Bobbi. Una storia vera


Bobbi era uno dei cani da caccia del mio nonno materno. Dalla mia nascita era il terzo. Andavo volentieri dai nonni, che vivevano in un piccolo paese agricolo della Marsica, perché da loro si stava all’aria aperta e c’erano tanti animali da cortile. Il primo cane di nonno che io conobbi si chiamava Giancarlo, per tutti Giancherino, un bel setter inglese bianco e nero. Gliel’aveva lasciato un cacciatore che non era più tornato a riprenderlo. Mi piaceva Giancarlo anche se non considerava molto noi bambine. Lui era un cane da lavoro, non poteva perdere tempo a giocare. Un bel giorno, una domenica che andammo a trovarli, mi venne incontro un festante cagnolino. Nonno mi disse: «Questa è Lola», mentre la cagnetta faceva salti acrobatici per raggiungermi il viso e leccarlo. Lola era un bracchetto marrone e, quando crebbe, ebbe una cucciolata di ben dodici cagnolini. La trovai io nel fienile mentre stava partorendo. Corsi dentro gridando che Lola aveva avuto i figlioletti e nessuno mi credeva.

«Che ne capisci di queste cose», disse nonno ma, visto che insistevo, mi venne dietro e constatò che avevo capito bene.

Andammo via, con la mia famiglia, e rividi l’unico figlio rimasto di Lola quando era già grandicello. Nonno aveva regalato gli altri a cacciatori suoi amici che li avevano presi volentieri, dato che Lola era brava nella caccia e si sperava che anche la sua discendenza lo fosse. Il figlio rimasto fu chiamato Bobbi. Nonno diceva che era di Giancarlo e Lola, ma io avevo i miei dubbi, perché Bobbi era biondo e aveva la testa di un Golden retriver, ma di questo una bambina che ne capisce?

Nel frattempo Giancarlo era morto e io giocavo con Lola e Bobbi, un bel cane robusto e possente, ma gli piacevano i topi e a nonno non stava bene. Un giorno lo trovai con un topo attaccato sotto il collo e il mio avo mi spiegò che così si sarebbe disgustato dell’odore e non li avrebbe più cacciati; mi disse che, se avesse continuato coi topi, gli si sarebbe rovinato il fiuto per la caccia.

Mia zia materna veniva a trovarci spesso e passava del tempo con noi. Un giorno che uscimmo per fare una passeggiata insieme, ci ritrovammo Bobbi davanti al portone che ci accolse festoso. Zia lo scacciò. Il povero cane smise di scodinzolare contento e andò via senza neanche voltarsi. Bobbi aveva valicato montagne alte dell’Appennino per ritrovare la zia ed era stato mandato via. Io non capivo la situazione e mi dispiaceva che fosse stato allontanato. Allora zia mi disse che nonno lo aveva portato a morire sulle montagne perché era malato e lei cosa poteva fare? Mica potevamo portarlo a casa con noi. Io ci rimasi davvero male e non mi capacitavo di tanto disinteresse per un cane che aveva lavorato e aveva fatto mangiare carne alla famiglia di mio nonno.

Vi racconto di Bobbi perché non ho mai dimenticato quel giorno in cui ci voltò le spalle e andò via, forse a morire sulle montagne. Non era tornato da nonno che lo aveva abbandonato, ma aveva cercato aiuto da zia che a sua volta non aveva potuto dargliene. Ve ne racconto perché lo penso spesso e mi meraviglio ancora che dal paese dove era nato e vissuto, contando solo sul suo fiuto e, per strade che solo lui aveva saputo trovare, aveva rintracciato la sua padroncina. Era davvero figlio di Lola e ne aveva ereditato le caratteristiche da cane da caccia che mio nonno vantava sempre.

Dal diario di uno scrittore – luglio 1962

Ho ripescato questo altro frammento mai pubblicato. Buona lettura.

bei tempi – foto personale

Avevo finito l’esame di maturità scientifica il 18 luglio del 1962 ed ero stremato per la grande calura e lo stress nervoso di quattro scritti tosti e otto orali non meno impegnativi. In quegli anni si portavano tutte le materie senza eccezione. Come da copione erano cambiate le regole a metà anno scolastico: anziché l’ultimo, come era stato in precedenza, il programma era costituito dagli ultimi tre. Naturalmente fu una corsa contro il tempo, perché riesumare e preparare anche i due precedenti non era uno scherzo.

Il caldo quell’anno cominciò a picchiare duro già ad aprile. A maggio sembrava di essere in agosto. Giugno e luglio furono tremendi. Si annaspava nell’afa umida di Ferrara, boccheggiando dopo le dieci di mattino fino alla sera alle otto. Così con altri tre compagni decidemmo di studiare nel mio giardino all’ombra di un grande sicomoro dalle sei alle undici e nel pomeriggio dalle cinque alle otto. Alle nove ero già a letto. Un’autentica maratona per essere pronti il primo luglio a cominciare con lo scritto d’italiano. Per gli orali tutti i maturandi del Liceo Scientifico erano stati divisi in due gruppi in stretto ordine alfabetico. Uno avrebbe iniziato con le materie letterarie (italiano, latino, storia e filosofia), l’altro quelle scientifiche (matematica, fisica, lingua straniera – tedesco o inglese -, scienze). Io ero l’ultimo del primo gruppo e ovviamente fui anche l’ultimo a finire. Qualcuno potrebbe pensare che avevo avuto fortuna sfacciata essere l’ultimo. In realtà mi sono macerato dalla tensione per due motivi: il primo non ho mai amato aspettare perché mi toglieva concentrazione, il secondo gli argomenti delle interrogazioni si restringevano sempre di più rischiando di beccare quelli più ostici.

