Bentornato Little John

 

 

Little_JohnɈohn Tailor, meglio noto come Little John, per la sua bassa statura, tornò improvvisamente.

Fece il suo ingresso nel saloon di Dodge City, in un afoso pomeriggio di giugno.

Il suo lunghissimo trench color sabbia quasi toccava il suolo, l’ampia falda del cappello nero gli copriva metà volto e ai piedi calzava degli strani stivali con il tacco più alto del normale.

Nessuno lo riconobbe, non ancora.

All’interno del locale pochi avventori, trascinavano chiacchiere biascicate sotto l’effetto del bourbon di pessima qualità. Il pianista strimpellava sul piano scordato, mentre la maitresse sedeva in braccio a un cliente, anche lui completamente ubriaco. Nessuno fece caso al suo arrivo, si accomodò al bancone e ordinò un whisky doppio, che tracannò tutto d’un fiato.

«Questo whisky fa schifo!» disse l’uomo, tirandosi dietro la falda del cappello. Il barista sgranò gli occhi e iniziò a sentire un sudore freddo lungo la schiena.

«Mi.. mi… dispiace» disse mentre cercava inutilmente di reprimere il tremolio alle mani «ora prendo quello buono…» aggiunse allontanandosi alla svelta. Gli uomini presenti in sala aveva smesso di parlare e un silenzio irreale regnava nel saloon, perfino il pianista se ne stava impalato con la bocca aperta per lo stupore.

«Tu! Perché hai smesso di suonare?» chiese Little John al pianista imbambolato. L’uomo abbozzò un sorriso sdentato e si girò, iniziando a strimpellare di nuovo il piano.

«E così sei tornato…» disse una voce proveniente da un angolo del locale. Little John guardò in quella direzione, ma la luce fioca gli lasciava intravedere soltanto la sagoma imponente di un uomo seduto al tavolo, tuttavia la voce gli era familiare, non aveva dubbi sulla sua identità.

«Già… sono un temerario, sono tornato per scontare la giusta pena!» rispose rimanendo appoggiato al bancone mentre dallo specchio osservava con attenzione la sagoma in fondo al locale.

«Allora mi seguirai senza fare storie… suppongo» disse l’uomo alzandosi lentamente, poggiando la mano destra sul calcio della pistola.

«Certo capo…»

«Bene, allora io adesso esco e ti aspetto fuori». La sagoma scura emerse dalla penombra e Little John ebbe conferma dell’identità del suo interlocutore. Il vice sceriffo Clint lo guardò per un lungo istante, dritto negli occhi, poi si girò dirigendosi verso l’uscita, sempre con la mano ferma sul calcio della pistola. Little John si avviò a sua volta verso l’esterno e uscendo scorse affisso alla parete del saloon il manifesto con la sua foto e la taglia per la ricompensa della cattura: 1.000 dollari, niente male!

I due uomini si diressero verso l’ufficio dello sceriffo senza scambiarsi una sola parola.

«Bene bene… guarda un po’ chi abbiamo oggi!» esclamò, lo sceriffo Roosvelt, un ometto molto avanti con gli anni, prossimo ad appendere la stella al chiodo.

«Ora sì che posso lasciare questo dannato posto! Clint, ti nomino sceriffo, te lo sei meritato!»

«No, no… Little John si è consegnato di sua spontanea volontà!»

«Questa sì che è bella! Per tutti i diavoli dell’inferno!» esclamò lo sceriffo «Ti ha dato di volta il cervello? Lo sai che sulla tua testa pende ancora quella taglia…»

«Certo, ho appena visto il manifesto nel saloon… Sono venuto per espirare le mie colpe e pagare il mio debito con la giustizia» così dicendo l’uomo aprì il trench mostrando le fondine delle pistole vuote.

«Clint, accompagna mister Tailor nei suoi appartamenti!»

Il vice sceriffo scortò Little John nella cella in fondo al corridoio, tra il mormorio degli altri detenuti, poi tornò nell’ufficio dove Roosvelt se ne stava sbragato sulla sedia con i piedi poggiati sulla scrivania.

«Dimmi un po’ Clint… questa storia mi puzza parecchio… perché Little John avrebbe dovuto consegnarsi? Sono passati cinque mesi dalla rapina in banca giù a Coffeyville, credo che non lo avrebbero più ripreso oramai…» disse lo sceriffo, lisciandosi i baffoni color argento.

