Riflessioni dal fondo del pozzo.

Ciao a tutti! Mi fa piacere essere tornata tra voi dopo tanto tempo. Vi propongo un esperimento pubblicato la scorsa settimana sul mio blog personale: il diario. Può sembrare strano, ma in tutta la mia vita non ho mai scritto un diario vero, figurarsi uno letterario. Ho deciso di non dare nome alla protagonista, di lasciarla così ignota; non perché non meriti un nome, ma perché non so ancora quale nome le calzi a pennello. E il nome, si sa, è una cosa importante. Buona lettura! P.s.: scusate se pubblico con un giorno di anticipo, ma domani sono impegnata e, svampita come sono, è probabile che mi dimentichi di postare. 😀

Caro diario,

è da tanto che non ti scrivo. Passa un’ora. Poi un’altra e un’altra ancora. L’orologio non si ferma mai, il tempo scorre costante, corre come la strada sotto un’auto lanciata a tutta velocità e alla fine la penna cade dalla mano addormentata senza aver adagiato nemmeno una parola sulla carta. Oggi rifletto dal fondo del pozzo, lo stesso in cui ad un certo punto, un punto cruciale oserei dire, si ritrova Toru Okada, il protagonista de “L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami; può sembrare un posto strano per riflettere, ma cosa può esserci meglio di un buco che solitamente ospita l’acqua che per sua natura riflette?

A proposito di strade, come dice Mycroft Holmes nell’ultimo episodio di Sherlock: “the roads we walk have demons beneath”, che tradotto significa “ci sono demoni sotto le strade su cui camminiamo”. E i demoni ci sono davvero, stanno lì, nell’ombra, ad aspettare; nel frattempo affilano gli artigli e grattano la superficie al di sopra delle loro teste, la stessa che sorregge i nostri piedi, per aprire una voragine e ingoiarci interi. E’ strano, vero? Come i punti di vista possano essere diametralmente opposti. Quello che per qualcuno è il sotto, per altri è il sopra; ciò che per alcuni è bianco, per altri è nero. E’ tutta una questione di prospettiva, letale talvolta.

Non è più lo stesso il modo in cui guardo il buio, sai? D’altronde come potrebbe mai esserlo? Una volta visto e vissuto, l’Inferno, è difficile non sognarlo, figurarsi dimenticarlo. Non ricordo di aver mai temuto la notte da bambina, ma sicuramente l’ho fatto da adulta. Non molto tempo fa dormivo con la luce accesa, per davvero; non riuscivo a fare luce dentro, quindi cercavo di fare luce almeno fuori nella strana e vana speranza che filtrasse dentro per osmosi. Ridicolo, vero? Ci rido sopra, con una risata amara però. Adesso la luce la tengo spenta, eppure le tenebre stanno ancora là, come se fossero incastrate, incatenate al cuore. Forse le ho abbracciate o accettate? O magari imprigionate, perché no. Dimmelo tu, diario, che mi conosci davvero nel profondo; dimmi se sto brancolando nel buio alla ricerca di luce o tenebra.

Sei mai stato sul fondo di un pozzo? E’ una cosa strana… guardi giù e vedi fango, lo stesso su cui stai seduto, guardi su ed ecco un cerchio perfetto fatto di cielo. Sembra di vivere nella canzoncina del girotondo, quella in cui casca il mondo. Peccato che non ci sia nessuno a cui dare un bacio; sarebbe carino. Mh. Un bacio nelle tenebre. Suona romantico.

E tu hai demoni, caro diario? A parte i miei sepolti nelle pagine? Spero di no, perché se li hai, vuol dire che hai conosciuto l’Inferno. E se l’hai fatto, ti prego dimmi com’è il tuo. Vorrei sapere se somiglia al mio… buio, spinoso, con le tenebre ridotte ad un groviglio di ragnatele appiccicose e la luce, nel migliore dei casi, ad un lumicino quasi spento.

Ti prego rispondi, caro diario, ché qui tra gli umani pochi sono quelli che osano guardare nel buio e portarlo alla luce.

E con questo ti lascio.