Comunque per farla breve il 18 finì brillantemente scritti e orali, ottenendo la media del sette come esito finale. Ero soddisfatto perché avevo migliorato la media di ammissione che era appena sopra il sei. Inoltre tenendo presente che il top era l’otto, il mio sette era un’eccellenza.

Come premio mi concessi una vacanza di una settimana a Auronzo. Era la prima volta che andavo tutto solo via da casa. Erano altri tempi allora, perché i genitori ti tenevano al guinzaglio. Organizzai tutto in fretta: biglietto del treno per Calanzo, prenotazione di una stanza a Auronzo. A Calalzo i genitori di un amico mi avrebbero recuperato per portarmi nella località di soggiorno.

Eccitato, frastornato dalla fine degli esami ed emozionato dall’imminente viaggio sbagliai tutto. Dissi che sarei arrivato alle quattro del pomeriggio ma in realtà giunsi molto più tardi.

Ma procediamo con ordine.

Il 21 luglio, il giorno del mio compleanno, presi il treno a Ferrara col mio scarso bagaglio per scendere a Padova, dove poco dopo dovevo prendere la coincidenza per Calalzo. Però non avevo messo in conto la mia passione per la scrittura che mi tradì. Scrivevo in quell’epoca poesie perché di prosa non riuscivo a mettere insieme più di dieci righe arenandomi mestamente subito dopo. Solo dieci anni più tardi riuscì a mettere mano a un racconto ma non divaghiamo troppo su argomenti non pertinenti.

Dunque salito in treno mi immersi a scrivere e rileggere poesie estraniandomi dal mondo circostante. Quando ero concentrato, rumori e suoni, parole e persone sparivano dal mio orizzonte, svanivano come i sogni all’alba. La mia situazione era come se fossi in una bolla, isolato fisicamente e psicologicamente dal resto del mondo.

Cominciai a scrivere una serie di poesie ricordando il primo grande amore vecchio di un qualche anno, durato lo spazio di un’estate. Si chiamava Doriana, una ragazzina di tredici anni, secca come uno stecco e acerba come una mela verde. Avevo quattro anni di più. Grande amore? Forse no, grande infatuazione da parte sua, meno da parte mia. Io stravedevo per la sorella maggiore, mia coetanea, che invece non mi degnava di uno sguardo. Però tra alti e bassi passammo un’estate che non avrei dimenticato. Grandi litigi e dolci riconciliazioni erano quasi fatti quotidiani. Primi baci furtivi nel giardino al buio condivano quasi immancabilmente le nostre serate, che trascorrevo con lei nella sua casa. I genitori non ostacolavano la nostra storia e fingevano di non vederci abbracciati nell’oscurità. Però eravamo troppo diversi perché potesse durare. La giovane età, le inclinazioni differenti, le personalità poco disponibili furono un fardello troppo gravoso da portare e con l’autunno tutto finì.

Il dondolio ritmato del treno favorì il riemergere di questi ricordi.

Durante il viaggio ne scrissi una decina di poesie tutte dedicate a lei.

Il carattere scorbutico e a tratti più spine che rose mi avevano suggerito questa che la ritraeva come la vedevo col filtro dei ricordi.

Poesia n.ro 1

Tu sei selvaggia e spinosa,

tu sei indomita e fiera:

non t’appassire ora,

perché bella è per la vita ora.

Fiore di serra incolto,

fiore di campo disadorno

rifiorisci alla dolce aria

della fresca e odorosa Primavera.

Però la personalità decisa, graffiante, nonostante i soli tredici anni, era stata una spina nel fianco, un motivo di tante baruffe che poi si concludevano con una pace provvisoria. Un’autentica gattina pronta a graffiare e farsi coccolare.

Poesia n.ro 2

Quando tu graffi,

quando tu fai le fusa,

sei come una gatta,

che incanta.

Quando tieni il broncio,

quando sorridi,

sei come il sole

che gioca lassù fra le nubi.

Immerso nella scrittura e nel recuperare frammenti di memoria, la stazione di Padova passò senza che me ne accorgessi e io arrivai a Venezia dove la coincidenza per Calalzo era un paio d’ore dopo e con un viaggio molto più lungo. Allora non c’erano i telefonini per avvertire che sarei arrivato molto più tardi del preventivato ma le vecchie cabine rosse di Sip che funzionavano a gettoni.

«A chi avrei telefonato?» mi domandai inquieto senza trovare una risposta, mentre ero seduto in attesa del treno.

Per amore della scrittura rischiavo d’impantanarmi a Calalzo senza la certezza di trovare un mezzo per arrivare ad Auronzo. Con l’incoscienza dei miei diciannove anni decisi lo stesso di proseguire anche se avessi dovuto fare l’autostop per giungere a destinazione. Davo per scontato che le persone che mi aspettavano, non vedendomi, se ne sarebbero andate senza di me..

