COMULEAKS

14498348726634_maxi«Buongiorno, sala stampa del comune di Mora» «Buongiorno, sono Giuliani dell’emittente TeleMora56, mi può confermare cortesemente la video intervista di domani mattina con il sindaco Norima?»

«Un attimo, controllo la lista… ecco, sì Le confermo. Una cortesia, in allegato alla Sua mail troverà la scalette della domande, devo avvisarLa che abbiamo effettuato qualche modifica…»

«Quale modifica scusi?» «Come Lei ben saprà il nostro responsabile Ufficio stampa deve necessariamente passare al vaglio le domande delle interviste e nella Sua ci sono state alcune cose che ha ritenuto cambiare… comunque se volete rinunciare me lo dica subito, abbiamo una lunghissima lista di attesa…»

«Certo che confermo, assolutamente ma non ritengo che…»

«Ok, allora il sindaco l’aspetta domani alle 10 3 30. Buongiorno»

«Un momento… sta stronza ha attaccato!»

«Che succede?»

«Che succede?… lasciamo perdere va…»

***

«Sei pronto? inizia a registrare»

«Buongiorno, oggi ci troviamo nell’ufficio del primo cittadino. Signor sindaco, ci vuole illustrare la Sua posizione in ordine agli ultimi incresciosi accadimenti che hanno travolto la giunta?»

«Buongiorno a lei. Innanzitutto mi preme precisare che ultimamente l’informazione su stampa locale e nei media in generale non è stata affatto imparziale…»

«Mi vuol chiarire questo punto?»

«Sono stato oggetto di un linciaggio mediatico senza precedenti! Invece evidenziare tutte le cose positive che sono state messe in atto da quando sono stato nominato sindaco di Mora, si è voluto enfatizzare alcuni aspetti negativi, che solo in parte riguardano la mia amministrazione!»

«Vuol fare qualche esempio?»

«Certamente! Prenda il caso della raccolta dei rifiuti urbani, ma ha visto che scandalo? Che sporcizia, mai vista Mora in queste condizioni!»

«Certo, noi come emittente abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni da parte dei cittadini. Ma questo avalla ciò che affermano i Suoi detrattori…»

«E’ proprio questo l’errore! La situazione attuale è frutto della totale inerzia e disgraziata gestione dei miei predecessori! Io ho cancellato l’intero gruppo dirigenziale dell’azienda municipalizzata, ho fatto piazza pulita!» «Questo è avvenuto da circa un paio di mesi… ma in città la situazione è ancora disastrosa…»

«Certamente, ma le cose non cambiano nell’immediato… ci vuole tempo e cooperazione, ma ho l’intero consiglio di amministrazione dell’azienda contro e gli operatori stanno facendo lo sciopero bianco per mettermi in cattiva luce!»

«Quindi sta dicendo che gli operatori non stanno lavorando per creare dissenso nei Suoi confronti?»

«Ma è palese! Stessa cosa per i trasporti urbani… non ha visto come il servizio è rallentano vistosamente? Che manca personale, che i convogli della metro sono pieni all’inverosimile e che gli autobus passano con notevole ritardo? «Certo, abbiamo ricevuto lamentele anche per questo problema…»

«Ecco vede? Stanno facendo di tutto per boicottare il mio lavoro! Per non parlare delle critiche mi piovono addosso qualsiasi tipo di iniziativa io prenda…»

«Mi conferma che anche il Suo partito le ha chiesto di rassegnare le dimissioni?»

«Ecco, questo è un altro motivo che mi spinge a rimanere al mio posto. Sono stato abbandonato anche dal quadro dirigenziale del mio partito, che non mi ritiene più all’altezza della carica che ricopro con onore da oramai diversi anni… senza dare merito a tutte le cose buone che sono state fatte durante questo periodo! Io sono stato colui che ha spezzato i legami di connivenza che esistevano tra il comune e la malavita locale!»

«In parole povere lei ha calpestato i piedi a qualcuno di importante? Rotto certi equilibri basati sul malaffare?»

“ guarda te questa come ha cambiato la domanda”

«Esatto! Lei ha colto esattamente la questione! Io sono oggetto di un complotto politico che mira a privarmi del mio potere e a mandarmi a casa!»

