Dal diario di uno scrittore – agosto 1963

È un vecchio racconto e lo ripropongo.

foto personale

Il clandestino che hai a bordo e segue ogni tuo viaggio, che non vedi, ma avverti sottocoperta, si aggira come una spia per la nave, sale e scende dai boccaporti, fruga in cambusa, s’intrufola in tutte le cabine, lascia impronte ovunque. Viaggiate insieme, per mari scarlatti, per isole verdi.

Mi sono abituata alla tua occulta presenza. Narratore o poeta. Non posso fare nulla. Tu guidi la nave dove vuoi. Ma chi è Lei?

Leggevo queste poche righe, lasciate da un anonimo commentatore, la Musa che mi seguiva silenziosa nelle mie scorribande sul web, e mi domandava «Chi è Lei?».

Richiesta inutile perché sapevo perfettamente chi era lei. Come non potevo conoscere chi era lei? Solo uno stolto avrebbe potuto pensare il contrario.

La mente ritornò indietro nel tempo, riavvolgendolo fino a quel periodo che mi riusciva solo scrivere versi senza affanni, mentre il resto era una sofferenza senza fine, un motivo di sforzi senza senso.

“Perché la Musa mi chiede ‘chi è Lei?’” rimbalzò di nuovo il quesito nella mente, mentre ricordavo quell’estate lontana.

“Ma non v’è dubbio, né incertezza su chi è Lei: è colei che da una vita mi accompagna nella buona e nella cattiva sorte”.

Erano giornate di agosto dove il caldo impedivano di svolgere qualsiasi fatica senza finire inzuppati di sudore mentre le zanzare punzecchiavano dolorosamente le braccia e le gambe scoperte. Il monotono ronzare, una fastidiosa musica, di quegli insetti pungenti accompagnava il rumore di un ventilatore, che vorticava incessante per mitigare l’afa.

Immobile nella calura, seduto alla scrivania aprì il quaderno dalla copertina rossa dai fogli mobili un po’ ingialliti dal tempo, sul quale cominciai a scrivere alcuni versi con la mia scrittura rotonda e elegante che col nero di china spiccava netta sulle linee azzurrine. Era il posto dove segretamente appuntavo le mie poesie un giorno dopo l’altro, raccogliendo i miei pensieri.

In quei giorni la mia attenzione era dedicata a lei che conoscevo da poco ma che mi aveva già stregato.

Hai gli occhi azzurri

di un azzurro meraviglioso

che invitano a ricordare.

Quanti ricordi si destano in me,

ricordi che mai potrò dimenticare,

perché mi consentono di vivere felice ora.

Il ricordo è un sogno

e come tale voglio viverlo!

Vorrei vivere per ricordare

tutti quei ricordi belli

e vorrei scacciare

tutti quei ricordi amari.

Ah! Se potessi.

Mettevo nero su bianco le sensazioni che avevo provato qualche mese prima e che mi avrebbero cambiato la vita.

Il flusso dei ricordi sgorgò prepotente e mi lasciai cullare da questi.

Era una calda giornata di giugno quando la vidi per la prima volta. Era il mio Clandestino delle righe iniziali, che poi tanto clandestino proprio non era. Immediatamente scoccò una scintilla, che nessuno dei due percepì in quel istante ma che accese il fuoco dentro di noi, ma continua ad ardere.

Ci eravamo conosciuti per interposta persona, che aveva fatto da messaggero. Come? Decantando le sue doti prima a me poi le mie a lei. Mi diceva che era una meravigliosa fanciulla dagli occhi azzurri. Una minuscola fatina che avrebbe meritato di essere conosciuta. A lei disse che ero un bellissimo ragazzo dallo sguardo magnetico.

«Ma le mie erano doti o solo adulazione? Non lo saprò mai».

Quello che ci unì fu un messaggio che arrivò tramite il telefono, perché noi eravamo incerti e dubbiosi su quello che ci proponeva. Era una presa in giro per burlarsi di noi oppure era sincero perché credeva che potesse nascere una relazione. Erano questi i dubbi che assalivano e frenavano a parlarci in maniera diretta.

Fu una telefonata di una mattina di giugno che ebbe il potere si sbloccare questa situazione al limite dell’assurdo. Iniziò titubante da parte mia. Mi piaceva guardare negli occhi la persona che colloquiava con me ma non si poteva, perché era nascosta dietro una cornetta del telefono. Così cominciammo a parlare dapprima sommessamente, poi sempre più fitto ad alta voce fino a diventare un suono squillante senza incertezze.

Dopo la prima ne arrivarono delle altre, perché allora era un epoca antica senza SMS e mail. Nei giorni seguenti lunghe chiacchierate erano tese a capire se era possibile avviare un discorso che stentava a decollare perché sentivamo solo la nostra voce ed avevamo timore che celasse un inganno.

Alla fine mi decisi: “Si, va bene. È quella che fa per me” e l’aspettai alle diciassette e trenta sul portone dove lavorava. Fu sorpresa, ma non troppo, così dava da intendere, quando mi vide con i pantaloni bianchi e la maglietta di un carota intenso.

Lei era vestita leggera con un abito azzurro a fiori bianchi e disse solo: «Ciao» mettendosi lieta al mio fianco.

Era dunque la mitica fatina tanto decantata? Era questo il pensiero che prendeva corpo dentro la mente. La risposta era positiva. Quegli occhi azzurri mi avevano incantato. Dunque il messaggero non aveva mentito.

Cosa ci dicemmo mentre sotto il sole di quel pomeriggio inoltrato andavamo per le strade deserte, incuranti del caldo e della luce accecante? Avrei voluto rammentare quel primo dialogo fatto di frasi insicure ed esitanti, che ci scambiammo tra pause e tentennamenti ma era del tutto inutile. Non l’avrei mai ricordato. Avevo presente solo gli occhi luccicanti che mi osservavano e mi scrutavano per carpirmi i sentimenti e le emozioni. Eravamo alla ricerca di scoperte che solo più tardi sarebbero diventate realtà senza che nessuno dei due avvertisse cosa passava nelle nostre menti in quegli istanti.

Eravamo impacciati e cauti nel esprimere quello che avvertivamo dentro di noi, mentre le parole stentavano di uscire come se avessimo paura di quello che avrebbe potuto succedere dopo questo incontro.

Sull’angolo di una strada una venditrice di lupini ci offrì due imbuti di carta gialla con dentro tanti piccoli semi bagnati e salati, che piluccammo tra una chiacchiera e l’altra. Passò il tempo fino al momento del distacco, che preannunciava un arrivederci a domani non detto ma trasmesso in silenzio.

Ecco dove stava la forza del pensiero e la voglia di rivedersi.

Ero a Parigi

ParigiEro a Parigi tra Citè e St. Germain, giusto dietro la libreria Shakespeare & Co. tutto impegnato nella mia attività preferita di respirare aria quando mi imbatto in una meravigliosa bancarella di libri proprio fuori da un più moderno negozio di libri. Ecco, si, le librerie moderne non si possono chiamare librerie ma negozi di libri. Comunque, ero più o meno al secondo giro del banco quando mi cade l’occhio su un ragazzo, uno di quelli lunghi e allampanati come fanno adesso, solo che questo stava fissando con interesse la vetrina del negozio.

Non c’è nulla di strano a fissare una vetrina ma quando questa attività dura da parecchi minuti, la cosa diventa sospetta. A meno che non mi sia imbattuto in Nembo Kid che sta leggendo un libro attraverso la copertina, penso che il ragazzo sia leggermente suonato. Poi ho un’illuminazione e capisco tutto. Seguo lo sguardo di lui e noto che si posa su un soggetto biondo con curve a posto e camminata eterea. Pericolosissimo.

Il mio istinto è stato quello di scuoterlo per farlo rinsavire ma ormai il danno era fatto. Allora, quando tutto sembrava perduto, mi avvicino e gli propongo un gioco. Gli dico: “Prendi dalla bancarella un vecchio disco 45 giri a caso”. Lui esegue con aria assente e mi consegna l’oggetto. Lo guardo con aria nostalgica e gli dico. Questa canzone dura tre minuti e venticinque secondi. Questo è il tempo che avrete tu e la ragazza per stare insieme, adesso.

Durante questo tempo il mondo si dimenticherà di voi, nessuno vi noterà, potrete fare tutto ciò che vorrete senza alcuna interferenza. Ma bada a non sprecare la fortuna.

Il tempo inizierà da quando incrocerete gli occhi per la prima volta, e in quel momento la vita sarà cambiata. Dipende da te.

Lui si volta a guardarmi, forse per la prima volta, e mi sorride. In quel momento capisco che per fortuna certi ragazzi non sono solo lunghi e allampanati ma anche intelligenti. Mi saluta in silenzio e va incontro alla ragazza, si guardano, il respiro si ferma, il mondo si ferma.

Ormai sono fuori dal mondo ma io posso vederli. E assisto all’unica cosa giusta da fare se si hanno a disposizione solo tre minuti e venticinque secondi: si abbracciano in silenzio.