La linea Venezia – Treviso – Belluno – Calalzo non era elettrificata ma era percorsa da un vecchio treno a vapore. Coi finestrini rigorosamente chiusi per non respirare la polvere di carbone che dispensava con grande generosità mi sembrava di essere in una fornace, tanto era il caldo all’interno del vagone. Dure panche di legno non invitavano a scrivere, anche perché la paura di sbagliare e di ritrovarmi chissà dove era troppo forte per estraniarmi dal mondo. Non avevo la certezza che quel vagone proseguisse per la destinazione finale, essendo prevista una sosta a Conegliano per il cambio del locomotore.

Osservai la pianura veneta riarsa dal sole mentre la mente continuava a vagare tra i ricordi di quell’estate che pareva lontana e sbiadita dal tempo. Mille nuove parole sgorgavano nella testa ma non avevo voglia di fissarle sulla carta, perché dovevo rimanere vigile e attento alle stazioni, agli annunci.

Erano quasi le nove di sera quando stanco, affamato scesi alla stazione di Calalzo, dove quei signori mi stavano aspettando pazientemente.

Ho sbagliato treno” dissi candidamente.

Questo era l’ultimo della giornata” risposero sorridenti.

La vacanza era cominciata ma le avventure non erano ancora finite.

Dal diario di uno scrittore – agosto 1963

È un vecchio racconto e lo ripropongo.

foto personale

Il clandestino che hai a bordo e segue ogni tuo viaggio, che non vedi, ma avverti sottocoperta, si aggira come una spia per la nave, sale e scende dai boccaporti, fruga in cambusa, s’intrufola in tutte le cabine, lascia impronte ovunque. Viaggiate insieme, per mari scarlatti, per isole verdi.

Mi sono abituata alla tua occulta presenza. Narratore o poeta. Non posso fare nulla. Tu guidi la nave dove vuoi. Ma chi è Lei?

Leggevo queste poche righe, lasciate da un anonimo commentatore, la Musa che mi seguiva silenziosa nelle mie scorribande sul web, e mi domandava «Chi è Lei?».

Richiesta inutile perché sapevo perfettamente chi era lei. Come non potevo conoscere chi era lei? Solo uno stolto avrebbe potuto pensare il contrario.

La mente ritornò indietro nel tempo, riavvolgendolo fino a quel periodo che mi riusciva solo scrivere versi senza affanni, mentre il resto era una sofferenza senza fine, un motivo di sforzi senza senso.

“Perché la Musa mi chiede ‘chi è Lei?’” rimbalzò di nuovo il quesito nella mente, mentre ricordavo quell’estate lontana.

“Ma non v’è dubbio, né incertezza su chi è Lei: è colei che da una vita mi accompagna nella buona e nella cattiva sorte”.

Erano giornate di agosto dove il caldo impedivano di svolgere qualsiasi fatica senza finire inzuppati di sudore mentre le zanzare punzecchiavano dolorosamente le braccia e le gambe scoperte. Il monotono ronzare, una fastidiosa musica, di quegli insetti pungenti accompagnava il rumore di un ventilatore, che vorticava incessante per mitigare l’afa.

Immobile nella calura, seduto alla scrivania aprì il quaderno dalla copertina rossa dai fogli mobili un po’ ingialliti dal tempo, sul quale cominciai a scrivere alcuni versi con la mia scrittura rotonda e elegante che col nero di china spiccava netta sulle linee azzurrine. Era il posto dove segretamente appuntavo le mie poesie un giorno dopo l’altro, raccogliendo i miei pensieri.

In quei giorni la mia attenzione era dedicata a lei che conoscevo da poco ma che mi aveva già stregato.

Hai gli occhi azzurri

di un azzurro meraviglioso

che invitano a ricordare.

Quanti ricordi si destano in me,

ricordi che mai potrò dimenticare,

perché mi consentono di vivere felice ora.

Il ricordo è un sogno

e come tale voglio viverlo!

Vorrei vivere per ricordare

tutti quei ricordi belli

e vorrei scacciare

tutti quei ricordi amari.

Ah! Se potessi.

Mettevo nero su bianco le sensazioni che avevo provato qualche mese prima e che mi avrebbero cambiato la vita.

Il flusso dei ricordi sgorgò prepotente e mi lasciai cullare da questi.

Era una calda giornata di giugno quando la vidi per la prima volta. Era il mio Clandestino delle righe iniziali, che poi tanto clandestino proprio non era. Immediatamente scoccò una scintilla, che nessuno dei due percepì in quel istante ma che accese il fuoco dentro di noi, ma continua ad ardere.

Ci eravamo conosciuti per interposta persona, che aveva fatto da messaggero. Come? Decantando le sue doti prima a me poi le mie a lei. Mi diceva che era una meravigliosa fanciulla dagli occhi azzurri. Una minuscola fatina che avrebbe meritato di essere conosciuta. A lei disse che ero un bellissimo ragazzo dallo sguardo magnetico.

«Ma le mie erano doti o solo adulazione? Non lo saprò mai».