«Quindi, tutti o quasi, nella Sua amministrazione vorrebbero indire nuove elezioni e toglierLe la possibilità di continuare a fare pulizia?»

«Questo è il disegno criminale di tutti quelli che mi vorrebbero fuori! Ma io resisto, non me ne vado!»

«Sindaco Norima, che cosa dichiara a proposito di quelle spese di rappresentanza non rendicontate a carico del comune? Insomma del caso noto come “scontrino-gate”»

«A questo proposito vorrei una volta per tutte chiarire l’intera questione. Quelle spese sono state effettuate con i fondi comunali perché in quelle situazioni mi trovavo con personalità politiche estere, alle quali ho dovuto dare il benvenuto»

«La stampa ha parlato di spese personali… qualche “corvo” del comune ha messo in circolazione certa documentazione scottante…»

«Questa è un’altra balla mediatica! Le assicuro che mi trovavo in ambito della mia attività di rappresentanza e tutta questa faccenda è stata montata ad arte per mettermi in cattiva luce! Ripeto, io non me ne vado!»

Dririin… Driiin

«Mi scusi, devo rispondere…»

«Fabio, ferma la registrazione»

«Pronto? Sì?… no ma… non ritengo giusto che… ma questo è un affronto… va bene, ma ne pagherete le conseguenze!»

«Problemi signor sindaco?»

«Riprenda a registrare, voglio fare una dichiarazione!» «Vai vai, accendi la camera!»

«Con rammarico annuncio che intendo presentare le mie dimissioni, per incompatibilità con la Giunta e il Consiglio. Domani mattina convocherò una conferenza stampa ufficiale, durante la quale renderò note le mie intenzioni… »

“Grandioso! Questo scoop è tutto nostro”

«Signor sindaco, possiamo conoscere in anticipo le motivazioni di una scelta così grave?»

VIVA NORIMA! NORIMA SEI TUTTI NOI! NORIMA NON TE NE ANDARE, NON MOLLARE!

«Un momento, cosa sono queste grida? Un attimo… devo controllare cosa succedere in strada…»

“Porcaccia la miseria, ci hanno bruciato sul tempo!”

«In questo momento si sentono grida nella strada, ora ci avviciniamo anche noi alla finestra per vedere cosa succede»

VIVA NORIMA! NORIMA SEI TUTTI NOI! NORIMA NON TE NE ANDARE, NON MOLLARE!

«Come potete vedere anche voi telespettatori, la notizia delle dimissioni già si è sparsa e una folla numerosa si è radunata sotto la finestra del primo cittadino… urlano e sembrano sostenere il sindaco… »

«Come può vedere la gente mi appoggia e mi ama! Vorrei fare un’ulteriore dichiarazione…»

«Prego signor sindaco, dica pure…»

«Rassegnerò domani le mie dimissioni, ma ricordo che avrò trenta giorni di tempo per confermarle. I cittadini mi amano e mi appoggiano, loro sono consapevoli del’infimo complotto che mi sta costringendo a fare questo passo… mi riservo dunque di lasciare uno spiraglio. Devo riflettere sulle mie dimissioni!»

«Signor sindaco, La ringraziamo per questa intervista. Dall’ufficio del primo cittadino per oggi è tutto»

“Questo non schioda… e quando molla sta poltrona!”

LA PENSIONE

Piove oramai da diversi giorni. L’aria è intrisa di umidità fredda, di quella che penetra fin nelle ossa.

La pioggia, a tratti scrosciante e violenta, si abbatte sulla città ancora immersa nel dormiveglia mattutino.

Giovanni uscendo dal portone del vecchio edificio dove abita da circa trenta anni, impreca contro quella pioggia incessante. Apre il grande ombrello, che sua moglie gli ha imposto di portare, e anche se lo considera troppo ingombrante, ora deve ammettere che gli è utilissimo per ripararsi dal temporale che si è scatenato.

Saltella tra una pozzanghera e l’altra, mentre un fiume d’acqua defluisce rapidamente lungo i marciapiedi. I tombini saturi di fogliame secco e immondizie non riescono più ad accogliere quel flusso che sta invadendo oramai tutta la carreggiata. L’uomo cerca invano un varco asciutto per poter traversare.

