no news, good news

no news, good news” questa frase può rendere ciò che può essere un’unità di terapia intensiva neonatale, perché è di questo che andrete a leggere.

Da dove partire? Partiamo dalle basi, l’autore! Per chi come me ha da sempre avuto un’attrattiva per ciò che può essere il mondo della psicologia, venire a conoscenza di questo libro e di quelli che sono gli studi dell’autore, Marcello Florita, è quasi una fortuna! Vi consiglio, se volete approfondire, di andare sul suo sito marcelloflorita.it

Ciò di cui vi vorrei parlare è “Come respira una piuma” un libro pubblicato in prima edizione nel 2016 da Ensemble a Roma, con il patrocinio di “Vivere Onlus” una delle associazioni italiane per la neonatologia.

Un romanzo caratteristico nel suo definirsi tale, in quanto prende forma e si delinea attraverso i pensieri dell’autore, nei mesi successivi che seguono una nascita gemellare.

Riflessioni, pensieri, immagini descritte, nozioni mediche e ricerche scientifiche.

Un babbo in “sala d’attesa”. Un padre “irregolare” che assieme alla propria compagna intraprende un viaggio di scoperta fatto di ansietà e preoccupazioni, gioie inaspettate e sperate, assieme ad altri genitori “irregolari” della TIN.

Un’esperienza genitoriale che agli inizi descrive come “negata” o meglio, fatta di mancanze.

Mancanza del contatto, di poter abbracciare il proprio figlio, poterlo sentire tuo, poterlo accarezzare e sentirne la pelle, il profumo.

L’autore in una breve intervista esprime come l’essere genitori all’interno di una TIN sia, in senso metaforico, come esseremigranti in un luogo non conosciuto, inserito all’interno di un’istituzione, un mondo da conoscere, da apprenderne il linguaggio con la quale famigliarizzare passo dopo passoconclude “finché non l’hai provato, non sai cosa possa significare”.

Si antepone un senso di limite, di distanza, tra il desiderio di essere genitore e tutto ciò che compone un reparto di TIN: incubatrici, monitor, tiralatte, C-pap. E poi ancora, lettini, fasciatoi, consegne infermieristiche ed orari di terapia…medici, infermiere e “zie”. Già, le zie!

Un racconto che spazia dall’onirico, sogni paragonati a “quadri impressionistici dai colori nitidi” a ciò che accompagna nel quotidiano, gli amici e i propri famigliari, le incombenze di un frigo da riempire e orari di lavoro da seguire.

Un quadro realistico di come possa essere definita “precariala realtà, la nostra realtà, fatta di incertezze, di “no news, good news”.

Così, durante un mese di Aprile di un anno differente, rielaboro quella che è stata la mia esperienza, consiglio questa lettura per più motivi.

Una coppia che vive una realtà non molto diversa, chi ricopre un ruolo professionale all’interno dell’ambiente ospedaliero, oppure, per una studentessa del terzo anno infermieristica, alle prese con la sua prima tesi.

Con l’augurio di far vostre queste parole “basta un termine, una parola indossata orgogliosamente e tutto ci può apparire in modo diverso, più digeribile e metabolizzabile”. Prima di iniziare i miei passi all’interno di questa unità non sapevo, non conoscevo e temevo. Talvolta la vicinanza fisica, tra le espressioni dei genitori accanto ai loro cuccioli e pratiche burocratiche di una cartella ospedaliera, è stata carta vetrata sotto le mani, ma inevitabile, come sapere che “così funziona, così è”. Per questo almeno, proverò nel mio, a promuovere un progetto di sensibilizzazione attraverso la mia tesi, verso ciò che “non puoi capire se non provi”, ma puoi conoscere per iniziare a capire.

Musa

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L’OTTAVO CLIENTE

(dal diario di Ingrid)
Anche oggi è passato.
Siamo come cozze aggrappate agli scogli, ma fragili come le foglie di un bonsai.
Rincorriamo la gioia e poi la buttiamo per mancanza di fiducia.
Oggi sono stata con sette clienti. Otto per la precisione, anche se l’ultimo non mi ha pagata.
Faceva caldo questa sera. Non sopportavo l’odore di alcuni clienti.
Le zanzare mi hanno ridotta ad una macchia rossastra.
Ho guadagnato abbastanza per essere soddisfatta. Domani riposerò.
Il primo cliente non era niente male. Abbastanza giovane, moro e con un fisico allenato. Mi ha portata in hotel. È stato molto carino, mi ha offerto da bere e poi ha cominciato a parlare. Diceva cose interessanti, ma gli ho ricordato che eravamo lì per altro. Così s’è spogliato e abbiamo fatto l’amore. È durato poco, ma è stato intenso. Nel rivestirsi è scoppiato a piangere. Gli ho chiesto cosa avesse, ma lui stava in silenzio scuotendo il capo. Ho insistito e mi ha parlato di sua moglie. Singhiozzava. Mi ha detto che la moglie è morta circa un mese fa in un incidente stradale. Non avevo tempo per consolarlo, così ho detto di farsi coraggio, ché prima o poi ne avrebbe trovata un’altra. Mi ha guardato e ha scosso il capo. “Che Troia”, mi ha detto. L’ho insultato, poi mi ha riaccompagnata tra il caldo le zanzare.