Quello che ci unì fu un messaggio che arrivò tramite il telefono, perché noi eravamo incerti e dubbiosi su quello che ci proponeva. Era una presa in giro per burlarsi di noi oppure era sincero perché credeva che potesse nascere una relazione. Erano questi i dubbi che assalivano e frenavano a parlarci in maniera diretta.

Fu una telefonata di una mattina di giugno che ebbe il potere si sbloccare questa situazione al limite dell’assurdo. Iniziò titubante da parte mia. Mi piaceva guardare negli occhi la persona che colloquiava con me ma non si poteva, perché era nascosta dietro una cornetta del telefono. Così cominciammo a parlare dapprima sommessamente, poi sempre più fitto ad alta voce fino a diventare un suono squillante senza incertezze.

Dopo la prima ne arrivarono delle altre, perché allora era un epoca antica senza SMS e mail. Nei giorni seguenti lunghe chiacchierate erano tese a capire se era possibile avviare un discorso che stentava a decollare perché sentivamo solo la nostra voce ed avevamo timore che celasse un inganno.

Alla fine mi decisi: “Si, va bene. È quella che fa per me” e l’aspettai alle diciassette e trenta sul portone dove lavorava. Fu sorpresa, ma non troppo, così dava da intendere, quando mi vide con i pantaloni bianchi e la maglietta di un carota intenso.

Lei era vestita leggera con un abito azzurro a fiori bianchi e disse solo: «Ciao» mettendosi lieta al mio fianco.

Era dunque la mitica fatina tanto decantata? Era questo il pensiero che prendeva corpo dentro la mente. La risposta era positiva. Quegli occhi azzurri mi avevano incantato. Dunque il messaggero non aveva mentito.

Cosa ci dicemmo mentre sotto il sole di quel pomeriggio inoltrato andavamo per le strade deserte, incuranti del caldo e della luce accecante? Avrei voluto rammentare quel primo dialogo fatto di frasi insicure ed esitanti, che ci scambiammo tra pause e tentennamenti ma era del tutto inutile. Non l’avrei mai ricordato. Avevo presente solo gli occhi luccicanti che mi osservavano e mi scrutavano per carpirmi i sentimenti e le emozioni. Eravamo alla ricerca di scoperte che solo più tardi sarebbero diventate realtà senza che nessuno dei due avvertisse cosa passava nelle nostre menti in quegli istanti.

Eravamo impacciati e cauti nel esprimere quello che avvertivamo dentro di noi, mentre le parole stentavano di uscire come se avessimo paura di quello che avrebbe potuto succedere dopo questo incontro.

Sull’angolo di una strada una venditrice di lupini ci offrì due imbuti di carta gialla con dentro tanti piccoli semi bagnati e salati, che piluccammo tra una chiacchiera e l’altra. Passò il tempo fino al momento del distacco, che preannunciava un arrivederci a domani non detto ma trasmesso in silenzio.

Ecco dove stava la forza del pensiero e la voglia di rivedersi.

Come gocce di pioggia…

Quante volte vi sarà capitato di guardare la pioggia cadere, infinite volte. Ma quante, vi siete soffermati ad osservare, attentamente, quelle minuscole gocce d’acqua, oppure avete seguito con lo sguardo il loro percorso sui vetri di una finestra o di una qualsiasi superficie trasparente. E’ davvero stupefacente accorgersi delle mille peripezie, delle traiettorie inaspettate che queste piccole perle d’acqua sono in grado di affrontare.

In un lungo pomeriggio invernale me ne stavo intenta nella lettura di un romanzo di avventura. La mia attenzione fu attratta però dal tamburellare della pioggia incessante sui vetri della grande finestra del soggiorno. Il fragore ovattato di un tuono in lontananza prefigurava l’avvicinarsi di una gran temporale. Pioveva da diverse ore ormai. Il cielo incolore rendeva il paesaggio slavato, come in una foto in bianco e nero. Le mille gocce si rincorrevano veloci su quel vetro opaco, le seguivo con lo sguardo per scoprire quale sorte il destino avesse riservato loro. Alcune si precipitavano dal cielo con una tale violenza da dividersi, in tanti minuscoli rivoli, che percorrevano brevi percorsi, in direzioni opposte. Altre gocce, più grandi resistevano all’impatto e s’andavano ingrossando, man mano che si univano alle altre gocce incontrate sul loro cammino. Diventavano enormi, resistevano a lungo, fino al limitare della finestra, dove però, inevitabilmente terminava la loro folle corsa.

Quest’immagine delle gocce di pioggia, del loro tortuoso percorso mi induceva a riflettere su quanta similitudine esistesse tra loro e la fragile vita degli uomini. Non siamo anche noi, forse, minuscole gocce, in balia di una sorte incerta, della forza impetuosa del vento, del rombo potente di un tuono di una vibrazione, di un qualsiasi evento improvviso che può travolgerci e cancellarci.

Siamo gocce, che incontrano altre gocce. Uniamo i nostri destini, ci separiamo forse, seguiamo traiettorie diverse. La nostra speranza è legata all’effimera durata di un temporale. Sappiamo che poi tornerà infine il bel tempo e che un tiepido raggio di sole illuminerà la nostra eterea essenza dissolvendo dolcemente le nostre vite passeggere…

PULCHERRIMA

PulcherrimaL’uomo e la bambina seduti uno accanto all’altra, osservavano il cielo in religioso silenzio. Il sottofondo ritmico delle onde del mare si fondeva con il battito dei loro cuori, l’oscurità intorno esaltava lo scintillio della notte trapuntata da una miriade di punti luminosi, come diamanti adagiati su un manto di velluto nero.