«Hai ragione capo… c’è qualcosa di strano… non credo che quel bandito sia tornato per consegnarsi alla giustizia… teniamo gli occhi aperti!»

Nella grande prigione di stato di Dodge City si trovavano i detenuti che avevano subito già il processo e quelli in attesa di giudizio. Little John fu temporaneamente messo in isolamento e gli fu concessa solamente un’ora d’aria la mattina.

Sam Bass se ne stava rintanato nella sua cella, rifiutandosi di uscire. Qualcuno gli aveva riferito che Little John era tornato e non aveva nessuna intenzione di trovarselo davanti, l’ultima volta che era successo ci aveva rimesso tre dita della mano.

«Sam! Il capo ti vuole a rapporto» la voce del sorvegliante lo fece sobbalzare.

«Io? Ma sei sicuro? »

«Avanti alza quel culo e andiamo!» l’uomo aprì la porta della cella per farlo uscire. Ad attenderlo c’erano altri due sorveglianti con le carabine spianate. Sam Bass fu condotto nell’ufficio dello sceriffo.

«Ciao Sam» Roosvelt lo attendeva alla scrivania, fumando uno dei suoi puzzolenti sigari. L’ambiente era saturo dell’odore acre del fumo e Sam iniziò a tossire violentemente.

«Hei ragazzo, hai la salute cagionevole?»

«No capo… non sopporto il fumo» si giustificò l’uomo.

«Anch’io non sopporto il puzzo degli avanzi di galera…» rispose sorridendo lo sceriffo, lisciandosi i baffoni color argento.

«Ma parliamo di cose serie… hai saputo che Little John è tornato?»

«Sì capo, ho sentito» rispose cauto Sam.

«Non è per caso che la sua comparsa inaspettata riguarda la rapina che avete fatto insieme?»

«No, non credo… capo»

«Facciamo così… se per caso Little John ti fa qualche confidenza corri subito a raccontarcela ok? Affare fatto?» Roosvelt studiava attentamente la reazione dell’uomo.

«Io… certo sì, capo»

«Bene… ah, ti volevo anche avvertire che da oggi cambierai alloggio…» disse lo sceriffo sorridendo.

«Come?» chiese impaurito Sam «ma io mi trovo benissimo dove sto ora!»

«Sì, ma non preoccuparti… è una cosa temporanea, abbiamo bisogno di dare una ripulita a quella cella puzzolente». L’uomo abbassò lo sguardo e non trovando altro da dire seguì la guardia verso l’uscita, il colloquio era finito.

«Vediamo se ne ricaviamo un ragno dal buco» disse lo sceriffo rivolgendosi al suo vice «quei due non me la raccontano giusta, il bottino della rapina non è mai stato trovato e ho il sospetto che questo c’entra con il ritorno di Little John»

«Sì capo, credo anch’io che li dobbiamo tenere d’occhio e metterli insieme è stata un’ottima idea».

Sam Bass fu scortato davanti alla sua nuova cella, qualcuno aveva già provveduto a spostare i suoi effetti personali. L’uomo rimase impietrito appena vide il suo nuovo compagno.

«Ciao Sam, come te la passi?» Little John se ne stava seduto sul bordo della branda e nonostante l’ostentato sorriso, nel suo sguardo balenava qualcosa di sinistro.

«Che tu sia dannato Clint! Non lo riprenderemo mai quel bastardo!» disse lo sceriffo Roosvelt rivolgendosi al suo vice, mentre camminava nervosamente avanti e indietro nell’angusto ufficio.

«Barton dice che Little John si è messo a urlare… dicendo che il suo compagno di cella stava soffocando… allora la guardia è entrata e quel maledetto lo ha colpito sulla testa mentre era curvo a controllare Sam Bass…il poveraccio respirava appena…» rispose il vice sceriffo, ancora sconvolto da quanto successo poco prima dell’alba.

«Già…quando ho accompagnato il dottore, Sam Bass ha biascicato qualcosa di incomprensibile…e poi è spirato! Quel gran figlio di puttana invece ha preso il fucile e si è dileguato nel nulla… COME E’ POSSIBILE!» il volto dello sceriffo era paonazzo dalla rabbia, tutti i presenti si erano ammutoliti e nessuno aveva il coraggio di parlare.

«Capo… io penso che fosse già tutto organizzato, probabilmente Little John aveva dei complici ad attenderlo fuori… ecco perché si è allontanato così velocemente»

«Tu!» disse Roosvelt rivolgendosi a uno degli uomini presenti nell’ufficio, «raduna almeno dieci dei migliori tiratori e RIPORTAMI QUEL FOTTUTO BASTARDO!»