Il secondo cliente me lo ricordo per l’odore del suo alito. Mentre si faceva all’amore, dovevo continuamente scansarlo puntando forte i palmi delle mie mani sulle sue spalle robuste. Si avvicinava con il viso cercando di baciarmi; così ho deciso di dirglielo. Gli ho detto che l’alito era peggio di una discarica e che se non la smetteva di avvicinarsi, gli avrei conficcato due dita negli occhi. Mi ha guardata senza nemmeno fare una piega. Ha continuato a penetrarmi finché si è soddisfatto. Gli ho chiesto cosa provasse ad amare una puttana e lui ha risposto che non erano fatti miei. Mi pagava e questo doveva bastarmi. Poi ho insistito finché mi ha tirato uno schiaffo. Ho cercato di difendermi, ma la sua forza era davvero spropositata e così ho desistito e mi ha riaccompagnata tra le zanzare. Ero disgustata più per l’alito che per il suo schiaffo.

Cosa ho fatto di male per finire sulla strada? ma in fondo ci guadagno anche.

Il terzo cliente era davvero molto bello. Peccato che venga da me poche volte. Gli ho chiesto di sposarmi, ma lui ha risposto con una battuta. Ha detto che non saprebbe come mantenermi. Gli ho risposto di non preoccuparsi, perché un lavoro ce l’ho! Si è messo a ridere. Ho fatto spallucce. Mentre facevamo l’amore gli ho chiesto come mai portasse al collo una croce. Non mi ha risposto. Ho insistito. Mi ha detto che tutti abbiamo bisogno di credere in qualcosa. Gli ho detto che è superstizione. Mi ha risposto che forse lo è, e che comunque non sono fatti miei. Ho insistito. “Quell’uomo lì è morto in croce per salvarci”, gli ho detto. Lo so, ha risposto. Tu ci credi? M ha risposto di sì. Allora gli ho chiesto come mai venisse da me. Ha risposto che non sono io la sua coscienza.

Ad un certo punto si è presentata una pattuglia della polizia. Ho avuto paura. Ho dimostrato che sono in regola, che i miei documenti sono regolari. Mi hanno risposto che comunque devono controllare. Uno mi ha domandato se fossi bionda naturale. Ho risposto di sì. Mi ha chiesto quanto volesse per fare l’amore e se mi sono rifatta il seno. Gli ho risposto. Mi ha detto va bene. Gli ho fatto notare che l’amore fatto così è amore mercenario e che per un poliziotto prima di tutto c’è il rispetto delle regole. Ha risposto che le regole si fanno rispettare solo ai nemici, e che per gli amici si adattano. Ho abbozzato una smorfia di disapprovazione che lui non ha nemmeno colto. Si è abbassato i pantaloni e abbiamo fatto ciò per cui sono pagata. E se mi rifiutassi? gli ho chiesto. Mi ha detto che con la legge non si scherza, che basta poco per diventare nemici. È abuso di potere gli ho detto. Si è messo a ridere e se n’è andato. “Conta sopravvivere”, ha aggiunto.

Il quinto cliente di questa sera era una donna, una bella donna. Alta, mora, fisico statuario. Mi ha chiesto se la seguivo in motel. Sono salita sulla sua auto (credo una Mercedes) ed ha subito cominciato ad accarezzarmi le gambe. In stanza è stata molto discreta. Ha voluto che mi spogliassi e quando ero completamente nuda mi ha invitata a rivestirmi. Ho trovato il comportamento decisamente strano. Le ho chiesto spiegazioni. Mi ha risposto che non ne dà. Lei compra il tempo degli altri e ne fa ciò che vuole. Anzi, ha aggiunto che è stupido fare domande a chi compra il tuo tempo. Ho risposto che se il tempo è mio, posso fare tutte le domande che voglio. Mi ha detto che solo i soldi comprano il tempo e lei di soldi ne ha. Ho risposto di pagarmi e riportarmi tra le zanzare. Mi ha detto di no! Al che ho cominciato ad urlare e lei ha fatto per tirarmi un ceffone. Ho schivato il colpo e sono scappata fuori dalla stanza. Mi ha gridato di non fare scherzi e mi ha allungato un po’ di banconote. Ho fatto di necessità virtù e mi sono fatta riaccompagnare al mio posto. Prima di salutarmi mi ha chiesto scusa.