Buonanotte,

con amore,

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NONNA GABRIELLA

Fu l’estate più bella della mia vita.
A volte ci penso ancora, magari mentre sto lavorando a maglia oppure quando esco di casa e mi inoltro nel piccolo bosco che mi separa dal paese più vicino. In genere, vado a fare la spesa una volta alla settimana, perché ho una vecchia macchina con le sospensioni traballanti e le gomme lisce. La strada sterrata è in pessime condizioni, e non sarebbe prudente sfidare troppe volte la sorte. Mi reco all’emporio, scambio quattro chiacchiere con Matilde, la vecchia cassiera, e mi rifornisco di quel poco che basta per affrontare i successivi sette giorni.
Ma camminare è diverso. Mi è sempre piaciuto molto passeggiare, e anche se non ho più la forza dei miei vent’anni sono ancora dotata di una buona resistenza. Amo il profumo del bosco, le sagome degli alberi che ormai considero vecchi amici, i raggi del sole che a tratti filtrano dalla verde cupola che mi sormonta, creando un gioco di luci suggestivo e quasi magico.
Ma amavo anche il mare, sebbene da allora non ci sia più andata.
Da quell’estate, per la precisione.
La vita è strana: sarei dovuta partire con Gianna; ma suo padre fu colpito da un ictus. Rimasi a Roma per starle vicino (allora abitavo lì, poi le grandi città mi sono venute a noia); però, alla fine, fu lei a convincermi ad andare in vacanza da sola. Avevamo pagato in anticipo l’albergo, e non le sembrava giusto che io sprecassi inutilmente i miei soldi. Lavoravamo entrambe come operaie, e lo stipendio non era certo alto. A malincuore, seguii il suo consiglio, preparai la valigia e andai a Gabicce.
Incontrai Giovanni la prima sera.
Stavo mangiando un gelato, seduta al tavolo di un bar che si affacciava direttamente sull’Adriatico. Non lo notai subito. Lui prese posto accanto a me e ordinò una birra alla spina. Non ricordo quali furono le prime parole che mi disse; probabilmente rappresentavano il classico approccio di chi è in cerca di avventure: questo almeno fu il mio pensiero. E a me non interessavano le avventure. Ma poi Giovanni incominciò a parlare, e io mi persi in quelle parole.
Credo che certe cose succedano una sola volta nella vita.
A me piacevano molto le canzoni di Claudio Baglioni. Lui disse che apprezzava una certa sua vena nostalgica, ma che tuttavia aveva la casa piena di dischi americani o inglesi; erano complessi che io non avevo mai sentito nominare: Jefferson Airplane, Grateful Dead, Doors, Rolling Stones. Io leggevo a malapena qualche settimanale di pettegolezzi; mi incuriosiva conoscere la vita delle principesse e delle attrici. Giovanni mi ascoltò in silenzio, e non c’era superbia in quel silenzio. Dava la sensazione di essere interessato al mio mondo interiore, e sembrava che non gli importasse che io fossi una capra. Si accese una sigaretta, chiamò la cameriera per farci portare un altro gelato e un’altra birra, lanciò un’occhiata al mare che riposava tranquillo al chiarore lunare, quindi mi parlò di Dostoevskij. Era perfettamente consapevole del fatto che io non lo conoscevo, nemmeno di nome, ma con un linguaggio chiaro, pacato, mi raccontò una storia meravigliosa: era quella di un principe che soffriva di epilessia, e che per questa ragione veniva definito idiota, sebbene fosse un uomo sensibile e intelligente. Mi spiegò che nelle intenzioni dell’autore egli raffigurava la figura di Gesù; citò alcuni passi a memoria, ed erano talmente belli, talmente ricchi di umanità, che all’improvviso i miei occhi si colmarono di lacrime.
