Sogno impossibile

Era un sogno come tanti, con poche aspettative di essere ricordato; lui lo sapeva e se ne crucciava pensando a come sarebbe stato più intrigante entrare di soppiatto nella mente delle persone, nel momento in cui sono più vulnerabili e scorrazzare tra le idee instillando una sensazione qua, un pensiero là fino a creare un turbine che sarebbe poi diventato Il Sogno.

Nonostante i propri sforzi non capiva il motivo dei propri insuccessi; si sarebbe anche accontentato di partecipare allo show “Incubo per una notte” pur di provare la frizzante esperienza della fama e godere del brivido provocato invece no, i suoi ospiti, dopo la visita, si svegliavano con aria annoiata, per nulla influenzati dal suo lavoro notturno.

Le aveva provate tutte, era persino andato da un suo amico sogno, un analista di scuola freudiana estremamente competente in materia, che gli aveva detto di diffidare degli umani: questi scambiano i propri pensieri per sogni ma, in realtà, sono solo i loro ricordi scombinati che, la notte, scorrazzano liberi nella mente.

L’amico analista gli aveva dato, come ultima risorsa o, forse, per liberarsi un seccatore, un libretto che riportava un elenco dei sogni celebri, corredati da una semplice descrizione. “Come sarebbe bello se anche io fossi compreso in un elenco simile!”, si trovò a pensare. Invece, se proprio vogliamo, faccio parte dell’elenco dei sogni non ricordati.

Ma se, sognando un po’, esistesse un elenco dei sogni, io ne farei parte o no? Se mentre sogno immagino l’elenco dei sogni, al termine dell’opera il sogno nel quale l’ho concepita non sarebbe  compreso e quindi non avrei realizzato l’elenco di tutti i sogni. Esisterebbe quindi un sogno dei sogni che non contengono se stessi.

Decise allora di sottoporre il problema al suo ospite della sera, una tranquilla signora dall’aria gentile che, intorno alla mezzanotte decise che era arrivato il momento di spegnere il giorno.

La notte passò, forse solo perché il tempo non si accorge di noi ma, il giorno dopo, negli occhi della signora si potevano scorgere i segni di un tormento e nella mente un pensiero incalzante.

Finalmente il Sogno aveva trovato il giusto posto nell’Elenco sognato.

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Sogno Infranto

L’aria frizzantina dell’imbrunire era ancora piacevole.

Nonostante fosse già novembre, la gente del paese se ne stava ancora seduta all’uscio di casa, per godersi gli ultimi tiepidi giorni di quell’autunno così stranamente caldo. Il cielo andava man mano sfumando nel blu intenso, mentre il sole oramai basso all’orizzonte mostrava gli ultimi bagliori purpurei. Dal belvedere del paese si poteva ammirare la vallata che si estendeva a perdita d’occhio, frastagliata soltanto da piccoli promontori, sui quali se ne stavano arroccati minuscoli agglomerati di vecchie case. D’inverno, quando la neve si ammassava sui quei ripidi e stretti tornanti, era difficile spostarsi tra un paese all’altro e la gente rimaneva giorni e giorni senza potersi spostare, in completo isolamento.

Sul sagrato della chiesa i bambini giocavano a pallone, al bar gli uomini continuavano a chiacchierare allegramente mentre le donne erano affaccendate nella preparazione del pasto serale, l’orologio segnava le 18 in punto.

Giovanna scese di corsa le scale della canonica, il seminario prematrimoniale era appena terminato e aveva fretta di raggiungere sua madre che la stava aspettando per preparare i biscotti.

«Ciao Giovanna! Dove vai così di corsa…» le chiese Donna Luisa affacciata alla finestra.

«A casa, mamma mi aspetta!» rispose Giovanna continuando a correre.

«Ma Agostino, dove l’hai lasciato?» chiese ridendo l’anziana donna.

La ragazza lasciò quella domanda aleggiare nel vicolo, alzò una mano in segno di saluto e scomparve in fondo alla ripida e angusta discesa.

L’odore dei biscotti appena sfornati l’accolse già nell’androne, salì in fretta le scale pregustandone con la mente il sapore dolce.

«Mamma, ma hai già hai infornato!» chiese la ragazza entrando in cucina.

«Se stavo ad aspettare te!» rispose Maria, intenta a togliere i biscotti dalla teglia «Agostino? Se n’è andato a casa?»

«Oggi non è potuto venire alla riunione, sta a San Giorgio, per finire quel lavoro…»

«Immagino che Don Pietro si è arrabbiato»

«Un po’ sì… sono già due volte che vado da sola, ma i soldi ci servono, la settimana prossima portano la camera da letto… e poi Agostino si deve fare il vestito per la cerimonia!».

Sua madre sorridendo le porse un vassoio «Tieni, continua a metterli sopra, io inforno gli altri».

Giovanna rifletteva su come da un paio di mesi la sua vita fosse diventata piuttosto frenetica e che i preparativi per il matrimonio stavano diventando snervanti.

