no news, good news

no news, good news” questa frase può rendere ciò che può essere un’unità di terapia intensiva neonatale, perché è di questo che andrete a leggere.

Da dove partire? Partiamo dalle basi, l’autore! Per chi come me ha da sempre avuto un’attrattiva per ciò che può essere il mondo della psicologia, venire a conoscenza di questo libro e di quelli che sono gli studi dell’autore, Marcello Florita, è quasi una fortuna! Vi consiglio, se volete approfondire, di andare sul suo sito marcelloflorita.it

Ciò di cui vi vorrei parlare è “Come respira una piuma” un libro pubblicato in prima edizione nel 2016 da Ensemble a Roma, con il patrocinio di “Vivere Onlus” una delle associazioni italiane per la neonatologia.

Un romanzo caratteristico nel suo definirsi tale, in quanto prende forma e si delinea attraverso i pensieri dell’autore, nei mesi successivi che seguono una nascita gemellare.

Riflessioni, pensieri, immagini descritte, nozioni mediche e ricerche scientifiche.

Un babbo in “sala d’attesa”. Un padre “irregolare” che assieme alla propria compagna intraprende un viaggio di scoperta fatto di ansietà e preoccupazioni, gioie inaspettate e sperate, assieme ad altri genitori “irregolari” della TIN.

Un’esperienza genitoriale che agli inizi descrive come “negata” o meglio, fatta di mancanze.

Mancanza del contatto, di poter abbracciare il proprio figlio, poterlo sentire tuo, poterlo accarezzare e sentirne la pelle, il profumo.

L’autore in una breve intervista esprime come l’essere genitori all’interno di una TIN sia, in senso metaforico, come esseremigranti in un luogo non conosciuto, inserito all’interno di un’istituzione, un mondo da conoscere, da apprenderne il linguaggio con la quale famigliarizzare passo dopo passoconclude “finché non l’hai provato, non sai cosa possa significare”.

Si antepone un senso di limite, di distanza, tra il desiderio di essere genitore e tutto ciò che compone un reparto di TIN: incubatrici, monitor, tiralatte, C-pap. E poi ancora, lettini, fasciatoi, consegne infermieristiche ed orari di terapia…medici, infermiere e “zie”. Già, le zie!

Un racconto che spazia dall’onirico, sogni paragonati a “quadri impressionistici dai colori nitidi” a ciò che accompagna nel quotidiano, gli amici e i propri famigliari, le incombenze di un frigo da riempire e orari di lavoro da seguire.

Un quadro realistico di come possa essere definita “precariala realtà, la nostra realtà, fatta di incertezze, di “no news, good news”.

Così, durante un mese di Aprile di un anno differente, rielaboro quella che è stata la mia esperienza, consiglio questa lettura per più motivi.

Una coppia che vive una realtà non molto diversa, chi ricopre un ruolo professionale all’interno dell’ambiente ospedaliero, oppure, per una studentessa del terzo anno infermieristica, alle prese con la sua prima tesi.

Con l’augurio di far vostre queste parole “basta un termine, una parola indossata orgogliosamente e tutto ci può apparire in modo diverso, più digeribile e metabolizzabile”. Prima di iniziare i miei passi all’interno di questa unità non sapevo, non conoscevo e temevo. Talvolta la vicinanza fisica, tra le espressioni dei genitori accanto ai loro cuccioli e pratiche burocratiche di una cartella ospedaliera, è stata carta vetrata sotto le mani, ma inevitabile, come sapere che “così funziona, così è”. Per questo almeno, proverò nel mio, a promuovere un progetto di sensibilizzazione attraverso la mia tesi, verso ciò che “non puoi capire se non provi”, ma puoi conoscere per iniziare a capire.

Musa

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latente

La luce del tramonto soffusa filtra tra le tende arancioni spargendosi nella cucina, da lei stessa allestita. La casa era sua. Come sua era pure la vetrina a doppio sportello in cristallo ,che occupava una parete del salone; come sue erano le coppe vinte nelle gare di cicloturismo e le coppe vinte al tiro a segno , le targhe  in cui ricorrevano le sue immagini e il suo nome sotto la dicitura primo classificato; come suoi erano gli oggetti indiani provenienti dall’ashram che aveva frequentato; come sue erano le cornici intarsiate che esibivano l’attestato di laurea e master in psicologia; come suo era il batik appeso sopra la porta che rappresentava l’albero della vita , dai colori tenui; come suo era l’altare buddista che aveva realizzato lei stessa nel tempio del suo maestro in Birmania; come sua era la libreria a mensoloni di noce ideata da lei stessa, che copriva per tre quarti la grande stanza , come suoi erano tutti i libri che la riempivano.

E’ seduta a gambe divaricate su un tavolino intarsiato, con le ginocchia piegate ad angolo retto; i piedi nudi sono saldamente piantati sul pavimento in legno; due fili di perle di fiume in conflitto cromatico con la pelle bronzea, ornano il collo, le braccia magre e nervose spuntano dalle maniche di un kimono da arti marziali in seta bianca lucida; le mani rivolte in basso sono immerse nella fascia d’ombra tra le cosce e il costato, una striscia di luce sfuggita dal filtro delle tende accarezza la curva del collo e illumina la punta del mento regolare proteso verso l’alto; due occhi di ghiaccio fissano immobili davanti a sé, i corti capelli neri cadono leggermente verso le spalle.
Sulla scrivania d’epoca scelta da lei stessa, appeso alla pinza  portacarte comprata da lei stessa, un biglietto in carta azzurrina scritto con la stilografica così recita: “scusami, un imprevisto, sono atteso in sede a Roma, vengo a prenderti stasera alle venti, si va da Malyan’s per il nostro anniversario, ti amo”; sul video al plasma del portatile di lui una scritta:

“ Conferma per la prenotazione della camera al “Quisisana” di Chianciano  per il giorno 28 ,la ringraziamo per la sua scelta”.