A Roma, in linea di massima, frequentavo una compagnia di coatti. Ero abituata a prendere a schiaffi quelli che si concedevano delle libertà che io giudicavo eccessive. “Famo a capisse!”, rispondevo a chi lodava le mie tette o sosteneva che le mie gambe gli ricordavano quelle della Carrà, e che gli sarebbe piaciuto fare un giro in giostra con me.
Giovanni non era particolarmente bello. Ma era diverso.
Ci rivedemmo la sera dopo nello stesso posto, e non ci fu bisogno di parole. Mi prese per mano, scendemmo in spiaggia e facemmo l’amore. Io non ero vergine, ma quella notte capii il vero significato di quell’espressione. Poi restammo abbracciati, ad ascoltare il rumore della risacca, a guardare le stelle, e a sussurrarci parole che non scorderò mai, neppure se dovessi campare fino a cent’anni, e Dio non voglia. Poco prima dell’alba, espressi un desiderio: avrei voluto rimanere lì per sempre, con lui, assaporare il profumo del suo corpo, avvertire i battiti del suo cuore, rannicchiata come una cucciola fra le sue braccia.
Anche Giovanni era di Roma. Finite le vacanze, continuammo a frequentarci, e tutto quello che so, quel poco che so, l’ho imparato da lui.
Era un uomo meraviglioso, capace di dolcezza infinita; era un poeta e un sognatore. Stare con lui era straordinario: significava affrontare ogni nuova giornata con il sorriso sulle labbra, e una voglia incredibile di rivederlo. In precedenza, non ero mai stata infelice; ma fu con Giovanni che compresi cosa vuol dire essere veramente felici.
Il cancro lo portò via a pochi mesi dalle nozze. Rammenterò sempre i suoi occhi sereni, la forza con cui affrontava quella battaglia disperata, e le sue ultime parole: “Ti amo, Gabriella!”
Mi sposai cinque anni dopo, a un’età che incominciava a essere avanzata. Mi sono chiesta molte volte il motivo che mi indusse ad accettare la proposta di Clemente Roccioso. Forse perché era del mio ambiente, e dentro di me sapevo che l’amore di Giovanni era stato un dono del cielo, ma che io non meritavo quel dono. Con il passare del tempo, compresi di aver commesso un terribile errore. Mio marito non era affatto un uomo clemente, e di roccioso aveva soltanto l’atteggiamento arrogante e la passione per l’alcool. Mi picchiava spesso, e dato che usava la cinghia dei pantaloni, non ho la minima idea di quanto potessero essere “rocciosi” i suoi pugni. Mi considerava la sua sguattera, non sua moglie, e non mi rivolse mai una parola gentile. Era rozzo e ignorante, sapeva parlare solo di calcio e di moto; inoltre era un attabrighe nato. Per quanto ne so, al bar fu protagonista di risse infinite, ma il più delle volte le prendeva, e rincasando si sfogava con me. Quando morì in un incidente stradale, non piansi una sola lacrima. La polizia appurò che era ubriaco fradicio.
Il mio Giovanni amava scrivere e fu per questo motivo che un giorno entrai timidamente in un negozio di computer. Naturalmente non capivo nulla di pc, non sapevo da che parte incominciare. Fu la figlia di Gianna a insegnarmi come usarlo e, anche se ancora adesso non so postare le immagini quando lascio un commento, me la cavo a sufficienza per scrivere le mie fiabe. Tutte le sere, dopo cena, mi connetto ed entro nel mio blog.
So che troverò tanti amici che mi aspettano, e che mi fanno una grande compagnia. Sapete, in tutti questi anni, sono riuscita a leggere “L’Idiota”: non è stato facile, credetemi, ma sono orgogliosa di avercela fatta. E credo che Giovanni sarebbe fiero di me.
Cari amici, scusatemi se questa sera non ho raccontato una delle mie fiabe. Sono fiabe infantili, forse un po’ sciocche, lo so, ma voi siete così buoni e mi lasciate sempre dei commenti che mi arrivano dritti al cuore.
Ma… questa sera volevo parlarvi di Giovanni e, nel mio modo sicuramente approssimativo, di una parte della mia vita.
Un bacione a tutti da nonna Gabriella.