 

Nota e Dintorni

Riprendo oggi la pubblicazione di racconti e amenità sul Caffè dopo anni di silenzio nei quali mi sono perso e ritrovato più volte; l’ultima, per merito di newwhitebear che mi ha scovato tra le pieghe di un mio vecchio blog che stavo mettendo in soffitta. Mi sono da poco trasferito qui su https://www.thewaytotipperary.it dove ho riunito in un solo luogo i racconti, le foto, i viaggi, i pensieri e le storie di cucina. Manca solo la chitarra ma, in questo caso, è accorso in vostro aiuto il buon senso che mi ha impedito di pubblicare gli orrendi suoni. Se vorrete, potrete leggere cose che, per propria natura, non sono in linea con il Caffè. (O forse si ma col tempo newwhitebear me lo saprà dire).

Riflessioni dal fondo del pozzo.

Ciao a tutti! Mi fa piacere essere tornata tra voi dopo tanto tempo. Vi propongo un esperimento pubblicato la scorsa settimana sul mio blog personale: il diario. Può sembrare strano, ma in tutta la mia vita non ho mai scritto un diario vero, figurarsi uno letterario. Ho deciso di non dare nome alla protagonista, di lasciarla così ignota; non perché non meriti un nome, ma perché non so ancora quale nome le calzi a pennello. E il nome, si sa, è una cosa importante. Buona lettura! P.s.: scusate se pubblico con un giorno di anticipo, ma domani sono impegnata e, svampita come sono, è probabile che mi dimentichi di postare. 😀

Caro diario,

è da tanto che non ti scrivo. Passa un’ora. Poi un’altra e un’altra ancora. L’orologio non si ferma mai, il tempo scorre costante, corre come la strada sotto un’auto lanciata a tutta velocità e alla fine la penna cade dalla mano addormentata senza aver adagiato nemmeno una parola sulla carta. Oggi rifletto dal fondo del pozzo, lo stesso in cui ad un certo punto, un punto cruciale oserei dire, si ritrova Toru Okada, il protagonista de “L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami; può sembrare un posto strano per riflettere, ma cosa può esserci meglio di un buco che solitamente ospita l’acqua che per sua natura riflette?

A proposito di strade, come dice Mycroft Holmes nell’ultimo episodio di Sherlock: “the roads we walk have demons beneath”, che tradotto significa “ci sono demoni sotto le strade su cui camminiamo”. E i demoni ci sono davvero, stanno lì, nell’ombra, ad aspettare; nel frattempo affilano gli artigli e grattano la superficie al di sopra delle loro teste, la stessa che sorregge i nostri piedi, per aprire una voragine e ingoiarci interi. E’ strano, vero? Come i punti di vista possano essere diametralmente opposti. Quello che per qualcuno è il sotto, per altri è il sopra; ciò che per alcuni è bianco, per altri è nero. E’ tutta una questione di prospettiva, letale talvolta.

Non è più lo stesso il modo in cui guardo il buio, sai? D’altronde come potrebbe mai esserlo? Una volta visto e vissuto, l’Inferno, è difficile non sognarlo, figurarsi dimenticarlo. Non ricordo di aver mai temuto la notte da bambina, ma sicuramente l’ho fatto da adulta. Non molto tempo fa dormivo con la luce accesa, per davvero; non riuscivo a fare luce dentro, quindi cercavo di fare luce almeno fuori nella strana e vana speranza che filtrasse dentro per osmosi. Ridicolo, vero? Ci rido sopra, con una risata amara però. Adesso la luce la tengo spenta, eppure le tenebre stanno ancora là, come se fossero incastrate, incatenate al cuore. Forse le ho abbracciate o accettate? O magari imprigionate, perché no. Dimmelo tu, diario, che mi conosci davvero nel profondo; dimmi se sto brancolando nel buio alla ricerca di luce o tenebra.

Sei mai stato sul fondo di un pozzo? E’ una cosa strana… guardi giù e vedi fango, lo stesso su cui stai seduto, guardi su ed ecco un cerchio perfetto fatto di cielo. Sembra di vivere nella canzoncina del girotondo, quella in cui casca il mondo. Peccato che non ci sia nessuno a cui dare un bacio; sarebbe carino. Mh. Un bacio nelle tenebre. Suona romantico.

E tu hai demoni, caro diario? A parte i miei sepolti nelle pagine? Spero di no, perché se li hai, vuol dire che hai conosciuto l’Inferno. E se l’hai fatto, ti prego dimmi com’è il tuo. Vorrei sapere se somiglia al mio… buio, spinoso, con le tenebre ridotte ad un groviglio di ragnatele appiccicose e la luce, nel migliore dei casi, ad un lumicino quasi spento.

Ti prego rispondi, caro diario, ché qui tra gli umani pochi sono quelli che osano guardare nel buio e portarlo alla luce.

E con questo ti lascio.

Buonanotte,

con amore,

******

Come gocce di pioggia…

Quante volte vi sarà capitato di guardare la pioggia cadere, infinite volte. Ma quante, vi siete soffermati ad osservare, attentamente, quelle minuscole gocce d’acqua, oppure avete seguito con lo sguardo il loro percorso sui vetri di una finestra o di una qualsiasi superficie trasparente. E’ davvero stupefacente accorgersi delle mille peripezie, delle traiettorie inaspettate che queste piccole perle d’acqua sono in grado di affrontare.

In un lungo pomeriggio invernale me ne stavo intenta nella lettura di un romanzo di avventura. La mia attenzione fu attratta però dal tamburellare della pioggia incessante sui vetri della grande finestra del soggiorno. Il fragore ovattato di un tuono in lontananza prefigurava l’avvicinarsi di una gran temporale. Pioveva da diverse ore ormai. Il cielo incolore rendeva il paesaggio slavato, come in una foto in bianco e nero. Le mille gocce si rincorrevano veloci su quel vetro opaco, le seguivo con lo sguardo per scoprire quale sorte il destino avesse riservato loro. Alcune si precipitavano dal cielo con una tale violenza da dividersi, in tanti minuscoli rivoli, che percorrevano brevi percorsi, in direzioni opposte. Altre gocce, più grandi resistevano all’impatto e s’andavano ingrossando, man mano che si univano alle altre gocce incontrate sul loro cammino. Diventavano enormi, resistevano a lungo, fino al limitare della finestra, dove però, inevitabilmente terminava la loro folle corsa.

Quest’immagine delle gocce di pioggia, del loro tortuoso percorso mi induceva a riflettere su quanta similitudine esistesse tra loro e la fragile vita degli uomini. Non siamo anche noi, forse, minuscole gocce, in balia di una sorte incerta, della forza impetuosa del vento, del rombo potente di un tuono di una vibrazione, di un qualsiasi evento improvviso che può travolgerci e cancellarci.

Siamo gocce, che incontrano altre gocce. Uniamo i nostri destini, ci separiamo forse, seguiamo traiettorie diverse. La nostra speranza è legata all’effimera durata di un temporale. Sappiamo che poi tornerà infine il bel tempo e che un tiepido raggio di sole illuminerà la nostra eterea essenza dissolvendo dolcemente le nostre vite passeggere…

COMULEAKS

14498348726634_maxi«Buongiorno, sala stampa del comune di Mora» «Buongiorno, sono Giuliani dell’emittente TeleMora56, mi può confermare cortesemente la video intervista di domani mattina con il sindaco Norima?»

«Un attimo, controllo la lista… ecco, sì Le confermo. Una cortesia, in allegato alla Sua mail troverà la scalette della domande, devo avvisarLa che abbiamo effettuato qualche modifica…»

«Quale modifica scusi?» «Come Lei ben saprà il nostro responsabile Ufficio stampa deve necessariamente passare al vaglio le domande delle interviste e nella Sua ci sono state alcune cose che ha ritenuto cambiare… comunque se volete rinunciare me lo dica subito, abbiamo una lunghissima lista di attesa…»

«Certo che confermo, assolutamente ma non ritengo che…»

«Ok, allora il sindaco l’aspetta domani alle 10 3 30. Buongiorno»

«Un momento… sta stronza ha attaccato!»

«Che succede?»

«Che succede?… lasciamo perdere va…»

***

«Sei pronto? inizia a registrare»

«Buongiorno, oggi ci troviamo nell’ufficio del primo cittadino. Signor sindaco, ci vuole illustrare la Sua posizione in ordine agli ultimi incresciosi accadimenti che hanno travolto la giunta?»

«Buongiorno a lei. Innanzitutto mi preme precisare che ultimamente l’informazione su stampa locale e nei media in generale non è stata affatto imparziale…»

«Mi vuol chiarire questo punto?»

«Sono stato oggetto di un linciaggio mediatico senza precedenti! Invece evidenziare tutte le cose positive che sono state messe in atto da quando sono stato nominato sindaco di Mora, si è voluto enfatizzare alcuni aspetti negativi, che solo in parte riguardano la mia amministrazione!»

«Vuol fare qualche esempio?»

«Certamente! Prenda il caso della raccolta dei rifiuti urbani, ma ha visto che scandalo? Che sporcizia, mai vista Mora in queste condizioni!»