Agostino la scorsa estate le aveva detto che era arrivato il momento di mettere su famiglia. Lei lo aveva guardato sorpresa, non avevano mai affrontato l’argomento, anche se erano oramai quattro anni che erano fidanzati. Il lavoro procedeva bene, la sua ditta di ristrutturazioni si stava consolidando, in molti avevano iniziato a mettere mano alle vecchie case, dato che comprarne di nuove iniziava a essere molto oneroso. La parte nuova del paese si collocava molto più in basso, quasi a valle e nessuno voleva lasciare i propri parenti, specie se anziani e l’unica soluzione era quella di ristrutturare gli edifici antichi del centro storico. La ditta di Agostino aveva così iniziato ad allargarsi e ora contava circa otto dipendenti, tutte maestranze specializzate, e gli garantiva un guadagno discreto e un lavoro costante. Giovanna aveva conseguito la licenza media, ma ora aveva imparato a far di conto e dava una mano nel gestire la contabilità della ditta.

Sorrise a quel ricordo e a come l’aveva abbracciato stretto stretto, immaginando il futuro insieme a lui. Poi si la faccenda si era complicata e i preparativi per le nozze si erano rivelati estenuanti. Ricordava le discussioni sui parenti da invitare, la scelte delle bomboniere e la confezione del vestito. Lei aveva pensato a tutta l’organizzazione mentre Agostino si era dedicato, nel suo tempo libero, alla ristrutturazione di una piccola casa nel centro storico, che sua nonna gli aveva lasciato in eredità, dato che nessuno dei parenti era disposto a prendersene cura, talmente era dissestata.

Verso le 18.45 il suono del citofono la fece sobbalzare, chi poteva essere a quell’ora così insolita?

«Giovanna scendi, ti devo dire una cosa… anzi, prendi anche la borsa e il cappotto, dobbiamo fare un giro…» disse la voce maschile al citofono.

« Agostino, ma sai è quasi ora di cena? Perché non mi hai detto che passavi!»

«Dai scendi» insisteva il ragazzo «devi assolutamente vedere una cosa!»

Giovanna avvertì sua madre che stava uscendo di casa e che Agostino la voleva portare da qualche parte. La donna le raccomandò di tornare presto scuotendo la testa in segno di disappunto.

La ragazza raggiunse Agostino nell’androne. Lui la prese teneramente tra le braccia e la baciò con passione.

«Tra poco sarai tutta mia…» le sussurrò nell’orecchio.

Giovanna sentì il viso avvampare «quanto sei scemo!» esclamò imbarazzata «poi vediamo se mi sopporti per tutta la vita…» aggiunse divincolandosi dall’abbraccio.

«Dai facciamo due passi… » disse il ragazzo prendendola per mano e avviandosi lungo il vicolo stretto, quasi buio, illuminato soltanto da piccole lanterne all’angolo dei caseggiati di pietra antica.

«Stiamo andando nella casa nuova?» chiese Giovanna, riconoscendo il percorso.

«Certo, ho detto che ti volevo far vedere una cosa…».

I due giovani innamorati si ritrovarono sotto l’edificio, intonacato di fresco. La facciata era stata ristrutturata e ora il marrone chiaro si intervallava ad ampi squarci di pietra, lasciati appositamente, per ricordare le antiche origini del palazzetto. Il loro piccolo appartamento si trovava all’ultimo piano, dopo aver salito la stretta scala di pietra, si ritrovarono davanti al piccolo portoncino di mogano scuro, con la nuovissima targa dorata intarsiata dai loro nomi. Giovanna guardò il suo ragazzo e sorrise, mentre la curiosità iniziava a metterle fretta, non vedeva l’ora di scoprire ciò che Agostino le voleva mostrare.

«Chiudi gli occhi… » le disse conducendola per mano lungo il corridoio. La ragazza lo seguì a piccoli passi in direzione della sala da pranzo.

«Ora guarda!»

Giovanna aprì lentamente gli occhi, pregustando la sorpresa e li sgranò quando vide la credenza antica che aveva visto una settimana prima alla fiera del mobile.

«Ma tu sei matto!» esclamò «questa costa un occhio della testa! Non potevamo permettercela…»

«ma tu te ne eri innamorata, lo so… non negarlo… e io ho riscosso i soldi di quel lavoro… quindi, eccola, nella nostra sala!».

Giovanna gli buttò le braccia al collo, stringendolo forte, in preda a una emozione duplice, che da un lato la faceva sentire felicissima per quella sorpresa e dall’altro consapevole che si trattava di una spesa enorme, che forse non avrebbero dovuto affrontare.

«Grazie Amore mio… » disse «forse non era il caso… comunque oramai è nostra » disse sciogliendo l’abbraccio. Giovanna si avvicinò alla credenza, aprì i cassetti e le ante, pensando mentalmente a cosa avrebbe potuto metterci dentro. I due ragazzi trascorsero una ventina di minuti facendo progetti e fantasticando su quando sarebbero andati ad abitare nel loro nido d’amore.

«Amore ora è tardi, mi aspettano per la cena!» disse Giovanna dando uno sguardo all’orologio che segnava le 19.20.

«Va bene, andiamo…» rispose Agostino a malincuore. In fretta lasciarono l’appartamento e scesero in strada.

«Un momento… ho dimenticato le chiavi dell’auto sul tavolo… torno subito» così dicendo il ragazzo aprì di nuovo il portone, lasciando Giovanna in attesa.