 

⃰   ⃰   ⃰

 

Il sole alto nel cielo irradiava un calore intenso sul terreno arido scosso dallo scalpitio dei cavalli. Dopo ore e ore di marcia nel deserto, uomini e bestie erano stremati dalla stanchezza e il caldo amplificava la fatica.

«Capo… sei sicuro che stiamo andando nel posto giusto?» chiese uno degli uomini rivolgendosi a Little John, ritto sulla sella, con la fronte imperlata di sudore, ma imperterrito nel proseguire il cammino.

«Certo che sono sicuro, gli ho fatto tirare fuori il rospo a quel figlio di puttana di Sam!»

«Sì, ma anche dopo la rapina, quel giorno che gli mozzasti le dita… ti aveva rivelato il nascondiglio… e invece non abbiamo trovato nessun malloppo!»

«Stai sicuro… gli ho detto che sarei andato a cercare sua moglie… e non vorrei essere nei panni di quella bagascia se scopro che mi ha mentito di nuovo!»

L’uomo appollaiato dietro la rupe osservava il gruppo di uomini avvicinarsi e decise che avrebbe atteso ancora qualche istante. Poggiò la pesante carabina sulla spalla e prese la mira. Poco dopo ad uno a uno gli uomini a cavallo iniziarono a cadere giù come le sagome di un tiro a bersaglio. Little John lanciò il suo stallone al galoppo e riuscì a raggiungere uno sperone di roccia, dietro al quale si gettò per schivare i proiettili che lo inseguivano. Si scaraventò giù dal cavallo, rannicchiandosi contro le pietre, poi con prudenza sollevò la testa al disopra del masso, cercando di capire la direzione da cui provenivano gli spari, ma un colpo di fucile gli portò via il cappello. D’improvviso la pioggia di proiettili cessò, sulla landa desolata cadde un silenzio mortale. Little John si rese conto di aver perso tutti i suoi uomini e di essere rimasto in balia di quel misterioso pistolero.

Non aveva altra scelta che attendere la notte per allontanarsi.

Il buoi totale gli consentì di fuggire indisturbato, sapeva che doveva dirigersi verso nord e con il fresco riuscì a percorrere un lungo tratto di strada su un sentiero fra le rocce. L’uomo lo seguì da lontano, conosceva bene la destinazione che il bandito tentava di raggiungere.

L’alba colse Little John ancora in cammino, la meta era oramai vicina, lo sperone roccioso finiva in un’ampia vallata battuta dal sole, da percorrere completamente allo scoperto. L’uomo si fermò sulla cresta rocciosa più alta, dove con lo sguardo dominava la valle.

Vide il bandito arrancare lentamente nello spazio aperto. Pareva non reggersi più in piedi, poi cadde in avanti, si rialzò e cadde di nuovo perdendo il cappello, tentò allora di spostarsi a carponi sulle zolle rossastre del terreno arido, mentre il sole a picco gli prosciugava quelle poche energie residue.

Un bersaglio facile, fin troppo.

L’uomo canuto si sdraiò poggiando il Winchester su di un sasso, sorrise pensando a tutti quei soldi sepolti sotto la sabbia e a come li avrebbe spesi, fino all’ultimo cent.

Prese la mira e prima di tirare il grilletto si lisciò i suoi grandi baffoni color argento…