«Certo, noi come emittente abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni da parte dei cittadini. Ma questo avalla ciò che affermano i Suoi detrattori…»

«E’ proprio questo l’errore! La situazione attuale è frutto della totale inerzia e disgraziata gestione dei miei predecessori! Io ho cancellato l’intero gruppo dirigenziale dell’azienda municipalizzata, ho fatto piazza pulita!» «Questo è avvenuto da circa un paio di mesi… ma in città la situazione è ancora disastrosa…»

«Certamente, ma le cose non cambiano nell’immediato… ci vuole tempo e cooperazione, ma ho l’intero consiglio di amministrazione dell’azienda contro e gli operatori stanno facendo lo sciopero bianco per mettermi in cattiva luce!»

«Quindi sta dicendo che gli operatori non stanno lavorando per creare dissenso nei Suoi confronti?»

«Ma è palese! Stessa cosa per i trasporti urbani… non ha visto come il servizio è rallentano vistosamente? Che manca personale, che i convogli della metro sono pieni all’inverosimile e che gli autobus passano con notevole ritardo? «Certo, abbiamo ricevuto lamentele anche per questo problema…»

«Ecco vede? Stanno facendo di tutto per boicottare il mio lavoro! Per non parlare delle critiche mi piovono addosso qualsiasi tipo di iniziativa io prenda…»

«Mi conferma che anche il Suo partito le ha chiesto di rassegnare le dimissioni?»

«Ecco, questo è un altro motivo che mi spinge a rimanere al mio posto. Sono stato abbandonato anche dal quadro dirigenziale del mio partito, che non mi ritiene più all’altezza della carica che ricopro con onore da oramai diversi anni… senza dare merito a tutte le cose buone che sono state fatte durante questo periodo! Io sono stato colui che ha spezzato i legami di connivenza che esistevano tra il comune e la malavita locale!»

«In parole povere lei ha calpestato i piedi a qualcuno di importante? Rotto certi equilibri basati sul malaffare?»

“ guarda te questa come ha cambiato la domanda”

«Esatto! Lei ha colto esattamente la questione! Io sono oggetto di un complotto politico che mira a privarmi del mio potere e a mandarmi a casa!»

«Quindi, tutti o quasi, nella Sua amministrazione vorrebbero indire nuove elezioni e toglierLe la possibilità di continuare a fare pulizia?»

«Questo è il disegno criminale di tutti quelli che mi vorrebbero fuori! Ma io resisto, non me ne vado!»

«Sindaco Norima, che cosa dichiara a proposito di quelle spese di rappresentanza non rendicontate a carico del comune? Insomma del caso noto come “scontrino-gate”»

«A questo proposito vorrei una volta per tutte chiarire l’intera questione. Quelle spese sono state effettuate con i fondi comunali perché in quelle situazioni mi trovavo con personalità politiche estere, alle quali ho dovuto dare il benvenuto»

«La stampa ha parlato di spese personali… qualche “corvo” del comune ha messo in circolazione certa documentazione scottante…»

«Questa è un’altra balla mediatica! Le assicuro che mi trovavo in ambito della mia attività di rappresentanza e tutta questa faccenda è stata montata ad arte per mettermi in cattiva luce! Ripeto, io non me ne vado!»

Dririin… Driiin

«Mi scusi, devo rispondere…»

«Fabio, ferma la registrazione»

«Pronto? Sì?… no ma… non ritengo giusto che… ma questo è un affronto… va bene, ma ne pagherete le conseguenze!»

«Problemi signor sindaco?»

«Riprenda a registrare, voglio fare una dichiarazione!» «Vai vai, accendi la camera!»

«Con rammarico annuncio che intendo presentare le mie dimissioni, per incompatibilità con la Giunta e il Consiglio. Domani mattina convocherò una conferenza stampa ufficiale, durante la quale renderò note le mie intenzioni… »

“Grandioso! Questo scoop è tutto nostro”

«Signor sindaco, possiamo conoscere in anticipo le motivazioni di una scelta così grave?»

VIVA NORIMA! NORIMA SEI TUTTI NOI! NORIMA NON TE NE ANDARE, NON MOLLARE!

«Un momento, cosa sono queste grida? Un attimo… devo controllare cosa succedere in strada…»

“Porcaccia la miseria, ci hanno bruciato sul tempo!”

«In questo momento si sentono grida nella strada, ora ci avviciniamo anche noi alla finestra per vedere cosa succede»

VIVA NORIMA! NORIMA SEI TUTTI NOI! NORIMA NON TE NE ANDARE, NON MOLLARE!

«Come potete vedere anche voi telespettatori, la notizia delle dimissioni già si è sparsa e una folla numerosa si è radunata sotto la finestra del primo cittadino… urlano e sembrano sostenere il sindaco… »

«Come può vedere la gente mi appoggia e mi ama! Vorrei fare un’ulteriore dichiarazione…»

«Prego signor sindaco, dica pure…»

«Rassegnerò domani le mie dimissioni, ma ricordo che avrò trenta giorni di tempo per confermarle. I cittadini mi amano e mi appoggiano, loro sono consapevoli del’infimo complotto che mi sta costringendo a fare questo passo… mi riservo dunque di lasciare uno spiraglio. Devo riflettere sulle mie dimissioni!»

«Signor sindaco, La ringraziamo per questa intervista. Dall’ufficio del primo cittadino per oggi è tutto»

“Questo non schioda… e quando molla sta poltrona!”

LA PENSIONE

Piove oramai da diversi giorni. L’aria è intrisa di umidità fredda, di quella che penetra fin nelle ossa.

La pioggia, a tratti scrosciante e violenta, si abbatte sulla città ancora immersa nel dormiveglia mattutino.

Giovanni uscendo dal portone del vecchio edificio dove abita da circa trenta anni, impreca contro quella pioggia incessante. Apre il grande ombrello, che sua moglie gli ha imposto di portare, e anche se lo considera troppo ingombrante, ora deve ammettere che gli è utilissimo per ripararsi dal temporale che si è scatenato.

Saltella tra una pozzanghera e l’altra, mentre un fiume d’acqua defluisce rapidamente lungo i marciapiedi. I tombini saturi di fogliame secco e immondizie non riescono più ad accogliere quel flusso che sta invadendo oramai tutta la carreggiata. L’uomo cerca invano un varco asciutto per poter traversare.

Giovanni finalmente approda sul lato opposto della strada dove campeggia l’Alberone, come affettuosamente lo chiamano gli abitanti del quartiere. Si ferma per alcuni istanti sotto le chiome fluenti dell’albero che lo riparano momentaneamente dalla tempesta. Accanto c’è l’edicola, Giovanni ne approfitta per comprare il giornale e, riponendolo all’interno dell’impermeabile, torna a immergersi nel muro d’acqua che lo aspetta.

Raggiunge la fermata della metropolitana.

Oggi è l’ultimo giorno pensa sorridendo l’uomo.

Giovanni è sempre stato un impiegato modello.

Come tutte le mattine alle otto in punto, da quarant’anni si presenta in ufficio. Percorre l’ampio corridoio dell’antico palazzo e raggiunge la postazione di lavoro.

La sua è una scrivania molto grande, di legno lavorato, unico pezzo superstite di uno studio antico e ora collocata nell’anticamera del dirigente di turno. Non si può sostituire, si tratta di un pezzo d’antiquariato.

Lui è basso e gracilino, quando è seduto dietro quell’enorme tavolone quasi scompare anche per via del suo abito marrone scuro, in sintonia con i colori dell’ambiente.

Possiede tre abiti soltanto, tutti molto simili nel modello e nella tonalità, l’ufficio del personale ha disposto che per le sue mansioni è d’obbligo indossare un certo tipo di abbigliamento. Chi riceve il pubblico deve essere presentabile, dare l’idea dell’ordine e della sobrietà. Vietati i jeans, vietati abiti dai colori troppo appariscenti.

Giovanni è uno degli ultimi rimasti, la sua qualifica di “commesso” è stata rimossa dai moderni profili professionali, riformulati con definizioni complicate, ma vuote di significato.

Il suo compito è semplice: prima di tutto riordinare le scrivanie e svuotare i cestini della carta prima che arrivino gli impiegati di livello superiore, quelli che occupano i posti nelle stanze, le “alte qualifiche”, come lui ironicamente le definisce.

Poi passa all’ufficio corrispondenza dove si ritira la posta e si firma un registro per ricevuta, per evitare ogni tipo di responsabilità nel caso qualche cosa andasse persa.

Le giornate scorrono monotone e sempre uguali, niente imprevisti, niente rogne. Il suo è proprio un lavoro tranquillo. Dopo aver adempiuto alle sue mansioni, si siede e rimane in attesa di qualche chiamata oppure si occupa dei visitatori, dispensando informazioni varie.

Legge il giornale, iniziando dalla cronaca cittadina, la cosa che più lo interessa, saltando a piè pari le pagine della politica.

Il solerte commesso ha visto il suo mondo trasformarsi, anno dopo anno.

Una volta, tanto tempo prima, non esistevano il tornello e il badge, si entrava senza dover oltrepassare barriere elettroniche, senza timbrare cartellini, si andava direttamente nella stanza del direttore per firmare il foglio di presenza.

Già, quelli erano altri tempi, non esisteva quell’aggeggio infernale, su cui tutti ora stanno incollati diverse ore al giorno per “navigare”.

Lui è un uomo semplice, già è stata un’impresa ardua conseguire la licenza della quinta elementare, ma non si sente inferiore nei confronti dei suoi colleghi, tutti lo rispettano e lo stimano.

