Riflessioni dal fondo del pozzo.

Ciao a tutti! Mi fa piacere essere tornata tra voi dopo tanto tempo. Vi propongo un esperimento pubblicato la scorsa settimana sul mio blog personale: il diario. Può sembrare strano, ma in tutta la mia vita non ho mai scritto un diario vero, figurarsi uno letterario. Ho deciso di non dare nome alla protagonista, di lasciarla così ignota; non perché non meriti un nome, ma perché non so ancora quale nome le calzi a pennello. E il nome, si sa, è una cosa importante. Buona lettura! P.s.: scusate se pubblico con un giorno di anticipo, ma domani sono impegnata e, svampita come sono, è probabile che mi dimentichi di postare. 😀

Caro diario,

è da tanto che non ti scrivo. Passa un’ora. Poi un’altra e un’altra ancora. L’orologio non si ferma mai, il tempo scorre costante, corre come la strada sotto un’auto lanciata a tutta velocità e alla fine la penna cade dalla mano addormentata senza aver adagiato nemmeno una parola sulla carta. Oggi rifletto dal fondo del pozzo, lo stesso in cui ad un certo punto, un punto cruciale oserei dire, si ritrova Toru Okada, il protagonista de “L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami; può sembrare un posto strano per riflettere, ma cosa può esserci meglio di un buco che solitamente ospita l’acqua che per sua natura riflette?

A proposito di strade, come dice Mycroft Holmes nell’ultimo episodio di Sherlock: “the roads we walk have demons beneath”, che tradotto significa “ci sono demoni sotto le strade su cui camminiamo”. E i demoni ci sono davvero, stanno lì, nell’ombra, ad aspettare; nel frattempo affilano gli artigli e grattano la superficie al di sopra delle loro teste, la stessa che sorregge i nostri piedi, per aprire una voragine e ingoiarci interi. E’ strano, vero? Come i punti di vista possano essere diametralmente opposti. Quello che per qualcuno è il sotto, per altri è il sopra; ciò che per alcuni è bianco, per altri è nero. E’ tutta una questione di prospettiva, letale talvolta.

Non è più lo stesso il modo in cui guardo il buio, sai? D’altronde come potrebbe mai esserlo? Una volta visto e vissuto, l’Inferno, è difficile non sognarlo, figurarsi dimenticarlo. Non ricordo di aver mai temuto la notte da bambina, ma sicuramente l’ho fatto da adulta. Non molto tempo fa dormivo con la luce accesa, per davvero; non riuscivo a fare luce dentro, quindi cercavo di fare luce almeno fuori nella strana e vana speranza che filtrasse dentro per osmosi. Ridicolo, vero? Ci rido sopra, con una risata amara però. Adesso la luce la tengo spenta, eppure le tenebre stanno ancora là, come se fossero incastrate, incatenate al cuore. Forse le ho abbracciate o accettate? O magari imprigionate, perché no. Dimmelo tu, diario, che mi conosci davvero nel profondo; dimmi se sto brancolando nel buio alla ricerca di luce o tenebra.

Sei mai stato sul fondo di un pozzo? E’ una cosa strana… guardi giù e vedi fango, lo stesso su cui stai seduto, guardi su ed ecco un cerchio perfetto fatto di cielo. Sembra di vivere nella canzoncina del girotondo, quella in cui casca il mondo. Peccato che non ci sia nessuno a cui dare un bacio; sarebbe carino. Mh. Un bacio nelle tenebre. Suona romantico.

E tu hai demoni, caro diario? A parte i miei sepolti nelle pagine? Spero di no, perché se li hai, vuol dire che hai conosciuto l’Inferno. E se l’hai fatto, ti prego dimmi com’è il tuo. Vorrei sapere se somiglia al mio… buio, spinoso, con le tenebre ridotte ad un groviglio di ragnatele appiccicose e la luce, nel migliore dei casi, ad un lumicino quasi spento.

Ti prego rispondi, caro diario, ché qui tra gli umani pochi sono quelli che osano guardare nel buio e portarlo alla luce.

E con questo ti lascio.

Buonanotte,

con amore,

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Favoletta crudele di San Valentino

25253349-silhouettes-d-un-couple-d-amoureux-dans-un-cafe-et-cadre-vintageC’era una volta una ragazza, tramite alcuni amici conobbe un ragazzo. Il ragazzo si innamorò follemente a prima vista della ragazza. Non le fece una corte spietata, provò solo a conoscerla meglio e più ci parlava più si innamorava. La sensazione che una cellula del suo cuore scoppiasse ogni volta che lei sorrideva. E anche lei, che non ci pensava a innamorarsi e a cuoricini e arcobaleni e unicorni, cominciava però a sentirsi attratta da lui, a volerlo sempre di più.

Tutti gli amici le dicevano che lui le moriva dietro e lei si ostinava a negare, a non voler vedere. Poi, un giorno, nel bel mezzo di una conversazione qualunque, lui la guardò serissimo negli occhi e le disse:

“Sei bellissima.”

Lei spalancò gli occhi, stupita.

“Mi piaci sin dalla prima volta che ti ho vista e ogni giorno di più. Non devi rispondere. Se non provi lo stesso mi farò da parte.”

La ragazza sentì una morsa nel petto. Una specie di disperazione, come se queste parole le avessero aperto una scatolina dentro di lei con dentro tutti i sentimenti che finora aveva ignorato. L’attrazione, l’affetto, il dolore all’idea che lui non faccia parte della sua vita.

E il ragazzo stava lì, con lo sguardo serio e grave, incapace di guardarla ulteriormente negli occhi. Allora lei sorrise, si alzò e lo baciò. E lui poteva essere morto e rinato mille volte in quei pochi secondi perché nulla aveva più senso, era in preda al tumulto contrastante delle sue emozioni.

E ogni giorno lui le ripeteva quanto era bella e ogni volta che facevano l’amore lui le ripeteva quanto era immensamente fantastica. E lei ogni volta si innamorava un po’ di più. Ma non erano tanto le parole di lui a farla precipitare nell’incantesimo dell’amore, era il modo in cui lui la guardava. Come si fa a resistere quando qualcuno ti guarda così, come Eva doveva aver guardato la mela dopo che il serpente l’aveva convinta che essa fosse la cosa più desiderabile di tutto il Paradiso.

Erano felici. Se litigavano poi facevano pace e dopo si amavano ancora di più. Se uno rideva l’altra rideva e viceversa. Due persone, ma un unico cuore che batteva per entrambi.

10422197_819961554706250_645194270257435480_nPer questo motivo, il giorno in cui lui la lasciò, lei rimase senza cuore, senza vita, senza nulla. Sola in un mondo divenuto improvvisamente sconosciuto e malvagio. Nessuno più che la guardava come fosse la mela più succosa di tutte.

La vita dà e poi toglie. L’amore non è condividere un cuore in due, ma tenersi il proprio mentre ci si prende cura per un po’ anche di quello di qualcun altro. Se entrambi si prendono per bene cura sia del proprio che dell’altrui cuore allora potrebbe durare fino alla morte, altrimenti finisce, ma almeno si ha ancora il proprio cuore ben saldo nel petto. La vita impartisce lezione che è bene imparare.