavo dicendo che lei è fortunata a possedere un orto» soggiunse facendosi più vicina per osservare il contenuto della gerla.

«E sì» confermò agitando le mani.

“Sta fresca se le regalo il contenuto della sporta!” ironizzò Pina.

«Oggi ho trovato il coraggio di domandarle…»

“Uffa” borbottò Pina che non aveva intenzione a lasciarsi coinvolgere in qualche gioco di parole.

«Le volevo domandare…». Una nuova sosta nelle parole creò una situazione di disagio.

Pina fece un sorriso per incoraggiarla a concludere il discorso. “Sto perdendo un sacco di tempo” pensò, perché per lei il tempo era denaro.

Non sentendo nulla la donna riprese a parlare.

«Le volevo chiedere se mi porta con lei in città. Ho sempre desiderato andarci senza mai averne il coraggio».