Giovanni finalmente approda sul lato opposto della strada dove campeggia l’Alberone, come affettuosamente lo chiamano gli abitanti del quartiere. Si ferma per alcuni istanti sotto le chiome fluenti dell’albero che lo riparano momentaneamente dalla tempesta. Accanto c’è l’edicola, Giovanni ne approfitta per comprare il giornale e, riponendolo all’interno dell’impermeabile, torna a immergersi nel muro d’acqua che lo aspetta.

Raggiunge la fermata della metropolitana.

Oggi è l’ultimo giorno pensa sorridendo l’uomo.

Giovanni è sempre stato un impiegato modello.

Come tutte le mattine alle otto in punto, da quarant’anni si presenta in ufficio. Percorre l’ampio corridoio dell’antico palazzo e raggiunge la postazione di lavoro.

La sua è una scrivania molto grande, di legno lavorato, unico pezzo superstite di uno studio antico e ora collocata nell’anticamera del dirigente di turno. Non si può sostituire, si tratta di un pezzo d’antiquariato.

Lui è basso e gracilino, quando è seduto dietro quell’enorme tavolone quasi scompare anche per via del suo abito marrone scuro, in sintonia con i colori dell’ambiente.

Possiede tre abiti soltanto, tutti molto simili nel modello e nella tonalità, l’ufficio del personale ha disposto che per le sue mansioni è d’obbligo indossare un certo tipo di abbigliamento. Chi riceve il pubblico deve essere presentabile, dare l’idea dell’ordine e della sobrietà. Vietati i jeans, vietati abiti dai colori troppo appariscenti.

Giovanni è uno degli ultimi rimasti, la sua qualifica di “commesso” è stata rimossa dai moderni profili professionali, riformulati con definizioni complicate, ma vuote di significato.

Il suo compito è semplice: prima di tutto riordinare le scrivanie e svuotare i cestini della carta prima che arrivino gli impiegati di livello superiore, quelli che occupano i posti nelle stanze, le “alte qualifiche”, come lui ironicamente le definisce.

Poi passa all’ufficio corrispondenza dove si ritira la posta e si firma un registro per ricevuta, per evitare ogni tipo di responsabilità nel caso qualche cosa andasse persa.

Le giornate scorrono monotone e sempre uguali, niente imprevisti, niente rogne. Il suo è proprio un lavoro tranquillo. Dopo aver adempiuto alle sue mansioni, si siede e rimane in attesa di qualche chiamata oppure si occupa dei visitatori, dispensando informazioni varie.

Legge il giornale, iniziando dalla cronaca cittadina, la cosa che più lo interessa, saltando a piè pari le pagine della politica.

Il solerte commesso ha visto il suo mondo trasformarsi, anno dopo anno.

Una volta, tanto tempo prima, non esistevano il tornello e il badge, si entrava senza dover oltrepassare barriere elettroniche, senza timbrare cartellini, si andava direttamente nella stanza del direttore per firmare il foglio di presenza.

Già, quelli erano altri tempi, non esisteva quell’aggeggio infernale, su cui tutti ora stanno incollati diverse ore al giorno per “navigare”.

Lui è un uomo semplice, già è stata un’impresa ardua conseguire la licenza della quinta elementare, ma non si sente inferiore nei confronti dei suoi colleghi, tutti lo rispettano e lo stimano.

Domani però sarà un giorno speciale: l’ultimo giorno di lavoro. E’ finalmente arrivato il fatidico momento della tanto attesa e meritata pensione.

Già da un mese ha organizzato tutto, il rinfresco in ufficio e il viaggio che ha promesso di fare a sua moglie.

Povera donna è una vita che aspetta questo momento, ora però, con la liquidazione può permettersi questa pazzia e portarla in crociera, una desiderio che non ha mai potuto realizzare.

Col suo magro stipendio ha cresciuto tre figli, tutti laureati e sistemati. Ha dovuto rinunciare a tante, troppe cose ed è ora venuto il momento di prendersi qualche soddisfazione. Pensa ai suoi colleghi andati in pensione prima di lui. Sicuramente riceverà un bel regalo, i complimenti del suo dirigente e del direttore generale in persona.