Naturalmente era bastata una telefonata , fatta da lei stessa, in sede a Roma per appurare che lui non era là e non doveva andarci e un’altra telefonata per avere la conferma che lui era chiuso nella stanza a Chianciano in buona compagnia.
La porta si apre  e sbatte leggermente nel richiudersi, passi leggeri percorrono il corridoio, una assicella del parquet scricchiola, la pendola a muro suona le otto in punto.
Un sorriso altera l’immobilità del viso e le mani affusolate che impugnano una pistola, con il calcio di madreperla già pronta a sparare , si alzano  mettendo la canna a livello  delle spalle.

Lui si trova davanti alla scena , come paralizzato, la paura sale lentamente dallo stomaco si diffonde e si trasforma in terrore, la voce non riesce a passare il groppo della gola . Tre colpi in rapida successione saturano lo spazio, non sente nessun dolore, resta attonito per qualche secondo poi un senso di languore lo pervade , un calore al petto anticipa una fitta che lo trapassa come una stilettata, le mani scattano a contenere il petto , le gambe cedono e il corpo schianta sul parquet con un gorgoglio.

Lei si scuote dalla sua immobilità , si alza dal tavolino abbassando l’arma , raccoglie i bossoli  delle pallottole a salve e si avvia ad aprire la finestra per eliminare l’odore di cordite che rende irrespirabile l’aria. Senza rivolgere lo sguardo verso il corpo caduto scomposto si avvia verso la sua camera. Si sfila il chimono rivelando il suo corpo completamente nudo , fa scorrere le ante dell’armadio ornate di figure giapponesi, sceglie un tubino nero e si veste con cura . Lo specchio riflette la sua figura snella e flessuosa , si passa una mano tra i capelli  e sorride alla propria immagine. Raccoglie il telefonino sul basso comodino  che affianca un  futon  matrimoniale e compone il numero del “118” e appena sente il collegamento dichiara le proprie generalità e poi :

“ Mio marito deve avere avuto un attacco cardiaco venite subito”

Raccoglie la pistola e la ripone nella sua cassetta , prende due bastoncini di incenso li pone sul supporto inclinato ed avvicina la fiamma dell’accendino.

Il profumo di incenso cerca di coprire un odore nauseabondo che si sta propagando.

Questo era quello che sarebbe stato se qualcuno non lo avesse avvertito e lui non fosse più tornato e non avesse più dato segni di sé ma ad ogni anniversario lei lo aspetta esattamente alle venti con la pistola in pugno sperando di eseguire il suo piano.

L’OTTAVO CLIENTE

(dal diario di Ingrid)
Anche oggi è passato.
Siamo come cozze aggrappate agli scogli, ma fragili come le foglie di un bonsai.
Rincorriamo la gioia e poi la buttiamo per mancanza di fiducia.
Oggi sono stata con sette clienti. Otto per la precisione, anche se l’ultimo non mi ha pagata.
Faceva caldo questa sera. Non sopportavo l’odore di alcuni clienti.
Le zanzare mi hanno ridotta ad una macchia rossastra.
Ho guadagnato abbastanza per essere soddisfatta. Domani riposerò.
Il primo cliente non era niente male. Abbastanza giovane, moro e con un fisico allenato. Mi ha portata in hotel. È stato molto carino, mi ha offerto da bere e poi ha cominciato a parlare. Diceva cose interessanti, ma gli ho ricordato che eravamo lì per altro. Così s’è spogliato e abbiamo fatto l’amore. È durato poco, ma è stato intenso. Nel rivestirsi è scoppiato a piangere. Gli ho chiesto cosa avesse, ma lui stava in silenzio scuotendo il capo. Ho insistito e mi ha parlato di sua moglie. Singhiozzava. Mi ha detto che la moglie è morta circa un mese fa in un incidente stradale. Non avevo tempo per consolarlo, così ho detto di farsi coraggio, ché prima o poi ne avrebbe trovata un’altra. Mi ha guardato e ha scosso il capo. “Che Troia”, mi ha detto. L’ho insultato, poi mi ha riaccompagnata tra il caldo le zanzare.

Il secondo cliente me lo ricordo per l’odore del suo alito. Mentre si faceva all’amore, dovevo continuamente scansarlo puntando forte i palmi delle mie mani sulle sue spalle robuste. Si avvicinava con il viso cercando di baciarmi; così ho deciso di dirglielo. Gli ho detto che l’alito era peggio di una discarica e che se non la smetteva di avvicinarsi, gli avrei conficcato due dita negli occhi. Mi ha guardata senza nemmeno fare una piega. Ha continuato a penetrarmi finché si è soddisfatto. Gli ho chiesto cosa provasse ad amare una puttana e lui ha risposto che non erano fatti miei. Mi pagava e questo doveva bastarmi. Poi ho insistito finché mi ha tirato uno schiaffo. Ho cercato di difendermi, ma la sua forza era davvero spropositata e così ho desistito e mi ha riaccompagnata tra le zanzare. Ero disgustata più per l’alito che per il suo schiaffo.

Cosa ho fatto di male per finire sulla strada? ma in fondo ci guadagno anche.