«Papà quanto sono lontane le stelle?» chiese la bambina rompendo quel silenzio magico.

«Lontanissime Livia… anni luce!»

«E quanto è un anno luce?»

«Non ti basterebbero dieci vite per raggiungerle! Ora ti faccio vedere una cosa». L’uomo avvicinò il volto a quello della bambina e con il dito le indicò un punto nella volta celeste.

«Lassù ci sono delle stelle che formano un disegno, sembra un carro, lo vedi?» Livia si concentrò, strizzando gli occhi alla ricerca dell’immagine descritta dal padre.

«Eccolo! Lo vedo!» la bambina indicò il Gran Carro dell’Orsa Maggiore.

«Benissimo! Ora se segui con lo sguardo la coda del carro potrai vedere una specie di aquilone». Livia allungò il collo ma non riuscì a scorgere nulla. Delusa ricadde seduta accanto a suo padre.

«Livia non ti imbronciare le stelle sono miliardi! Ti sei accorta che solo in questo posto possiamo vederne così tante? In città non sarebbe possibile».

«Ma io voglio vedere l’aquilone!» si lagnò la bambina tornando a scrutare il Carro, che invece riusciva a distinguere molto bene.

«Ascolta Livia, prova a immaginare questo aquilone, devi sapere che una delle stelle che formano questo disegno è una stella doppia».

«Stella doppia? Che vuol dire» chiese lei incuriosita.

«Si tratta di una stella gemella, formata da due corpi celesti che osservati dalla Terra appaiono come un’unica stella!»

«Allora deve essere una stella gigante! Non si può vedere?»

«Purtroppo ci vorrebbe un piccolo telescopio, un giorno andremo in un posto dove possiamo osservarla, ma devi sapere che Pulcherrima è il suo nome ed è composta da due stelle: la più grande di color arancio e l’altra di un intenso azzurro».

«Pulcherrima?» chiese Livia

«Sì, Pulcherrima cioè “la più bella”… Noi due siamo come questa stella gemella: io quella color arancio, la più grande e tu quella più piccola, uno splendente diamante azzurro!»

«Davvero? Siamo così?»

«Certo e come loro, noi saremo uniti per sempre… Ti prometto che qualunque cosa accadrà in futuro, io ti proteggerò, sarò sempre al tuo fianco anche quando gli eventi della vita ci separeranno… Allora tu guarderai la nostra stella e saprai che io sarò accanto a te». L’uomo le cinse le spalle stringendola forte a sé.

Un velo di tristezza passò nei suoi occhi e le stelle parvero sfuocarsi davanti allo sguardo, ma fu solo un attimo, il cielo tornò a risplendere di una luce ancor più intensa.

~ ~ ~

Trascorsero veloci gli anni Livia si trasferì in un un’altra città e iniziò a frequentare l’università iscrivendosi a un corso di scienze matematiche e fisiche con indirizzo in astronomia e astrofisica. La curiosità innescata da suo padre nei confronti dell’universo e dei corpi celesti l’aveva portata a cercare di approfondire quella che era diventata con gli anni una vera passione. Suo padre l’aveva condotta spesso all’osservatorio astronomico dal quale aveva potuto finalmente guardare la sua Pulcherrima e tantissime altre costellazioni.

Livia era costretta a stare lontano dalla sua famiglia e questo la rendeva triste, specialmente dopo che suo padre aveva iniziato a dare inequivocabili segni di disagio. Quelle poche volte che tornava a casa constatava il suo peggioramento. Suo padre aveva perso progressivamente la memoria, non ricordava più i fatti, le cose accadute di recente, appariva spaesato e a volte perdeva anche il senso dell’orientamento. L’uomo, pur essendo ancora giovane, aveva mostrato i primi effetti di una demenza precoce che con il tempo sarebbe degenerata repentinamente fino a cancellargli totalmente la memoria.

Questo pensiero orribile era per Livia una spina nel cuore, sapeva che prima o poi quel momento sarebbe arrivato.

Conseguì la laurea a pieni voti, poi si trasferì all’estero per un dottorato di ricerca allontanandosi ancor di più da casa e da suo padre.

Come le pagine di un libro sfogliato dalla furia del vento, i suoi giorni trascorsero velocemente uno dietro l’altro, tra gli impegni della ricerca, delle conferenze e della sua brillante carriera.

Suo padre aveva perso completamente il contatto con la realtà, con il suo passato, i suoi familiari, la sua casa. Tutti i suoi ricordi erano stati spazzati via da quell’orribile morbo, che separa gli uomini dal mondo esterno e annienta lentamente l’anima e il pensiero.

Contro il parere dei suoi familiari Livia prese suo padre e in una tiepida serata primaverile lo condusse nel posto, dove tanti prima, l’uomo le aveva indicato la stella gemella.

Il mare era sempre lo stesso, lo stesso sottofondo ritmico che accompagnava i loro respiri e il battito dei loro cuori. L’uomo sedeva mesto, con l’aria assente e con le braccia abbandonate sulle ginocchia osservando la distesa liquida color della pece, in religioso silenzio.