PICNIC AL PARCO

Gli dissi che se mai avessi fatto il filo a una ragazza, avrei scelto Giulia. Matteo sorrise. “Perché proprio lei?”, mi chiese. “Non lo so.”, risposi. Era vero: Giulia era graziosa e simpatica, ma non particolarmente bella né di intelligenza superiore alla media. Era sincera, però. E non aveva pregiudizi. Questo per me era molto importante, forse decisivo. In ogni caso, la questione naturalmente non si poneva.
Eravamo seduti a gambe incrociate nel parco, a quell’ora deserto e silenzioso. Presi il sacchetto che conteneva un pollo arrosto e un sacchetto di patatine, tirai fuori dalla sacca sportiva stoviglie di plastica, una bottiglia di vino bianco ancora fresca e due bicchieri di carta, e preparai il nostro picnic. Mangiammo con appetito, scaldati piacevolmente dal sole primaverile. Era una bellissima giornata, con il cielo sgombro da nubi, appena un filo di brezza, e il profumo di maggio che penetrava nelle narici, suscitandomi lontani e felici ricordi che appartenevano alla mia infanzia. Ero stato un bambino felice; le cose erano peggiorate dopo. Il ricordo più brutto era legato ad un fatto che aveva sconvolto la mia adolescenza. Fui aggredito da una manciata di bulli di periferia, fieri della loro mascolinità, e finii con la testa in un cesso sporco dove poco prima aveva defecato uno di loro. Un’altra volta mi spogliarono e mi infilarono un tubo nel sedere, riempiendolo d’aria.
Quel giorno avevo rischiato di morire. Loro non si rendevano conto della gravità della cosa, ma non so se avrebbe fatto differenza. Intendo dire che per la loro logica insana, un frocio poteva anche tirare le cuoia, senza che ciò costituisse un gran danno per la comunità. Ancora oggi esiste sulla terra qualcuno che ritiene la fine di un omosessuale come un giusto castigo, dato che, per definizione, egli è un pervertito. Distolsi la mente da quei pensieri sgradevoli e mi dissi che in seguito la mia vita per fortuna era migliorata. Crescendo, ero diventato alto e sufficientemente forte per difendermi. Non avevo più subito umiliazioni fisiche, sebbene quelle morali abbondassero. E un giorno avevo conosciuto Matteo.
Si era trattato del classico colpo di fulmine: entrambi amavamo un certo tipo di cinema, la letteratura americana, la musica classica. Come me, lui adorava la natura, e stravedeva per gli animali. Avevamo una sensibilità comune, e poi Matteo era veramente bello. Le vie che conducono all’amore sono sempre misteriose; ma capii subito che eravamo fatti l’uno per l’altro. Ambedue vergini, lasciammo passare molto tempo prima di andare a letto assieme. Io ritenevo che dovessimo conoscerci bene, a fondo; era importante che le nostre anime trovassero il loro esatto punto di congiunzione, in quei luoghi apparentemente composti di astrazione ma in realtà vivi e pulsanti dove i cuori si uniscono, creando quella simbiosi che per me è l’amore. Matteo ragionava allo stesso modo. Quando finalmente ci concedemmo l’uno all’altro, scoprimmo cosa significa esattamente la parola felicità.
“Sono geloso!”, disse Matteo mentre finiva di mangiare il pollo.
Io scoppiai a ridere. “Giulia è un’amica, lo sai benissimo. Io non piaccio a lei, non in quel senso almeno, e lei non interessa a me. Parlavo così, tanto per dire. E, comunque…”
“E comunque?”, mi sollecitò.
Accesi una sigaretta e aspirai una boccata di fumo. “E comunque amo te.”, risposi a bassa voce, guardandolo negli occhi. Erano scuri, profondi, specchio di un’anima che io giudicavo straordinaria. I miei erano celesti, e li avevo sempre considerati un po’ slavati, da pesce lesso, benché Matteo sostenesse che invece erano splendidi. Lui sorrise, poi si sdraiò sul prato. Per qualche minuto restammo in silenzio.
“Ho trovato un monolocale.”, dissi all’improvviso.
Matteo si rialzò di scatto.
“Quattrocento euro al mese.”, spiegai. “Abbastanza spazioso e ben arredato. E c’è anche una specie di giardino… giardino, diciamo qualche metro di terra, ma potremmo comprare un cane.”
Il viso di Matteo era il ritratto della felicità. “Vivremo insieme!”
Annuii. “L’unico problema è la tua famiglia.” Mio padre era morto e mia mamma conosceva la verità, ma i genitori di Matteo erano all’oscuro di tutto.
“Sono maggiorenne!”, sentenziò lui deciso. “Mi troverò un lavoro, così avremo due stipendi.” Io facevo il commesso in una libreria, Matteo invece frequentava l’università. Scossi la testa. “Non è necessario. Al limite potresti dare qualche lezione privata.”
“Beh, vedremo. L’importante è che vivremo insieme.” Ripeté quella frase, come per assaporarla. Si capiva che era al culmine della gioia. Mi commossi e allungai un braccio per accarezzargli i capelli.
Poi ci baciammo sulla bocca.