Il terzo cliente era davvero molto bello. Peccato che venga da me poche volte. Gli ho chiesto di sposarmi, ma lui ha risposto con una battuta. Ha detto che non saprebbe come mantenermi. Gli ho risposto di non preoccuparsi, perché un lavoro ce l’ho! Si è messo a ridere. Ho fatto spallucce. Mentre facevamo l’amore gli ho chiesto come mai portasse al collo una croce. Non mi ha risposto. Ho insistito. Mi ha detto che tutti abbiamo bisogno di credere in qualcosa. Gli ho detto che è superstizione. Mi ha risposto che forse lo è, e che comunque non sono fatti miei. Ho insistito. “Quell’uomo lì è morto in croce per salvarci”, gli ho detto. Lo so, ha risposto. Tu ci credi? M ha risposto di sì. Allora gli ho chiesto come mai venisse da me. Ha risposto che non sono io la sua coscienza.

Ad un certo punto si è presentata una pattuglia della polizia. Ho avuto paura. Ho dimostrato che sono in regola, che i miei documenti sono regolari. Mi hanno risposto che comunque devono controllare. Uno mi ha domandato se fossi bionda naturale. Ho risposto di sì. Mi ha chiesto quanto volesse per fare l’amore e se mi sono rifatta il seno. Gli ho risposto. Mi ha detto va bene. Gli ho fatto notare che l’amore fatto così è amore mercenario e che per un poliziotto prima di tutto c’è il rispetto delle regole. Ha risposto che le regole si fanno rispettare solo ai nemici, e che per gli amici si adattano. Ho abbozzato una smorfia di disapprovazione che lui non ha nemmeno colto. Si è abbassato i pantaloni e abbiamo fatto ciò per cui sono pagata. E se mi rifiutassi? gli ho chiesto. Mi ha detto che con la legge non si scherza, che basta poco per diventare nemici. È abuso di potere gli ho detto. Si è messo a ridere e se n’è andato. “Conta sopravvivere”, ha aggiunto.

Il quinto cliente di questa sera era una donna, una bella donna. Alta, mora, fisico statuario. Mi ha chiesto se la seguivo in motel. Sono salita sulla sua auto (credo una Mercedes) ed ha subito cominciato ad accarezzarmi le gambe. In stanza è stata molto discreta. Ha voluto che mi spogliassi e quando ero completamente nuda mi ha invitata a rivestirmi. Ho trovato il comportamento decisamente strano. Le ho chiesto spiegazioni. Mi ha risposto che non ne dà. Lei compra il tempo degli altri e ne fa ciò che vuole. Anzi, ha aggiunto che è stupido fare domande a chi compra il tuo tempo. Ho risposto che se il tempo è mio, posso fare tutte le domande che voglio. Mi ha detto che solo i soldi comprano il tempo e lei di soldi ne ha. Ho risposto di pagarmi e riportarmi tra le zanzare. Mi ha detto di no! Al che ho cominciato ad urlare e lei ha fatto per tirarmi un ceffone. Ho schivato il colpo e sono scappata fuori dalla stanza. Mi ha gridato di non fare scherzi e mi ha allungato un po’ di banconote. Ho fatto di necessità virtù e mi sono fatta riaccompagnare al mio posto. Prima di salutarmi mi ha chiesto scusa.

Il sesto cliente era un signore sulla settantina. Si è presentato in giacca e cravatta sul suo bel macchinone pulito e ordinato. Mi ha chiesto se potevamo appartarci per parlare un po’. Ho risposto che bastava pagasse. Ha detto che non c’erano problemi. Mi ha domandato immediatamente perché non smettevo di lavorare sulla strada; ha aggiunto che mi avrebbe assunto nella sua villa come domestica e che mi avrebbe pagata bene, ma quando gli ho chiesto quanto, ho capito che non avrei mai guadagnato come guadagno con questo lavoro. Gli ho detto anche che dovevo pagare alcune persone che mi avevano permesso di arrivare in Italia, ma gli ho spiegato, soprattutto, che non accettavo, perché questo mestiere è come una droga; i soldi che guadagni con il sesso ti danno alla testa. Mi ha chiesto allora se sono ricca e ho dovuto rispondere che questo mestiere mi fa guadagnare abbastanza per fare la bella vita, e che per fare la bella vita è necessario spendere. Mi ha guardato stupito e poi ha allungato le mani rugose sul mio seno. Dopo mi ha riaccompagnata tra le zanzare.

Il settimo cliente un cliente è un cliente di vecchia data. Mi chiede sempre di fare la stessa cosa; in fondo mi piace fargliela e poi è davvero un bel ragazzo. Dice di essere sposato, ma anche di avere un’amante. Gli ho chiesto cosa prova ad andare con così tante donne; mi ha risposto che è questione di prestigio. Oggi, dice lui, oggi l’amore deve essere libero, è questo il segreto per far andare bene le cose con la propria moglie. Gli ho detto che per Blake il matrimonio è la prigione dell’amore, e lui ha annuito. Mi ha spiegato che per far durare il matrimonio è necessario tradire. Gli ho chiesto se la moglie lo tradisce, e lui ha risposto che senz’altro lo fa. Mi ha detto che è giusto che lei lo faccia. Tradire, dice lui è il segreto per stare insieme più a lungo. Non sono molto d’accordo, ma finché mi paga preferisco dargli ragione. Mi ha detto, una volta, che di me gli piace il fatto che siamo sempre d’accordo sulle questioni che riguardano l’amore e la vita di coppia. E da quel giorno gli do sempre ragione. Un amico che paga è più che un tesoro. Mi ha chiesto di uscire un giorno con lui e la moglie, ma io ho preferito declinare. Gli inviti sono il segreto di questo lavoro, ne sbagli uno e sei rovinata. Ma non credo che il mio rifiuto l’abbia rattristato; a lui della moglie importa poco, questo è ciò che penso. Quando mi ha salutata ci siamo anche baciati. È l’unico cliente da cui mi faccio baciare. Che labbra!