Improvvisamente un sordo boato s’irradio nell’aria circostante, una vibrazione violentissima scosse la strada sotto i suoi piedi e la ragazza fu catapultata a parecchi metri dal portone dove pochi istanti prima era entrato Agostino.

Il buio profondo avvolse tutte le strade e le vecchie case di pietra iniziarono ad accartocciarsi come carta pesta. Giovanna sentiva il mondo crollarle letteralmente addosso, tentò di urlare ma la voce le morì nella gola arsa dalla polvere. La terra continuò a tremare per lunghi, interminabili istanti, mentre urla terrorizzate si confondevano nel roboante rumore delle macerie che s’andavano accumulando tutto intorno.

Ma in quei terribili istanti il suo pensiero fu solo per Agostino, che solo pochi istanti prima era sparito dietro quel portone…

Harry Potter e l’Amico Speciale. (Fanfiction)

Harry_Potter

Harry se ne stava seduto sul suo letto, mentre nella penombra della stanza guardava la foto dei suoi genitori. James Potter e Lily Evans lo salutavano e sorridevano, agitando le mani in segno di saluto.

Quell’immagine evocava in lui un sentimento di gioia misto a malinconia.

Non ricordava i loro volti, era troppo piccolo quando Voldemort aveva deciso di stravolgere la sua vita, privandolo dell’amore della sua famiglia. Dopo aver vissuto con gli zii, relegato in un angusto sottoscala e sottoposto alle infinite angherie di suo cugino Dursley era giunto a Hogwarts, la scuola di magia e stregoneria per i futuri maghi.

L’unico ricordo che aveva dei suoi genitori era proprio quella piccola foto animata e soltanto il loro grande amore era stato in grado di proteggerlo dalla furia del Signore Oscuro, salvandolo da una morte orribile. L’emozione era ogni volta intensa e lo trascinava in uno stato di profonda tristezza. Una piccola lacrima si impigliò rapida tra le ciglia, Harry si asciugò con il dorso della mano, cercando di reprimere il pianto.

«Harry, ma che fine hai fatto!» la voce di Hermione lo sorprese, con gli ancora occhi lucidi.

«Eccomi… arrivo!» Harry nascose la foto sotto il cuscino, cercando di assumere un aspetto normale.

«E’ più di mezz’ora che ti stiamo aspettando! Lo sai che Piton si arrabbierà moltissimo, non tollera assolutamente che si faccia tardi e … con noi in particolare… lo sai!»

«Già… lo so» disse Harry «e ancora non ho capito il motivo…» aggiunse mentre recuperava i grandi tomi per la lezione di Pozioni e Difesa contro le arti oscure. Ron li stava attendendo lungo il corridoio. Insieme scesero di corsa le grandi scale, la cui direzione cambiava continuamente.

Piton aveva già iniziato la spiegazione quando Harry e i suoi due amici entrarono di soppiatto nell’aula, cercando di non farsi notare.

«SIGNOR POTTER!» lo apostrofò subito il professore «anche oggi siete in ritardo… il nostro famoso, caro signor Potter…bene… dieci punti di penalizzazione per Griofondoro»

«Ma professor Pitono noi…» cercò di giustificarsi Harry

«BASTA! ora sedetevi e fate silenzio».

I tre ragazzi presero posto nei banchi senza aggiungere altro, mentre Draco Malfoy e i suoi amici di Serpeverde se la ridevano.

«Hermione la mezzo-sangue e Ron il povero straccione… degni compari di Harry Potter!» disse Draco al suo compagno di banco, indicando con disprezzo il trio ammutolito.

La lezione andò avanti per altre due ore, ma Harry era distratto, da un po’ di tempo aveva dei tremendi mal di testa, che gli impedivano di concentrarsi a dovere.

Quella notte, come tutte le precedenti, Harry si svegliò di soprassalto. I Dissennatori erano tornati a popolare i suoi incubi e gli erano parsi così reali che aveva creduto sul serio che gli avrebbero risucchiato via l’anima. Spalancò gli occhi nel buio più completo e avvertì il volto madido di sudore freddo e la cicatrice, regalo mortale di Tu-sai-chi, che iniziava a pulsare di nuovo, infliggendogli delle fitte lancinanti.

Il ragazzo richiuse gli occhi, nell’attesa che il dolore lo abbandonasse, poi quando li riaprì di nuovo, notò un bagliore provenire dalla poltrona accanto al caminetto spento. Con cautela si alzò dal letto e inforcando gli occhialini tondi si diresse verso la grande poltrona, di cui vedeva solo la parte posteriore. Il cuore pareva correre come un puledro impazzito, ma trovò ugualmente il coraggio di avvicinarsi. Avvertì un senso di calore intorpidirgli la testa e poi con grande sollievo si rese conto che l’emicrania era sparita. Girò intorno alla poltrona e si ritrovò di fronte a un ragazzino, più o meno della sua stessa età, vestito completamente di bianco.

«Ciao Harry, stai meglio?» disse lo sconosciuto seduto sulla poltrona. Harry si ritrasse, colpito dal bagliore che emanava quella figura.

«Non aver paura Harry, sono tuo amico» disse il ragazzino con voce suadente.