Stefano sputò per terra. “Luridi maiali!”, esclamò con disprezzo. Guardò gli altri. “Siete pronti?” Stefano era il capo, e nessuno avrebbe osato discutere i suoi ordini: ma in quel caso erano comunque tutti concordi. Avevano individuato da tempo le due checche e le seguivano da giorni, in attesa del momento propizio. Ora era arrivato. Scesero dalla piccola collina che sovrastava il parco, muniti di spranghe di ferro. Camminavano in fila indiana senza fare rumore. Dietro a Stefano, c’era Luca, un colosso dall’espressione bovina. Il terzo era Simone, che invece era piccolo ma aveva lo sguardo di un lupo. Il quarto, Franco, era l’ultimo arrivato. Si avvicinarono ai due froci, allargandosi per formare un cerchio attorno a loro. Quando si trovarono a pochi metri di distanza si fermarono.
Li osservarono in silenzio, finché uno dei due, quello più effemminato, un ragazzo biondo con gli occhi chiari, non si accorse di loro. Allora Stefano scattò, brandendo la spranga di ferro. Gli altri tre lo imitarono prontamente. Incominciarono a picchiare, abbaiando insulti e provando un’euforia che era quasi sensuale. Non smisero, se non quando era troppo tardi.

LA PIOGGIA DELLA VITA

Curvo sotto l’ombrello, camminava sballottato dal vento e investito da continui scrosci d’acqua.
Il cielo era una massa grigia e informe, percorsa a tratti da lampi. Con le scarpe ormai fradice, Guglielmo raggiunse il portone. Frugò nelle tasche dell’impermeabile, prima di ricordarsi che le chiavi di casa erano nei pantaloni. Le aveva già perse due volte, giungendo infine alla ragionevole conclusione che quello era il posto più sicuro dove tenerle.
Con un mazzo di chiavi non è un problema, si disse mentre faceva scattare la serratura. Si perdono e si ritrovano, e male che vada ci si si reca da un fabbro. Salì lentamente le scale fino al secondo piano, entrò nell’appartamento e si cambiò gli indumenti bagnati. Il tempo di preparare un caffè, e il suono del citofono lo sottrasse dal clima calmo e ovattato di quelle mura che da anni costituivano il suo rifugio. Era un rumore che non aveva mai sopportato. Decise di non rispondere: a quell’ora poteva essere solo il postino, e se si era preso la briga di attaccarsi al citofono significava che doveva consegnargli una raccomandata. Raccomandata uguale soldi da pagare, pensò versando la bevanda bollente nella sua tazza preferita.
Il suono si ripetè, acuto e fastidioso. Guglielmo lo ignorò, sorseggiando il caffè. Al terzo trillo, pensò che avrebbe potuto aprirgli, farlo salire e poi ucciderlo. Per certi versi, era un’idea irresistibile. Quando il citofono suonò per la quarta volta, i suoi occhi corsero ai coltelli da cucina. Valutò quale fosse il più adatto per tagliare la gola allo sconosciuto, e una volta individuatolo lo prese soppesandolo fra le mani.
Rispose, ma il rombo di un tuono non gli permise di capire chi gli stava parlando, cosa voleva da lui, e per quale sordida ragione si permetteva di disturbarlo. Comunque, aprì.
Lo ucciderò, decise. Se non fosse il postino, potrebbe essere un venditore ambulante, oppure un predicatore pazzo. In qualsiasi caso, la sua corsa sarebbe terminata quel giorno. Non avrebbe nascosto il cadavere, avrebbe atteso qualche ora, poi avrebbe chiamato la polizia. Anche la prigione poteva essere un luogo calmo e ovattato, qualsiasi posto andava bene, tranne l’ufficio dove lavorava e lo squallido bar che si ostinava a frequentare, malgrado il caffè fosse pessimo e la clientela chiassosa e volgare.