Pregusta nella mente quei momenti futuri e prova ad immaginarsi un piccolo discorso, d’obbligo in tale occasione, come hanno fatto i suoi predecessori. Ma lui è un uomo timido, introverso, già si sente un groppo alla gola e cerca di frenare l’emozione, quel momento difficile deve ancora arrivare.

Guarda l’orologio è ora di tornare a casa.

Percorre lentamente la strada a ritroso, al tornello c’è una fila di persone in attesa.

Qualcuno gli posa una mano sulla spalla, qualcun altro gli sorride alludendo al fatto che per lui tutto questo da domani sarà solo un ricordo.

E’ fuori finalmente.

Non gli par vero che la vita stia per cambiare, con la mente fantastica e pensa a tutto il tempo libero che avrà a disposizione. Porterà i suoi due nipotini al parco, aiuterà sua moglie nelle faccende domestiche, uscirà con comodo la mattina per andare a comprare il giornale.

Fuori ancora piove, ma questo non scalfisce minimamente il suo buon umore. Velocemente raggiunge la fermata della metropolitana che da poco ha ripreso a funzionare, alcuni suoi colleghi lo avevano avvertito che forse l’avrebbe trovata chiusa per il solito allagamento.

All’uscita della metro la pioggia fa ancora da sottofondo alle sue fantasie. Oggi davvero non gli importa di questo tempo grigio, con la mente è già proiettato verso lidi assolati. Si immagina in compagnia di sua moglie, sulla prua della nave, ad ammirare la distesa infinita del mare.

Ancora immerso nei suoi pensieri si ritrova di nuovo sotto l’Alberone. Le sue fantasie lo rendono completamente insensibile alle percezioni esterne e non avverte il rumore sordo del grande ramo che d’improvviso si spezza sotto il carico della pioggia insistente.

Giovanni si ritrova inchiodato al suolo, con la parte inferiore del corpo incastrata sotto la pesantissima fronda. Le grida di concitazione e il dolore acuto lo riportano alla realtà. Disteso e inebetito osserva i volti della gente che si affanna intorno; qualcuno sta cercando di rimuovere il ramo. L’edicolante gli è accanto, gli sorregge la testa per proteggerlo dal flusso d’acqua che continua a scorrere intorno al suo corpo. Gli pone domande, ma la confusione ha preso il sopravvento, la sofferenza lo trascina nell’incoscienza, mentre tutti i suoi progetti si dissolvono al ritmo cadenzato della pioggia battente.

 

~ ~ ~

 

Giovanni è seduto sulla sedia a rotelle, sulla quale è immobilizzato da almeno due mesi. Guarda fuori dalla finestra, ripensando con tristezza e malinconia a tutto ciò che è successo da quel maledetto giorno. Finalmente la pensione è arrivata, ma non certo come se l’era immaginata.

Il rimpianto maggiore è di non aver potuto offrire a sua moglie quel meraviglioso viaggio che avevano con tanto entusiasmo programmato.

I suoi colleghi gli hanno consegnato il regalo che avevano preparato per il suo ultimo giorno di lavoro. Un elegante orologio di marca da indossare nelle occasioni speciali.

Lo osserva Giovanni, sul suo polso, scandisce ogni momento della sua grigia esistenza e gli rammenta questo tempo maledetto, sempre uguale, senza sfumature.

Un tempo senza tempo, che sembra non passare mai.

L’EREDITA’

Senza titolo-1Le immagini correvano veloci, davanti al mio sguardo distratto, incorniciate dal finestrino del treno, ed era come osservarle su di uno schermo. Attraverso il velo opaco delle minuscole gocce di umidità potevo intravedere la campagna grigia, ancora umida di pioggia: i filari degli alberi, le balle di fieno sui campi di grano e le colline in lontananza. Tutto di quel paesaggio risvegliava in me ricordi lontani, che credevo di aver dimenticato… emozioni, sensazioni sopite dal tempo, adagiate sul fondo dell’anima, rimosse dalla memoria recente.