«Papà, ti ricordi tanti fa… mi hai portato in questo posto e mi hai fatto vedere il Carro dell’Orsa Maggiore». Livia prese dolcemente la mano di suo padre e con l’altra provò a indicare la volta stellata. L’uomo immobile non dava alcun cenno di risposta, il vuoto assoluto ottenebrava i suoi pensieri.

«E poi… mi hai parlato della stella gemella, ricordi papà?» continuò imperterrita Livia, mentre un nodo le serrava la gola e l’emozione traspariva dal tremore della voce.

«Mi dicesti che io e te, saremmo stati come quelle due stelle, inseparabili… tu saresti stato la più grande, quella che mi protegge e io quella più piccola, il tuo diamante azzurro».

Lacrime amare tracimarono impetuose, Livia non riuscì a trattenere il suo dolore. Davanti ai suoi occhi apparve chiaro il ricordo di quella notte stellata, di quella notte in cui suo padre le parlò di Pulcherrima e le fece quella promessa.

«Mi dicesti che io te saremmo stati sempre insieme a qualsiasi costo e nonostante tutte le cose brutte della vita… Ti ricordi papà?» Il respiro dell’uomo continuava a essere leggero e regolare, non un segno, non un cenno che potesse far capire se quelle parole fossero realmente giunte al suo cuore. Livia cinse le spalle di suo padre, come fece lui in passato e lo strinse più forte a sé.

«Pulcherrima… la nostra stella» gli sussurrò Livia.

Improvvisamente l’uomo ebbe un sussulto, girò lentamente il volto verso la ragazza.

«Sì, Pulcherrima… la più bella!» pronunciò sottovoce quella frase, mentre un debole sorriso sembrò affiorargli sulle labbra aride. Poi rivolse lo sguardo al cielo e con un braccio accennò a indicare un punto indefinito.

Livia sorrise ed ebbe la certezza che suo padre aveva mantenuto la promessa.

Lui era ancora accanto a lei, lui soltanto era e sarebbe stato per sempre la sua stella protettrice, malgrado le avversità e quel mostro che teneva prigioniera la sua mente.

Pulcherrima, “la più bella”, avrebbe continuato a brillare nell’universo infinito per l’eternità.

VIAGGIO MENTALE

Scopri chi sei e non aver paura di esserlo

Mahatma Gandhi

 

viaggio mentaleNella stanza in penombra osservo il gioco di ombre e luci che si riflettono sulla parete nuda, accanto al letto. La luce fioca ha assunto una sfumatura rossastra, il disco solare ha raggiunto il limite estremo dell’orizzonte, scomparirà completamente tra qualche minuto. Tante volte ho osservato il tramonto, dalla finestra della mia stanza, assaporando ogni istante di questo momento così magico, ammirando le pennellate di colori incredibili con le quali il giorno morente tinge il cielo e il paesaggio intorno. Oggi no, oggi le imposte sono socchiuse, ho bisogno di un’atmosfera intima, per confluire tutta la mia concentrazione su quello che sto per fare.

Dal mio ritorno dal Nepal non ho fatto altro che pensarci. Seduta sul letto accarezzo il sacchetto di seta rosso che ho portato con me da quel lungo viaggio. Leggerissimo e morbido al tatto, chiuso con un laccetto color oro.

Lo apro con molta cura. Le piccole foglie verde smeraldo, lucenti e profumate, stanno ordinatamente sistemate sul fondo ed emanano un odore dolce che non ho mai sentito. Mi sdraio, raccolgo una piccola foglia e la metto sotto la lingua, come mi è stato spiegato, non serve masticarla. Occorre solo chiudere gli occhi e concentrare il pensiero.

La potentissima foglia di Butha consente di viaggiare nel tempo, di andare avanti o di tornare indietro, perché tutta la nostra vita è racchiusa nella mente. Questo mi ha spiegato Tahigir, il vegliardo che ho conosciuto sul monte Jasemba. La testa è come uno scrigno prezioso che racchiude il destino dell’uomo. Tutto è scritto, tutto è già stabilito…. ogni singolo istante della nostra esistenza è presente sin dalla nascita all’interno della coscienza umana. Se si vuole ricordare il passato lontano e conoscere il futuro basta solo “guardarsi” dentro.

La testa inizia a girare. Ho come la sensazione di sprofondare nei meandri oscuri della mia mente. Ho iniziato il “viaggio mentale” tra i circuiti del mio cervello, tra le sinapsi intricate che emanano sprazzi di luce incandescente, mi accorgo che sono impulsi che prendono consistenza: immagini, parole, suoni, rumori, odori, sensazioni di gioia, dolore, tristezza, rabbia, felicità… tutto si fonde scorrendo all’indietro come il nastro impazzito di un rewind, nel quale mi rivedo come protagonista di un film che conosco.

Stop. Prima tappa, faccio i conti col passato. Eccola di nuovo quella sensazione di disagio, ho appena compiuto quattordici anni e non sono più bambina, ma neanche ancora adulta. Mi sento fuori posto, eternamente in bilico. In un angolo ci sono le mie barbie, compagne di gioco fino a poco tempo fa.

