Precipitando

Istantanei 
        s’infrangono gl’indugi 
spicco 
        il salto 
precipitando 
        senza fiato 
in turbini 
        di colore 
in armonie 
        sonore.

10/08/2020 h.1:37

Il tuffo

Camminava lieve e assorta, i piedi scalzi fra la sabbia notturna, leggermente umida, fresca, setosa. Stringeva fra le mani i sandali e lenta e delicata di avvicinava al bagnasciuga. Lasciava che la brezza le scompigliasse i capelli, inspirava a fondo il profumo salmastro. Si fermò, la punta delle dita dei piedi avvertiva le prime spume. Chiuse gli occhi, ascoltava il mormorio delle onde, godeva della limpida luce lunare. Pensava a se stessa, a desideri sopiti, a istinti riemersi. Un profondo sospiro. Riaprì gli occhi, guardò la luna. Sorella e madre, confidente e guida, questo era al suo cuore. Svelta e leggera, si disfò degli inutili indumenti. Silenziosa lasciava che la luna la avvolgesse. Un passo alla volta scivolava nell’acqua, avvertiva potente un’assente presenza, sentiva vicino un mondo lontano fatto di suoni, colori, emozioni. Un istante ancora, rapida si tuffava a ritrovare se stessa.

Una quercia

Una quercia. Centenaria. Solitaria, in mezzo a un prato. Così sembra.  Fra i suoi rami ciarlano le ghiandaie. Fra i suoi rami ciarlano le cinciallegre. Di che ciarlano? Del sole e della pioggia, della luna e del vento. Della vita e della morte, della gioia e del dolore.

Una quercia. Centenaria. Solitaria, in mezzo a un prato. Così sembra.  Fra i suoi rami ciarlano le cornacchie. Fra i suoi rami ciarlano i merli. Di che ciarlano? Del tuono e della folgore, dell’alba e del tramonto. Del principio e della fine, dell’odio e dell’amore.

Una quercia. Centenaria. Solitaria, in mezzo a un prato. Così sembra. Fra i suoi rami sussurra il segreto dell’esistenza.

E.

no news, good news

no news, good news” questa frase può rendere ciò che può essere un’unità di terapia intensiva neonatale, perché è di questo che andrete a leggere.

Da dove partire? Partiamo dalle basi, l’autore! Per chi come me ha da sempre avuto un’attrattiva per ciò che può essere il mondo della psicologia, venire a conoscenza di questo libro e di quelli che sono gli studi dell’autore, Marcello Florita, è quasi una fortuna! Vi consiglio, se volete approfondire, di andare sul suo sito marcelloflorita.it

Ciò di cui vi vorrei parlare è “Come respira una piuma” un libro pubblicato in prima edizione nel 2016 da Ensemble a Roma, con il patrocinio di “Vivere Onlus” una delle associazioni italiane per la neonatologia.

Un romanzo caratteristico nel suo definirsi tale, in quanto prende forma e si delinea attraverso i pensieri dell’autore, nei mesi successivi che seguono una nascita gemellare.

Riflessioni, pensieri, immagini descritte, nozioni mediche e ricerche scientifiche.

Un babbo in “sala d’attesa”. Un padre “irregolare” che assieme alla propria compagna intraprende un viaggio di scoperta fatto di ansietà e preoccupazioni, gioie inaspettate e sperate, assieme ad altri genitori “irregolari” della TIN.

Un’esperienza genitoriale che agli inizi descrive come “negata” o meglio, fatta di mancanze.

Mancanza del contatto, di poter abbracciare il proprio figlio, poterlo sentire tuo, poterlo accarezzare e sentirne la pelle, il profumo.

L’autore in una breve intervista esprime come l’essere genitori all’interno di una TIN sia, in senso metaforico, come esseremigranti in un luogo non conosciuto, inserito all’interno di un’istituzione, un mondo da conoscere, da apprenderne il linguaggio con la quale famigliarizzare passo dopo passoconclude “finché non l’hai provato, non sai cosa possa significare”.

Si antepone un senso di limite, di distanza, tra il desiderio di essere genitore e tutto ciò che compone un reparto di TIN: incubatrici, monitor, tiralatte, C-pap. E poi ancora, lettini, fasciatoi, consegne infermieristiche ed orari di terapia…medici, infermiere e “zie”. Già, le zie!

Un racconto che spazia dall’onirico, sogni paragonati a “quadri impressionistici dai colori nitidi” a ciò che accompagna nel quotidiano, gli amici e i propri famigliari, le incombenze di un frigo da riempire e orari di lavoro da seguire.

Un quadro realistico di come possa essere definita “precariala realtà, la nostra realtà, fatta di incertezze, di “no news, good news”.

Così, durante un mese di Aprile di un anno differente, rielaboro quella che è stata la mia esperienza, consiglio questa lettura per più motivi.

Una coppia che vive una realtà non molto diversa, chi ricopre un ruolo professionale all’interno dell’ambiente ospedaliero, oppure, per una studentessa del terzo anno infermieristica, alle prese con la sua prima tesi.