C’era un unico luogo dove avrebbe voluto veramente andare: ma esisteva solo nei suoi sogni. Una casa in riva al mare con le finestre che si affacciavano direttamente sul litorale; un comodo sentiero che conduceva in pochi minuti a una piccola spiaggia; e l’orizzonte sconfinato che alla sera si tingeva di colori prodigiosi. Era un sogno ricorrente, talmente vivido da fargli vivere ogni singola sensazione. Certe volte mangiava una grigliata di pesce sul terrazzo; poi, centellinando il vino bianco, osservava il tramonto, la discesa del sole nel mare; mentre una brezza tiepida gli scompaginava i capelli. Sebbene avesse già compiuto cinquant’anni, erano ancora biondi e folti.
Bussarono alla porta.
Con il coltello nascosto dietro la schiena, Guglielmo aprì.
All’inizio non la riconobbe. Erano trascorsi troppi anni, aveva attraversato troppi deserti, aveva solcato troppi oceani. Si era battuto con la vita, uscendone infine sconfitto. La fissò con aria interrogativa, ignorando la sua espressione perplessa.
“Non mi fai entrare?”, gli disse.
Lui si spostò meccanicamente per permetterle di varcare la soglia. “Chi sei?”, le chiese corrugando la fronte. Non era una brutta donna: benché avesse all’incirca la sua età, conservava lineamenti aggraziati e attraenti. “Mi hai telefonato tu.”, rispose lei in tono rassegnato.
Guglielmo si lasciò sfuggire una risata rauca, completamente priva di allegria. “Io non telefono mai a nessuno.”, proferì a bassa voce. Esitò per un istante, prima di aggiungere: “Solo in ufficio per dire che sto male.” Questo accadeva praticamente tutti i giorni e infatti era stato appena licenziato. Corrugò nuovamente la fronte, cercando una concentrazione che gli riusciva difficile trovare. In effetti non era stato appena licenziato: era successo tre anni prima. Guardò il divano, accanto alla finestra che dava su un cortile interno. “Adesso devo dormire.”, disse. “Non potremmo vederci un’altra volta?”
La donna scosse la testa. “Non ci sarà una prossima volta, Guglielmo.”
Lui la fissò intensamente, chiedendosi il motivo di quella risposta. Era tutto così confuso! “Perché?”, le domandò, senza invitarla a sedersi.
Lei ricambiò lo sguardo, una profonda luce di tristezza negli occhi. “Mi hai telefonato quattro volte, Guglielmo, dicendomi che volevi parlarmi . Ma sono trascorsi trent’anni… sono venuta soltanto per vedere come stavi.”
“Bene.”, replicò lui in tono svagato. “Ultimamente dormo molto.” Non ricordava di averle telefonato, e non sapeva se era più irritante il fatto di averla chiamata oppure che se ne fosse scordato. Dal velo del passato, per alcuni istanti, vide una bella ragazza che scendeva una scala.
“Lui è il mio amico Guglielmo.”, disse il fratello di lei.
“Io mi chiamo Ida.”, disse la ragazza con un sorriso quasi sfrontato, che celava ironia e interesse. Si erano rivisti la sera dopo.
Poi i ricordi si persero, come spesso gli accadeva, e Gugliemo si chiese ancora una volta per quale motivo le avesse telefonato, e soprattutto la ragione per cui se n’era dimenticato. Ida si sedette sul divano. Lui nascose il coltello con un gesto furtivo che passò inosservato, perché nel frattempo la donna si stava guardando attorno. “Da quanto tempo non pulisci questa casa?”, gli chiese notando le ragnatele, le macchie di unto sul pavimento, la polvere. Guglielmo considerò la domanda, sforzandosi di trovare una risposta sensata. Il problema era che non lo sapeva. Era sul punto di dirle che gli impegni di lavoro gli sottraevano troppo tempo; poi si sovvenne di nuovo che era stato licenziato. In realtà, passava gran parte delle giornate a dormire.