Ritornare.

Quel pensiero mi aveva ossessionato per giorni e per notti, ma dovevo affrontare le mie questioni in sospeso, riesumare i fantasmi del passato, fronteggiare le mie paure. Due mesi prima avevo ricevuto quella lettera e il baratro del passato mi aveva di nuovo risucchiato nel suo antro oscuro. Mia nonna aveva lasciato un testamento, che per sua volontà si sarebbe dovuto dieci anni dopo la sua morte, e io, unico erede, avrei dovuto presenziare all’apertura e alla lettura. Immaginavo che forse mi avrebbe lasciato qualcosa in eredità.

Ma io non volevo nulla da lei.

Pur rinunciando avrei dovuto comunque recarmi presso il notaio dove era stato depositato l’atto, e purtroppo la sede si trovava nella mia città natale. Mi ero messo in viaggio, con mille angosce e paure, con la consapevolezza che ciò che avevo cercato di allontanare il più possibile, fosse ancora là, ad aspettare me.

Finalmente dopo una giornata intera di viaggio giunsi a destinazione. Alloggiai in una modesta pensione in periferia e il giorno seguente presi contatto con il notaio. Poi mi addentrai per le strade di quella città, che ora sentivo completamente estranea e vagabondai senza una meta, in compagnia dei miei tristi ricordi. Nel primo pomeriggio assistetti all’apertura del testamento, ero stato designato unico erede universale.

«Ma signor Landi è sicuro della sua decisione?» mi chiese stupito il notaio.

«Lo, so, forse devo sembrarle un pazzo… ma ho tagliato i ponti con il mio passato e con la signora Corsi…» chiamarla per nome mi permetteva di tenere le distanze.

«Non riesco nemmeno a immaginare le sue motivazioni» continuò l’uomo «ma le assicuro che sta facendo una sciocchezza. Segua il mio consiglio…»

«Se posso, mi dica» risposi infastidito, la conversazione stava per prendere una brutta piega.

«Guardi, si dia del tempo, prima di decidere definitivamente, diciamo… un paio di giorni. Domani mattina l’accompagno nella villa di sua nonna. Lei forse saprà che è rimasta chiusa per quasi vent’anni… vorrei mostrarle cosa ne è rimasto. Quell’immobile ha un valore enorme, all’interno ci sono anche dei quadri e del mobilio di un certo rilievo… è un vero peccato che sia stato tutto abbandonato. Da quando sua nonna si trasferì nella casa di cura nessuno dei suoi parenti più prossimi si è mai interessato a quella proprietà!»

«Lo so… conosco bene quel posto, purtroppo. Ma vede, io non ho nessuna intenzione di tornarci. Ho già il biglietto di ritorno, il treno parte domani alle undici e per quell’ora intendo chiudere questa faccenda» risposi, sempre più inquieto. Avrei voluto alzarmi all’istante e correre via, fuggire da quel posto, dai quei brutti ricordi che ora stavano riaffiorando nel momento in cui il notaio aveva accennato alla villa.

D’un tratto la voce dell’uomo si fece sempre più indistinta, non riuscivo più a decifrare le sue parole, ero come risucchiato in un vortice di flash back. Non erano immagini nitide, piuttosto sensazioni, odori, colori e urla… le SUE urla.

«Signor Landi… mi sta ascoltando?» Un salto con la mente e d’improvviso la voce dell’uomo mi riportò al tempo presente. Il suo sguardo era fisso su di me, con aria interrogativa continuava a chiedermi se tutto andasse bene.

«Sì, certo, non si preoccupi… ho solo un gran mal di testa» risposi cercando di mascherare il mio malessere interiore.

«Inoltre, la signora Corsi mi ha incaricato di darle questa…» disse l’uomo porgendomi una busta.

«Di che si tratta?»

«Credo che sia una lettera… che doveva essere consegnata in occasione dell’apertura del testamento». Allungai la mano tremante, quasi avessi paura di toccare qualcosa di nocivo, di pericoloso. Riconobbi all’istante il profumo che emanava la carta, lo avevo respirato per anni.