Domani però sarà un giorno speciale: l’ultimo giorno di lavoro. E’ finalmente arrivato il fatidico momento della tanto attesa e meritata pensione.

Già da un mese ha organizzato tutto, il rinfresco in ufficio e il viaggio che ha promesso di fare a sua moglie.

Povera donna è una vita che aspetta questo momento, ora però, con la liquidazione può permettersi questa pazzia e portarla in crociera, una desiderio che non ha mai potuto realizzare.

Col suo magro stipendio ha cresciuto tre figli, tutti laureati e sistemati. Ha dovuto rinunciare a tante, troppe cose ed è ora venuto il momento di prendersi qualche soddisfazione. Pensa ai suoi colleghi andati in pensione prima di lui. Sicuramente riceverà un bel regalo, i complimenti del suo dirigente e del direttore generale in persona.

Pregusta nella mente quei momenti futuri e prova ad immaginarsi un piccolo discorso, d’obbligo in tale occasione, come hanno fatto i suoi predecessori. Ma lui è un uomo timido, introverso, già si sente un groppo alla gola e cerca di frenare l’emozione, quel momento difficile deve ancora arrivare.

Guarda l’orologio è ora di tornare a casa.

Percorre lentamente la strada a ritroso, al tornello c’è una fila di persone in attesa.

Qualcuno gli posa una mano sulla spalla, qualcun altro gli sorride alludendo al fatto che per lui tutto questo da domani sarà solo un ricordo.

E’ fuori finalmente.

Non gli par vero che la vita stia per cambiare, con la mente fantastica e pensa a tutto il tempo libero che avrà a disposizione. Porterà i suoi due nipotini al parco, aiuterà sua moglie nelle faccende domestiche, uscirà con comodo la mattina per andare a comprare il giornale.

Fuori ancora piove, ma questo non scalfisce minimamente il suo buon umore. Velocemente raggiunge la fermata della metropolitana che da poco ha ripreso a funzionare, alcuni suoi colleghi lo avevano avvertito che forse l’avrebbe trovata chiusa per il solito allagamento.

All’uscita della metro la pioggia fa ancora da sottofondo alle sue fantasie. Oggi davvero non gli importa di questo tempo grigio, con la mente è già proiettato verso lidi assolati. Si immagina in compagnia di sua moglie, sulla prua della nave, ad ammirare la distesa infinita del mare.

Ancora immerso nei suoi pensieri si ritrova di nuovo sotto l’Alberone. Le sue fantasie lo rendono completamente insensibile alle percezioni esterne e non avverte il rumore sordo del grande ramo che d’improvviso si spezza sotto il carico della pioggia insistente.

Giovanni si ritrova inchiodato al suolo, con la parte inferiore del corpo incastrata sotto la pesantissima fronda. Le grida di concitazione e il dolore acuto lo riportano alla realtà. Disteso e inebetito osserva i volti della gente che si affanna intorno; qualcuno sta cercando di rimuovere il ramo. L’edicolante gli è accanto, gli sorregge la testa per proteggerlo dal flusso d’acqua che continua a scorrere intorno al suo corpo. Gli pone domande, ma la confusione ha preso il sopravvento, la sofferenza lo trascina nell’incoscienza, mentre tutti i suoi progetti si dissolvono al ritmo cadenzato della pioggia battente.

 

~ ~ ~

 

Giovanni è seduto sulla sedia a rotelle, sulla quale è immobilizzato da almeno due mesi. Guarda fuori dalla finestra, ripensando con tristezza e malinconia a tutto ciò che è successo da quel maledetto giorno. Finalmente la pensione è arrivata, ma non certo come se l’era immaginata.

Il rimpianto maggiore è di non aver potuto offrire a sua moglie quel meraviglioso viaggio che avevano con tanto entusiasmo programmato.

I suoi colleghi gli hanno consegnato il regalo che avevano preparato per il suo ultimo giorno di lavoro. Un elegante orologio di marca da indossare nelle occasioni speciali.

Lo osserva Giovanni, sul suo polso, scandisce ogni momento della sua grigia esistenza e gli rammenta questo tempo maledetto, sempre uguale, senza sfumature.

Un tempo senza tempo, che sembra non passare mai.

Bentornato Little John

 

 

Little_JohnɈohn Tailor, meglio noto come Little John, per la sua bassa statura, tornò improvvisamente.

Fece il suo ingresso nel saloon di Dodge City, in un afoso pomeriggio di giugno.

Il suo lunghissimo trench color sabbia quasi toccava il suolo, l’ampia falda del cappello nero gli copriva metà volto e ai piedi calzava degli strani stivali con il tacco più alto del normale.

Nessuno lo riconobbe, non ancora.

All’interno del locale pochi avventori, trascinavano chiacchiere biascicate sotto l’effetto del bourbon di pessima qualità. Il pianista strimpellava sul piano scordato, mentre la maitresse sedeva in braccio a un cliente, anche lui completamente ubriaco. Nessuno fece caso al suo arrivo, si accomodò al bancone e ordinò un whisky doppio, che tracannò tutto d’un fiato.

«Questo whisky fa schifo!» disse l’uomo, tirandosi dietro la falda del cappello. Il barista sgranò gli occhi e iniziò a sentire un sudore freddo lungo la schiena.

«Mi.. mi… dispiace» disse mentre cercava inutilmente di reprimere il tremolio alle mani «ora prendo quello buono…» aggiunse allontanandosi alla svelta. Gli uomini presenti in sala aveva smesso di parlare e un silenzio irreale regnava nel saloon, perfino il pianista se ne stava impalato con la bocca aperta per lo stupore.

«Tu! Perché hai smesso di suonare?» chiese Little John al pianista imbambolato. L’uomo abbozzò un sorriso sdentato e si girò, iniziando a strimpellare di nuovo il piano.

«E così sei tornato…» disse una voce proveniente da un angolo del locale. Little John guardò in quella direzione, ma la luce fioca gli lasciava intravedere soltanto la sagoma imponente di un uomo seduto al tavolo, tuttavia la voce gli era familiare, non aveva dubbi sulla sua identità.

«Già… sono un temerario, sono tornato per scontare la giusta pena!» rispose rimanendo appoggiato al bancone mentre dallo specchio osservava con attenzione la sagoma in fondo al locale.

«Allora mi seguirai senza fare storie… suppongo» disse l’uomo alzandosi lentamente, poggiando la mano destra sul calcio della pistola.

«Certo capo…»

«Bene, allora io adesso esco e ti aspetto fuori». La sagoma scura emerse dalla penombra e Little John ebbe conferma dell’identità del suo interlocutore. Il vice sceriffo Clint lo guardò per un lungo istante, dritto negli occhi, poi si girò dirigendosi verso l’uscita, sempre con la mano ferma sul calcio della pistola. Little John si avviò a sua volta verso l’esterno e uscendo scorse affisso alla parete del saloon il manifesto con la sua foto e la taglia per la ricompensa della cattura: 1.000 dollari, niente male!

I due uomini si diressero verso l’ufficio dello sceriffo senza scambiarsi una sola parola.

«Bene bene… guarda un po’ chi abbiamo oggi!» esclamò, lo sceriffo Roosvelt, un ometto molto avanti con gli anni, prossimo ad appendere la stella al chiodo.

«Ora sì che posso lasciare questo dannato posto! Clint, ti nomino sceriffo, te lo sei meritato!»

«No, no… Little John si è consegnato di sua spontanea volontà!»

«Questa sì che è bella! Per tutti i diavoli dell’inferno!» esclamò lo sceriffo «Ti ha dato di volta il cervello? Lo sai che sulla tua testa pende ancora quella taglia…»

«Certo, ho appena visto il manifesto nel saloon… Sono venuto per espirare le mie colpe e pagare il mio debito con la giustizia» così dicendo l’uomo aprì il trench mostrando le fondine delle pistole vuote.

«Clint, accompagna mister Tailor nei suoi appartamenti!»

Il vice sceriffo scortò Little John nella cella in fondo al corridoio, tra il mormorio degli altri detenuti, poi tornò nell’ufficio dove Roosvelt se ne stava sbragato sulla sedia con i piedi poggiati sulla scrivania.

«Dimmi un po’ Clint… questa storia mi puzza parecchio… perché Little John avrebbe dovuto consegnarsi? Sono passati cinque mesi dalla rapina in banca giù a Coffeyville, credo che non lo avrebbero più ripreso oramai…» disse lo sceriffo, lisciandosi i baffoni color argento.

«Hai ragione capo… c’è qualcosa di strano… non credo che quel bandito sia tornato per consegnarsi alla giustizia… teniamo gli occhi aperti!»

Nella grande prigione di stato di Dodge City si trovavano i detenuti che avevano subito già il processo e quelli in attesa di giudizio. Little John fu temporaneamente messo in isolamento e gli fu concessa solamente un’ora d’aria la mattina.

Sam Bass se ne stava rintanato nella sua cella, rifiutandosi di uscire. Qualcuno gli aveva riferito che Little John era tornato e non aveva nessuna intenzione di trovarselo davanti, l’ultima volta che era successo ci aveva rimesso tre dita della mano.

«Sam! Il capo ti vuole a rapporto» la voce del sorvegliante lo fece sobbalzare.