Come pensi che sarà il tuo futuro? Chiedo alla parte di me ancora adolescente. Ho un ricordo confuso su quello che avrei voluto fare.

Mi piacerebbe girare il mondo.

Risponde lei, con lo sguardo sognante. Certo, il sogno di tanti adolescenti. Partire, andare lontano alla ricerca della propria dimensione o semplicemente tentare di allontanarsi dai problemi quotidiani. Mi viene in mente mi madre. La rivedo sulla soglia della mia camera a rimproverarmi, a vomitarmi addosso parole. Ora si riaccende acuto quel senso di ribellione che guidava le mie reazioni. Sì, ora ricordo.

Che cosa pensi di fare per cambiare la tua situazione? Le chiedo. Voglio sapere se il mio comportamento ha effettivamente cambiato la mia vita, se le mie aspirazioni erano plausibili e se sono riuscita a concretizzarle.

Appena avrò diciotto anni andrò via di casa. Anzi, prima conseguirò il diploma di interprete, poi diventerò hostess e non tornerò più a casa.

Perfetto. Niente di tutto questo! Mi agito, sento il torpore nelle ossa, mi formicolano le gambe, vorrei muovermi, ma non ci riesco. Se questi erano i miei progetti mi rendo conto di aver fallito. Non sono andata via di casa fino al giorno in cui ho deciso di sposarmi.

Ora so perché l’ho fatto. Dopo il diploma non sono riuscita a trovare il lavoro che avrei desiderato e mi sono aggrappata al primo uomo di passaggio, al primo che è stato in grado di garantirmi la fuga. Ora sono intrappolata in questo rapporto da circa vent’anni, una sorta di gabbia d’oro dalla quale vorrei evadere, di nuovo. La mia vita come eterna fuga. Fuggo continuamente dalle mie responsabilità, dalla decisioni che continuo a delegare agli altri. Riuscirò un giorno a liberarmi?

Un salto nel vuoto, nel futuro. Sento il mio corpo perdere quota, come se scendesse ancora più in profondità. Sento le membra diventare sempre più pesanti, vorrei aprire gli occhi ma il mio corpo è come ibernato.

Il mio aspetto è mutato, vedo me stessa visibilmente invecchiata. La prima domanda è repentina, veloce, incalzante.

Dimmi com’è andata… cosa ne ho fatto della mia vita. La libertà… l’ho conquistata?

Quella sorta di ologramma mi sorride. Mi osservo dall’esterno ma al tempo stesso sono al suo interno, percepisco i suoi pensieri, le sue emozioni. Le risposte arrivano, immediate.

La libertà, un concetto così difficile da interpretare. Forse ora sono libera dai legami, Luca se ne è andato cinque anni fa. Ora a sessantasette anni mi godo la meritata pensione. Posso affermare di essere finalmente libera? Nonostante l’età non credo di aver acquisito quella famosa saggezza che porta con sé il trascorrere del tempo. Ho ancora quella insicurezza che avevo a quattordici anni, anzi, forse con il tempo è aumentata. Sono libera dai legami sociali, dalle incombenze del lavoro, decido della mia vita e dispongo delle mie cose, ma in fondo non mi sono mai liberata da me stessa, dal mio modo di essere. Un pesante fardello che trasporto sulle mie spalle fragili, un peso sempre più grande che mi porterò fino alla fine dei miei giorni.

L’immagine piano si dissolve, ora che ho avuto le mie risposte posso tornare alla realtà. Pian piano il corpo diviene leggero, provo a muovere le dita, riesco ad aprire gli occhi. La stanza ora è completamente buia. Mi sollevo e rimango seduta sulla sponda del letto, le membra ancora intorpidite, la mente ottenebrata dallo stordimento, l’animo turbato.

Raggiungo la finestra, spalanco le imposte. La luna ha compiuto il suo percorso, ora si staglia nel manto nero della notte. Respiro profondamente, l’aria sa di resina e aghi di pino.

Allora è vero che nella vita a volte è impossibile cambiare? Chissà se ha un senso cercare un percorso diverso, nell’illusione di sovvertire lo stato delle cose. Forse il destino di ciascuno è già scritto, l’insicurezza dell’adolescenza mi tiene ancora compagnia e sarà con me fino alla fine.

Tirò fuori dal sacchetto le foglie, le lascio cadere, brillano alla luce della luna. Il viaggio per me è finito o forse chissà, sono ancora in tempo per decidere se accettare il destino, oppure lottare, incanalarmi in un tortuoso cammino e raggiungere finalmente la meta…

 

 