Carissimo Lorenzo,

quando leggerai questa lettera saranno passati dieci anni esatti dalla mia dipartita. Avrai di sicuro superato le tue difficoltà e risolto i tuoi problemi, ti abbiamo fornito tutti i mezzi necessari affinché tu affrontassi la tua malattia, senza badare a spese e sono certa che tutto è andato a buon fine. Per questo motivo ritengo che tu debba rientrare in possesso di quell’oggetto a cui tenevi tanto, per ricordarti di come eri e di come invece ora sei cambiato. Ti auguro un’esistenza felice, come quella che abbiamo avuto tuo nonno ed io.

Un grande abbraccio. Tua nonna Alice.

Se in quel preciso momento mi avessero inferto una coltellata non sarebbe stata tanto dolorosa quanto l’immagine che comparve nella mia mente. Come un lampo che ti acceca improvvisamente lo sguardo, rividi l’oggetto che tanto gelosamente avevo custodito, durante i primi anni della mia triste infanzia. Quell’oggetto che avevo tenuto nascosto e tenuto stretto al petto, con il terrore che LEI prima o poi me lo avrebbe portato via strappandomelo dalle mani con violenza, come sempre, come ogni volta che voleva punirmi, per quel mi modo di essere “diverso” dagli altri.

«Va bene, allora andiamo…» Le parole fluirono dalla mia bocca quasi inconsapevolmente, rimasi io stesso sorpreso, eppure il mio cuore mi aveva battuto sul tempo, il mio cuore mi stava guidando verso quel passato da cui avrei voluto fuggire.

Il giorno seguente ci ritrovammo direttamente davanti al portone dell’antica villa. Quella scritta campeggiava in cima, ancora così incredibilmente nitida:

LE CRITICHE SONO FACILI, L’ARTE E’ DIFFICILE.

L’aveva fatta incidere mio nonno, il quale era sempre stato polemico e dispotico nei confronti di tutti, compresi i suoi familiari. Un uomo tutto di un pezzo, che lavorava sodo, dalla mattina alla sera e non accettava critiche sul suo operato e su come la pensava su certi argomenti e proprio per sottolineare il suo atteggiamento intransigente aveva pensato bene di ricordarlo a tutti quelli che varcavano la soglia di casa sua.

Il notaio armeggiò con la chiave e dopo un paio di spintoni il portoncino della villa si aprì leggermente, cercammo allora di spingere entrambi per poter entrare. Dietro le ante un accumulo enorme di foglie secche formava una sorta di barriera e quando riuscimmo ad entrare constatammo che l’intero cortile era in uno stato di pietoso abbandono. Il mio cuore si fermò per una frazione di secondo, o almeno ebbi questa impressione, mentre osservavo il degrado circostante, ripensando a tutto il tempo che avevo trascorso in quello che una volta era un bellissimo giardino, curato personalmente da mia nonna. Mi ricordo ancora del roseto, di quelle fragranze e di quei colori che inondavano l’ambiente e che stridevano con il suo piglio severo, con quel suo sguardo perennemente duro, che sembrava ammonirmi qualsiasi cosa facessi.

La villa, nel suo aspetto così sinistro e decadente, si intravedeva tra i rami dei pioppi, cresciuti a dismisura, e man mano che mi avvicinavo la riscoprivo in tutta la sua maestosità. Le pareti scrostate erano ricoperte per la maggior parte da una vegetazione fitta e selvaggia, che la teneva imbrigliata come in un bozzolo verdeggiante, e quella visione alimentò ancor di più il mio disagio interiore.

A fatica ci avvicinammo all’enorme portone di mogano scuro, camminando su un tappeto di foglie morte e il notaio fu costretto a strappare l’edera che si era avvinghiata intorno ai battenti, nascondendo alla vista anche la serratura.

Un tanfo nauseabondo ci investì appena varcata la soglia, sentivo lo stomaco in subbuglio e la necessità impellente di vomitare, e lo avrei fatto, se non mi fossi imposto di eludere quello stimolo inopportuno.

Tutti i mobili erano ricoperti da enormi teli bianchi e alle pareti i quadri s’intravedevano sotto la coltre trasparente di cellophane, mentre dal soffitto pendeva un enorme lampadario di cristallo completamente imbrigliato da centinaia di ragnatele. Uno spettacolo orribile.