Il sesto cliente era un signore sulla settantina. Si è presentato in giacca e cravatta sul suo bel macchinone pulito e ordinato. Mi ha chiesto se potevamo appartarci per parlare un po’. Ho risposto che bastava pagasse. Ha detto che non c’erano problemi. Mi ha domandato immediatamente perché non smettevo di lavorare sulla strada; ha aggiunto che mi avrebbe assunto nella sua villa come domestica e che mi avrebbe pagata bene, ma quando gli ho chiesto quanto, ho capito che non avrei mai guadagnato come guadagno con questo lavoro. Gli ho detto anche che dovevo pagare alcune persone che mi avevano permesso di arrivare in Italia, ma gli ho spiegato, soprattutto, che non accettavo, perché questo mestiere è come una droga; i soldi che guadagni con il sesso ti danno alla testa. Mi ha chiesto allora se sono ricca e ho dovuto rispondere che questo mestiere mi fa guadagnare abbastanza per fare la bella vita, e che per fare la bella vita è necessario spendere. Mi ha guardato stupito e poi ha allungato le mani rugose sul mio seno. Dopo mi ha riaccompagnata tra le zanzare.

Il settimo cliente un cliente è un cliente di vecchia data. Mi chiede sempre di fare la stessa cosa; in fondo mi piace fargliela e poi è davvero un bel ragazzo. Dice di essere sposato, ma anche di avere un’amante. Gli ho chiesto cosa prova ad andare con così tante donne; mi ha risposto che è questione di prestigio. Oggi, dice lui, oggi l’amore deve essere libero, è questo il segreto per far andare bene le cose con la propria moglie. Gli ho detto che per Blake il matrimonio è la prigione dell’amore, e lui ha annuito. Mi ha spiegato che per far durare il matrimonio è necessario tradire. Gli ho chiesto se la moglie lo tradisce, e lui ha risposto che senz’altro lo fa. Mi ha detto che è giusto che lei lo faccia. Tradire, dice lui è il segreto per stare insieme più a lungo. Non sono molto d’accordo, ma finché mi paga preferisco dargli ragione. Mi ha detto, una volta, che di me gli piace il fatto che siamo sempre d’accordo sulle questioni che riguardano l’amore e la vita di coppia. E da quel giorno gli do sempre ragione. Un amico che paga è più che un tesoro. Mi ha chiesto di uscire un giorno con lui e la moglie, ma io ho preferito declinare. Gli inviti sono il segreto di questo lavoro, ne sbagli uno e sei rovinata. Ma non credo che il mio rifiuto l’abbia rattristato; a lui della moglie importa poco, questo è ciò che penso. Quando mi ha salutata ci siamo anche baciati. È l’unico cliente da cui mi faccio baciare. Che labbra!

A volte vorrei smettere di fare questo lavoro, ma so che è una volontà passeggera. Solo il suicidio mi potrebbe davvero convincere.

L’ottavo cliente non mi ha pagata. Mi ha guardato negli occhi, mi ha chiamata per nome e poi mi ha chiesto di seguirlo, ma non ho accettato. Ho avuto paura. Mi ha detto di non avere paura, che la sua parola mi avrebbe liberata. Forse è un pazzo. Eppure nel suo sguardo c’era tanta serenità e tanta comprensione. Mi ha detto che nella sua casa avrei preceduto molte persone, ma io della sua casa non conosco nemmeno i piani. Mi ha chiesto se gli credevo, ma io ho risposto di no. Mi ha preso le mani e mi ha chiesto se amo la vita. Gli ho risposto di sì, e che della mia vita sono anche orgogliosa. Ho anche aggiunto che di questo lavoro un po’ mi vergogno, ma è Dio o chi per lui che ha deciso così. “Basta avere fiducia”, mi ha detto. Ho risposto che di fiducia ne ho avuta fin troppa e che sono un po’ stanca di averne ancora. Mi ha chiesto il perché e ho risposto che fidarsi è come chiedere a qualcuno di pigliarci a calci in culo. Ha sorriso. È stata la prima volta che un uomo mi ha guardata senza volermi possedere. Ha detto che mi amava come si ama una figlia, e che non era morto per nulla. La mia sofferenza, ha aggiunto, allietava la sua, ma dovevo prenderne coscienza e far sì che la mia vita tornasse ad essere piena di speranza. Come quando da piccola cercavo la mano di mia mamma. Sembrava un pazzo. “Non ti giudico”, ha aggiunto, “preferisco aspettarti”. A quel punto si è fermato un cliente ed è stato proprio in quell’istante che ho capito che quell’uomo potevo vederlo solo io. Ho mandato via il cliente e sono scoppiata in lacrime. L’ottavo cliente se ne stava andando; tornerò, ha aggiunto.