«Mio amico? Ma io non ti conosco… chi ti ha mandato? Il professor Silente?» chiese Harry diffidente.

«No, il Preside sa che sono venuto a trovarti, ma non mi ha mandato lui»

«Cosa vuoi da me?»

«Sono qui per aiutarti a superare le tue paure Harry… hai di nuovo sognato i Dissennatori vero?» gli domandò lo sconosciuto.

«Tu come fai a saperlo?» chiese sempre più incredulo Harry.

«Io sono tuo amico, conosco la tua storia e so molte cose di te… anche quelle che tu stesso non sai. Mi chiamo Jack.»

«Allora forse sei uno dei fantasmi che abitano qui nella scuola?»

«No Harry, sono solo un amico speciale… ti verrò a trovare spesso e faremo delle lunghe chiacchierate che ti aiuteranno a superare le tue paure». Harry rimase sconcertato da quelle parole e si convinse che quel ragazzino era stato mandato da Silente, il Preside della scuola di magia, per indurlo a parlare.

Da qualche mese infatti il ragazzo era in preda a un profondo sconforto e quelle fitte lancinanti alla testa lo facevano stare male, ma si trattava soprattutto di un malessere interiore, che lo stava allontanando dalle persone che aveva intorno e dai suoi amici di sempre.

La percezione di essere “diverso” si faceva man mano più nitida e il sentirsi un emarginato lo faceva a volte diventare anche aggressivo, per questo preferiva starsene per conto suo e non parlare con nessuno dei suoi incubi e del suo disagio.

«Io non… parlo dei miei problemi, neanche con i miei più cari amici…»

«Lo so Harry, ma con me puoi farlo, vedrai ti sentirai molto meglio!» lo esortò Jack.

«Dopo tutto quelli mi è successo… i pericoli che ho affrontato…certo ho avuto paura, ma stavolta si tratta di qualcosa di diverso… che non sono in grado di comprendere» disse Harry, cercando di focalizzare la sua attenzione su quanto voleva comunicare «…gli incubi, la cicatrice che mi provoca un dolore insopportabile… ho come la sensazione che qualcuno stia cercando di prendere il controllo della mia vita… e non so come reagire! » concluse, rendendosi consapevole che ora aveva ben chiaro quale fosse il vero dilemma. Così dicendo si sedette sul gradino del caminetto, guardando dritto in faccia il suo interlocutore. Il bagliore che circondava al figura di Jack gli infondeva un lieve torpore e lo faceva sentire tranquillo, rilassato. Poggiò la testa contro il muro di pietra e si lasciò andare verso un sonno ristoratore.

«Harry! Harry! Svegliati!» Harry sentì una voce gridare il suo nome e aprendo gli occhi si ritrovò davanti il faccione lentigginoso di Ron Weasley

«Ron… che succede… dove è andato Jack?» chiese il ragazzo con la voce impastata dal sonno.

«Jack? E chi sarebbe?… senti, lascia stare, avrai fatto qualche sogno strano» sentenziò Ron cercando di sollevandolo per un braccio.

«Dobbiamo assolutamente andare! Ti sei dimenticato della tua partita di Quiddich?»

«Accidenti la partita!» esclamò Harry e in preda al panico prese a vestirsi il più in fretta possibile.

«Che ore sono?» chiese all’amico.

«E’ tardi!»

Draco e suoi due tonti scagnozzi, si erano introdotti di nascosto nella stanza dove erano custoditi gli oggetti utilizzati durante la gara, per sostituire il boccino d’oro con una copia alla quale era stato fatto un potente incantesimo.

«Draco, ma sei sicuro che questo funzionerà?» chiese timoroso il più grasso dei due.

«Non dimenticare che mio padre è un potentissimo Mangiamorte, lui ha fatto l’incantesimo e il nostro piano non fallirà!»

Gli spettatori assiepati sugli spalti, urlavano in coro in nomi dei propri beniamini agitando le sciarpe con i colori delle case. Nel settore Ovest dominavano l’oro e il rosso fuoco, i colori di Grifondoro, mentre nel settore Est dominava l’argento e il verde dei Serpeverde.

La squadra, con in testa Harry, entrò a cavallo delle scope volanti. Un urlo gigantesco accolse i ragazzi avvolti nei loro mantelli rosso-oro, che volteggiarono in circolo diverse volte prima di prendere le rispettive posizioni.

La partita ebbe inizio, mentre l’incitamento del pubblico si faceva sempre più frenetico.

Improvvisamente Harry riuscì, dopo aver smarcato alcuni avversari, a raggiungere il boccino afferrandolo al volo. Non appena le sue dita si strinsero intorno alla piccola sfera dorata dalle ali iniziò a fluire un fluido rossastro che accecò il ragazzo facendogli perdere il controllo della sua scopa. Harry dopo aver tentato invano di atterrare si schiantò contro una delle torrette dello stadio. L’impatto lo lasciò esamine al suolo, mentre la folla ammutolì per lo stupore.

Harry si risvegliò dopo molte ore. Aveva i muscoli intorpiditi e un paio di costole fratturate.

«Ciao Harry, bentornato… come ti senti?» la voce di Silente lo raggiunse, mentre riusciva a vedere solo ombre sofocate.