Mi ricordavo la solarità di quel luogo, vent’anni prima, quando tutto era così perfetto, e quel pavimento di marmo rosa, ora di un colore indecifrabile, sul quale risplendeva il riflesso di mille gocce di cristallo. I mobili lucidati a specchio e la stanza sempre piena di fiori freschi, che mia nonna coglieva ogni mattina. Ora tutto appariva così tetro, la patina di polvere scura ricopriva ogni cosa, annullando i colori, rendendo tutto uniformemente grigio. Ci apprestammo a salire nel piano superiore, percorrendo l’ampio scalone di marmo, ingombro di detriti caduti dal soffitto. La prima stanza, lo studio del nonno, aveva la porta spalancata. Mi ricordo che mi era severamente proibito entrare e soprattutto non mi era consentito di toccare la collezione di macchine fotografiche che mio nonno teneva sulla sua grande scrivania di mogano. Quegli oggetti, venerati come reliquie, erano ancora nel medesimo posto e nella stessa posizione, nessuno aveva osato spostarli, neanche dopo la sua morte. Erano ricoperti da uno spesso telo di cellopahne, che con molta cura tirai via.

Proseguimmo il giro nelle altre stanze, alla ricerca di quell’oggetto che volevo ritrovare, a ogni costo. Passammo davanti alla camera dove mia nonna aveva l’abitudine di rinchiudermi quando mi comportavo male, o almeno questa era la sua convizione. Davanti a quella scena provai sofferenza e per un istante fui riportato indietro negli anni. La stanza era semidistrutta, come se fosse passato un ciclone, spazzando via ogni cosa, e in quella desolazione erano rimasti solo una sedia e il letto, sul trascorrevo ore e ore con gli occhi fissi al soffitto. Mi avvicinai e provai la stessa identica sensazione di quando me ne stavo in silenzio, rinchiuso in quell’angusto antro, costretto a meditare sul mio comportamento, che mia nonna definiva “deviato”. Alla fine ci avevo davvero creduto, ero giunto alla conclusione che lei avesse veramente ragione e che la mia malattia fosse grave e inguaribile. Che pazzo ero stato!

Mi allontanai in fretta, sempre con il silenzioso notatio al seguito, alla ricerca frenetica di quell’oggetto. Forse sapevo dove trovarlo. Nello stanzino adibito a ripostiglio vidi infine quello che cercavo. Mi ricordavo di averla nascosta in una cesta vicino alla finestra. Avevo sentito mia nonna arrivare, i suoi passi e il suo bastone battere ritmicamente sul pavimento del corridoio e l’avevo infilata nel primo posto possibile. Era il mio ultimo giorno in quella casa, prima di essere mandato in collegio.

Sapevo che non avrei potuto portare la bambola nel posto dove andavo e lasciarla mi avrebbe aiutato a “guarire” dalla mia malattia. I miei nonni si erano prodigati molto, facendomi visitare da importanti luminari della medicina e tutti avevano concordato che ero ancora in tempo per correggere le mie devianze, ma avrei dovuto farlo in un ambiente adatto, attrezzato per quel genere di problematiche.

Presi la bambola con mani tremanti, quante volte mia nonna me l’aveva strappata via, gettandola contro il muro o sul pavimento con disprezzo e urlandomi che non dovevo tenerla, non potevo giocarci come una “femminuccia”.

Il notaio mi osservava, ostentando indifferenza, ma avvertivo lo stesso disprezzo nel suo sguardo. Non sapevo che farne, di quell’oggetto. Avrei potuto tenerlo, ma in quel caso mi avrebbe procurato una sofferenza infinita, ogni qualvolta lo avessi soltanto guardato, oppure gettarlo via, cercando di rimuovere dalla memoria quel periodo buio e triste della mia vita. Sapevo che in entrambi i casi tutto sarebbe stato inutile, non si può cancellare ciò che si è vissuto. La lasciai in quel posto, insieme ai miei ricordi.