Io però, continuo ad avere paura.
Mio Dio perché ci abbandoni?

(di Stefano Re)

Il momento perfetto

Era una giornata afosa, la calura avvolgeva tutte le cose in un’aura di molle pigrizia. Anche i fiori erano troppo accaldati per muoversi e il silenzio sembrava più profondo di quel che in realtà non fosse. Le cicale, i grilli e gli uccellini, instancabili e indifferrenti alla temperatura, facevano risuonare l’aria dei loro cicalii e cinguettii, fischi e richiami. Ma era un sottofondo talmente naturale e delicato che si armonizzava perfettamente col silenzio dando l’impressione di non interromperlo. Nel giardino l’erba era appena stata tagliata e innaffiata e il lieve profumo di terra fresca era inebriante e dolce. In quel punto, vicino alla piscina, una tenue brezza accarezzava la pelle. Fresca quanto bastava per rendere l’afa piacevole senza far rabbrividire il corpo bagnato dopo il tuffo.

Il sole diramava i suoi raggi creando giochi di ombre fra le foglie verde smeraldo dei rovi donando la vita alle piccole more scure che punteggiavano i cespugli. Sfiorava i petali e lambiva i rami e l’erbetta. Irraggiungibile e arrogante, splendeva al centro del cielo più azzurro che si possa vedere. Un azzurro perfetto, pieno, senza macchie o sbavature. Nessuna sfumatura, solo l’azzurro intenso e i raggi del sole si vedevano lassù.

Dal lettino, avvolta nella luce calda, si vedevano le increspature sull’acqua della piscina che risplendevano come una miriade di diamanti ballerini con un ritmo che solo loro potevano sentire. Tutta la superficie appariva blu chiara per via del colore della vasca. L’acqua cristallina vibrava lievemente, senza fretta, senza rumore, per non disturbare l’idillio del momento. Appena percettibile, l’odore del cloro sapeva di vacanze e di giochi e di riposo. Il giorno d’estate perfetto nel luogo perfetto si stagliavano lì, spavaldi, nell’angolo di un giardino qualsiasi, una vispa mattina di un’estate qualsiasi.

La perfezione dell’armonia di suoni, colori, odori e sensazioni. La perfezione in un cielo limpido, in un prato verde, in una cicala innamorata. Un ronzio, una piccola ape ricoperta di polline torna a casa. Un cinguettio, più forte, ma la mamma torna subito nel nido con il cibo per i suoi neonati. Un alito d’aria appena troppo tiepido, forse. Una nuvola solitaria che fa il suo corso attraverso il cielo il cui azzurro è ora solcato dalla scia bianca di un aereo. Qualcuno è là, più vicino al sole, avvolto in quell’azzurro esagerato. Una libellula sfiora l’acqua interrompendo per un momento il ritmo impeccabile dei diamanti di luce. Ogni piccolo neo sulla perfezione rende più chiara e percepibile la divinità mirabile del momento. Rende reale il luogo da sogno, troppo esatto per durare a lungo. Non avrebbe nessun valore se durasse più di pochi istanti.

Ed ecco che l’acqua della piscina diventa più scura. Blu intenso, quasi oleoso. L’ombra di una nuvola impetuosa e carica di pioggia si allunga spregiudicata, impassibile di fronte alla perfezione. Il verde è più grigio e l’azzurro è più nero. Le cicale tacciono. Gli uccelli trovano rifugio. Gli odori si intensificano e diventano più bagnati, più terrosi, sapevano di malinconia e di tensione.

L’audacia di un fulmine, lo scroscio della pioggia. Il momento perfetto è finito. E ora tocca al temporale mostrare la sua roboante perfezione. Nella sua insolenza per aver interrotto la pace, ostenta il trambusto del suo divino furore.

 

VanessaMedea