Con l’augurio di far vostre queste parole “basta un termine, una parola indossata orgogliosamente e tutto ci può apparire in modo diverso, più digeribile e metabolizzabile”. Prima di iniziare i miei passi all’interno di questa unità non sapevo, non conoscevo e temevo. Talvolta la vicinanza fisica, tra le espressioni dei genitori accanto ai loro cuccioli e pratiche burocratiche di una cartella ospedaliera, è stata carta vetrata sotto le mani, ma inevitabile, come sapere che “così funziona, così è”. Per questo almeno, proverò nel mio, a promuovere un progetto di sensibilizzazione attraverso la mia tesi, verso ciò che “non puoi capire se non provi”, ma puoi conoscere per iniziare a capire.

Musa

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La Sintesi degli Opposti

Sono al centro,

nel mezzo, nel cuore del mio piccolo universo quotidiano.

Sono come un pendolo,

mi sposto lentamente da un’estremità all’altra,

in moto perpetuo senza sosta

posso dispensare

Amore, Felicità, Tenerezza e Passione.

posso infliggere

Odio, Infelicità, Durezza e Indifferenza.

ondeggio tra ciò che è Bene e ciò che è Male.

tra la Realtà e la Fantasia.

tra la Verità e la Menzogna.

Sono Buio e sono Luce.

Sono Acqua  che inonda,

sono Fuoco che riscalda.

Sono il Tutto

sono il Niente.

Sono come Tu mi definisci..

la Sintesi degli Opposti“.

Riflessioni dal fondo del pozzo.

Ciao a tutti! Mi fa piacere essere tornata tra voi dopo tanto tempo. Vi propongo un esperimento pubblicato la scorsa settimana sul mio blog personale: il diario. Può sembrare strano, ma in tutta la mia vita non ho mai scritto un diario vero, figurarsi uno letterario. Ho deciso di non dare nome alla protagonista, di lasciarla così ignota; non perché non meriti un nome, ma perché non so ancora quale nome le calzi a pennello. E il nome, si sa, è una cosa importante. Buona lettura! P.s.: scusate se pubblico con un giorno di anticipo, ma domani sono impegnata e, svampita come sono, è probabile che mi dimentichi di postare. 😀

Caro diario,

è da tanto che non ti scrivo. Passa un’ora. Poi un’altra e un’altra ancora. L’orologio non si ferma mai, il tempo scorre costante, corre come la strada sotto un’auto lanciata a tutta velocità e alla fine la penna cade dalla mano addormentata senza aver adagiato nemmeno una parola sulla carta. Oggi rifletto dal fondo del pozzo, lo stesso in cui ad un certo punto, un punto cruciale oserei dire, si ritrova Toru Okada, il protagonista de “L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami; può sembrare un posto strano per riflettere, ma cosa può esserci meglio di un buco che solitamente ospita l’acqua che per sua natura riflette?

A proposito di strade, come dice Mycroft Holmes nell’ultimo episodio di Sherlock: “the roads we walk have demons beneath”, che tradotto significa “ci sono demoni sotto le strade su cui camminiamo”. E i demoni ci sono davvero, stanno lì, nell’ombra, ad aspettare; nel frattempo affilano gli artigli e grattano la superficie al di sopra delle loro teste, la stessa che sorregge i nostri piedi, per aprire una voragine e ingoiarci interi. E’ strano, vero? Come i punti di vista possano essere diametralmente opposti. Quello che per qualcuno è il sotto, per altri è il sopra; ciò che per alcuni è bianco, per altri è nero. E’ tutta una questione di prospettiva, letale talvolta.

Non è più lo stesso il modo in cui guardo il buio, sai? D’altronde come potrebbe mai esserlo? Una volta visto e vissuto, l’Inferno, è difficile non sognarlo, figurarsi dimenticarlo. Non ricordo di aver mai temuto la notte da bambina, ma sicuramente l’ho fatto da adulta. Non molto tempo fa dormivo con la luce accesa, per davvero; non riuscivo a fare luce dentro, quindi cercavo di fare luce almeno fuori nella strana e vana speranza che filtrasse dentro per osmosi. Ridicolo, vero? Ci rido sopra, con una risata amara però. Adesso la luce la tengo spenta, eppure le tenebre stanno ancora là, come se fossero incastrate, incatenate al cuore. Forse le ho abbracciate o accettate? O magari imprigionate, perché no. Dimmelo tu, diario, che mi conosci davvero nel profondo; dimmi se sto brancolando nel buio alla ricerca di luce o tenebra.

Sei mai stato sul fondo di un pozzo? E’ una cosa strana… guardi giù e vedi fango, lo stesso su cui stai seduto, guardi su ed ecco un cerchio perfetto fatto di cielo. Sembra di vivere nella canzoncina del girotondo, quella in cui casca il mondo. Peccato che non ci sia nessuno a cui dare un bacio; sarebbe carino. Mh. Un bacio nelle tenebre. Suona romantico.

E tu hai demoni, caro diario? A parte i miei sepolti nelle pagine? Spero di no, perché se li hai, vuol dire che hai conosciuto l’Inferno. E se l’hai fatto, ti prego dimmi com’è il tuo. Vorrei sapere se somiglia al mio… buio, spinoso, con le tenebre ridotte ad un groviglio di ragnatele appiccicose e la luce, nel migliore dei casi, ad un lumicino quasi spento.

Ti prego rispondi, caro diario, ché qui tra gli umani pochi sono quelli che osano guardare nel buio e portarlo alla luce.

E con questo ti lascio.

Buonanotte,

con amore,

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