A volte vorrei smettere di fare questo lavoro, ma so che è una volontà passeggera. Solo il suicidio mi potrebbe davvero convincere.

L’ottavo cliente non mi ha pagata. Mi ha guardato negli occhi, mi ha chiamata per nome e poi mi ha chiesto di seguirlo, ma non ho accettato. Ho avuto paura. Mi ha detto di non avere paura, che la sua parola mi avrebbe liberata. Forse è un pazzo. Eppure nel suo sguardo c’era tanta serenità e tanta comprensione. Mi ha detto che nella sua casa avrei preceduto molte persone, ma io della sua casa non conosco nemmeno i piani. Mi ha chiesto se gli credevo, ma io ho risposto di no. Mi ha preso le mani e mi ha chiesto se amo la vita. Gli ho risposto di sì, e che della mia vita sono anche orgogliosa. Ho anche aggiunto che di questo lavoro un po’ mi vergogno, ma è Dio o chi per lui che ha deciso così. “Basta avere fiducia”, mi ha detto. Ho risposto che di fiducia ne ho avuta fin troppa e che sono un po’ stanca di averne ancora. Mi ha chiesto il perché e ho risposto che fidarsi è come chiedere a qualcuno di pigliarci a calci in culo. Ha sorriso. È stata la prima volta che un uomo mi ha guardata senza volermi possedere. Ha detto che mi amava come si ama una figlia, e che non era morto per nulla. La mia sofferenza, ha aggiunto, allietava la sua, ma dovevo prenderne coscienza e far sì che la mia vita tornasse ad essere piena di speranza. Come quando da piccola cercavo la mano di mia mamma. Sembrava un pazzo. “Non ti giudico”, ha aggiunto, “preferisco aspettarti”. A quel punto si è fermato un cliente ed è stato proprio in quell’istante che ho capito che quell’uomo potevo vederlo solo io. Ho mandato via il cliente e sono scoppiata in lacrime. L’ottavo cliente se ne stava andando; tornerò, ha aggiunto.

Io però, continuo ad avere paura.
Mio Dio perché ci abbandoni?

(di Stefano Re)

Promoter 2, il ritorno

In quest’epoca buia per il mondo del lavoro riuscire a trovare lavoretti da promoter non è male per una ragazza giovane e bisognosa di pecunia per campare. A volte stai ore e ore in piedi sui tacchi a sorridere come un ebete, altre volte cammini in lungo e in largo per la città in cerca di firme, contatti, indirizzi e-mail, altre stai nei supermercati pubblicizzando i prodotti più disparati. Capita di essere pagate poco, ma capitano anche paghe molto buone al piccolo prezzo di trovarti i piedi gonfi come zampogne e le gambe doloranti. Non bisogna essere superfighe altissime e anoressiche, io sono alta un metro e mezzo e non ho il fisico da modella di Vogue, ve l’assicuro. Certo, più sei gnocca più sono i lavoro per cui puoi candidarti, ma sapere un paio di lingue e avere anche solo un minimo di bella presenza è già ottimo per ottenere risultati.

Finita la mia mirabolante esperienza nel mondo della promozione della telefonia fissa, dopo le vacanze di agosto, eccomi di nuovo all’avventura, in cerca del Sacro Graal, del tesoro del drago, di una minima fonte di guadagno. Il bisogno di lavorare mi ha spinta anche a considerare promozioni in cui non si guadagna se non si vende, ma la mia famiglia mi ha minacciata di morte se avessi accettato questa truffa (eh, questa vita è davvero pericolosissima, si rischiano ammazzamenti in ogni momento!) e quindi mi sono buttata sull’alternanza di quattro diversi lavori, uno non pagato e uno pagato occasionalmente al mattino, baby-sitter al pomeriggio e… rullo di tamburi… la promoter la sera!

Questo lavoro è divertente perché non è difficile trattare con i ragazzi ubriachi che pascolano nella zona universitaria. Un bel sorriso e il più delle volte si mostrano interessati e partecipativi. La mia vita sociale è azzerata e le mie gambe sono di gelatina, ma almeno mi diverto, anche perché stavolta non devo vendere niente a nessuno. La fauna della movida serale è un po’ diversa: non mancano i signori “no, grazie” che provano anche a volare pur di evitarti (e anche i “no” e basta con tono da assassino infuriato e non si rendono conto che alla fine dei conti sei solo una poveretta che cerca di lavorare) e quelli “ho fretta” (Sì, di andare a sederti in piazza con una birra), i viscidi che ti scannerizzano la scollatura e ti chiedono baci sulle guance in cambio della mail (e in certi casi venderesti l’anima al diavolo per ottenere questi indirizzi pur di raggiungere la quota giornaliera prefissata; se poi avessi un euro ogni volta che mi dicono “dammi tu il tuo numero” sarei ricca!) e la tipologia “turista” è sostituita da quella dello studente “erasmus”: no hablo italiano..”, Sorry I don’t understand..” Nella mia città l’invasione degli ultracorpi si è materializzata sotto forma di frotte di ragazzi spagnoli, infiltrati ormai in ogni angolo.

Le nuove tipologie serali si dividono in maschili e femminili. Quelle maschili sono:

1. Il fattone antipatico:

“Non mi importa della tua petizione, a me interessa solo che legalizzino le droghe leggere”.