GUINNEVERE

Ascoltavamo country-rock. Io avevo un buffo cappello da cowboy che non riusciva a trattenere i miei lunghi capelli biondi, alti stivali neri e minigonna. Non era l’abbigliamento di una signora, ma io non sono mai stata una signora. E poi a quei tempi ero giovane. Stefano diceva che ero molto bella, però sapevo che non era vero. Attraente. Una che non passa inosservata. Questo sì: ma non bella. La bellezza è un’altra cosa. E anche la classe, se è per questo. La mia famiglia era povera, perciò smisi di studiare dopo la terza media. Fui assunta in un negozio come commessa, ma una sera rubai dei soldi dalla cassa. Non era una grande somma: bastava appena per due dosi; in ogni caso, fui licenziata. Il proprietario non mi denunciò, però la voce si sparse e così l’unico impiego che riuscii a trovare fu quello di donna delle pulizie. Non esistevano le colf allora. Pulivo cessi pieni di merda, trattenendo a stento il vomito. Ma alla fine ci si abitua a tutto.
A me piaceva tanto Claudio Baglioni, ma Stefano mi fece conoscere la musica americana. Non conoscevo i nomi di quei complessi, ma quel suono finì per entrarmi nelle vene, sostituendo l’ero. Ricordo bene la copertina di un disco: c’era un vecchio divano con tre tipi seduti sopra. Il primo a sinistra stava sullo schienale, quello in mezzo aveva la chitarra fra le mani, il terzo a destra portava dei bei baffoni. C’era una canzone in particolare che mi piaceva moltissimo, di quella ricordo anche il titolo, “Guinnevere”. Stefano diceva che ero io Guinnevere. Forse perché, come la protagonista, anch’io ho gli occhi verdi. Un’altra canzone parlava del Marocco. Quanto mi sarebbe piaciuto andarci. “E un giorno io ti ci porterò.”, diceva Stefano. “Ci faremo tante canne, andremo a nuotare nell’oceano, visiteremo dei posti che neanche ti immagini, Monica!”
Stefano è morto in un incidente stradale. Stava venendo a casa mia a prendermi ed era già ubriaco. Si schiantò contro un muro.
Io ho continuato a vivere. Ma certi amori non si scordano. Stefano era strano, era “fuori”, ma era il ragazzo più fantastico di questo mondo. Stefano mi amava e non gliene fregava niente che io fossi una sguattera ignorante. Lui invece era ricco, e aveva girato tutta l’Europa. Aveva letto un sacco di libri e ogni tanto me ne parlava: ma io capivo ben poco di quelle storie complicate. Però stavo ad ascoltarlo, perché mi piaceva sentirlo parlare. Mi piaceva la sua voce, come muoveva le mani, la luce dei suoi occhi. E non ho mai più fatto l’amore con nessuno. Non mi andava. Sapevo già in partenza che non avrei provato quello che mi faceva provare lui. Ho continuato a sgobbare, risparmiando lira su lira; sono invecchiata prima del tempo, ma alla fine ce l’ho fatta: mi sono comprata una casetta fuori città, ai margini di un fiume. Era una specie di catapecchia, ma l’ho rimessa a nuovo. Ho cambiato le tende, l’ho riempita di fiori, e ho appeso a una parete una grande foto di Stefano. Proprio davanti al mio letto, così al mattino era la prima cosa che vedevo.
Gli anni sono passati, più o meno tutti uguali; mi sono venuti i reumatismi; mi sono spaccata la schiena a forza di spazzare pavimenti, pulire finestre, lavare cessi. Ma non mi sono mai lamentata. Questo era il mio destino. Un giorno sono stata da una chiromante, e lei ha detto che ero fortunata perché avevo un grande amore nel cuore. E ci ha proprio azzeccato. Ho sempre amato Stefano, lo amerò fino all’ultimo giorno della mia vita. Una volta venne a prendermi alle tre di notte. “Ma sei pazzo!”, gli dissi. “Se si sveglia mio padre, mi ammazza.” Lui sorrise. Quando sorrideva, mi scioglievo. “Vieni con me!”, disse. E io che ero “fuori” come lui mi vestii in fretta e furia, uscii di casa e salii sulla sua Mini. “Dove andiamo, Ste?”
“Tu non ti preoccupare.” Mi portò a Cannes, in Francia. Arrivammo alle sette del mattino. Scelse un albergo bellissimo, di quelli che si vedono nei film. Era proprio davanti al mare. Ordinò la colazione. Avevo fame e mangiai come un lupo: pane, burro, marmellata e dei croissant deliziosi. Poi facemmo l’amore. “Lo sai che ti sposerò, Monica?”
“Ma va!”, risposi. “Tu sposerai una ragazza ricca e istruita. Una del tuo ambiente.”
“Non dirlo neanche per scherzo, Guinnevere!”
A mezzogiorno uscimmo, visitammo la città, poi tornammo in albergo per fare di nuovo l’amore. Quella sera cenammo in un ristorante meraviglioso. Ste scelse anche per me. Io non capivo una parola di francese ed era inutile che guardassi il menu. Dopo andammo in spiaggia. Mi tolsi le scarpe ed entrai nel mare. L’acqua era tiepida, nel cielo c’erano tante stelle. Ste me ne indicò una. “Quella è tua, Guinnevere!” Io mi commossi, era come se mi avesse regalato un gioiello, non so se mi spiego. “Ti amo, Ste!” Ci abbracciammo e restammo lì a baciarci, ad accarezzarci, a sussurrarci parole che appartenevano soltanto a noi. E’ stato il giorno più felice della mia vita. Come avrei potuto amare un altro dopo Ste?
“Le ho fatto perdere tempo, vero? Mi scusi sa, ma quando si è vecchi si diventa noiosi, lo so. Ecco, ce l’ha quel cd con tre tipi seduti sul divano? Io il titolo non lo so. Però so che c’è una canzone che si chiama Guinnevere.”

Guinnevere had green eyes
Like yours, my lady like yours…

(David Crosby)