«Che mi succede? Non ci vedo bene!» chiese impaurito il ragazzo.

«E’ l’effetto del fluido rosso che qualcuno ha introdotto nel boccino… ma non preoccuparti l’effetto svanirà presto e poi sei senza occhiali!» lo rassicurò il preside di Howg..

«Professore… mi dica la verità, è stato lei a mandare Jack?»

«Jack? Non mi pare di conoscere nessuno con questo nome…»

«Ma sì, quel ragazzino vestito di bianco che…  no anzi, dimentichi quello che ho appena detto» Harry si rese conto che quella storia non aveva senso, chi ci avrebbe mai creduto?

«Avanti Harry, dimmi di che si tratta». Lo sguardo di Silente era colmo di benevolenza e compassione per quel ragazzo così forte e fragile al tempo stesso, il Preside aveva perfettamente compreso il suo stato d’animo e cercava di farlo parlare.

«Professor Silente… io mi sono fatto molti nemici vero? A iniziare da Voldemort… ma anche nella scuola ci sono persone che mi vorrebbero vedere morto, perché sono “diverso” e molti mi temono e pensano che diventerò come il Signore Oscuro!»

«Non devi pensare questo Harry, tu sei diverso, tu sei sopravvissuto al male e il tuo destino è certamente un altro. Vedi, a volte noi abbiamo bisogno di ritrovare noi stessi e di cercare la forza di andare avanti dentro di noi… nessuno può aiutarci, darci una mano a superare i problemi… e questa forza tu l’hai trovata… il tuo amico Jack non è nient’altro che la proiezione della tua forza interiore, quella ti aiuta a capire te stesso, che facendoti prendere coscienza delle tue emozioni, ti indica la strada da percorrere per risolvere le questioni»

«Mi sta dicendo che Jack non esiste? Che è una parte di me? La parte migliore?»

«Esatto Harry, diciamo che hai trovato un amico, un alleato dentro te stesso e stai sicuro che non ti tradirà mai e se cercherai di essere sempre sincero con te stesso, saprai esserlo anche con gli altri… e gli altri ti accetteranno per quello che sei» così dicendo Silente gli mise nel palmo della mano una gelatina Tuttitigusti.

«Ora mangia una di queste Harry… sperando che sia al gusto di vomito!»

Il ragazzo la masticò avidamente.

«Gusto menta… stavolta mi è andata bene!»

Magico Guerriero

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Non sa amare che te.
I suoi occhi non ti vedono ma il tuo alito scalda il suo viso nel buio.
Ti aggiri per la sua anima, conoscendola come nessuno.
Percorri il suo corpo con la sapienza di chi sa e la pazienza di chi ama.
Hai atteso che il desiderio seminato in lei fiorisse, per coglierlo.
E mille e mille volte rifiorirà per fartene dono.
Magico guerriero che porti in te un’antica tenerezza e, tenendola sempre stretta, hai sconfitto ogni drago per lei, e con lei, conducila nei tuoi, nei vostri sogni, laddove non ci sarà piú paura.
Laddove potrete vivere di desideri e amore. Impazzendo ogni volta che la vostra carne tornerà a farsi una.
Vinti dall’amore che, spietato e dolce, vi unisce.
Conducila laddove la malìa di cui siete vittime non ha potere.
Lei Luna, tu Sole, non vi è data possibilità di incontro. Vi sfiorate da lontano, in cieli serali, sperando alfine si sciolga l’incantesimo; non vi spaventa il tempo.
Ti farà dono di tutto ciò che è e tutto ciò che l’ hai fatta diventare.
Ma se cosí non sarà, magico guerriero, ti aspetterà  sempre, per una carezza all’imbrunire, e per la più travolgente delle passioni quando il sopraggiungere della notte vi porterà nei vostri luoghi, segreti al mondo.
Ti saprà amare come mai ha amato, perché tu cosí l’ami.
E al risveglio troverà sulla sua candida pelle tracce, a testimonianza di una notte d’amore. Lievi segni di esplorazioni dolci e audaci.
La sua mappa d’amore.
E di nuovo aspetterete l’imbrunire.
E di nuovo il sogno.
E sarà un eterno ritrovarsi e respirarsi per tornare poi ad affrontare quella vita che non vi vedrà mai accanto

Lucia Lorenzon

VIAGGIO MENTALE

Scopri chi sei e non aver paura di esserlo

Mahatma Gandhi

 

viaggio mentaleNella stanza in penombra osservo il gioco di ombre e luci che si riflettono sulla parete nuda, accanto al letto. La luce fioca ha assunto una sfumatura rossastra, il disco solare ha raggiunto il limite estremo dell’orizzonte, scomparirà completamente tra qualche minuto. Tante volte ho osservato il tramonto, dalla finestra della mia stanza, assaporando ogni istante di questo momento così magico, ammirando le pennellate di colori incredibili con le quali il giorno morente tinge il cielo e il paesaggio intorno. Oggi no, oggi le imposte sono socchiuse, ho bisogno di un’atmosfera intima, per confluire tutta la mia concentrazione su quello che sto per fare.

Dal mio ritorno dal Nepal non ho fatto altro che pensarci. Seduta sul letto accarezzo il sacchetto di seta rosso che ho portato con me da quel lungo viaggio. Leggerissimo e morbido al tatto, chiuso con un laccetto color oro.