2.Il fattone simpatico:

Ride, ride tantissimo, ci mette un’ora a ricordarsi l’indirizzo e-mail, ma intanto scherza, straparla ed è gentile e disponibile. Fanno perdere un po’ di tempo ma sono esilaranti.

3. Il drogato perso:

“ugh.. err..” Lo evitiamo pure noi e basta.

4. Gli impezzatori:

Da me l’espressione “tirare la pezza” significa parlare tantissimo con qualcuno che vorrebbe andarsene. Dovrebbe essere il mio mestiere, ma a volte capita il contrario: trovi il vecchio pazzo solitario che vaga in mezzo ai giovuincelli cercando di attaccare bottone con tutti. Appena vedono una promoter le corrono incontro costringendola ad ascoltare cose a caso fino allo sfinimento. Il problema sono quelli che non lasciano la mail, ci sono anche alcuni che prima ascoltano te e poi partono con il loro monologo e quindi accetti lo sforzo di ascoltarli per un poco. In ogni caso sono di una pesantezza asfissiante!

5. L’alticcio:

“Ahahahahah siete furbi a fermare gli ubriachi, hic, non oppongono resistenza, hic, ma io sono ubriaco, hic” e biascica nome cognome mail rendendo il lavoro semplice e veloce.

6. Il moralizzatore:

Non firmano nulla, non lasciano nomi né indirizzi, ma fanno partire un processo dell’Inquisizione di un’ora spiengandoti perché fumare fa male (e si accendono una sigaretta), perché non bisogna bere (e stanno andando al pub), perché lo sport fa bene eccetera. Alcuni hanno un barlume di intelligenza e dicono cose sensate e non troppo ipocrite, la maggior parte li bombarderei col napalm.

 

Categorie femminili:

1. La ragazza da sola:

Spesso si ferma, ascolta, è gentile e collabora (qualche rara volta fugge come se avessi la faccia da stupratrice..)

2. Le ragazze in coppia:

E’ un prenderci, a volte sono carinissime e gentilissime, a volte sono Miss Acidità. Serpi velenose a due teste dallo sguardo truce e la voce pietrficante. Meduse moderne con la puzza sotto il naso.

3. Le ragazze in gruppo:

DA EVITARE. Gelose, competitive, inacidite come zitelle col culo basso, ti guardano come se fossi un orribile schifezza appiccicata sotto la loro suola anche se non hai nemmeno fatto cenno di rivolgere loro la parola. Auguro a tutte loro di non trovare mai lavoro. Amen.

4. La coppietta:

Non sempre, ma spesso fermare la coppia vuol dire che lui si ferma e lei si inviperisce e lo trascina via incazzata come una pantera. Ci sono anche i casi in cui lui ti ignora e passa oltre e quindi è lei che decide di essere cortese e si ferma ad ascoltarti. Ragazze non siate gelose, a noi promoter non può fregare di meno del vostro ragazzo! Grazie.

 

L’avventura della promoter si conclude con un ricovero in un centro per demenza senile. Legata al letto in preda al delirio, condannata a ripetere a tutti, continuamente, sempre le stesse quattro frasi.

Avventure di una Promoter alle prime armi

bambolavoodooGiorno 1:

Shorts minuscoli, infinitesimali, bianchi e trasparenti. Ovvio. Chiappe al vento e vedrete che la gente si ferma ad ascoltarci. Maglia sintetica, effetto sauna garantito, perché il sudore sotto il sole di luglio fa tendenza. Pettorina altamente infiammabile, tanto per essere sicuri dell’efficacia dell’effetto sauna, grazie. Cappellino rosso, così ci differenziamo dalle volontarie di Save the Children: che sia chiaro, noi siamo promotrici della telefonia fissa e di Internet velocissimissimo.

Siamo in mezzo alla strada, così tutti i passanti possono scannerizzarci il posteriore e impariamo a riconoscere la fauna locale:

Prima tipologia: il turista

-Scusi, vuole partecip…

-Sorry, I don’t speak italian/ Lo siento, no hablo italiano / Ich spreche kein italienisch

-Oh sorry…

Per noi tristemente inutili, ma sempre piuttosto gentili.

 

Seconda tipologia: il cafone

-Buongiorno, vuole…

-No (dito sventolato in faccia: sono odiosi) / No, grazie (meglio) / Ho fretta (ed entrano nel negozio a fare a shopping camminando alla velocità di un bradipo stordito: ok che ti rompo le scatole, ma almeno non dire cavolate che scema non sono)

La maggior parte dei casi

 

Terza tipologia: ragazzine che non hanno mai lavorato in vita loro, mantenute da papi

-Ciao, vorresti….

(sguardo sprezzante e tirano dritto)

Vi auguro la disoccupazione eterna.

 

Quarta tipologia: i perduti

-Scusi..

-Ah cara, mi sai dire dov’è questo negozio/quella via…

oppure:

-Ah ho visto la pubblicità di quella tariffa…

-No guardi, non ne ho idea, noi promuoviamo solo…

-Ah ok, vado in negozio, ciao.

Perdita di tempo.

 

Quinta tipologia: i cavalieri erranti

-Ehi ciao…

-Ciao, ma certo ti lascio la mia mail, il mio numero, il mio contatto twitter, facebook, google plus, instagram, tutto quello che vuoi, magari poi ci rivediamo, se hai bisogno di contatti ti porto i miei amici.