THE BLACK MAN

L’uomo nero fece il suo ingresso nel piccolo villaggio.
Avvolto nella calura abbacinante del primo pomeriggio, lo straniero procedeva con andatura lenta. Nonostante il caldo soffocante indossava un lungo pastrano e un cappello a falde larghe che teneva in ombra lo sguardo. Due grandi colt argento scintillavano dalle fondine lucide poste lungo i fianchi. Sbuffi di polvere bianca si alzavano ad ogni passo del poderoso stallone.
Lo straniero, seguito dallo sguardo incuriosito dei pochi passanti, si arrestò davanti all’unico saloon in quell’agglomerato di casupole che si snodava lungo l’unico polveroso stradone di Corridor City.
Smontò dalla sella ed entrò nel locale. Sparuti avventori si voltarono quando la sua figura scura si stagliò in controluce dietro le porte a vento. In un attimo egli valutò la situazione, entrò con passo sicuro e cadenzato, il tintinnio degli speroni sembrava imitare il verso di un cobra proteso all’attacco.
Prese posto al bancone mogano scuro e ordinò una birra. L’uomo grassoccio, con il volto paonazzo lo guardò in cagnesco, gli stranieri non erano benvenuti perché portavano solo guai! Riempì il bicchiere e gli voltò le spalle continuando ad osservarlo dal grande specchio sulla parete. L’atmosfera era tesa e qualcuno teneva già la mano in prossimità della fondina.
Con cauti movimenti lo straniero estrasse dalla tasca un foglio ripiegato e iniziò ad aprilo sul bancone.
«Sto cercando quest’uomo, lo hai mai visto?» chiese rivolgendosi al barista.
«No, no… mai visto prima» rispose l’uomo e il suo volto si fece ancor più rosso.
«Ne sei davvero sicuro? Guarda meglio!» Lo sguardo di ghiaccio dell’uomo nero si piantò in quello impaurito del barista, il labbro inferiore iniziò a tremare. Scosse il capo in senso di diniego e senza rendersene conto arretrò di un passo.
L’uomo nero rimase in silenzio. Ripiegò diligentemente il foglio e lo rimise in tasca.
«Avete camere libere?» chiese cambiando discorso.
«Non saprei… devo controllare» rispose allontanandosi il barista.
«Beh, vedi di trovarmene una … ho fatto un lungo viaggio e ora ho assolutamente bisogno di riposare» lo sguardo gelido dell’uomo nero riemerse dalla penombra del cappello e colpì il poveretto come un dardo.
«Sì, sì… ecco la chiave, la numero 10, al secondo piano».
L’uomo nero si alzò e lentamente si diresse verso la scala di legno. Il barista lo seguì con lo sguardo e contemporaneamente alzò una mano facendo un cenno alla ragazza seduta in fondo al locale. La rossa si alzò e sfoderando un gran sorriso raggiunse lo straniero.
«Ciao bel cowboy, ti posso accompagnare? Sai il corridoio è lungo …» Il sorriso le si spense sulle labbra quando l’uomo nero mostrò il suo volto, fulminandola con i suoi occhi color ghiaccio. La ragazza rimase impietrita e senza dire una parola si girò e corse via.
Non appena lo straniero scomparve dalla loggia il barista chiamò uno dei giovani avventori comunicandogli qualcosa a bassa voce. Il messaggio doveva essere trasmesso in fretta quindi il ragazzo uscì di corsa dal locale.
L’uomo nero odiava le donne, ogni tipo di donna, perfino sua madre. Quella rossa poi le aveva fatto tornare in mente Bet: sua moglie che era scappata via dieci anni prima all’improvviso.
Le donne erano un capitolo chiuso, definitivamente!
Il corridoio era molto lungo. Il gringo che egli cercava si nascondeva in una di quelle stanze, ne era sicuro. Mano alla pistola si diresse vero la prima porta. Il tintinnante passo da cobra divenne felpato. Con una balzo felino fu nella stanza, ma nella penombra intravide solo un letto vuoto, intatto. Richiuse piano la porta e si apprestò a quella di fronte. Spalancandola scorse un uomo nudo, in piedi davanti al letto, intento a farsi sollazzare da una bionda.
«Ho sbagliato stanza…» si scusò e sogghignando richiuse la porta.
Davanti alla terza si arrestò, gemiti e sospiri provenivano dall’interno. Aprì e si ritrovò davanti al talamo, dove avvinghiati giacevano un uomo e una donna. Con molta calma prese la mira, i due non si erano accorti della sua presenza. Il dito già scivolava sul grilletto quando la rossa riemerse dal groviglio di corpi.
Bet lo guardò stupefatta.
L’uomo nero rimase paralizzato. Il volto della donna si fece largo nella sua mente. Un tuffo al cuore.
Nel frattempo il gringo si rese conto del pericolo, si buttò giù dal letto e approfittando della momentanea paralisi dello straniero fuggì nel corridoio.
Una frazione di secondo, una sola gli fu fatale. Gli scagnozzi del gringo giunsero alle sue spalle.
Lui, l’uomo di ghiaccio, senza macchia e senza paura, aveva ceduto all’emozione.
Forse neanche avvertì il colpo alla nuca, mentre come ipnotizzato teneva lo sguardo fisso sul volto terrorizzato di Bet.
L’ultimo pensiero fu un lontanissimo ricordo del passato: il sorriso dolce di sua moglie.