Lo apro con molta cura. Le piccole foglie verde smeraldo, lucenti e profumate, stanno ordinatamente sistemate sul fondo ed emanano un odore dolce che non ho mai sentito. Mi sdraio, raccolgo una piccola foglia e la metto sotto la lingua, come mi è stato spiegato, non serve masticarla. Occorre solo chiudere gli occhi e concentrare il pensiero.

La potentissima foglia di Butha consente di viaggiare nel tempo, di andare avanti o di tornare indietro, perché tutta la nostra vita è racchiusa nella mente. Questo mi ha spiegato Tahigir, il vegliardo che ho conosciuto sul monte Jasemba. La testa è come uno scrigno prezioso che racchiude il destino dell’uomo. Tutto è scritto, tutto è già stabilito…. ogni singolo istante della nostra esistenza è presente sin dalla nascita all’interno della coscienza umana. Se si vuole ricordare il passato lontano e conoscere il futuro basta solo “guardarsi” dentro.

La testa inizia a girare. Ho come la sensazione di sprofondare nei meandri oscuri della mia mente. Ho iniziato il “viaggio mentale” tra i circuiti del mio cervello, tra le sinapsi intricate che emanano sprazzi di luce incandescente, mi accorgo che sono impulsi che prendono consistenza: immagini, parole, suoni, rumori, odori, sensazioni di gioia, dolore, tristezza, rabbia, felicità… tutto si fonde scorrendo all’indietro come il nastro impazzito di un rewind, nel quale mi rivedo come protagonista di un film che conosco.

Stop. Prima tappa, faccio i conti col passato. Eccola di nuovo quella sensazione di disagio, ho appena compiuto quattordici anni e non sono più bambina, ma neanche ancora adulta. Mi sento fuori posto, eternamente in bilico. In un angolo ci sono le mie barbie, compagne di gioco fino a poco tempo fa.

Come pensi che sarà il tuo futuro? Chiedo alla parte di me ancora adolescente. Ho un ricordo confuso su quello che avrei voluto fare.

Mi piacerebbe girare il mondo.

Risponde lei, con lo sguardo sognante. Certo, il sogno di tanti adolescenti. Partire, andare lontano alla ricerca della propria dimensione o semplicemente tentare di allontanarsi dai problemi quotidiani. Mi viene in mente mi madre. La rivedo sulla soglia della mia camera a rimproverarmi, a vomitarmi addosso parole. Ora si riaccende acuto quel senso di ribellione che guidava le mie reazioni. Sì, ora ricordo.

Che cosa pensi di fare per cambiare la tua situazione? Le chiedo. Voglio sapere se il mio comportamento ha effettivamente cambiato la mia vita, se le mie aspirazioni erano plausibili e se sono riuscita a concretizzarle.

Appena avrò diciotto anni andrò via di casa. Anzi, prima conseguirò il diploma di interprete, poi diventerò hostess e non tornerò più a casa.

Perfetto. Niente di tutto questo! Mi agito, sento il torpore nelle ossa, mi formicolano le gambe, vorrei muovermi, ma non ci riesco. Se questi erano i miei progetti mi rendo conto di aver fallito. Non sono andata via di casa fino al giorno in cui ho deciso di sposarmi.

Ora so perché l’ho fatto. Dopo il diploma non sono riuscita a trovare il lavoro che avrei desiderato e mi sono aggrappata al primo uomo di passaggio, al primo che è stato in grado di garantirmi la fuga. Ora sono intrappolata in questo rapporto da circa vent’anni, una sorta di gabbia d’oro dalla quale vorrei evadere, di nuovo. La mia vita come eterna fuga. Fuggo continuamente dalle mie responsabilità, dalla decisioni che continuo a delegare agli altri. Riuscirò un giorno a liberarmi?

Un salto nel vuoto, nel futuro. Sento il mio corpo perdere quota, come se scendesse ancora più in profondità. Sento le membra diventare sempre più pesanti, vorrei aprire gli occhi ma il mio corpo è come ibernato.

Il mio aspetto è mutato, vedo me stessa visibilmente invecchiata. La prima domanda è repentina, veloce, incalzante.

Dimmi com’è andata… cosa ne ho fatto della mia vita. La libertà… l’ho conquistata?

Quella sorta di ologramma mi sorride. Mi osservo dall’esterno ma al tempo stesso sono al suo interno, percepisco i suoi pensieri, le sue emozioni. Le risposte arrivano, immediate.

La libertà, un concetto così difficile da interpretare. Forse ora sono libera dai legami, Luca se ne è andato cinque anni fa. Ora a sessantasette anni mi godo la meritata pensione. Posso affermare di essere finalmente libera? Nonostante l’età non credo di aver acquisito quella famosa saggezza che porta con sé il trascorrere del tempo. Ho ancora quella insicurezza che avevo a quattordici anni, anzi, forse con il tempo è aumentata. Sono libera dai legami sociali, dalle incombenze del lavoro, decido della mia vita e dispongo delle mie cose, ma in fondo non mi sono mai liberata da me stessa, dal mio modo di essere. Un pesante fardello che trasporto sulle mie spalle fragili, un peso sempre più grande che mi porterò fino alla fine dei miei giorni.