Grazie cari, grazie di esistere, rimanete marpioni, guardatemi il c**o finché volete e a voi tutto il karma positivo dell’universo. Tra loro stanno anche gli ex-promoter solidali che sanno quanto stressante sia fermare la gente per strada tutto il giorno.

 

Sesta tipologia: il viscido

-Buongiorno signore, noi stiamo promuovendo…

-Oh che begli occhi che hai, sei bellissima, che sorriso, mi dai il tuo numero? Vuoi venire a prendere un caffè?

Almeno lasciano il contatto, però è patetico, davvero, tirano delle pezze infinite, stanno lì re a raccontarti la loro vita, intercalando il discorso con apprezzamenti vari alla beltà della giovinezza. Sorridiamo per mezz’ora pregando non ci vogliano baciare e abbracciare, ma puntualmente un disgusto-bacio sulla guancia o un orrido-abbraccio ci tocca concederlo. Maledetta diplomazia.

 

Settima tipologia: i realmente interessati

Stanno lì, ascoltano la promozione, lasciano il contatto volentieri, sono gentili e sono rarissimi, una specie protetta…

 

Ottava tipologia: i cacciatori di gadget

Ti impezzano loro

-Cosa regalate?

-Cosa devo fare per avere i braccialetti

-Ma regalate i tablet?

-Regalate schede telefoniche?

-Cosa mi dai? Ne hai anche per nipoti, zii, figli, fratelli, cugini, nonni?

Il più delle volte fanno solo perdere tempo

 

Nona tipologia: i troll

Ti tengono lì a parlare come un idiota, ti fanno spiegare tutto e ti guardano con sorrisetto sardonico (anzi sadico), annuiscono e chiedono ulteriori informazioni. Dopo un’ora che parli e hai la lingua secca e mal di gola o se ne vanno dicendo -No non mi interessa- (dovete soffrire tantissimo!!!) oppure lasciano un contatto finto convinti di essere dei simpaticissimi geni del male, soprattutto quando fanno firme dalla forma fallica o scarabocchi a caso (sì, siete davvero dei tenerissimi mattacchioni, spero finiate in un call-center nel reparto reclami.

 

Decima e ultima tipologia: gli haters:

Sono loro a puntare noi, si avvicinano come furie imbizzarite e cominciano a urlare. Odio il vostro operatore telefonico, ho una causa aperta da anni, mi è arrivata questa bolletta. Non possiamo fare altro che prendere dimessamente gli insulti e poi far notare che noi non abbiamo nulla a che fare con l’azienda, siamo assunte tramite un’agenzia esterna e che non siamo mai state abbonate a quell’operatore in tutta la nostra vita.

Gli insulti immeritati sono un ottimo modo per cominciare bene la giornata, non risparmiateci, davvero, ci piace, la nostra colazione dei campioni (tono acidoironico).

 

Giorno 2:

Chiappe più sode, gambe doloranti, ancora abbastanza entusiasmo.

 

Giorno 3:

Le risorse umane ci tampinano, hanno pretese, ci controllano, ci stressano, più otteniamo buoni risultati più vogliono. Ci succhierebbero anche il sangue se ciò li facesse guadagnare ulteriormente. Non dormono mai, chiamano e scrivono a tutte le ore del giorno e della notte per assicurarsi che come squali attacchiamo ogni passante inerme che incontriamo.

Non preoccupatevi, nessuno ci sfugge, aspettiamo a pelo d’acqua, siamo coccodrilli che aspettano che il branco di gnu venga ad abbeverarsi, siamo leoni che accerchiano le gazzelle spaventate. La città è la nostra giungla e nessuno è in salvo.

 

Giorno 4:

L’odio verso la gente è insopportabile. Ormai sono rimasti solo turisti inutili. Abbiamo impezzato tutto l’impezzabile. Ancora non cediamo allo sconforto, anche se la nostra vita sociale è azzerata e gli amici ci danno per disperse. Lavoriamo nei week-end e la sera siamo troppo stanche per esistere, non preoccupatevi però, ancora pochi giorni e sarà finita.

 

Giorno 5:

Desiderio di rinchiudersi in una grotta oscura, di ritirarsi nel deserto, di seppellirsi sotto il cucuzzolo di una montagna. Il prossimo che mi scannerizza il posteriore, che mi sventola il dito in faccia, che mi guarda con pietà o disprezzo, che mi tiene un’ora a parlare e poi non mi lascia il contatto giuro che lo mangio. Ho le chiappe d’acciaio a forza di camminare, l’abbronzatura da camionista, le abitudini alimentari completamente sballate e voglio dare fuoco a tutto. Sapevatelo.

 

Ora, questa storia non è ancora finita, ma qui la chiudo, prima voglio solo spiegarvi la morale. Innanzitutto non siate viscidi con le belle ragazze: gli approcci via facebook sono patetici e non è che se ho foto da promoter nel profilo allora hai il permesso di scrivermi alle otto del mattino; gli approcci per strada sono ancora peggio, sappiate che parliamo con chi ci prova perché siamo obbligate a farlo ma se provate a scroccare bacini in realtà desideriamo solo calciarvi tra le gambe; gli approcci da stalker sono anche peggio: vi vediamo quando ci seguite in giro per il centro, mettete i brividi e fate anche venire un poco di nausea!

La morale principale però è questa: quando incontrate ragazze disperate per strada abbigliate ridicolmente, abbiate per loro una parola gentile, aiutatele, non siate scortesi, stanno solo cercando di lavorare in questo mondo sommerso dalla crisi. Vi conviene anche perché ho intenzione di creare corsi di “Voodoo e Maledizioni Comparate” per Promoter stressate (uomo avvisato…)

Un appunto per chi si occupa di marketing: shorts bianchi?? davvero??? ma anche no cavolo, siete malati! E poi, promozioni a fine luglio??? sul serio?? cambiate spacciatore!! Grazie.