“Ma come vivi, Guglielmo?” Ida sembrava preoccupata, e ciò lo stupì, dato che nessuno si era mai preoccupato per lui.
Non rispose. Si avvicinò alla finestra e guardò fuori dei vetri. Stava smettendo di piovere; forse sarebbe tornato il sole. Sarebbe andato ai giardini pubblici. Prima, però, doveva dormire. Sono stanco. Voglio sognare.
Le indicò il frigorifero. “Ho dell’aranciata.”, disse.
“No, grazie.”, rispose lei, accavallando le gambe e scrutando il suo viso con un’espressione che denotava pena, compassione, e chissà cos’altro, si domandò lui che aveva notato la portata di quello sguardo.
Ida portava la fede. Se ne accorse guardandole le mani, appoggiate sulle ginocchia. “Sei sposata?”
“Sì. E tu invece?”
Guglielmo scrollò le spalle. “Un tempo lo sono stato.”
Ci fu un lungo silenzio. Ida si alzò dal divano. “Non abbiamo molto da dirci. Mi sembri confuso…” Gli tese la mano. “Magari ti telefonerò io una volta.”
“Non rispondo al telefono.”, replicò lui accompagnandola alla porta. Si salutarono con qualche impaccio.
Quando Ida fu uscita, Gugliemo andò in bagno. Devo dormire. Voglio sognare. Prima, però…
Aprì il rubinetto, facendo scorrere l’acqua calda. Si spogliò ed entrò nella vasca.
Fu in quel momento che si affacciò alla sua mente un ricordo di tale intensità da fargli dubitare di se stesso e di come potesse averlo smarrito nei meandri del cuore. Quando era morto suo padre aveva incominciato a bere alle sette del mattino di una gelida giornata spazzata dalla tramontana. A mezzanotte, ubriaco fradicio, era riuscito in qualche modo a ritrovare la via di casa. Il funerale si svolse qualche giorno dopo. Terminata la funzione, andò da Ida. Si sentiva depresso e infelice; si svestì e si infilò sotto le lenzuola del suo letto.
“Stammi vicino.”, le disse. “Ho bisogno di calore umano.”
Lei esitò.
Forse lo riteneva sconveniente o forse presagiva quello che sarebbe successo. Alla fine, lo raggiunse nel letto. Fecero l’amore nel modo più dolce e appassionato di sempre; un atto che che esulava dal sesso per diventare l’incontro di due anime innamorate, nella simbiosi più assoluta e totale. Come il vento d’estate, quando con dolcezza accarezza un fiore.
Rimasero abbracciati a lungo. Lei gli asciugò le lacrime dal viso. “Non devi vergognarti.”, gli disse, intuendo il nuovo corso che i suoi pensieri avevano preso. “E’ l’amore che trionfa sulla morte. E’ la vita che continua. Tuo padre sarà felice, ne sono certa.”
Il ricordo svanì, ma ne comparvero altri: rammentò che l’aveva lasciata per egoismo. Lei aveva dei problemi e lui non intendeva farsene carico. Ricordò sere umide di pioggia, e trionfi professionali che erano svaniti come neve al sole. La sua vita gli era sfuggita dalle mani insieme all’antica arroganza, come un pugno di sabbia. Non volle ricordare oltre.
Guardò il coltello che si era portato nella vasca.
Devo dormire. Voglio sognare. Ma questa volta voglio sognare il passato. Quel giorno di tanti, tanti anni fa.
Poi si tagliò le vene.