In silenzio tornammo nel salone e poi di nuovo in giardino. Il mio unico pensiero era quello di fuggire via, il più presto possibile. Al diavolo la villa, i mobili e i quadri di valore… al diavolo i suoi soldi, quei maledetti soldi con cui LEI mi aveva tenuto rinchiuso dieci anni della mia vita, in quella sorta di manicomio di lusso, dove intendevano “curare” la mia malattia.

«Signor Landi…»

«No la prego, ne ho abbastanza… forse faccio in tempo a prendere il treno delle diciotto… ora andiamo, firmo quello che c’è da firmare e me ne vado» con quella frase volevo inibire qualsiasi tentativo da parte del notaio di convincermi a ritornare sulla mia decisione. Ci avviammo verso l’uscita, poi mi ricordai di una porta secondaria sul retro della villa che dava su un piccolo bosco.

«Un attimo soltanto, vorrei vedere una cosa, Lei mi aspetti pure qui, torno subito». Mi era tornato in mente che prima di andarmene defintivamente avevo compiuto un gesto per far dispetto a mia nonna. Avevo rubato di nascosto un paio di scarpe, a cui lei teneva in particolare, perché le ricordavano la sua giovinezza. Le custodiva nel suo armadio, in una scatola fucsia, come il colore delle scarpe. Ricordo che le presi e corsi via nel boschetto, portando con me un martello per inchiodarle all’albero più grosso. Quel gesto era una sorta di vendetta nei suoi confronti, per ripagarla con la stessa moneta. Lei mi aveva portato via la mia bambola e io le sottraevo degli oggetti a cui le teneva molto.

Raggiunsi il notaio e tornammo allo studio. All’improvviso ebbi un’idea folgorante. Comunicai al notaio che avrei accettato l’eredità, ma per devolverla interamente a un’associazione a che li avrebbe utilizzati per aiutare persone che avevano avuto i miei stesi problemi. Il notatio non osò formulare domande o fare considerazioni, prese le carte firmate e ripose la cartellina nello schedario. Mi salutò, augurandomi buon viaggio.

Alle diciotto in punto il treno partì dalla stazione. Ero esausto. Chiusi gli occhi nella speranza di potermi riposare e scaricare tutto lo stress accumulato in quelle poche ma intense ore.

Feci un sogno. Mi trovavo nel boschetto dietro la villa e luce aveva un aspetto strano, non sapevo se fosse giorno o notte. Improvvisamente dagli alberi iniziarono a staccarsi migliaia di fogli bianchi, che vorticandomi intorno, rimanevano sospesi nell’aria. Avevo la sensazione di essere immerso in una tempesta e cercavo di allungare una mano verso quei fogli per prenderne uno, ma mi sfuggivano continuamente. Più tendevo le braccia verso l’alto, più i fogli si allontanavano, riuscivo soltanto a vedere l’intestazione, scritta a caratteri cubitali: CARISSIMO LORENZO

Il fischio del treno mi svegliò di colpo. Dopo qualche secondo di smarrimento mi ripresi da quella sorta di incubo, che mi ottundeva la mente. Mi ero illuso, per un attimo, che tutta quella storia fosse stato solo un lunghissimo sogno, ma il treno mi riportò subito alla realtà dei fatti.

Fuori dal finestrino il paesaggio continuava a scorrere indolente, mentre all’orizzonte il sole si apprestava a declinare dietro le sagome scure degli alberi. La campagna andava assumendo un aspetto ancor più malinconico. I ricordi scorrevano veloci nella mia mente, e come in un rewind impazzito ripercorrevo la mia infanzia. Non sono mai guarito dal mio “male” e vivo la mia vita nella consapevolezza che sono le scelte coerenti a forgiare la personalità di ciascuno di noi. Sono ancora convinto che mia nonna intendesse farmi un regalo per la mia futura “redenzione” e attendere oltre dieci anni dopo la sua morte, le avrebbe garantito la sicurezza della mia guarigione… Pura illusione, la natura interiore non si può domare, la puoi nascondere forse, perché essere coerenti, soprattutto con se stessi è davvero la cosa più complicata in questo stupido mondo. Sorrisi immaginando che faccia avrebbe fatto se avesse potuto vedere a quale scopo era stata devoluta la sua cara e preziosa eredità.