 

VanessaMedea

Il momento perfetto

Era una giornata afosa, la calura avvolgeva tutte le cose in un’aura di molle pigrizia. Anche i fiori erano troppo accaldati per muoversi e il silenzio sembrava più profondo di quel che in realtà non fosse. Le cicale, i grilli e gli uccellini, instancabili e indifferrenti alla temperatura, facevano risuonare l’aria dei loro cicalii e cinguettii, fischi e richiami. Ma era un sottofondo talmente naturale e delicato che si armonizzava perfettamente col silenzio dando l’impressione di non interromperlo. Nel giardino l’erba era appena stata tagliata e innaffiata e il lieve profumo di terra fresca era inebriante e dolce. In quel punto, vicino alla piscina, una tenue brezza accarezzava la pelle. Fresca quanto bastava per rendere l’afa piacevole senza far rabbrividire il corpo bagnato dopo il tuffo.

Il sole diramava i suoi raggi creando giochi di ombre fra le foglie verde smeraldo dei rovi donando la vita alle piccole more scure che punteggiavano i cespugli. Sfiorava i petali e lambiva i rami e l’erbetta. Irraggiungibile e arrogante, splendeva al centro del cielo più azzurro che si possa vedere. Un azzurro perfetto, pieno, senza macchie o sbavature. Nessuna sfumatura, solo l’azzurro intenso e i raggi del sole si vedevano lassù.

Dal lettino, avvolta nella luce calda, si vedevano le increspature sull’acqua della piscina che risplendevano come una miriade di diamanti ballerini con un ritmo che solo loro potevano sentire. Tutta la superficie appariva blu chiara per via del colore della vasca. L’acqua cristallina vibrava lievemente, senza fretta, senza rumore, per non disturbare l’idillio del momento. Appena percettibile, l’odore del cloro sapeva di vacanze e di giochi e di riposo. Il giorno d’estate perfetto nel luogo perfetto si stagliavano lì, spavaldi, nell’angolo di un giardino qualsiasi, una vispa mattina di un’estate qualsiasi.

La perfezione dell’armonia di suoni, colori, odori e sensazioni. La perfezione in un cielo limpido, in un prato verde, in una cicala innamorata. Un ronzio, una piccola ape ricoperta di polline torna a casa. Un cinguettio, più forte, ma la mamma torna subito nel nido con il cibo per i suoi neonati. Un alito d’aria appena troppo tiepido, forse. Una nuvola solitaria che fa il suo corso attraverso il cielo il cui azzurro è ora solcato dalla scia bianca di un aereo. Qualcuno è là, più vicino al sole, avvolto in quell’azzurro esagerato. Una libellula sfiora l’acqua interrompendo per un momento il ritmo impeccabile dei diamanti di luce. Ogni piccolo neo sulla perfezione rende più chiara e percepibile la divinità mirabile del momento. Rende reale il luogo da sogno, troppo esatto per durare a lungo. Non avrebbe nessun valore se durasse più di pochi istanti.

Ed ecco che l’acqua della piscina diventa più scura. Blu intenso, quasi oleoso. L’ombra di una nuvola impetuosa e carica di pioggia si allunga spregiudicata, impassibile di fronte alla perfezione. Il verde è più grigio e l’azzurro è più nero. Le cicale tacciono. Gli uccelli trovano rifugio. Gli odori si intensificano e diventano più bagnati, più terrosi, sapevano di malinconia e di tensione.

L’audacia di un fulmine, lo scroscio della pioggia. Il momento perfetto è finito. E ora tocca al temporale mostrare la sua roboante perfezione. Nella sua insolenza per aver interrotto la pace, ostenta il trambusto del suo divino furore.

 

VanessaMedea

I fuochi degli Dei

Era il suo tredicesimo compleanno, era felice ed eccitata in modo inconsueto. La Gran Sacerdotessa le aveva predetto che entro un paio di giorni sarebbe diventata donna ed era lei la vergine prescelta per il rito di Beltane. Assieme al Re Cervo, attorno ai fuochi propiziatori, dopo aver danzato in onore del Dio e della Dea, avrebbe giaciuto davanti a tutti e così la terra avrebbe continuato ad essere fertile. Sognava ogni notte quel momento e trepidava nell’attesa del Solsitizio. Anche lei sarebbe diventata Gran Sacerdotessa e avrebbe imparato a dominare gli elementi e a leggere il futuro. Ogni tanto riusciva a visualizzare nella Polla Sacra frammenti di ciò che doveva ancora avvenire, ma faticava ancora a comprendere le trame di ciò che potrà essere ma ancora non è. Le riusciva molto meglio vedere cosa avveniva ai suoi cari lontani. Stringendo in mano la bambola con cui giocava da piccola poteva guardare attraverso la Polla cosa stavano facendo in quel momento i suoi fratellini e i genitori. Non desiderava tornare a casa. Quella dei Druidi e delle Sacerdotesse era la sua casa adesso e lei la amava più di ogni altra cosa.

Le altre adepte erano più che sorelle ormai e l’unica cosa che la rendeva un pochino triste era l’idea che la maggior parte di loro, terminato il Percorso della Magia,sarebbero tornate nei paesi d’origine e sarebbero diventate mogli e madri. Ma lei no, lei era stata scelta dalla Dea e il suo potere era più forte di quello delle amiche. E ogni giorno aumentava, poteva sentirlo scorrere dentro di sé, sempre più travolgente, sempre più intenso. Dopo il rito di Beltane la sua forza avrebbe raggiunto l’apice e così avrebbe potuto cominciare l’addestramento per compiere il suo destino.