«Io? Ma sei sicuro? »

«Avanti alza quel culo e andiamo!» l’uomo aprì la porta della cella per farlo uscire. Ad attenderlo c’erano altri due sorveglianti con le carabine spianate. Sam Bass fu condotto nell’ufficio dello sceriffo.

«Ciao Sam» Roosvelt lo attendeva alla scrivania, fumando uno dei suoi puzzolenti sigari. L’ambiente era saturo dell’odore acre del fumo e Sam iniziò a tossire violentemente.

«Hei ragazzo, hai la salute cagionevole?»

«No capo… non sopporto il fumo» si giustificò l’uomo.

«Anch’io non sopporto il puzzo degli avanzi di galera…» rispose sorridendo lo sceriffo, lisciandosi i baffoni color argento.

«Ma parliamo di cose serie… hai saputo che Little John è tornato?»

«Sì capo, ho sentito» rispose cauto Sam.

«Non è per caso che la sua comparsa inaspettata riguarda la rapina che avete fatto insieme?»

«No, non credo… capo»

«Facciamo così… se per caso Little John ti fa qualche confidenza corri subito a raccontarcela ok? Affare fatto?» Roosvelt studiava attentamente la reazione dell’uomo.

«Io… certo sì, capo»

«Bene… ah, ti volevo anche avvertire che da oggi cambierai alloggio…» disse lo sceriffo sorridendo.

«Come?» chiese impaurito Sam «ma io mi trovo benissimo dove sto ora!»

«Sì, ma non preoccuparti… è una cosa temporanea, abbiamo bisogno di dare una ripulita a quella cella puzzolente». L’uomo abbassò lo sguardo e non trovando altro da dire seguì la guardia verso l’uscita, il colloquio era finito.

«Vediamo se ne ricaviamo un ragno dal buco» disse lo sceriffo rivolgendosi al suo vice «quei due non me la raccontano giusta, il bottino della rapina non è mai stato trovato e ho il sospetto che questo c’entra con il ritorno di Little John»

«Sì capo, credo anch’io che li dobbiamo tenere d’occhio e metterli insieme è stata un’ottima idea».

Sam Bass fu scortato davanti alla sua nuova cella, qualcuno aveva già provveduto a spostare i suoi effetti personali. L’uomo rimase impietrito appena vide il suo nuovo compagno.

«Ciao Sam, come te la passi?» Little John se ne stava seduto sul bordo della branda e nonostante l’ostentato sorriso, nel suo sguardo balenava qualcosa di sinistro.

«Che tu sia dannato Clint! Non lo riprenderemo mai quel bastardo!» disse lo sceriffo Roosvelt rivolgendosi al suo vice, mentre camminava nervosamente avanti e indietro nell’angusto ufficio.

«Barton dice che Little John si è messo a urlare… dicendo che il suo compagno di cella stava soffocando… allora la guardia è entrata e quel maledetto lo ha colpito sulla testa mentre era curvo a controllare Sam Bass…il poveraccio respirava appena…» rispose il vice sceriffo, ancora sconvolto da quanto successo poco prima dell’alba.

«Già…quando ho accompagnato il dottore, Sam Bass ha biascicato qualcosa di incomprensibile…e poi è spirato! Quel gran figlio di puttana invece ha preso il fucile e si è dileguato nel nulla… COME E’ POSSIBILE!» il volto dello sceriffo era paonazzo dalla rabbia, tutti i presenti si erano ammutoliti e nessuno aveva il coraggio di parlare.

«Capo… io penso che fosse già tutto organizzato, probabilmente Little John aveva dei complici ad attenderlo fuori… ecco perché si è allontanato così velocemente»

«Tu!» disse Roosvelt rivolgendosi a uno degli uomini presenti nell’ufficio, «raduna almeno dieci dei migliori tiratori e RIPORTAMI QUEL FOTTUTO BASTARDO!»

 

⃰   ⃰   ⃰

 

Il sole alto nel cielo irradiava un calore intenso sul terreno arido scosso dallo scalpitio dei cavalli. Dopo ore e ore di marcia nel deserto, uomini e bestie erano stremati dalla stanchezza e il caldo amplificava la fatica.

«Capo… sei sicuro che stiamo andando nel posto giusto?» chiese uno degli uomini rivolgendosi a Little John, ritto sulla sella, con la fronte imperlata di sudore, ma imperterrito nel proseguire il cammino.

«Certo che sono sicuro, gli ho fatto tirare fuori il rospo a quel figlio di puttana di Sam!»

«Sì, ma anche dopo la rapina, quel giorno che gli mozzasti le dita… ti aveva rivelato il nascondiglio… e invece non abbiamo trovato nessun malloppo!»

«Stai sicuro… gli ho detto che sarei andato a cercare sua moglie… e non vorrei essere nei panni di quella bagascia se scopro che mi ha mentito di nuovo!»

L’uomo appollaiato dietro la rupe osservava il gruppo di uomini avvicinarsi e decise che avrebbe atteso ancora qualche istante. Poggiò la pesante carabina sulla spalla e prese la mira. Poco dopo ad uno a uno gli uomini a cavallo iniziarono a cadere giù come le sagome di un tiro a bersaglio. Little John lanciò il suo stallone al galoppo e riuscì a raggiungere uno sperone di roccia, dietro al quale si gettò per schivare i proiettili che lo inseguivano. Si scaraventò giù dal cavallo, rannicchiandosi contro le pietre, poi con prudenza sollevò la testa al disopra del masso, cercando di capire la direzione da cui provenivano gli spari, ma un colpo di fucile gli portò via il cappello. D’improvviso la pioggia di proiettili cessò, sulla landa desolata cadde un silenzio mortale. Little John si rese conto di aver perso tutti i suoi uomini e di essere rimasto in balia di quel misterioso pistolero.

Non aveva altra scelta che attendere la notte per allontanarsi.

Il buoi totale gli consentì di fuggire indisturbato, sapeva che doveva dirigersi verso nord e con il fresco riuscì a percorrere un lungo tratto di strada su un sentiero fra le rocce. L’uomo lo seguì da lontano, conosceva bene la destinazione che il bandito tentava di raggiungere.

L’alba colse Little John ancora in cammino, la meta era oramai vicina, lo sperone roccioso finiva in un’ampia vallata battuta dal sole, da percorrere completamente allo scoperto. L’uomo si fermò sulla cresta rocciosa più alta, dove con lo sguardo dominava la valle.

Vide il bandito arrancare lentamente nello spazio aperto. Pareva non reggersi più in piedi, poi cadde in avanti, si rialzò e cadde di nuovo perdendo il cappello, tentò allora di spostarsi a carponi sulle zolle rossastre del terreno arido, mentre il sole a picco gli prosciugava quelle poche energie residue.

Un bersaglio facile, fin troppo.

L’uomo canuto si sdraiò poggiando il Winchester su di un sasso, sorrise pensando a tutti quei soldi sepolti sotto la sabbia e a come li avrebbe spesi, fino all’ultimo cent.

Prese la mira e prima di tirare il grilletto si lisciò i suoi grandi baffoni color argento…

L’EREDITA’

Senza titolo-1Le immagini correvano veloci, davanti al mio sguardo distratto, incorniciate dal finestrino del treno, ed era come osservarle su di uno schermo. Attraverso il velo opaco delle minuscole gocce di umidità potevo intravedere la campagna grigia, ancora umida di pioggia: i filari degli alberi, le balle di fieno sui campi di grano e le colline in lontananza. Tutto di quel paesaggio risvegliava in me ricordi lontani, che credevo di aver dimenticato… emozioni, sensazioni sopite dal tempo, adagiate sul fondo dell’anima, rimosse dalla memoria recente.

Ritornare.

Quel pensiero mi aveva ossessionato per giorni e per notti, ma dovevo affrontare le mie questioni in sospeso, riesumare i fantasmi del passato, fronteggiare le mie paure. Due mesi prima avevo ricevuto quella lettera e il baratro del passato mi aveva di nuovo risucchiato nel suo antro oscuro. Mia nonna aveva lasciato un testamento, che per sua volontà si sarebbe dovuto dieci anni dopo la sua morte, e io, unico erede, avrei dovuto presenziare all’apertura e alla lettura. Immaginavo che forse mi avrebbe lasciato qualcosa in eredità.

Ma io non volevo nulla da lei.

Pur rinunciando avrei dovuto comunque recarmi presso il notaio dove era stato depositato l’atto, e purtroppo la sede si trovava nella mia città natale. Mi ero messo in viaggio, con mille angosce e paure, con la consapevolezza che ciò che avevo cercato di allontanare il più possibile, fosse ancora là, ad aspettare me.

Finalmente dopo una giornata intera di viaggio giunsi a destinazione. Alloggiai in una modesta pensione in periferia e il giorno seguente presi contatto con il notaio. Poi mi addentrai per le strade di quella città, che ora sentivo completamente estranea e vagabondai senza una meta, in compagnia dei miei tristi ricordi. Nel primo pomeriggio assistetti all’apertura del testamento, ero stato designato unico erede universale.

«Ma signor Landi è sicuro della sua decisione?» mi chiese stupito il notaio.