L’immagine piano si dissolve, ora che ho avuto le mie risposte posso tornare alla realtà. Pian piano il corpo diviene leggero, provo a muovere le dita, riesco ad aprire gli occhi. La stanza ora è completamente buia. Mi sollevo e rimango seduta sulla sponda del letto, le membra ancora intorpidite, la mente ottenebrata dallo stordimento, l’animo turbato.

Raggiungo la finestra, spalanco le imposte. La luna ha compiuto il suo percorso, ora si staglia nel manto nero della notte. Respiro profondamente, l’aria sa di resina e aghi di pino.

Allora è vero che nella vita a volte è impossibile cambiare? Chissà se ha un senso cercare un percorso diverso, nell’illusione di sovvertire lo stato delle cose. Forse il destino di ciascuno è già scritto, l’insicurezza dell’adolescenza mi tiene ancora compagnia e sarà con me fino alla fine.

Tirò fuori dal sacchetto le foglie, le lascio cadere, brillano alla luce della luna. Il viaggio per me è finito o forse chissà, sono ancora in tempo per decidere se accettare il destino, oppure lottare, incanalarmi in un tortuoso cammino e raggiungere finalmente la meta…

 

 

Reazione a catena

Non sopporto l’idea di alzarmi presto per uscire in inverno, ma questa cosa la devo proprio fare e mi devo fare forza. Sono le 5:30, tra un’ora ho il volo per Londra da dove proseguirò per New York dove ho un appuntamento di lavoro. Gli aerei viaggiano sempre, incuranti degli orari e così io mi trovo in pieno centro ad essere tagliato a fette da una tramontana che non perdona.

Nei giorni scorsi ho pensato a tutto ma non ai soldi per il taxi per l’aeroporto. Sono innervosito da questa distrazione, sarà l’età o i mille pensieri. Rischio di perdere il volo e se c’è una cosa che mi mette ansia al mondo è quella di non arrivare per tempo negli aeroporti o nelle stazioni.

Per fortuna la banca è vicina e col bancomat posso prelevare quello che mi serve. La cassa automatica è riparata dal vento perché si trova all’interno di una stanza. Entro e inizio le manovre consuete finchè, un istante prima che l’apparecchio faccia il suo dovere, un black-out inchioda tutto e fa vacillare le luci. E’ cosa di un attimo, ma quanto basta perché io resti senza scheda e senza soldi a fissare una stupida scritta che mi invita a rivolgermi ad un funzionario all’interno della banca.

Ma la banca è chiusa, dannazione, guardo quanti soldi ho e mi rendo conto che 20 euro sono pochi per iniziare il viaggio. Li rimetto nervosamente nel portafogli ma finiscono nella patente nello scomparto accanto. Ormai sono preoccupato. Esco dal locale e ho la sensazione che ci sia qualcosa di strano nell’aria, forse il calo di corrente ha avuto qualche altro effetto di cui non mi rendo ben conto.

Cerco la macchina per andare da un amico a farmi prestare dei soldi ma non la trovo, chiudo gli occhi e inizio a creare nuove imprecazioni che per taluni possono essere splendidi mantra ma che nella realtà potrebbero uccidere chi li ascolta. Faccio due conti veloci guardando l’orologio e decido di andare a denunciare il furto dell’auto. Mi passa a fianco un autobus e io lo prendo al volo vista la loro rarità. Salgo sul retro e sono solo, cosa normalissima a quell’ora.

Il bus si mette a correre in maniera forsennata e vengo sballottato senza ritegno. Arranco verso l’autista per protestare pensando alle parole giuste da dire ma mi rendo conto che al posto di guida non c’è nessuno. Istintivamente mi metto al volante per fermare questa corsa folle e riesco a rallentare ma lo faccio proprio davanti ad una pattuglia della polizia che mi intima di fermarmi.

Salgono a bordo in due, mi chiedono i documenti guardandomi con sospetto perché non indosso la consueta divisa. Io consegno loro carta di identità e la patente e in quel momento mi rendo conto dei soldi rimasti dentro ma è troppo tardi. Uno dei due inizia a guardare i documenti e trovando i soldi mi chiede se è un tentativo di corruzione. Gli dico che sarebbe sciocco da parte mia farlo con 20 euro e mi incasino dicendo che non ho altro e quello la prende alla rovescia pensando che volessi offrire di più e mi dice di scendere dal bus e seguirlo per accertamenti.

Saliamo sulla volante e percorrendo mezza città entriamo in un edificio attraverso un passo carrabile. Scendiamo e mi portano in un ascensore che, invece di salire verso gli uffici, inizia a scendere. Piu’ scende e più sale l’ansia, ma la rapidità con la quale si svolgono le cose non mi dà tempo per pensare.

Dopo un’infinità di piani le porte si aprono su un corridoio dalla luce accecante dove tutti portano occhiali scuri e abiti neri, mi accorgo che gli agenti sono spariti e vengo accompagnato da un personaggio che sembra uscito da Blade Runner che mi fa accomodare in una stanza e mi lascia solo senza dire una parola. Una voce mi arriva dal nulla:

–         Si sieda.