Ma la Gran Sacerdotessa era inquieta. Le rune non erano chiare e il futuro era difficile da districare. La sua piccola allieva migliore aveva in serbo una vita da devota agli Dei e quindi era convinta fosse la prescelta, ma sembrava essere prossima una grande sventura, sconosciuta e inarrestabile, che rendeva incerto predire cosa sarebbe accaduto. L’allieva, nella Polla, vedeva fuochi ardere con furore, le Sacerdotesse speravano si trattasse di quelli di Beltane, ma i segni del cielo, degli uccelli e delle Rune confermavano tutti la stessa cosa: il rito non accadrà e la terra sarà intrisa di sangue molto a lungo, un futuro sterile e violento, di cui nessuna di loro vedrà la fine. Il ritorno della fertilità non sarà più responsabilità dei Druidi, ma solo del volere degli Dei.

Ma lei, nel giorno del suo compleanno, non era stata messa al corrente della nefasta profezia e seguitava contenta a mescolare infusi di erbe e a studiarne gli effetti. Nel pomeriggio si recò alla Polla per pregare. In quel luogo il Potere sgorgava dal suolo assieme all’acqua irradiando massimamente la sua energia e la comunicazione con la Dea era maggiormente diretta. Fu lì che, nitida nell’acqua trasparente, apparve una visione terrificante. Il cielo plumbeo incombeva sulla terra, di un inquietante colore rosso. I tuoni echeggiavano nella valle e avevano il suono minaccioso dei tamburi di guerra. I corvi beccavano gli occhi della Gran Sacerdotessa, accecandone anche la visione della mente. Impotente si lasciava divorare da un branco di lupi, sdraiata immobile nell’erba. La rugiada era di sangue e gli alberi gridavano disperati. Pianti e lamenti echeggiavano nella Foresta Sacra, violata da mostri senza volto e dalla forma di lupo. Poi vide se stessa, in piedi al centro del cerchio di pietre, che piangeva lacrime di sangue, poi improvvisamente un’aquila la afferrava coi suoi artigli e la trascinava in alto, verso le nubi grigie, sempre più su finché, quando il Tempio non era che un punto indistinguibile sulla terra scarlatta, intrisa delle lacrime di sangue della Dea, la lasciò cadere. Si riprese dalla visione con uno scatto fulmineo, gridando, con ancora addosso la sgradevole sensazione di precipitare.

Quella notte non poteva addormentarsi, tormentata dall’orrendo incubo popolato di corvi e aquile. Prima dell’alba, quando ancora tutte quante dormivano ignare, si alzò. Si avvolse nel mantello e silenziosamente uscì all’aria aperta. La brezza non era fresca e profumata come al solito, ma calda e opprimente, dall’odore quasi metallico. Corse alla Polla e l’acqua non era trasparente, ma torbida e agitata. Guardandola vide una scena raccapricciante, mostruosa. I suoi fratellini sgozzati, il sangue copioso che ribolliva riversandosi fuori dalla ferita letale. Il gemito terribile di sua madre, trascinata per i capelli da uomini corazzati, con elmi piumati e strani scudi rettangolari.  L’invasione degli uomini oltre il mare era arrivata anche da loro. Non era la prima volta, ma capì che questa era diversa, avrebbe cambiato per sempre la vita della valle. Poteva vedere chiaramente ora: questi uomini avrebbero portato un nuovo Dio. Tutto sarà diverso con questo Dio, ma eccola, la speranza. La Dea, col suo volto di luna, sorrideva. Infondo tutti gli Dei sono un unico Dio e non importa quale nome ogni uomo gli attribuisca, esso abita in tutti gli esseri viventi, scorre nella rete infinita che collega fra loro gli elementi. Tutto ciò che esiste fa parte di una trama di relazioni, nulla è indipendente o scollegato da tutto il resto, e la sede della divinità è proprio questo intreccio, nel quale essa scorre e anima ogni cosa.

Non oppose resistenza quando arrivarono gli uomini oltre il mare. Lasciò che prendessero la sua verginità al posto del Re Cervo. Le altre Sacerdotesse violate, le poche che sopravviveranno a quel giorno, uccideranno i figli che il seme degli invasori pianterà nel loro grembo. Ma lei sapeva che questo non era il suo destino. Il suo stupro non genererà figli, perché. lo aveva visto, la terra sarebbe stata sterile a lungo. Il suo destino era continuare a pregare. Avrebbe pregato ogni Dio, anche questo nuovo, con la sua vergine madre e i santi che lo hanno onorato. Tutte facce delle stessa essenza divina che permane in ogni cosa, le avrebbe pregate finché la terra non fosse fiorita di nuovo, in una nuova era, dove la magia avrebbe assunto forme diverse, perché il potere non è alla portata di questi uomini che non sentono il calore della Dea nei raggi del sole, ma avrebbe continuato a esistere, perché il compito dei sopravvissuti, ora, era quello di trasmettere la saggezza attraverso il tempo. Tanti riti pagani non verranno abbandonati, gli Dei si adattano agli uomini e ai loro limiti e potenzialità. Siamo all’inizio della primavera, questo racconto è ambientato prima dell’inizio dell’estate, ma voleva solo ricordare che tante feste, tante usanze, tante parole hanno origini più antiche di quello che pensiamo e sono importanti, credo. Buona Pasqua!

VanessaMedea