«Lo, so, forse devo sembrarle un pazzo… ma ho tagliato i ponti con il mio passato e con la signora Corsi…» chiamarla per nome mi permetteva di tenere le distanze.

«Non riesco nemmeno a immaginare le sue motivazioni» continuò l’uomo «ma le assicuro che sta facendo una sciocchezza. Segua il mio consiglio…»

«Se posso, mi dica» risposi infastidito, la conversazione stava per prendere una brutta piega.

«Guardi, si dia del tempo, prima di decidere definitivamente, diciamo… un paio di giorni. Domani mattina l’accompagno nella villa di sua nonna. Lei forse saprà che è rimasta chiusa per quasi vent’anni… vorrei mostrarle cosa ne è rimasto. Quell’immobile ha un valore enorme, all’interno ci sono anche dei quadri e del mobilio di un certo rilievo… è un vero peccato che sia stato tutto abbandonato. Da quando sua nonna si trasferì nella casa di cura nessuno dei suoi parenti più prossimi si è mai interessato a quella proprietà!»

«Lo so… conosco bene quel posto, purtroppo. Ma vede, io non ho nessuna intenzione di tornarci. Ho già il biglietto di ritorno, il treno parte domani alle undici e per quell’ora intendo chiudere questa faccenda» risposi, sempre più inquieto. Avrei voluto alzarmi all’istante e correre via, fuggire da quel posto, dai quei brutti ricordi che ora stavano riaffiorando nel momento in cui il notaio aveva accennato alla villa.

D’un tratto la voce dell’uomo si fece sempre più indistinta, non riuscivo più a decifrare le sue parole, ero come risucchiato in un vortice di flash back. Non erano immagini nitide, piuttosto sensazioni, odori, colori e urla… le SUE urla.

«Signor Landi… mi sta ascoltando?» Un salto con la mente e d’improvviso la voce dell’uomo mi riportò al tempo presente. Il suo sguardo era fisso su di me, con aria interrogativa continuava a chiedermi se tutto andasse bene.

«Sì, certo, non si preoccupi… ho solo un gran mal di testa» risposi cercando di mascherare il mio malessere interiore.

«Inoltre, la signora Corsi mi ha incaricato di darle questa…» disse l’uomo porgendomi una busta.

«Di che si tratta?»

«Credo che sia una lettera… che doveva essere consegnata in occasione dell’apertura del testamento». Allungai la mano tremante, quasi avessi paura di toccare qualcosa di nocivo, di pericoloso. Riconobbi all’istante il profumo che emanava la carta, lo avevo respirato per anni.

Carissimo Lorenzo,

quando leggerai questa lettera saranno passati dieci anni esatti dalla mia dipartita. Avrai di sicuro superato le tue difficoltà e risolto i tuoi problemi, ti abbiamo fornito tutti i mezzi necessari affinché tu affrontassi la tua malattia, senza badare a spese e sono certa che tutto è andato a buon fine. Per questo motivo ritengo che tu debba rientrare in possesso di quell’oggetto a cui tenevi tanto, per ricordarti di come eri e di come invece ora sei cambiato. Ti auguro un’esistenza felice, come quella che abbiamo avuto tuo nonno ed io.

Un grande abbraccio. Tua nonna Alice.

Se in quel preciso momento mi avessero inferto una coltellata non sarebbe stata tanto dolorosa quanto l’immagine che comparve nella mia mente. Come un lampo che ti acceca improvvisamente lo sguardo, rividi l’oggetto che tanto gelosamente avevo custodito, durante i primi anni della mia triste infanzia. Quell’oggetto che avevo tenuto nascosto e tenuto stretto al petto, con il terrore che LEI prima o poi me lo avrebbe portato via strappandomelo dalle mani con violenza, come sempre, come ogni volta che voleva punirmi, per quel mi modo di essere “diverso” dagli altri.

«Va bene, allora andiamo…» Le parole fluirono dalla mia bocca quasi inconsapevolmente, rimasi io stesso sorpreso, eppure il mio cuore mi aveva battuto sul tempo, il mio cuore mi stava guidando verso quel passato da cui avrei voluto fuggire.

Il giorno seguente ci ritrovammo direttamente davanti al portone dell’antica villa. Quella scritta campeggiava in cima, ancora così incredibilmente nitida:

LE CRITICHE SONO FACILI, L’ARTE E’ DIFFICILE.

L’aveva fatta incidere mio nonno, il quale era sempre stato polemico e dispotico nei confronti di tutti, compresi i suoi familiari. Un uomo tutto di un pezzo, che lavorava sodo, dalla mattina alla sera e non accettava critiche sul suo operato e su come la pensava su certi argomenti e proprio per sottolineare il suo atteggiamento intransigente aveva pensato bene di ricordarlo a tutti quelli che varcavano la soglia di casa sua.

Il notaio armeggiò con la chiave e dopo un paio di spintoni il portoncino della villa si aprì leggermente, cercammo allora di spingere entrambi per poter entrare. Dietro le ante un accumulo enorme di foglie secche formava una sorta di barriera e quando riuscimmo ad entrare constatammo che l’intero cortile era in uno stato di pietoso abbandono. Il mio cuore si fermò per una frazione di secondo, o almeno ebbi questa impressione, mentre osservavo il degrado circostante, ripensando a tutto il tempo che avevo trascorso in quello che una volta era un bellissimo giardino, curato personalmente da mia nonna. Mi ricordo ancora del roseto, di quelle fragranze e di quei colori che inondavano l’ambiente e che stridevano con il suo piglio severo, con quel suo sguardo perennemente duro, che sembrava ammonirmi qualsiasi cosa facessi.

La villa, nel suo aspetto così sinistro e decadente, si intravedeva tra i rami dei pioppi, cresciuti a dismisura, e man mano che mi avvicinavo la riscoprivo in tutta la sua maestosità. Le pareti scrostate erano ricoperte per la maggior parte da una vegetazione fitta e selvaggia, che la teneva imbrigliata come in un bozzolo verdeggiante, e quella visione alimentò ancor di più il mio disagio interiore.

A fatica ci avvicinammo all’enorme portone di mogano scuro, camminando su un tappeto di foglie morte e il notaio fu costretto a strappare l’edera che si era avvinghiata intorno ai battenti, nascondendo alla vista anche la serratura.

Un tanfo nauseabondo ci investì appena varcata la soglia, sentivo lo stomaco in subbuglio e la necessità impellente di vomitare, e lo avrei fatto, se non mi fossi imposto di eludere quello stimolo inopportuno.

Tutti i mobili erano ricoperti da enormi teli bianchi e alle pareti i quadri s’intravedevano sotto la coltre trasparente di cellophane, mentre dal soffitto pendeva un enorme lampadario di cristallo completamente imbrigliato da centinaia di ragnatele. Uno spettacolo orribile.

Mi ricordavo la solarità di quel luogo, vent’anni prima, quando tutto era così perfetto, e quel pavimento di marmo rosa, ora di un colore indecifrabile, sul quale risplendeva il riflesso di mille gocce di cristallo. I mobili lucidati a specchio e la stanza sempre piena di fiori freschi, che mia nonna coglieva ogni mattina. Ora tutto appariva così tetro, la patina di polvere scura ricopriva ogni cosa, annullando i colori, rendendo tutto uniformemente grigio. Ci apprestammo a salire nel piano superiore, percorrendo l’ampio scalone di marmo, ingombro di detriti caduti dal soffitto. La prima stanza, lo studio del nonno, aveva la porta spalancata. Mi ricordo che mi era severamente proibito entrare e soprattutto non mi era consentito di toccare la collezione di macchine fotografiche che mio nonno teneva sulla sua grande scrivania di mogano. Quegli oggetti, venerati come reliquie, erano ancora nel medesimo posto e nella stessa posizione, nessuno aveva osato spostarli, neanche dopo la sua morte. Erano ricoperti da uno spesso telo di cellopahne, che con molta cura tirai via.

Proseguimmo il giro nelle altre stanze, alla ricerca di quell’oggetto che volevo ritrovare, a ogni costo. Passammo davanti alla camera dove mia nonna aveva l’abitudine di rinchiudermi quando mi comportavo male, o almeno questa era la sua convizione. Davanti a quella scena provai sofferenza e per un istante fui riportato indietro negli anni. La stanza era semidistrutta, come se fosse passato un ciclone, spazzando via ogni cosa, e in quella desolazione erano rimasti solo una sedia e il letto, sul trascorrevo ore e ore con gli occhi fissi al soffitto. Mi avvicinai e provai la stessa identica sensazione di quando me ne stavo in silenzio, rinchiuso in quell’angusto antro, costretto a meditare sul mio comportamento, che mia nonna definiva “deviato”. Alla fine ci avevo davvero creduto, ero giunto alla conclusione che lei avesse veramente ragione e che la mia malattia fosse grave e inguaribile. Che pazzo ero stato!

Mi allontanai in fretta, sempre con il silenzioso notatio al seguito, alla ricerca frenetica di quell’oggetto. Forse sapevo dove trovarlo. Nello stanzino adibito a ripostiglio vidi infine quello che cercavo. Mi ricordavo di averla nascosta in una cesta vicino alla finestra. Avevo sentito mia nonna arrivare, i suoi passi e il suo bastone battere ritmicamente sul pavimento del corridoio e l’avevo infilata nel primo posto possibile. Era il mio ultimo giorno in quella casa, prima di essere mandato in collegio.