Lo faccio e attendo all’infinito quando d’un tratto tutta una parete si apre lasciando spazio ad una vista mozzafiato sulla citta. Si, ma quale città? Ma non ero sceso sotto terra? Sento una voce accanto a me che mi dice:

–         Bella vista vero?

Mi guardo intorno e non vedo nulla tranne una penna sul tavolo e dalla quale sono convinto venga la voce. La prendo in mano per cercare l’altoparlante ma sento dire:

–         Ehi! Mettimi giù, ma che modi!

Per poco non la faccio cadere e l’afferro con delicatezza.

–         Ma ti sembra il modo di trattarmi?

Balbetto frasi sconnesse e fisso la penna pensando di aver oltrepassato il limite della ragione, forse l’ansia, lo stress. Lei mi dice:

–         Prenditela comoda che tanto il viaggio sarà lungo.

Con gesto automatico metto la penna nella tasca della giacca, chiudo gli occhi con la testa che gira e mi lascio andare sulla poltrona privo di forze e di volontà. Il panorama viene sostituito rapidamente dalle nuvole che sembrano sfrecciare veloci ma non avverto alcun movimento. Alla fine la parete si richiude giusto in tempo per far entrare nella stanza una di quelle strane persone inespressive che mi dice di uscire, ma forse me lo immagino perchè non vedo nessun movimento delle labbra.

Esco nel corridoio convinto di rifare la strada fatta all’andata, ma al posto del corridoio vedo che la porta si affaccia direttamente su un ufficio dove un’infinità di persone si muovono indaffarate. Mi viene incontro un uomo che stento a riconoscere ma poi con immenso stupore capisco che è il mio cliente di NY che con un sorriso mi dà il benvenuto augurandosi che abbia fatto buon viaggio e mi dice “Complimenti! Sempre puntuale!”

Mi accorgo di essere a NY nel suo ufficio e per poco le gambe non mi cedono. Mi volto indietro e mi accorgo di essere uscito dal solito ascensore che prendo ogni volta che vengo qui. Mi faccio forza e trascorro la giornata di lavoro come avevo previsto. La sera vengo accompagnato nel mio albergo che vedo come il paradiso dopo una sequenza di eventi impossibili che non ho ancora capito.

Piombo in un sonno spettacolare dal quale mi sveglio per colpa degli strepiti che provengono dalla mia giacca. Svegliarmi e vedere la stessa stanza della sera prima mi infonde sicurezza, ma subito ripiombo nella costernazione quando mi rendo conto che a gridare era la penna che distrattamente avevo portato con me.

–         Ma insomma, quanto ci metti a svegliarti! Preparati che dobbiamo andare!

La mia penna ha ragione. Ma come “la mia penna”! Ma sono diventato matto? Comunque sia ha ragione. Doccia, vestito e colazione abbondante. E ora? Cosa ci faccio qui senza un visto di ingresso? Se mi presento all’aeroporto mi arrestano. Decido di prendere la metro per andare in consolato mentre cerco una scusa plausibile da raccontare.

Scendo sotto terra e mi perdo nella folla trovando un posto libero che occupo per non essere travolto. Il vagone deve essere vecchio e le luci vanno e vengono. Dopo un black-out un pò più lungo degli altri il treno si ferma e la gente si muove. Avendo contato le fermate so che dovrò scendere molto più avanti e non faccio caso al movimento della gente.

Però quando il treno riparte mi accorgo di essere rimasto solo e la cosa, nella metro, non è mai una buona cosa. Mi alzo e cerco di guardare nei vagoni vicini, ma le luci sono spente. Mentre quelle della mia carrozza hanno ripreso il balletto di prima. Alla fine ci fermiamo in una stazione e io decido di scendere anche se so che non è la mia. Non mi fido a proseguire in quel modo.

Sul marciapiede mi blocco e inizio  ad avere uno dei mancamenti che ormai da un pò mi colgono di fronte all’impossibile. La stazione è quella di Piazza de Ferrari a Genova. Ho le gambe pesanti come piombo e mi sembra di non riuscire a camminare. Tutto intorno la gente si comporta normalmente, guardo l’ora e mi accorgo che sono le 9 e mezza. si, ma di che giorno? Compro un giornale per togliermi il dubbio e mi rendo conto così che sono passate solo 4 ore dal mio tentativo di prelievo.

Ora che ci penso. La banca è proprio sopra di me. Posso almeno recuperare il mio bancomat. Entro e mi rivolgo ad un funzionario spiegandogli cosa sia successo. Questo mi fa accomodare e dopo aver accertato che io sono l’effettivo proprietario della carta, me la riconsegna dicendomi di firmare la ricevuta.

Prendo istintivamente la penna che ho in tasca, firmo e mi accorgo di averlo fatto con quella che ho preso e portato con me. E’ un tuffo al cuore che mi ripiomba nell’incubo. La poso velocemente come volessi allontanare da me la follia ma il funzionario mi dice:

–         No no, la tenga pure signore ci fa piacere che i nostri clienti portino con se i nostri gadget!

Con un sospiro rimetto la penna in tasca ma per un istante che non scorderò mai, la sento ridere distintamente e dirmi:

– Felice che tu abbia viaggiato con Dream Travel!