THE BLACK MAN

L’uomo nero fece il suo ingresso nel piccolo villaggio.
Avvolto nella calura abbacinante del primo pomeriggio, lo straniero procedeva con andatura lenta. Nonostante il caldo soffocante indossava un lungo pastrano e un cappello a falde larghe che teneva in ombra lo sguardo. Due grandi colt argento scintillavano dalle fondine lucide poste lungo i fianchi. Sbuffi di polvere bianca si alzavano ad ogni passo del poderoso stallone.
Lo straniero, seguito dallo sguardo incuriosito dei pochi passanti, si arrestò davanti all’unico saloon in quell’agglomerato di casupole che si snodava lungo l’unico polveroso stradone di Corridor City.
Smontò dalla sella ed entrò nel locale. Sparuti avventori si voltarono quando la sua figura scura si stagliò in controluce dietro le porte a vento. In un attimo egli valutò la situazione, entrò con passo sicuro e cadenzato, il tintinnio degli speroni sembrava imitare il verso di un cobra proteso all’attacco.
Prese posto al bancone mogano scuro e ordinò una birra. L’uomo grassoccio, con il volto paonazzo lo guardò in cagnesco, gli stranieri non erano benvenuti perché portavano solo guai! Riempì il bicchiere e gli voltò le spalle continuando ad osservarlo dal grande specchio sulla parete. L’atmosfera era tesa e qualcuno teneva già la mano in prossimità della fondina.
Con cauti movimenti lo straniero estrasse dalla tasca un foglio ripiegato e iniziò ad aprilo sul bancone.
«Sto cercando quest’uomo, lo hai mai visto?» chiese rivolgendosi al barista.
«No, no… mai visto prima» rispose l’uomo e il suo volto si fece ancor più rosso.
«Ne sei davvero sicuro? Guarda meglio!» Lo sguardo di ghiaccio dell’uomo nero si piantò in quello impaurito del barista, il labbro inferiore iniziò a tremare. Scosse il capo in senso di diniego e senza rendersene conto arretrò di un passo.
L’uomo nero rimase in silenzio. Ripiegò diligentemente il foglio e lo rimise in tasca.
«Avete camere libere?» chiese cambiando discorso.
«Non saprei… devo controllare» rispose allontanandosi il barista.
«Beh, vedi di trovarmene una … ho fatto un lungo viaggio e ora ho assolutamente bisogno di riposare» lo sguardo gelido dell’uomo nero riemerse dalla penombra del cappello e colpì il poveretto come un dardo.
«Sì, sì… ecco la chiave, la numero 10, al secondo piano».
L’uomo nero si alzò e lentamente si diresse verso la scala di legno. Il barista lo seguì con lo sguardo e contemporaneamente alzò una mano facendo un cenno alla ragazza seduta in fondo al locale. La rossa si alzò e sfoderando un gran sorriso raggiunse lo straniero.
«Ciao bel cowboy, ti posso accompagnare? Sai il corridoio è lungo …» Il sorriso le si spense sulle labbra quando l’uomo nero mostrò il suo volto, fulminandola con i suoi occhi color ghiaccio. La ragazza rimase impietrita e senza dire una parola si girò e corse via.
Non appena lo straniero scomparve dalla loggia il barista chiamò uno dei giovani avventori comunicandogli qualcosa a bassa voce. Il messaggio doveva essere trasmesso in fretta quindi il ragazzo uscì di corsa dal locale.
L’uomo nero odiava le donne, ogni tipo di donna, perfino sua madre. Quella rossa poi le aveva fatto tornare in mente Bet: sua moglie che era scappata via dieci anni prima all’improvviso.
Le donne erano un capitolo chiuso, definitivamente!
Il corridoio era molto lungo. Il gringo che egli cercava si nascondeva in una di quelle stanze, ne era sicuro. Mano alla pistola si diresse vero la prima porta. Il tintinnante passo da cobra divenne felpato. Con una balzo felino fu nella stanza, ma nella penombra intravide solo un letto vuoto, intatto. Richiuse piano la porta e si apprestò a quella di fronte. Spalancandola scorse un uomo nudo, in piedi davanti al letto, intento a farsi sollazzare da una bionda.
«Ho sbagliato stanza…» si scusò e sogghignando richiuse la porta.
Davanti alla terza si arrestò, gemiti e sospiri provenivano dall’interno. Aprì e si ritrovò davanti al talamo, dove avvinghiati giacevano un uomo e una donna. Con molta calma prese la mira, i due non si erano accorti della sua presenza. Il dito già scivolava sul grilletto quando la rossa riemerse dal groviglio di corpi.
Bet lo guardò stupefatta.
L’uomo nero rimase paralizzato. Il volto della donna si fece largo nella sua mente. Un tuffo al cuore.
Nel frattempo il gringo si rese conto del pericolo, si buttò giù dal letto e approfittando della momentanea paralisi dello straniero fuggì nel corridoio.
Una frazione di secondo, una sola gli fu fatale. Gli scagnozzi del gringo giunsero alle sue spalle.
Lui, l’uomo di ghiaccio, senza macchia e senza paura, aveva ceduto all’emozione.
Forse neanche avvertì il colpo alla nuca, mentre come ipnotizzato teneva lo sguardo fisso sul volto terrorizzato di Bet.
L’ultimo pensiero fu un lontanissimo ricordo del passato: il sorriso dolce di sua moglie.