Sapevo che non avrei potuto portare la bambola nel posto dove andavo e lasciarla mi avrebbe aiutato a “guarire” dalla mia malattia. I miei nonni si erano prodigati molto, facendomi visitare da importanti luminari della medicina e tutti avevano concordato che ero ancora in tempo per correggere le mie devianze, ma avrei dovuto farlo in un ambiente adatto, attrezzato per quel genere di problematiche.

Presi la bambola con mani tremanti, quante volte mia nonna me l’aveva strappata via, gettandola contro il muro o sul pavimento con disprezzo e urlandomi che non dovevo tenerla, non potevo giocarci come una “femminuccia”.

Il notaio mi osservava, ostentando indifferenza, ma avvertivo lo stesso disprezzo nel suo sguardo. Non sapevo che farne, di quell’oggetto. Avrei potuto tenerlo, ma in quel caso mi avrebbe procurato una sofferenza infinita, ogni qualvolta lo avessi soltanto guardato, oppure gettarlo via, cercando di rimuovere dalla memoria quel periodo buio e triste della mia vita. Sapevo che in entrambi i casi tutto sarebbe stato inutile, non si può cancellare ciò che si è vissuto. La lasciai in quel posto, insieme ai miei ricordi.

In silenzio tornammo nel salone e poi di nuovo in giardino. Il mio unico pensiero era quello di fuggire via, il più presto possibile. Al diavolo la villa, i mobili e i quadri di valore… al diavolo i suoi soldi, quei maledetti soldi con cui LEI mi aveva tenuto rinchiuso dieci anni della mia vita, in quella sorta di manicomio di lusso, dove intendevano “curare” la mia malattia.

«Signor Landi…»

«No la prego, ne ho abbastanza… forse faccio in tempo a prendere il treno delle diciotto… ora andiamo, firmo quello che c’è da firmare e me ne vado» con quella frase volevo inibire qualsiasi tentativo da parte del notaio di convincermi a ritornare sulla mia decisione. Ci avviammo verso l’uscita, poi mi ricordai di una porta secondaria sul retro della villa che dava su un piccolo bosco.

«Un attimo soltanto, vorrei vedere una cosa, Lei mi aspetti pure qui, torno subito». Mi era tornato in mente che prima di andarmene defintivamente avevo compiuto un gesto per far dispetto a mia nonna. Avevo rubato di nascosto un paio di scarpe, a cui lei teneva in particolare, perché le ricordavano la sua giovinezza. Le custodiva nel suo armadio, in una scatola fucsia, come il colore delle scarpe. Ricordo che le presi e corsi via nel boschetto, portando con me un martello per inchiodarle all’albero più grosso. Quel gesto era una sorta di vendetta nei suoi confronti, per ripagarla con la stessa moneta. Lei mi aveva portato via la mia bambola e io le sottraevo degli oggetti a cui le teneva molto.

Raggiunsi il notaio e tornammo allo studio. All’improvviso ebbi un’idea folgorante. Comunicai al notaio che avrei accettato l’eredità, ma per devolverla interamente a un’associazione a che li avrebbe utilizzati per aiutare persone che avevano avuto i miei stesi problemi. Il notatio non osò formulare domande o fare considerazioni, prese le carte firmate e ripose la cartellina nello schedario. Mi salutò, augurandomi buon viaggio.

Alle diciotto in punto il treno partì dalla stazione. Ero esausto. Chiusi gli occhi nella speranza di potermi riposare e scaricare tutto lo stress accumulato in quelle poche ma intense ore.

Feci un sogno. Mi trovavo nel boschetto dietro la villa e luce aveva un aspetto strano, non sapevo se fosse giorno o notte. Improvvisamente dagli alberi iniziarono a staccarsi migliaia di fogli bianchi, che vorticandomi intorno, rimanevano sospesi nell’aria. Avevo la sensazione di essere immerso in una tempesta e cercavo di allungare una mano verso quei fogli per prenderne uno, ma mi sfuggivano continuamente. Più tendevo le braccia verso l’alto, più i fogli si allontanavano, riuscivo soltanto a vedere l’intestazione, scritta a caratteri cubitali: CARISSIMO LORENZO

Il fischio del treno mi svegliò di colpo. Dopo qualche secondo di smarrimento mi ripresi da quella sorta di incubo, che mi ottundeva la mente. Mi ero illuso, per un attimo, che tutta quella storia fosse stato solo un lunghissimo sogno, ma il treno mi riportò subito alla realtà dei fatti.

Fuori dal finestrino il paesaggio continuava a scorrere indolente, mentre all’orizzonte il sole si apprestava a declinare dietro le sagome scure degli alberi. La campagna andava assumendo un aspetto ancor più malinconico. I ricordi scorrevano veloci nella mia mente, e come in un rewind impazzito ripercorrevo la mia infanzia. Non sono mai guarito dal mio “male” e vivo la mia vita nella consapevolezza che sono le scelte coerenti a forgiare la personalità di ciascuno di noi. Sono ancora convinto che mia nonna intendesse farmi un regalo per la mia futura “redenzione” e attendere oltre dieci anni dopo la sua morte, le avrebbe garantito la sicurezza della mia guarigione… Pura illusione, la natura interiore non si può domare, la puoi nascondere forse, perché essere coerenti, soprattutto con se stessi è davvero la cosa più complicata in questo stupido mondo. Sorrisi immaginando che faccia avrebbe fatto se avesse potuto vedere a quale scopo era stata devoluta la sua cara e preziosa eredità.

PULCHERRIMA

PulcherrimaL’uomo e la bambina seduti uno accanto all’altra, osservavano il cielo in religioso silenzio. Il sottofondo ritmico delle onde del mare si fondeva con il battito dei loro cuori, l’oscurità intorno esaltava lo scintillio della notte trapuntata da una miriade di punti luminosi, come diamanti adagiati su un manto di velluto nero.

«Papà quanto sono lontane le stelle?» chiese la bambina rompendo quel silenzio magico.

«Lontanissime Livia… anni luce!»

«E quanto è un anno luce?»

«Non ti basterebbero dieci vite per raggiungerle! Ora ti faccio vedere una cosa». L’uomo avvicinò il volto a quello della bambina e con il dito le indicò un punto nella volta celeste.

«Lassù ci sono delle stelle che formano un disegno, sembra un carro, lo vedi?» Livia si concentrò, strizzando gli occhi alla ricerca dell’immagine descritta dal padre.

«Eccolo! Lo vedo!» la bambina indicò il Gran Carro dell’Orsa Maggiore.

«Benissimo! Ora se segui con lo sguardo la coda del carro potrai vedere una specie di aquilone». Livia allungò il collo ma non riuscì a scorgere nulla. Delusa ricadde seduta accanto a suo padre.

«Livia non ti imbronciare le stelle sono miliardi! Ti sei accorta che solo in questo posto possiamo vederne così tante? In città non sarebbe possibile».

«Ma io voglio vedere l’aquilone!» si lagnò la bambina tornando a scrutare il Carro, che invece riusciva a distinguere molto bene.

«Ascolta Livia, prova a immaginare questo aquilone, devi sapere che una delle stelle che formano questo disegno è una stella doppia».

«Stella doppia? Che vuol dire» chiese lei incuriosita.

«Si tratta di una stella gemella, formata da due corpi celesti che osservati dalla Terra appaiono come un’unica stella!»

«Allora deve essere una stella gigante! Non si può vedere?»

«Purtroppo ci vorrebbe un piccolo telescopio, un giorno andremo in un posto dove possiamo osservarla, ma devi sapere che Pulcherrima è il suo nome ed è composta da due stelle: la più grande di color arancio e l’altra di un intenso azzurro».

«Pulcherrima?» chiese Livia

«Sì, Pulcherrima cioè “la più bella”… Noi due siamo come questa stella gemella: io quella color arancio, la più grande e tu quella più piccola, uno splendente diamante azzurro!»

«Davvero? Siamo così?»

«Certo e come loro, noi saremo uniti per sempre… Ti prometto che qualunque cosa accadrà in futuro, io ti proteggerò, sarò sempre al tuo fianco anche quando gli eventi della vita ci separeranno… Allora tu guarderai la nostra stella e saprai che io sarò accanto a te». L’uomo le cinse le spalle stringendola forte a sé.

Un velo di tristezza passò nei suoi occhi e le stelle parvero sfuocarsi davanti allo sguardo, ma fu solo un attimo, il cielo tornò a risplendere di una luce ancor più intensa.

~ ~ ~

Trascorsero veloci gli anni Livia si trasferì in un un’altra città e iniziò a frequentare l’università iscrivendosi a un corso di scienze matematiche e fisiche con indirizzo in astronomia e astrofisica. La curiosità innescata da suo padre nei confronti dell’universo e dei corpi celesti l’aveva portata a cercare di approfondire quella che era diventata con gli anni una vera passione. Suo padre l’aveva condotta spesso all’osservatorio astronomico dal quale aveva potuto finalmente guardare la sua Pulcherrima e tantissime altre costellazioni.

Livia era costretta a stare lontano dalla sua famiglia e questo la rendeva triste, specialmente dopo che suo padre aveva iniziato a dare inequivocabili segni di disagio. Quelle poche volte che tornava a casa constatava il suo peggioramento. Suo padre aveva perso progressivamente la memoria, non ricordava più i fatti, le cose accadute di recente, appariva spaesato e a volte perdeva anche il senso dell’orientamento. L’uomo, pur essendo ancora giovane, aveva mostrato i primi effetti di una demenza precoce che con il tempo sarebbe degenerata repentinamente fino a cancellargli totalmente la memoria.

Questo pensiero orribile era per Livia una spina nel cuore, sapeva che prima o poi quel momento sarebbe arrivato.

Conseguì la laurea a pieni voti, poi si trasferì all’estero per un dottorato di ricerca allontanandosi ancor di più da casa e da suo padre.

Come le pagine di un libro sfogliato dalla furia del vento, i suoi giorni trascorsero velocemente uno dietro l’altro, tra gli impegni della ricerca, delle conferenze e della sua brillante carriera.

Suo padre aveva perso completamente il contatto con la realtà, con il suo passato, i suoi familiari, la sua casa. Tutti i suoi ricordi erano stati spazzati via da quell’orribile morbo, che separa gli uomini dal mondo esterno e annienta lentamente l’anima e il pensiero.

Contro il parere dei suoi familiari Livia prese suo padre e in una tiepida serata primaverile lo condusse nel posto, dove tanti prima, l’uomo le aveva indicato la stella gemella.

Il mare era sempre lo stesso, lo stesso sottofondo ritmico che accompagnava i loro respiri e il battito dei loro cuori. L’uomo sedeva mesto, con l’aria assente e con le braccia abbandonate sulle ginocchia osservando la distesa liquida color della pece, in religioso silenzio.

«Papà, ti ricordi tanti fa… mi hai portato in questo posto e mi hai fatto vedere il Carro dell’Orsa Maggiore». Livia prese dolcemente la mano di suo padre e con l’altra provò a indicare la volta stellata. L’uomo immobile non dava alcun cenno di risposta, il vuoto assoluto ottenebrava i suoi pensieri.

«E poi… mi hai parlato della stella gemella, ricordi papà?» continuò imperterrita Livia, mentre un nodo le serrava la gola e l’emozione traspariva dal tremore della voce.

«Mi dicesti che io e te, saremmo stati come quelle due stelle, inseparabili… tu saresti stato la più grande, quella che mi protegge e io quella più piccola, il tuo diamante azzurro».

Lacrime amare tracimarono impetuose, Livia non riuscì a trattenere il suo dolore. Davanti ai suoi occhi apparve chiaro il ricordo di quella notte stellata, di quella notte in cui suo padre le parlò di Pulcherrima e le fece quella promessa.

«Mi dicesti che io te saremmo stati sempre insieme a qualsiasi costo e nonostante tutte le cose brutte della vita… Ti ricordi papà?» Il respiro dell’uomo continuava a essere leggero e regolare, non un segno, non un cenno che potesse far capire se quelle parole fossero realmente giunte al suo cuore. Livia cinse le spalle di suo padre, come fece lui in passato e lo strinse più forte a sé.

«Pulcherrima… la nostra stella» gli sussurrò Livia.

Improvvisamente l’uomo ebbe un sussulto, girò lentamente il volto verso la ragazza.

«Sì, Pulcherrima… la più bella!» pronunciò sottovoce quella frase, mentre un debole sorriso sembrò affiorargli sulle labbra aride. Poi rivolse lo sguardo al cielo e con un braccio accennò a indicare un punto indefinito.

Livia sorrise ed ebbe la certezza che suo padre aveva mantenuto la promessa.

Lui era ancora accanto a lei, lui soltanto era e sarebbe stato per sempre la sua stella protettrice, malgrado le avversità e quel mostro che teneva prigioniera la sua mente.

Pulcherrima, “la più bella”, avrebbe continuato a brillare nell’universo infinito per l’eternità.

THE BLACK MAN

L’uomo nero fece il suo ingresso nel piccolo villaggio.
Avvolto nella calura abbacinante del primo pomeriggio, lo straniero procedeva con andatura lenta. Nonostante il caldo soffocante indossava un lungo pastrano e un cappello a falde larghe che teneva in ombra lo sguardo. Due grandi colt argento scintillavano dalle fondine lucide poste lungo i fianchi. Sbuffi di polvere bianca si alzavano ad ogni passo del poderoso stallone.
Lo straniero, seguito dallo sguardo incuriosito dei pochi passanti, si arrestò davanti all’unico saloon in quell’agglomerato di casupole che si snodava lungo l’unico polveroso stradone di Corridor City.
Smontò dalla sella ed entrò nel locale. Sparuti avventori si voltarono quando la sua figura scura si stagliò in controluce dietro le porte a vento. In un attimo egli valutò la situazione, entrò con passo sicuro e cadenzato, il tintinnio degli speroni sembrava imitare il verso di un cobra proteso all’attacco.
Prese posto al bancone mogano scuro e ordinò una birra. L’uomo grassoccio, con il volto paonazzo lo guardò in cagnesco, gli stranieri non erano benvenuti perché portavano solo guai! Riempì il bicchiere e gli voltò le spalle continuando ad osservarlo dal grande specchio sulla parete. L’atmosfera era tesa e qualcuno teneva già la mano in prossimità della fondina.
Con cauti movimenti lo straniero estrasse dalla tasca un foglio ripiegato e iniziò ad aprilo sul bancone.
«Sto cercando quest’uomo, lo hai mai visto?» chiese rivolgendosi al barista.
«No, no… mai visto prima» rispose l’uomo e il suo volto si fece ancor più rosso.
«Ne sei davvero sicuro? Guarda meglio!» Lo sguardo di ghiaccio dell’uomo nero si piantò in quello impaurito del barista, il labbro inferiore iniziò a tremare. Scosse il capo in senso di diniego e senza rendersene conto arretrò di un passo.
L’uomo nero rimase in silenzio. Ripiegò diligentemente il foglio e lo rimise in tasca.
«Avete camere libere?» chiese cambiando discorso.
«Non saprei… devo controllare» rispose allontanandosi il barista.
«Beh, vedi di trovarmene una … ho fatto un lungo viaggio e ora ho assolutamente bisogno di riposare» lo sguardo gelido dell’uomo nero riemerse dalla penombra del cappello e colpì il poveretto come un dardo.
«Sì, sì… ecco la chiave, la numero 10, al secondo piano».
L’uomo nero si alzò e lentamente si diresse verso la scala di legno. Il barista lo seguì con lo sguardo e contemporaneamente alzò una mano facendo un cenno alla ragazza seduta in fondo al locale. La rossa si alzò e sfoderando un gran sorriso raggiunse lo straniero.
«Ciao bel cowboy, ti posso accompagnare? Sai il corridoio è lungo …» Il sorriso le si spense sulle labbra quando l’uomo nero mostrò il suo volto, fulminandola con i suoi occhi color ghiaccio. La ragazza rimase impietrita e senza dire una parola si girò e corse via.
Non appena lo straniero scomparve dalla loggia il barista chiamò uno dei giovani avventori comunicandogli qualcosa a bassa voce. Il messaggio doveva essere trasmesso in fretta quindi il ragazzo uscì di corsa dal locale.
L’uomo nero odiava le donne, ogni tipo di donna, perfino sua madre. Quella rossa poi le aveva fatto tornare in mente Bet: sua moglie che era scappata via dieci anni prima all’improvviso.
Le donne erano un capitolo chiuso, definitivamente!
Il corridoio era molto lungo. Il gringo che egli cercava si nascondeva in una di quelle stanze, ne era sicuro. Mano alla pistola si diresse vero la prima porta. Il tintinnante passo da cobra divenne felpato. Con una balzo felino fu nella stanza, ma nella penombra intravide solo un letto vuoto, intatto. Richiuse piano la porta e si apprestò a quella di fronte. Spalancandola scorse un uomo nudo, in piedi davanti al letto, intento a farsi sollazzare da una bionda.
«Ho sbagliato stanza…» si scusò e sogghignando richiuse la porta.
Davanti alla terza si arrestò, gemiti e sospiri provenivano dall’interno. Aprì e si ritrovò davanti al talamo, dove avvinghiati giacevano un uomo e una donna. Con molta calma prese la mira, i due non si erano accorti della sua presenza. Il dito già scivolava sul grilletto quando la rossa riemerse dal groviglio di corpi.
Bet lo guardò stupefatta.
L’uomo nero rimase paralizzato. Il volto della donna si fece largo nella sua mente. Un tuffo al cuore.
Nel frattempo il gringo si rese conto del pericolo, si buttò giù dal letto e approfittando della momentanea paralisi dello straniero fuggì nel corridoio.
Una frazione di secondo, una sola gli fu fatale. Gli scagnozzi del gringo giunsero alle sue spalle.
Lui, l’uomo di ghiaccio, senza macchia e senza paura, aveva ceduto all’emozione.
Forse neanche avvertì il colpo alla nuca, mentre come ipnotizzato teneva lo sguardo fisso sul volto terrorizzato di Bet.
L’ultimo pensiero fu un lontanissimo ricordo del passato: il sorriso dolce di sua moglie.